Che cos’è il pop fascismo?. Su La contre-révolution de Trump di Mikkel Bolt Rasmussen.

Questo articolo è uscito, in francese, sul numero 195 di Lundi Matin del 10 giugno 2019 in occasione della pubblicazione di un libro molto interessante che si spera possa essere pubblicato anche in Italia.

di Marcello Tarì

Dal paese in cui scrivo il libro di Mikkel Bolt Rasmussen La contre-révolution de Trump, appena tradotto e pubblicato dalle Editions Divergences, acquista il valore di una precisa immagine diagnostica del nostro presente. L’Italia, infatti, incarna oggi in Europa un punto di vista privilegiato per ciò che riguarda l’estrema destra di governo. Il ministro degli Interni Salvini, che appare se non il vero capo del governo italiano quantomeno il suo ago della bilancia, è la perfetta espressione del modello trumpiano che Rasmussen disseziona nel suo testo: il modo di rappresentarsi, le parole d’ordine, la polizia come mezzo principale del governo delle popolazioni, il disprezzo delle regole formali, l’uso spregiudicato dei social media, l’interventismo su qualsiasi cosa, il razzismo come pressoché unica arma di propaganda, lo polemica anti-élites, sono gli elementi che effettivamente unificano a livello globale l’azione politica dell’estrema destra di governo. I raid anti-immigrati dei piccoli gruppi neofascisti italiani sono ormai poco più che folklore rispetto all’azione governamentale che ha assunto in prima persona il compito di realizzarne i contenuti all’interno di un quadro perfettamente capitalista e sovranamente democratico. Tutta la vecchia retorica del vecchio neofascismo – gli eroi, i valori eterni, la comunità organica, la mistica antimoderna, etc. – al cospetto di questo fascismo ultracapitalista fa quasi tenerezza nel suo essere totalmente outdated. E questo vale anche per la retorica antifascista, ovviamente.

Dagli USA alla Francia, dal Brasile alla Polonia e dall’Italia all’Inghilterra, è andata formandosi negli ultimi anni un’internazionale ferocemente controrivoluzionaria che dispone di un’agenda, di una visione e di un linguaggio comune, cioè di una strategia globale. Tutte cose che fanno difetto alla moribonda sinistra ma che, bisogna dirlo, spesso faticano ad essere percepite come qualcosa di necessario anche dai movimenti antisistemici: da qui, uno dei motivi per cui il fasciocapitalismo sembra avere il vento favorevole ovunque.

L’aspetto più interessante del libro di Rasmussen non consiste però nel mostrare questa evidenza che è il montare di un certo «tardo-fascismo» ma, da un lato, nell’analizzare questa affermazione governamentale dell’estrema destra come parte essenziale di un processo di controrivoluzione mondiale, ovvero come reazione al ciclo di lotte del 2010/2011 – da Occupy alle Primavere arabe e dagli Indignados alle lotte degli afroamericani – e, dall’altro, nel non separare la questione del fascismo da quella della democrazia.

In particolare, la domanda alla quale credo questo libro aiuta a dare delle risposte, è la seguente: come è accaduto che la potenza dei movimenti e delle insurrezioni che hanno percorso il globo nei primi anni dieci del nuovo millennio, appare essere stata prima travolta e poi in parte addirittura sussunta dall’ondata nera che sommerge ogni dove?

Il fatto che l’autore, oltre che un militante comunista, sia uno storico dell’arte non è estraneo alla sua capacità di interpretare la nuova estetizzazione della politica come parte essenziale dell’affermazione del fascismo social che impesta il mondo. Si veda in particolare il capitolo Politique de l’image, dove si arriva a questa conclusione: «L’immagine non è più solo un medium, ma è divenuta la materia stessa della politica» (p.53). È un tipico errore della sinistra, invece, quello di guardare alla apparente rozzezza dell’operazione mediatico-estetica della estrema destra pop – se Trump usa i modelli del divertimento televisivo, Salvini utilizza quelli della conversazione da bar o da ultras di calcio – con gli occhi del moralista, credendo di essere più intelligenti, più raffinati, più civilizzati e in fin dei conti più «belli» dei vari Trump, Salvini, Orban o Bolsonero, invece di pensare a una radicale politicizzazione dell’estetica come ad un’arma imprescindibile nella configurazione dell’attuale conflittualità storica.

