Gli anni Trenta dentro di noi

Alcune note a partire dal libro di Fabrizio Denunzio, “La morte nera. La teoria del fascismo di Walter Benjamin“, Ombre Corte, Verona 2016.

a cura di PensareAttaccareCostruire 00176

Percepire le “nuove” forme di fascismo, usando gli anni trenta del XX secolo come una lente d’ingrandimento: questa l’esortazione che abbiamo colto leggendo questo libro.
La ricerca si divide in due parti. Nella prima, che possiamo definire storico-filologica, vengono reperiti i singoli frammenti dell’opera benjaminiana dedicati al tema del fascismo. Questi vengono a loro volta disposti in ordine progressivo e periodizzati, mentre per ogni scansione temporale viene proposto un modello. I tre modelli teorici di fascismo individuati sono, secondo Denunzio, pensati e definiti da Benjamin in periodi diversi della sua vita: 1924-1927, 1934-1936 e 1940. A ciascuno di essi l’autore fa corrispondere uno stile politico-intellettuale ben preciso: «giornalistico-informativo, eroico-combattivo e tragico».
Se la prima parte è storico-filologica, la seconda è socio-psicologica, nel senso che si propone di indagare il fascismo intrapsichico di Benjamin. La tesi enunciata su questo tema è di forte impatto: «la coerenza sistemica della teoria del fascismo benjaminiana può essere assicurata solo postulando che il suo autore si sia profondamente identificato con esso. Dal momento che non si può dare fascismo senza l’uomo fascista, allora, la validità di questa teoria di Benjamin sta nel fatto che ad averla pensata è il fascista che lo abitava, ma che, per fortuna, non lo possedeva».
Non solo, quindi, Benjamin studia il fascismo in quanto oggetto teorico nemico ma, secondo Denunzio, ha anche un fascista dentro di sé. Per sostanziare questa tesi l’autore cita alcuni ricordi infantili di Benjamin contenuti in Cronaca Berlinese, il rapporto con Gustav Wyneken, suo docente di letteratura tedesca nel collegio di Haubinda in Turingia e futuro “capo autoritario” della Libera Gioventù tedesca, il ruolo del tiranno nello studio sul barocco tedesco, ed infine la lettura del grigio e anonimo funzionario kafkiano.
Ora, questa precisa sequenza di figure autoritarie, a cui corrisponde una altrettanto precisa topologia, viene letta in chiave sostanzialmente psicanalitica.
Come si evince dai ricordi d’infanzia consegnati alla Cronaca berlinese, lo spazio domestico è quello in cui si manifesta agli occhi del piccolo Benjamin la crisi d’autorità della figura paterna. A partire da questo evento traumatico, il filosofo tedesco sarà portato nel corso della sua esistenza a dislocare questo spazio archetipico su altri spazi, trovando in ciascuno di essi quella figura autoritaria compensativa della crisi d’autorità paterna. «Così negli anni Dieci del Novecento, la casa del padre diventa la scuola con il suo Wyneken; negli anni Venti, la corte barocca col suo tiranno; negli anni Trenta, l’ufficio kafkiano con il suo burocrate». A partire da questa rassegna di figure autoritarie, è possibile comprendere meglio «quanto il sentimento della forza intensa del fascismo non aggredisca da fuori il filosofo tedesco», ma sia un’affezione intrinsecamente legata all’originario rapporto irrisolto padre-figlio. Questo sarebbe il motivo per cui Benjamin si sarebbe trovato ad aver interiorizzato la figura del Capo fascista.
Al di là del rischio di chiusura che comporta il discorso psicanalitico, ciò che questa tesi fa ben emergere è che nel fascismo la componente “soggettiva” riveste un ruolo determinante. Il fascismo è sempre riconducibile a gruppi, organizzazioni, partiti, sindacati, forme di governo, ma è anche sempre una forma di socialità, di comunità, di eticità, cioè: una forma di vita. Nella tesi l’elemento suscettibile di sviluppo è, per così dire, di carattere metodologico: per comprendere il fascismo in tutta la sua portata è sempre necessario raddoppiare la prospettiva “molare” (inerente alle grandi strutture come gli stati, i partiti e le forme di governo) con una prospettiva “molecolare” (specifica invece della postura etica e della sfera esistenziale). «Il fascismo è inseparabile dai nuclei molecolari che pullulano e saltano da un punto all’altro, in interazione, prima di risuonare tutti insieme nello Stato fascista». Ciò che è importante non lasciarsi sfuggire è l’invariante della dimensione molecolare del fascismo: essa permane a prescindere dalla centralizzazione in una forma-Stato.
