C’è immaginario e immaginario…

di Mikel Dufrenne

Ancorché relegata a uno statuto per molti versi minoritario, l’opera di Mikel Dufrenne (1910-1995) costituisce una svolta per la filosofia francese del Novecento — in particolare per il suo interesse in un’estetica fenomenologica.

Ancor meno si sa dei consistenti risvolti politici di questa riflessione, che aprono a prospettive inedite circa il rapporto tra opera d’arte e azione sul presente. Il nodo cruciale tra questi due termini sembra risiedere nella nozione di immaginario che, insieme ad altri termini di più lunga fortuna, come il desiderio, costituisce una parola-chiave di quella stagione politica ed esistenziale.

Partecipe del Maggio ’68, nel saggio «Arte e politica» — di cui riportiamo alcuni estratti — il filosofo sembra parlare al nostro presente e alle sue aporie.

 

Traduzione di Andrea Giuliani

L’immaginazione al potere!, urlavano i muri nel maggio ’68. Fino a che punto il potere sia rimasto sordo a questo grido, lo constatiamo oggi dal profondo del torpore che regna su di noi. Eppure sono pochi i filosofi che oggi non riflettono sull’immaginario; per riabilitarlo? In realtà la tentazione più forte è quella di denunciarlo, innanzitutto, di scartarlo, di opporgli quella che ora si definisce rottura epistemologica — che potremmo anche chiamare rottura razionale. Perché? Perché l’immaginario è spesso associato all’irreale: il malato immaginario è colui che, appunto, immagina di essere malato e che non lo è realmente; per guarirlo da questa illusione, bisogna indurlo a sottomettersi al principio di realtà. […]

Guardiamoci intorno: tutto delira, in maniera spettacolare o discreta; non solo i sognatori, i poeti, gli schizofrenici, gli utopisti, ma i campioni della razionalità, gli accademici, i difensori dell’ordine. Ma non bisogna fare di ogni erba un fascio: se qualcosa di immaginario c’è nel rifiuto e nella repressione dell’immaginario — nel prete che brucia la strega, nel conservatore che denuncia il gauchista, nel filosofo che destina la presenza al non-senso —, non è dello stesso immaginario che si parla. È un immaginario che ostruisce invece di aprire, un immaginario teso e aggressivo come quello dell’avaro. […]

Che l’immaginario sia di destra o di sinistra, quale approccio scegliere? Dire che l’immaginazione non produce necessariamente dell’immaginario, o che l’immagine non è necessariamente immaginaria, non esclude che l’immaginario possa qualificare certe immagine, o essere imputato all’immaginazione. Si potrebbe dunque ripartire dall’immaginazione, su cui pure bisognerà tornare. Ma forse occorre partire da un certo atteggiamento nei confronti dell’immaginario — ovverosia dalla sua negazione, ispirata dalla sottomissione al principio di realtà. Potremmo altresì politicizzare la nostra ricerca osservando che questa negazione è ovunque legata ai poteri: niente di più pericoloso per l’ordine sociale e morale di un immaginario in libertà. […]

Eppure, basterebbe uno sguardo per allontanarlo [il principio di realtà] — lo sguardo che Cézanne getta sulla Montagne Sainte-Victoire. Basterebbe una parola, come alcune di quelle lasciate scritte sui muri nel maggio ’68: «Sous le pavés, la plage». È perciò che dobbiamo comunque porci la domanda: come restaurare l’immaginario oggi? Come conciliare il principio di piacere e il principio di realtà che la civiltà occidentale si è così accuratamente adoperata a separare? Come togliere le riserve che pesano sul fantasmatico, e tra i quali si iscrive forse la teoria dell’inconscio?

Ma c’è immaginario e immaginario, e questo fatto suscita un altro quesito: come evitare la perversione dell’immaginario? Come divenire folli senza adombrarsi nella follia? Come librarsi all’impotere senza sprofondare nell’impotenza? Come ritornare alla Natura senza abbandonarsi alla barbarie? Bisognerebbe forse meditare su questo ritorno all’immaginario (se non direttamente permetterlo), piuttosto che meditare sull’essere.

L’imaginaire, in Mikel Dufrenne, Esthétique et philosophie, vol. II, Paris, Klincsieck, 1976.