In una lettera che Karl Korsch scrisse a Brecht si diceva che, al fondo, la Blitzkreig nazista non era altro che energia di sinistra compressa e scaricata altrimenti: quell’energia che ancora durante gli anni Venti pareva diffondersi e spingere verso un’Europa dei Consigli, dieci anni dopo era stata piegata e si trovò così ad essere utilizzata dai suoi avversari, i quali lanciarono la classe operaia mondiale in una gigantesca e fratricida «battaglia di materiali» che non poteva prevedere altro termine che l’annientamento materiale e spirituale della classe operaia in quanto tale e perciò la sconfitta di ogni prospettiva rivoluzionaria novecentesca. All’epoca del tracollo lo stesso Walter Benjamin dovette registrare, con grande sconforto, che i fascisti sembravano comprendere meglio della sinistra rivoluzionaria le leggi che regolano le emozioni e i sentimenti popolari, affetti che ancora oggi vengono trattati dalla sinistra di ogni genere con sufficienza quando non con disprezzo, e alla quale si preferiscono sempre gli argomenti «razionali», di «buon senso», «progressisti», «civili», cioè tutto ciò che non solo non convince ormai nessuno nelle classi popolari ma che, anzi, ottengono l’effetto contrario, cioè quello di farsi odiare ancora di più.

È così che accade che Trump abbia «infatti recuperato parzialmente l’analisi di Occupy sulla crisi finanziaria e il salvataggio delle banche» (p.43), che in Italia l’odio popolare verso la «casta» sia stato catturato e gettato nella guerra contro i migranti, gli zingari e le «zecche» (così sono soprannominati in Italia gli attivisti dei centri sociali), il tutto con lo sfondo dell’ovvio disprezzo che tutti provano per le istituzioni dell’Unione Europea che, in mancanza d’altro, viene trasfigurato nel «sovranismo». In Brasile la corruzione della sinistra, il suo credo economico, la sua presunzione di saper governare meglio il capitalismo, nonché la sua diffidenza cronica verso i movimenti autonomi e, ça va sans dire, la sua vocazione antirivoluzionaria, hanno consegnato il paese a un boia del calibro di Bolsonero. Esempi del genere se ne potrebbero fare per molti altri paesi. I movimenti, a loro volta, hanno mancato il kairos in cui trasmutare la propria potenza in forza rivoluzionaria e buona parte di questa forza adesso si ritorce contro loro stessi. Possiamo dunque ricavarne una sorta di legge politica che ci riguarda in prima persona: nei periodi di grande mutamento ogni errore di interpretazione, ogni errore di sottovalutazione, ogni mancanza di coraggio, ogni esitazione nel portare a compimento un evento dalla potenzialità rivoluzionaria, viene pagato nei termini di un accrescimento di potenza del nemico, ovvero del fascismo. Corollario di questa legge è che bisogna farla finita con qualsiasi affetto sinistrorso che ancora alberga dentro di noi.

Un altro importante elemento che Rasmussen richiama all’attenzione è quello che vede come Trump, di fronte e contro la gioventù metropolitana di Occupy e agli afroamericani di Black Lives Matter, abbia saputo mobilitare gli operai e gli impiegati bianchi che vivono fuori o ai margini dalla metropoli e che hanno subito i colpi più duri della crisi economica iniziata nel 2008. In questo modo «Trump compie una contestazione della contestazione, il cui obiettivo è quello di respingere violentemente la possibilità di cambiare il sistema da cima a fondo» (p.41). Così è accaduto che in molti paesi la giusta rabbia contro la metropoli è stata sussunta e utilizzata da coloro che le metropoli le controllano da sempre. Non possiamo più permettere che questo accada ancora e perciò un altro corollario è che bisogna farla finita con questo illusione che coltiva la sinistra sulla riappropriazione della metropoli o sulla sua gestione alternativa: la metropoli è irriformabile, inabitabile e presa in un divenire-fascista ormai evidente a chi vuole vedere la realtà.

