“Non cadremo nelle loro provocazioni.” Sulla manifestazione femminista del 16 agosto a Città del Messico

A Lesvy, a Karen, a Adriana, a Victoria, a Valeria, a Otilia, a Daniela,

a quelle senza piu’ corpo,

a quelle a cui dedichiamo il nostro

Non ci proteggono, ci stuprano

La notte dello scorso 3 agosto una ragazza di 17 anni stava tornando a casa quando vide avvicinarsi lentamente una volante con dentro quattro poliziotti ; per sviarli suono’ il campanello di una casa. Uno dei poliziotti scese dall’auto e le chiese dove abitasse, offrendole un passaggio; nonostante la sua risposta negativa, questi la fecero salire di forza sull’auto e la violentarono, per poi lasciarla andare fra le risate e gli scherni. Dopo i fatti, la ragazza sporse denuncia alle autorità competenti (la PGJ, Procuraduría General de Justicia di Città del Messico), le quali, qualche giorno dopo, annunciarono di aver perso i campioni-prova di DNA. I poliziotti proseguirono quindi indisturbati il loro lavoro.

Questo é solo uno degli almeno 51 casi di abuso sessuale che avvengono in Messico ogni giorno ; cosi come, secondo cifre ufficiali, nei primi quattro mesi del 2019 si sono registrati almeno 1199 femminicidi avvenuti in diversi stati del Paese. Senza ovviamente tenere in conto i casi di transfemminicidio, sui quali la polizia indaga in modo impreciso e discontinuo, tra cui molti passano sotto silenzio per paura di rappresaglie e altri non vengono registrati nemmeno sotto questa categoria.

E’ importante chiarire che quello descritto non é un caso isolato, ma frutto di un sistema di violenza strutturale di genere. É una realtà quotidiana condivisa da noi tutte quale che sia il diverso grado di vulnerabilità di ciascuna. La paura con la quale usciamo tutti i giorni di casa, pensando a chi sarà il nostro prossimo aggressore, ci ha spinte a dotarci di armi per l’autodifesa come spray al peperoncino, taser, coltelli, e della capacità di usarle. É diventato un rito, ormai, condividere la nostra posizione con i nostri cellulari mentre siamo sulla strada di casa, per avvisare le nostre amiche o le nostre madri che stiamo bene. La paura e la violenza quotidiane che ci inondano non si limitano a quando camminiamo per strada. É risaputo : nessuna istituzione é sicura. Gli eventi degli ultimi giorni ci hanno ricordato che non possiamo sentirci tranquille neanche in un ospedale o in un museo[1]. Non dimentichiamo che la maggior parte degli stupri, degli abusi, delle gravidanze minorili e dei femminicidi in Messico vengono compiuti all’interno dell’istituzione chiamata famiglia. Abbiamo tutte uno zio o un qualche parente scomodo che ci ha violentate, che sia con lo sguardo, con le parole o con le mani, e questo nel migliore dei casi. Quasi sempre gli aggressori sono delle persone che conosciamo.

Cosi come le denunce piovute qualche tempo fa durante il movimento #MeToo hanno costituito delle prove inconfutabili dei maltrattamenti, e talvolta delle aggressioni fisiche e sessuali, che subiamo sistematicamente da parte dei nostri uomini « di fiducia » come fidanzati, fratelli, mariti, colleghi, padri, amici . Ora, pero’, vogliamo smettere di raccontare cio’ che subiamo per cominciare invece a narrare quello che facciamo.

Non siamo le stuprate, le studentesse, le lesbiche, le donne di casa, le vittime ; non siamo nessuna delle categorie alle quali vogliono ridurci.

Le mie amiche mi proteggono, non la polizia.

Di fronte alle dichiarazioni della PGJ sul caso del 3 agosto scorso, decidiamo di organizzare un presidio davanti alla sede centrale della Secretaría de Seguridad Ciudadana a Città del Messico. Durante il presidio, il segretario alla sicurezza esce in strada per parlare esclusivamente con i media, dichiarando la sua disponibilità ad aprire un dialogo con noi ; ottiene, per tutta risposta, un attacco a base di glitter rosa. Dopo averlo visto rientrare nell’edificio con la coda tra le gambe, decidiamo di continuare e prendiamo la strada verso la sede della PGJ, istituzione indicata dalla madre di una vittima di violenza come responsabile del ritiro della denuncia, per paura in seguito alla divulgazione dei dati personali della figlia minorenne. Da quel momento in poi, non é stata la manifestazione a straripare; piuttosto é stato lo straripamento che si é manifestato, dato che sapevamo bene che non eravamo lì per chiedere il permesso a qualcuno per fare quello che volevamo. Per la prima volta in una manifestazione in Messico, gli uffici del PGJ, un edificio intimidatorio a causa della costante e abbondante presenza di polizia, sono stati invasi, le porte di accesso distrutte.

