Dal ready-made al gadget

“Le bon Dieu est dans le détail”. E’ per questo che troviamo estremamente interessante la discussione del ready-made inaugurata dall’articolo di Monica Ferrando nel precedente numero di Qui e Ora (qui). Ovvero, come da un dettaglio della storia dell’arte moderna si possa risalire a un paradigma di comprensione dei meccanismi di potere, di alienazione e, in definitiva, di impoverimento della vita contemporanea. Questo mese quindi pubblichiamo l’intervento di un altro artista, Pablo Echaurren, che ha molto riflettuto, fin dal 1977, sulla “strana” opera di Marchel Duchamp e attorno alla quale ha recentemente pubblicato un piccolo libro, Duchamp Politique (Postmedia books, 2019).

di Pablo Echaurren

Nel creare il readymade Duchamp, oltre a scegliere un determinato oggetto, gli cambiava la posizione originaria (l’orinatoio ribaltato in modo da non poter essere adoperato, l’appendiabito fissato sul pavimento, lo scolabottiglie, il porta cappelli e la pala da neve sospesi in aria a generare ombre sui muri), lo privava insomma del suo valore d’uso originario, gliene assegnava uno completamente nuovo, apparentemente inutile e fuorviante.

Marcel Duchamp, Porta-bottiglie, 1959

Gli dava una nuova identità, un’identità priva tanto di valore d’uso quanto di scambio che sono le due prerogative che ogni manufatto si porta appresso nella nostra società. Creava perciò una non-merce e riferendo questa non-merce allo specifico dell’arte finiva per attribuire all’arte proprio questa qualità: quella di essere non-merce per antonomasia.

Nessuno “acquistava” i readymade dal suo creatore, nessuno si sognava di farlo e Duchamp stesso li lasciava qua e là, li dimenticava, li perdeva. Li ricomprava, se serviva. Non venivano mitizzati in quanto opere d’arte inimitabili. Erano piuttosto un’indicazione, una compagnia, una presenza amica. Che chiunque (anche a insaputa dell’autore) avrebbe potuto procacciarsi.

Mercato delle pulci di Clignancourt, Parigi

Potremmo dunque considerare il readymade come un superamento della merce e dell’arte in quanto merce, o meglio come il travalicamento della dicotomia tra valore d’uso e valore di scambio, come proposta di una nuova forma di percezione dell’oggetto, una percezione che si contrappone a tale forbice, che si disloca altrove, in un’altra dimensione. L’arte diventa il luogo della messa a nudo del conflitto che il lavoro genera inevitabilmente in una società basata sulla misurazione di ogni cosa. Se a un oggetto dato viene tolta ogni utilità, ne viene stravolto il senso, quale funzione potrà mai svolgere nella vita quotidiana? Cesserà di essere una merce come le altre? Diventerà arte? Acquisterà un quid di libertà in più?

Il readymade è comunque la formula che Duchamp ha trovato, che si è dato, per sfuggire alla dittatura del lavoro, del lavoro forzato. Il readymade implica uno sforzo minimo da parte dell’artista, anzi non ne richiede alcuno. In seguito può essere sostituito da infiniti esemplari reperibili ovunque, al mercatino delle pulci o dal robivecchi sottocasa. In Francia non è difficile trovare uno scolabottiglie d’epoca anche se ormai anche quelli sono ricercati dagli appassionati di Duchamp, il che ne ha fatto lievitare il prezzo. Ma sempre restando in ambito di cifre del tutto estranee alla folle corsa al rialzo delle aste di settore.

Duchamp mantiene, malgrado tutto, un profilo basso.

È un anticapitalista, è un pauperista, è un p-artigiano, anche.

Marcel Ducahmp con la sua Boîte-en-valise

La sua è una critica sia alla merce in sé quanto alla merce artistica, alla mercificazione del lavoro artistico. Così come la critica all’alienazione umana, insita nel concetto di merce, si porta appresso una critica all’alienazione dell’artista che crede di realizzare se stesso come produttore e imprenditore, finendo per essere dominato e fagocitato dalle regole del mercato.

Contro questa condizione di sottomissione alla dittatura del denaro       Duchamp ha “lavorato” intensamente, cocciutamente, sottraendosi al lavoro, rifuggendo ogni compromesso con le leggi della produttività e della visibilità. Limitando la propria partecipazione agli utili, agli interessi e ai successi a cui molti suoi colleghi e sodali andavano incontro.

Per Duchamp l’astinenza fu dunque una forma concreta di resistenza.