Pensando infatti alla Francia dei Gilet Jaunes e alla loro vocazione contro-metropolitana, è un vero capolavoro quello di essere riusciti ad evitare una manovra simile a quella trumpiana o salviniana, anche se non si può dire l’ultima parola: ancora una volta, anche per ciò che riguarda i Gilet Jaunes, la regola del politico vuole che se non si si porta l’attacco in profondità, con ogni probabilità sarà il fascismo a usare la forza accumulata dal movimento. Se Rasmussen racconta di come l’effetto Trump sia riuscito ad intervenire prima che la critica al razzismo strutturale da parte di Black Lives Matter si coniugasse alla contestazione del modo di produzione capitalistico in generale, in Francia bisognerebbe allora scommettere sulla combinazione tra contestazione sociale, spirito anti-metropolitano e critica ecologica, prima che i poteri possano tagliare la comunicazione tra queste diverse tensioni che, effettivamente, possono tanto divenire un concatenamento rivoluzionario ampio e dotato di una grande forza d’urto quanto essere detournate separatamente in altrettante potenze contro-rivoluzionarie.

Non possiamo dunque permetterci alcun ottimismo, anzi, come diceva saggiamente Benjamin, solo «organizzare il pessimismo» è in questi frangenti una ragionevole divisa politica. Una nuova avanguardia che coniughi l’ebrezza estatica della rivolta alla disciplina rivoluzionaria deve comparire e permetterci di «uscire». La sola arte che conti è quella dell’uscita, ci diceva infatti pochi giorni fa Marc’O in perfetto stile surrealista (sulla necessità di una nuova avanguardia si veda un altro recente testo di M. B. Rasmussen, After the Great Refusal, uscito non a caso insieme al libro su Trump). E credo che questa volta sarà un’avanguardia con le spalle al futuro e lo sguardo rivolto verso il basso.

Particolarmente importante nel libro di Rasmussen è la discussione attorno alla categoria di fascismo e alla sua attualità. Spazzando via tutte i falsi dibattiti che si muovono tra il dire che «è tornato il fascismo» e il «non c’è alcun Hitler o Mussolini, nessuna camicia bruna o nera che giustifichi una tale diagnosi», l’autore tratta il fascismo come qualsiasi altra corrente ideologica e quindi così come il socialismo, l’anarchismo o il liberalismo hanno una storia che li ha modificati nel tempo, oltre a possedere delle specificità locali e dei differenti modi di rappresentarsi, così è anche per il fascismo che, per altro, nemmeno tra le due guerre è riducibile ad un unico modello. Per cui alla svastica e ai fasci littori si sono sostituiti oggi il cappellino da baseball di Trump e le felpe di Salvini e invece dei ritratti del Capo mostrati negli uffici pubblici e nelle parate, le loro parole e i loro visi sono presenti su ogni tipo di schermo 24h/24. La sola costante storica fascista pare sia rinvenibile nell’appello a una immaginaria comunità originaria-naturale che si identifica nella nazione e quindi nel Capo che la rappresenta, in sostanza un etno-nazionalismo autoritario che esprime la volontà, ieri come oggi, di opporsi con ogni mezzo all’emersione di un movimento rivoluzionario che la faccia finita col capitalismo.

Al di là di tutto ciò e della profonda analisi dell’America trumpiana, Rasmussen ci consegna una riflessione cruciale sulla questione della democrazia: «Il fascismo non è il contrario della democrazia: esso emerge, cresce e trionfa nel suo seno, quando una crisi esige di restaurare l’ordine e di impedire la formazione di un’alternativa rivoluzionaria. Il fascismo non è un’anomalia, ma una possibilità inerente a tutti i regimi democratici» (p.134). Ecco perché tutti i tentativi di opporgli un fronte democratico antifascista, dai liberali agli anarchici, è destinato alla sconfitta. D’altra parte Giorgio Agamben aveva notato già alcuni anni fa che le leggi d’eccezione promulgate dalle democrazie a noi contemporanee siano anche più liberticide di quelle del fascismo storico, e gli stessi Trump o Salvini non esitano a definire se stessi come dei convinti sostenitori del sistema democratico (grazie al quale per altro sono stati eletti, come già Hitler nella repubblica di Weimar). E se è vero, come scriveva Mario Tronti, che è la democrazia ad aver sconfitto e annientato la classe operaia, non si capisce come ancora oggi sia possibile credere che una democrazia qualsiasi possa salvare la terra dalla catastrofe in corso. È per questo che Rasmussen conclude che la sola alternativa al fascismo è quella che punti a una destituzione della democrazia indissolubile da quella del capitalismo.

«Uscire, uscire e ancora uscire!» è la nostra sola parola d’ordine.