Falene capitolo X. Reale e Spettacolare

di Bianca Bonavita

Tutto ciò che è reale è spettacolare. Tutto ciò che è spettacolare è reale.

Giunti qui occorre sgombrare il campo da un equivoco che potrebbe essersi fatto largo durante la narrazione delle drammatiche vicende di F.

Allo stesso tempo si potrebbe anche dire che non v’è alcun bisogno delle precisazioni che si stanno per fare. Risulteranno superflue, quando non ridondanti o offensive. Ma ormai è troppo tardi. È già stato deciso.

La vicenda di F e tutto ciò che vi inerisce, a cominciare dall’ambiente che lo definisce e condanna, non ha nulla a che vedere con la finzione. Non c’è nulla di inventato e di fantasioso in questa storia. Né tantomeno di fantascientifico o di fantapolitico. Si tratta di una mera narrazione di fatti, una cronaca, un resoconto, un romanzo di verità. Non c’è nulla di distopico in questa storia , semmai soltanto qualcosa di dispotico.

I fatti si svolgono in uno spazio e in un tempo precisi: l’Italia d’inizio XXI secolo.

Tutto ciò che è scritto è già accaduto, irrimediabilmente accaduto.

Ogni cosa narrata è pura e semplice verità, esattamente così come è narrata. Non soltanto è vera la cosa in sé, ma anche il come della cosa. Anzi, soprattutto il come, visto che in fondo è  ciò che fa il cosa.

Come sempre, nella storia, è difficile individuare il momento preciso in cui le cose prendono irrimediabilmente una determinata piega. Ci sono correnti sotterranee che vengono da lontano, flussi impetuosi che agiscono nell’anonimato, e correnti superficiali alla portata dei nostri occhi. Ma ci sono anche massi imponenti che danno inopinatamente al corso delle cose una direzione imprevista, così come ci sono chiuse naturali tra le rocce che innalzando la pressione delle acque creano turbini di violenza inaudita.

È difficile individuare il momento preciso in cui la melma vischiosa che sommerge cose e persone ha iniziato a dilagare.

Si potrebbe dire che si tratta di una melma antica, un materiale inerte che sgorga dalla sorgente eterna del nostro ombelico. Una melma che riguarda ogni tempo e ogni paese.

Si potrebbe dire che la storia, ogni storia, è tutto un precipitare disastri, mattanze, persecuzioni, svuotamenti. Non è fiume la storia, ma cascata a dirupo, vortice irresistibile. Dirupa la storia, fracassando teste, vite, sogni. Dirupa senza fine verso il centro della terra, verso quel fuoco che finalmente la spegnerà per sempre.

Intanto, aggrappati a una radice sul vuoto, possiamo per passatempo anche guardarci indietro a cercare una spiegazione, a immaginare qual è stato il punto di non ritorno.

Alcuni lo vedranno lontano, nelle viscere dei secoli. Altri più vicino, in un fatto di poco conto. Alcuni lo riconosceranno in loro stessi. Altri punteranno il dito sulle grandi mattanze del XX secolo.

Altri ancora diranno che questa melma oleosa ha iniziato a zampillare gioiosa e rassicurante nei primi vent’anni che hanno seguito l’ultimo grande macello mondiale. Diranno che se proprio vogliamo individuare un momento preciso in cui le cose per F hanno preso la piega che hanno preso, bisogna risalire a una ventina d’anni prima della sua nascita, a quel dopoguerra di speranze tradite e di ingenuità perdute, a quella mutazione che ha cambiato i volti, i gesti, i luoghi, i linguaggi e i modi di essere di un paese intero fatto di mille paesi differenti annientati in un istante da un clic e da una bic. Diranno che bisogna risalire a quel miracolo devastante che ha portato i genitori di F in città dalla campagna nera che li aveva cresciuti.

Onesto e povero, di parola e pensiero lealtà,

Che cosa mai, Fabiano, ti portò in città? [1]

Da quel momento è stato tutto un precipitare colloso in questa melma sfavillante; ed è forse questa luce artificiale così dannosa per le falene, invasiva e onnipresente, a rendere speciale la melma che ha sommerso F, a renderla differente da altre melme più tangibili e antiche.

Da quel momento è stato tutto un ripetuto affondare ed essere inghiottiti da differenti sostrati di realtà. Sempre più degradati e degradanti. Sempre più mucosi e inafferrabili. Sempre più evasivi e fatui, spettacolari e vacui.

E a furia di affondare, perché di furia si tratta, di fretta impetuosa, di agitazione rabbiosa, si è perso il conto dei sostrati di realtà sotto cui ci si è adattati a sopravvivere.

Si vive così, dentro queste camere d’aria scavate nella melma, dentro queste cripte asfittiche, dentro questi cunicoli travestiti da scelte.

A volte si sentono sbattere porte e cancelli in un altro livello di realtà, o su un altro canale, o in una finestra lasciata aperta proprio sotto la cronologia.

A volte si aprono squarci su ciò che si credeva impossibile, su prigioni così angoscianti che subito con un dito si richiude la finestra, su verità così evidenti e sconvolgenti che si preferisce continuare a far finta che siano soltanto incubi o fantasie.

Come l’Aula di Giustizia in cui F è alla sbarra e i fatti che seguiranno.

Laddove non si deve credere che tutto è vero ma soltanto che è necessario, facendo così della menzogna una norma universale, in quello spazio e in quel tempo ogni cosa diventa reale, ogni cosa  diventa spettacolare.

Tutto ciò che è spettacolare è reale. Tutto ciò che è reale è spettacolare.

[1]Marziale, Epigrammi, I, 4, vv.1-2