La dimensione molecolare del fascismo, Benjamin la intuisce verso il 1935-1936, quando, insieme a Brecht, conia l’espressione “estetizzazione della politica”. A suo avviso tra le caratteristiche principali del fascismo vi è infatti quella di presentarsi come una mobilitazione “estetica” nel senso forte, cioè “metafisico”, del termine. L’estetica non è solamente la scienza del bello o del gusto, ma l’organizzazione di un regime di verità che è in primo luogo un regime di sensibilità e percezione. Impadronendosi con estrema facilità di cinema e radio, ovvero le grandi innovazioni tecnologiche dell’epoca, il fascismo è riuscito a creare un’organizzazione concertata del “sentire” di massa, vale a dire che è riuscito a far vedere e a far parlare in una certa forma grandi masse di popolazione.
Le tesi e i materiali che Benjamin usa per combattere il fascismo sul terreno della teoria estetica, così come vengono a strutturarsi dal 1934 al 1936 in L’autore come produttore, L’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e la Prima Lettera da Parigi, sono passati in rassegna da Denunzio con stile battente e chiosa cristallina. A nostro avviso, è questa parte della ricerca che fornisce alcune chiavi per comprendere oggi la rinnovata presenza del fascismo negli ambienti popolari. Proviamo a capire meglio.
Nella Postilla all’Opera d’arte, Benjamin scrive che il colpo di genio del fascismo è consentito nella capacità di: «organizzare le masse proletarizzate senza però intaccare i rapporti di proprietà di cui esse perseguono l’eliminazione. Il fascismo vede la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di veder riconosciuti i propri diritti). Le masse hanno diritto a un cambiamento dei rapporti di proprietà; il fascismo cerca di fornire loro una espressione nella conservazione delle stesse».
Il fascismo, dunque, riconosce il desiderio delle masse proletarie a un legittimo miglioramento delle condizioni di vita, ma lo fa riuscendo a deviare tale desiderio dal suo obbiettivo rivoluzionario, vale a dire dalla distruzione del regime della proprietà privata.
Ai tempi della seconda guerra mondiale Karl Korsch scriveva a Brecht che «la guerra lampo è energia di sinistra incatenata». Con ciò intendendo dire che il fascismo, tramite la guerra, catturò e incanalò esattamente quella forza e quella violenza accumulata dal proletariato tedesco che non era riuscita a divenire rivoluzione.
La guerra mondiale fu infatti una guerra tra lavoratori, cosa molto ben espressa dal rapporto uomo-macchina che in essa si mostrò in tutta la sua capacità distruttiva. Il campo di battaglia divenne libera espressione delle forze produttive e distruttive della classe operaia mondiale, la guerra divenne un enorme sistema di produzione di merci e di nemici, la guerra infine riuscì persino a configurarsi come illusorio riscatto della classe operaia che da preda diventava cacciatrice. Il capitalismo nella modernità è finora sempre riuscito a deviare in extremis la violenza che il proletariato gli stava scagliando contro. Se la guerra mondiale negli anni ‘30-‘40 divenne ersatz della rivoluzione, magari adesso è la caccia allo straniero a poter divenire ersatz della rivolta contro la “crisi”.
Oggi che la crisi è permanente e che i “bisogni” delle periferie sono ormai fuori dalle agende politiche della sinistra, perché mai un proletario non dovrebbe dare ascolto al demagogo di turno che gli addita la “vera” causa della sua miseria? Un nemico nel suo significato concreto, e non come metafora o simbolo, può ricostruire il senso di una vita amputata. La verità infatti, seguendo il ragionamento di Korsch, è che ogni volta che ci troviamo di fronte ad avvenimenti quale può essere la violenza che in un quartiere “popolare” viene diretta contro chi è ancora più in basso nella scala sociale, una violenza che a sua volta viene ricodificata e utilizzata dai fascisti, dobbiamo pensare che è il sintomo di una rivolta mancata.
Non solo.
Quello che il mondo intero ci presenta oggi nelle maschere di Trump, Le Pen, Erdogan o chi per lui, è il conto di una rivoluzione fallita, quella che avrebbe dovuto seguire le insurrezioni e le rivolte del 2010-2011. La sconfitta delle “primavere arabe”, di Occupy, degli Indignados, del movimento contro la riforma delle pensioni in Francia, dei moti romani e londinesi e delle banlieue, eventi che non sono mai riusciti a oltrepassare lo stadio della rivolta, ha avuto come risultato politico il fatto che la reazione – si presenti essa nelle vesti laico-pagane dei fascisti nostrani o in quelli esotico-religiose di Daesh – sia riuscita a infiltrarsi e impadronirsi di buona parte dell’energia rivoluzionaria che in quegli anni si era espressa un po’ ovunque.
Se è pur vero che da sempre l’antidoto al fascismo è la presenza dei rivoluzionari nelle strade, bisognerà fare in modo che il prossimo incendio non si spenga fino a che non avrà incenerito ogni postazione nemica.

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