Alla luce degli eventi, la sindaca Claudia Sheinbaum ha dichiarato che le nostre azioni non sono altro che una provocazione per indurre le autorità ad usare metodi violenti contro le manifestanti. Ciò di cui non ha tenuto conto è che siamo abituati a sentirci dire che è a causa delle nostre provocazioni che ci uccidono o ci stuprano. Non ha capito che nessuna chiedeva una marcia pacifica. Non vogliamo essere rappresentate da nessuno. Tantomeno ci é passato per la testa di andare a cercare giustizia dallo stesso sistema che ci violenta, ci uccide e ci fa sparire. Non vogliamo briciole di attenzione da parte di qualsivoglia autorità, né dialoghi utili da sfruttare in campagna elettorale. Non siamo andati a parlare con nessuno perché sappiamo che a loro non importa di noi e a noi non importa di loro. Per molte di noi si è trattato semplicemente di prendere una posizione.
La gioia e la potenza condivise il 12 agosto sono state contagiose. La stanchezza e l’umiliazione provate nel ricevere petali di rosa come forma di sostegno nelle precedenti manifestazioni e di essere scortate dalla polizia stradale[2] – evidentemente le donne, per il governo, non rappresentavano una vera minaccia – ci hanno spinto ad assumere la nostra violenza e scendere in strada, come è stato detto, « a modo nostro ». Venerdì 16 agosto per alcune di noi era chiaro fin dall’inizio come saremmo scese in piazza, quale sarebbe stato il nostro spezzone e con quali amiche avremmo gridato. In altri casi ci siamo sorprese di noi stesse nel ritrovarci in mano bombolette spray, passamontagna fatti in casa, e nello scrivere i nostri numeri di emergenza e i gruppi sanguigni sui nostri corpi[3].

Altre, partite da sole, si sono unite alla spontaneità del momento, sedotte dalla furia delle amiche. A prescindere da questo caso particolare, noi non ci sentiamo mai sole. Le nostre amiche si prendono cura di noi, non certo la polizia.

Maschio coglione, fuori dal mio vagone

Da qualche anno nella metropolitana di Città del Messico vi sono carrozze riservate esclusivamente a donne e bambini al di sotto dei 12 anni, cio’ a causa delle continue molestie subite. Questa divisione è spesso violata da uomini stupidi che insistono nel voler occupare i nostri spazi. Vale anche la pena di ricordare che alcuni mesi fa è stata scoperta una rete “specializzata” in rapimenti di donne che opera sui mezzi pubblici. Uno dei modi piu’ efficaci in cui agiscono i rapitori consiste nel puntare una donna sola e poi prenderla per il braccio, fingendo di essere una coppia e poi portarla via dicendo “calmati, amore mio”. Se qualcuno cerca di intervenire, l’aggressore assicura che si tratta di una questione personale. Anche se la donna afferma di non conoscere il rapitore, di solito quest’ultimo riesce a dissuadere coloro che cercano di aiutarla; la morale infatti impone che questo tipo di problemi di coppia siano risolti in privato. Questo fatto mostra il modo in cui il sistema patriarcale invalidi la nostra parola, interpretando le nostre reazioni come drammi sentimentali femminili, invece di assumerle in quanto problema politico.

Il giorno della manifestazione abbiamo quindi deciso di occupare un intero treno, cacciando tutti gli uomini che erano a bordo. Di fronte alla nostra azione, molti uomini hanno reagito in maniera ostile, provocatoria, ma soprattutto beffarda, e come era prevedibile hanno aggredito chi potevano  con spinte, insulti, registrazioni; alcuni uomini sono addirittura saliti sul tetto del treno per impedirgli di ripartire. Nonostante ci fossero più di 600 donne vestite di nero, con i volti coperti e armate, disposte a difenderci con taser, spray al peperoncino, ombrelli e glitter, abbiamo di nuovo percepito il machismo dilagante da parte degli uomini. Molte di noi provavano paura; alcuni di loro, invece, pur essendo soli, si mostravano ringalluzziti e sicuri di sé, forti del privilegio che li caratterizza e li sostiene. Solo pochi hanno smesso di ridere quando abbiamo chiesto: “Vi prendete gioco del fatto che ci stanno uccidendo?”.

Il patriarcato non cadrà da solo, siamo noi che lo abbatteremo

Non c’era nessun leader, nessuna organizzazione, nessuna bandiera, nessuna teoria che ci rappresentava, ma un comune sentimento di sorellanza e il comune desiderio di distruggere tutto. Nulla era programmato, non c’erano linee guida, nessuno era a conoscenza del percorso della manifestazione, si percepiva solo qua e là la presenza di donne riunite, e ogni tanto circolavano voci per scoraggiarci: “stanno sparando dei lacrimogeni”, “arrivano i granatieri”[4]. Nonostante i timori e la voglia di fuggire, siamo rimaste unite, vicine, a sostenerci l’un l’altra.