Partiamo dunque dal readymade: l’oggetto quotidiano, sradicato dalla sua funzione “naturale” e “umana”, estrapolato dal contesto sociale dei rapporti economici, diventa qualcosa di alieno (ma non più alienato), la sua astrattezza non è quella del valore di scambio secco ma è l’alterità tipica del manufatto proveniente da un altro mondo, un mondo parallelo, esente dai giudizi e dalle misurazioni correnti. Esente da qualunque cartellino del prezzo.

L’immaterialità e l’inafferrabilità del readymade trova una sua ulteriore ed estrema conferma nell’attenzione che Duchamp pose nell’osservare e riprodurre le ombre che essi proiettavano.

Erano oggetti deprivati dell’aspetto merceologico. E allo stesso tempo erano il fantasma delle cose materiali che circondano e assediano l’esistenza, della dipendenza dell’individuo da quelle stesse cose, della reificazione umana.

Cercando di semplificare, potremmo dire che il readymade introduce                      una confusione totale tra valore d’uso e valore di scambio. Ne stabilisce la soppressione in nome di una nuova considerazione. Il valore d’uso scompare riconvertendosi in un dispositivo artistico (antiestetico e non commerciale) mentre quello di scambio mostra la propria inconsistenza (non ha senso comprare qualcosa che si può trovare ovunque bella e fatta). L’artista conferisce un nuovo valore d’uso, un uso imprevisto, a un oggetto che ha volutamente decontestualizzato privandolo di ogni residua possibilità di essere concretamente utilizzato e relegandolo ad un impiego artistico sui generis che non trova facile e immediata comprensione. Ma c’è pur sempre il rischio, malgrado gli inequivocabili intenti dell’autore, di scivolare nel feticcio (e nel deprecato valore di scambio), nell’adorazione psicotica della firma.

Qui si gioca la partita se il readymade sia replicabile (reperibile in copia presso il più vicino ferramenta) o se debba essere venerato come unicum, come originale. Duchamp ha optato per la replica, il mercato, anche se particolarmente ostacolato dalla mancanza di opere a cui aggrapparsi, ha santificato pure la replica recuperando a proprio favore ogni conflitto implicito nella scelta operata dall’artista.

Ora sta a noi riappropriarci del senso ultimo del readymade e svelare che la più grande mistificazione che il capitalismo ha perpetrato nei confronti dell’arte moderna e contemporanea è quella di aver trasformato il readymade in un’opera da museo.

Il readymade è un concetto da scagliare contro le vetrine blindate dell’immaginazione, non da contemplare passivamente.

La legittimazione del readymade da parte di quello stesso establishment che il readymade intendeva ridicolizzare, l’immissione della quotidianità e della banalità nella cornice dorata del Sacro Cubo Bianco (The Holy White Cube), ha aperto la strada a un nuovo scenario, quello dell’arte e soprattutto dell’artista volatile (gonfiabile e gonfiato), la cui qualità primaria consiste nella propria semplice acquiescenza al meccanismo di riproduzione dello schema dato, nella determinazione vincente ad essere riconosciuto e accreditato dal sistema di riproduzione del mercato.

Il solo atto di firmare fa di lui il personaggio centrale del Gran Teatro Mondano. Tutto ruota attorno alla sua firma. La si potrebbe vettorializzare, renderla grafica, dandogli le sembianze di logo d’autore multifunzionale, di brand universalmente apprezzato. Ogni artista venderebbe l’anima per vedere la propria firma sovrapporsi a Coca Cola, Apple, Nike. Non importa cosa in definitiva debba convalidare. Anzi, è lecito pensare che non debba neanche esserci alcunché da convalidare. Come quei grandi store monobrand Ferrari dove non si vendono spettacolari automobili da corsa ma solo gadget ad esse riferiti, dove la scuderia e il suo mito si spiritualizza nello stesso momento in cui si umanizza in magliette, portachiavi, berretti che non sono certo in grado di raggiungere record di velocità né imitare neanche lontanamente le linee aerodinamiche. L’artista non è tenuto a particolari doti esecutive (ci sono aziende specializzate preposte a realizzare le sua performance), non deve mostrare chissà quale talento, non deve più offrire capolavori senza tempo, ma solo confermare l’esistenza di se stesso attraverso prodotti auto generati, certificati e debitamente confezionati. Chi non vorrebbe portarsi con sé o ammirare una autentica reliquia, seppure col tarlo del dubbio che trattasi di un falso, di un’impostura?