Questa mancanza di organizzazione ha pero’ fatto inorridire marxiste e femministe professionali: « Ma tutto questo cosa significa? Non c’e’ nessuna assemblea, nessun coordinamento, nessuna rete. E’ la tirannia dell’antistruttura. I social network sono utili per convocare la piazza, come punto di raccolta, ma non sostituiscono l’organizzazione. E siccome non v’è altro mezzo che questo, l’organizzazione, bisogna costruirla »[5]

Noi invece pensiamo di dover andare oltre l’opposizione tra “organizzazione” e “spontaneità”; qui non sono esisite né l’una né l’altra in quanto separate. Viviamo in maniera strategica per prenderci cura di noi stesse e sopravvivere. Ecco perché agiamo insieme al di là dell’intenzione specifica di ciascuna; c’è complicità ed empatia. Ci sono legami che non possono essere immaginati da un pensiero organizzato a partire dal canone maschile. Se la nostra lotta è efficace, lo è per questo motivo.

Ogni azione era inaspettata, pertanto incontrollabile e senza alcuna aspettativa; non c’erano linee definite in anticipo tramite le quali giudicare se le nostre azioni fossero giuste o sbagliate. Molte di noi hanno percorso strade diverse prendendo viuzze secondarie, trovando negozi aperti, li dove non ci aspettavano. Una volta scesa la notte, non abbiamo più percepito la paura delle minacce che normalmente essa ci riserva. Abbiamo bruciato, spaccato e imbrattato tutto cio che abbiamo potuto, unite da sguardi complici e trafitte dagli affetti della nostra amicizia insorta.

Chi non ha partecipato attivamente alla distruzione, ha protetto e guardato le spalle alle compagne, incoraggiandole e fomentandole. A differenza di altre manifestazioni, portare i passamontagna e le bandane non costituiva di certo un problema. Mascherare le nostre facce é un modo per difenderci dalle tante molestie dei cameraman, pronti a eseguire solerti il loro lavoro di identificazione. Ci tenevamo ben lontane dal protagonismo o dalle identità individuali; queste sono per noi irrilevanti. Piuttosto eravamo li per prestare il nostro corpo a quelle che non ne hanno più uno, per quelle che non possono scendere in piazza, e per noi stesse.

Siamo tutte complici

Il giorno seguente, sul quotidiano Metro[6], le cui prime pagine riportano come consuetudine foto di corpi di donne nude e/o smembrate, per la prima volta la prima pagina è stata occupata da foto di donne che manifestavano con il titolo “Toglietevi di mezzo, stronzi”. Su altri mezzi di comunicazione più “seri”, così come sui social network, è stata condannata la violenza esercitata da presunte minoranze o da gruppi infiltrati per indebolire il movimento pacifico. Si affermano cose come “questi non sono i modi giusti di chiedere le cose”, che sono stati danneggiati monumenti storici, che “la violenza non puo’ essere combattuta con la violenza”, che non serve a nulla distruggere lo spazio pubblico… Ci sono state anche donne che si sono dissociate (usando lo slogan #EllasNoMeRepresentan), oltre a gruppi di uomini che hanno lanciato minacce di morte, di stupro e persino organizzato pestaggi di massa di femminaziste.

Dal nostro punto di vista i monumenti “detournati” hanno finalmente svolto una funzione storica, facendo appello al momento presente e non a un trionfo del passato che non ha nulla a che fare con noi. L’Angelo dell’Indipendenza, chiamato così per errore,  ora si presenta a noi come Victoria[7] ; persino alcune restauratrici si sono rifiutate di ripararlo, perché la sua nuova immagine rende conto della memoria collettiva della nostra manifestazione e delle sue cause.

Tuttavia, sappiamo che dobbiamo conquistare ancora molte altre vittorie. Città del Messico ha il privilegio della centralizzazione che le conferisce visibilità internazionale. Al contempo, la capacità di chiamata e quindi la confluenza delle manifestanti è molto ridotta nelle zone al di fuori della città. Questa bassa incidenza quantitativa implica un maggiore pericolo per le donne che partecipano alle proteste in queste aree. Basta guardare allo Stato del Messico, che confina con la capitale, con uno dei tassi di femminicidio più alti nel paese, accompagnati da una visibilità nulla e da scarso sostegno, per capire che la lotta ora necessita di una decentralizzazione. Alla luce di quanto accaduto, la capa del governo di Città del Messico ha deciso di tenere un incontro con le rappresentanti femministe per far loro sapere che non avrebbe punito o perseguito nessuna delle partecipanti alle devastazioni avvenute il 16 agosto perché, almeno secondo lei, si è immedesimata in noi; ma sappiamo molto bene che la sua empatia in realtà è un’impotenza nell’identificare un obiettivo preciso da attaccare, poiché sia lei che noi sappiamo bene che tutte noi eravamo complici.

Nonostante la grande eterogeneità tra femminismi in Messico, esiste un’esperienza condivisa nella quale si possono ritrovare punti in comune inaspettati. In Messico, I femminismi degli ultimi anni nascono dal fatto di vivere e assistere direttamente a una serie di abusi, sparizioni, stupri e femminicidi che si consumano attorno a noi. La nostra lotta riguarda la difesa della vita, della nostra vita e di quella delle nostre amiche. Cio’ a cui ci riferiamo è immediato; da qui ci siamo interrogate sul modo in cui viviamo, e come condividiamo problemi come l’abuso, il trauma e la paura, che secondo le logiche maschili non sono considerati problemi politici, ma intimi. È durante questo processo che le nostre amicizie si sono politicizzate. Per la stragrande maggioranza di quelle che erano presenti il 16 agosto e che hanno in programma di rimanerlo, si tratta di prendersi cura di noi stesse e di rafforzarsi collettivamente.

Siamo cattive, possiamo esserlo di piu

“A mí ya no me provocan, pobres (…) ¡Con la pena! La vida, Dios, los golpes y la maldad me los heredaron y no me los van a quitar. ¡No era este monstruo! Me convirtieron, y ahora se aguantan. No me intimida, ni me angustia, ni me ahoga, ni me mata.” – Niurka Marcos[8]

Anche se siamo orgogliose del fatto che sappiamo difenderci e che lo stiamo facendo, questo non significa che non proviamo dolore, stanchezza e frustrazione nel dover affrontare e difendere la nostra posizione quotidianamente, anche di fronte alle persone a noi più vicine. Giorni come il 16 agosto ci riempiono di energia collettiva, suscitano in noi l’emozione della violenza e della possibilità di fare meglio in futuro. Saperci capaci di esercitare la violenza è un modo per contrastare la paura di vivere da donne. I tentativi del governo di smantellare la nostra lotta e assoggettare la nostra complicità sovversiva non ci ingannano più, non ci immobilizzano né ci appacificano. Mentre il governo di Città del Messico pianifica dei workshop sulla prospettiva di genere per la sua polizia, per l’esercito e per i suoi funzionari in generale, a noi continuano ad ammazzarci – da venerdì 16 agosto a lunedì 19 agosto, ci sono stati 17 nuovi casi di femminicidio. Le nostre strategie non culmineranno in promesse che dipingono un futuro incerto. Ci rifiutiamo di fare le buone vittime, docili e indifese; non cadremo mai nelle loro provocazioni.

[1]É dei giorni scorsi la notizia di una donna stuprata dal suo “medico di famiglia” e di una ragazza che, durante la visita ad un museo, é stata violentata da un poliziotto mentre era in bagno.

[2]Nelle precedenti manifestazioni organizzate da donne per le donne, l’unico corpo di polizia presente era quello dei vigili addetti al controllo del traffico, mentre la gente applaudiva la nostra iniziativa di “scendere in strada a reclamare i nostri diritti” e, a volte, dai palazzi, venivano gettati fiori.

[3]Da alcuni anni ormai, quando tira una brutta aria prima delle manifestazioni a Città del Messico, siamo abituate a scrivere i nostri dati sul nostro addome in modo che, nel caso qualcosa vada storto, possano identificare i nostri corpi o, nel migliore dei casi, portarci all’ospedale in stato di incoscienza.

[4]Un’altro corpo della polizia messicana. [polizia antisommossa]

[5]Tweet citato

[6]Giornale reazionario che mette in mostra tutti i giorni le morti e le violenze che si vivono quotidianamente in Messico.

[7]Il monumento chiamato erroneamente “Angelo dell’indipendenza” è uno dei monumenti più importanti di Città del Messico. In realtà raffigura una Vittoria Alata: durante la manifestazione del 16 agosto fu uno dei monumenti piu’ presi di mira dalle manifestanti.

[8]“Povera gente, non sarete più in grado di provocarmi [….]. Che peccato per voi! La vita e Dio mi hanno trasmesso in eredità questi colpi e questo male, e nessuno potrà togliermeli. Non ero questo mostro! Cosi voi mi avete trasformato, e ora dovrete sopportarmi. Tutto questo non mi intimidisce, non mi angoscia, non mi annega, non mi uccide.

Niurka Marcos era un’attrice generalmente criticata come pazza isterica