Amour est bien le mot. Frammenti sul ricatto del lavoro

Una colata vi seppellirà (ancora)

We are aluminum

Sono volti determinati e speranzosi. Sono volti sollevati, più e meno giovani, coi baffi, gli occhi azzurri, i capelli in coda, le lentiggini, gli occhiali e le barbe.Volti di uomini e di donne. Parlano lingue diverse, vengono dagli Stati Uniti, dalla Scandinavia, dalla Germania, dai Paesi Bassi, dalla Francia. Si muovono tra i macchinari delle loro fabbriche pulite, con gli elmetti bianchi, le tute rosse, i guanti blu cobalto. Nessuno di loro porta mascherine. Controllano gli schermi dei PC nei loro uffici ariosi e informali. Alcuni — ma d’altronde è normale, no? — portano gilet gialli. L’occhio meccanico li inquadra tutti. Sorridono. Clic.

Lo scatto vale mille parole. Davanti a un piccolo buffet improvvisato al lavoro, il team Hydro di Rackwitz (Germania) festeggia lo scampato pericolo dopo l’attacco hacker che ha colpito la multinazionale il 19 marzo scorso. Sul tavolo, tazzine di caffè, salumi in scatola, biscotti, coca-cole, succhi. Le loro occhiaie dicono della notte in bianco. Sono stanchi. Sono determinati. Sono speranzosi.

Migliaia di persone del mondo Hydro stanno lavorando giorno e notte per rialzarsi in piedi e correre.

Un’autentica prova di cura, coraggio e collaborazione.

Hydro — we are Aluminum

Il cyberattacco contro Norsk Hydro è iniziato nella serata del 19 marzo. Gli hacker hanno preso di mira i sistemi It del gruppo, che regolano quasi ogni attività, attraverso il ransomware Lockeroga. L’azienda ha dovuto mettere in pausa molte delle fabbriche di estrusione del metallo, che trasformano l’alluminio grezzo in componenti. Per qualche motivo a noi ignoto, Hydro era un obiettivo esplicito degli hacker.

A questo link potete assistere anche voi allo spettacolo — ultrakitsch — della dichiarazione d’amore dei dipendenti nei confronti della loro azienda. Nessun completo in gessato, nessuna scrivania presidenziale. Il messaggio è chiaro: «Hydro è chi ci lavora». I dipendenti norvegesi ricopiavano gli ordini a mano su carta per poter avere «qualche ora di produzione assicurata». «È fantastico vedere così tante persone farsi volontarie senza nemmeno chiedere», dice un operaio. Durante il down generale, i volontari hanno allestito un sito web temporaneo, mentre altri rappresentanti tenevano costantemente aggiornati media e stampa, tenendo dei veri e propri webcast con informazioni, domande e risposte. «Sappiamo quanto è importante continuare a produrre per fare soldi», dice Frode Halteigen, il primo ad essersi accorto dell’attacco.

Una storia di successo aziendale. Persone volonterose di dare il proprio contributo nel momento del bisogno. Persone sorridenti e pulite. Persone bianche e caucasiche. Sicuramente non gli operai rossi di bauxite a Barcarena, fuori dal cerchio dei riflettori, che continuavano a lavorare manualmente all’estrazione di bauxite mentre Hydro decideva di non pagare il riscatto degli hacker, chiedendo ai suoi dipendenti europei «un enorme sforzo per risolvere la situazione». Negazione assoluta della merda.

È a questa immagine che dobbiamo ritornare ogni volta che parliamo di ricatto del lavoro. Un ricatto che altrove viene semplicemente rimosso o represso nel sangue, mentre nelle nostre città di alluminio scintillante produce endorfine, spirito di squadra, sana competizione, volontà di successo. Che produce cura (alla faccia del lavoro riproduttivo!) e una — malata — forma di amore.

Il messaggio contenuto nel virus

 

Allarme chimico

Feltre, primavera del 2000 — appena prima di Genova. Gli anni in cui anche qui ci siamo accorti che nei processi di globalizzazione capitalistica c’eravamo dentro fino al collo. Tra le tante cose, ci siamo resi conto che anche qui c’erano multinazionali che a questo processo partecipavano fino in fondo. Che anzi lo determinavano fin dall’inizio.

Una di queste era l’Alcoa — nello stabilimento che adesso è proprietà di Hydro —, un colosso dell’alluminio americano che faceva già allora disastri in giro per il mondo. In quel periodo traevamo ispirazione e informazioni da questo sito internet che spiegava bene la situazione in Texas — ma Alcoa saccheggiava anche l’India, ad esempio — e avevamo cominciato a rifletterci. Nel marzo di quell’anno aveva patteggiato 8 milioni di dollari col Dipartimento di Giustizia USA per la bonifica del bacino del Mississippi, ma stava affrontando parecchi processi per inquinamento delle falde acquifere. Tra le aziende più inquinanti al mondo.

La nostra critica al tempo era abbastanza embrionale, e riguardava più che altro i disastri ambientali che Alcoa e altre esportavano nel mondo. Non si parlava più di tanto di quello che l’inquinamento stava causando anche a Feltre da decenni — l’incidenza tumorale, l’amianto, i rifiuti tossici, una qualità dell’aria raccapricciante. Quello sarebbe venuto dopo. Volevamo però stabilire un contatto. Parlare con gli operai, conoscere le dinamiche interne. Se possibile, costruire insieme a loro un fronte di lotta.

Di buona mattina ci troviamo davanti ai cancelli della Alcoa. Siamo in tanti. Davanti c’è il Monte Tomatico, che chiude la vallata feltrina a sud. Sembrava uno nudo che si copre con le mani. Il cielo era basso e pieno di nubi. Non avevamo autorizzazioni, non avevamo permessi, non avevamo niente. Allora non andavano molto di moda, e certe cose le si poteva ancora fare relativamente tranquilli. Sotto questo cielo che potremmo definire bigio, se costretti — perfetto, in un certo senso, per i nostri scopi — cominciamo a transennare le ringhiere con un nastro giallo-nero. Succede tutto molto in fretta. Alcuni di noi bombolettano i muri, altri la strada. Lo stencil era semplice: un classico trifoglio.

Pericolo contaminazione radioattiva.

Blocchiamo le prime auto. Viale Monte Grappa è sempre trafficato, è la cintura esterna del centro. Presto si crea un ingorgo, e noi ci volantiniamo dentro. Raccontiamo cos’è e cosa fa l’Alcoa in giro per il mondo. Mentre alle sirene simulate dai megafoni si aggiungono le prime volanti di polizia e carabinieri, arrivano loro. Portano mascherine, occhialoni, protezioni. Ragazze e ragazzi bardati, che a passi lenti perimetrano un’area al centro del presidio. Al centro c’è letteralmente Homer Simpson in tenuta anti-atomica. Maschera antigas, tuta bianca anti-contaminazione, stivali e guantoni. Una stima? Ti ho detto, eravamo in tanti… tanti che al centro della strada occupata, ormai diventata un palcoscenico, fanno blocco mentre i nostri artificieri con i fumogeni in mano iniziano a bonificare l’area… Una simulazione perfetta.

Dura tutto al massimo un paio d’ore. A quel punto la fabbrica è completamente in tilt, i camion non transitano, la polizia preme. Decidiamo di spostarci di fronte a una casetta di proprietà dell’azienda, lì vicino. Era disabitata, e l’idea era di occuparla per farci dentro un centro di informazione e documentazione in vista del G8 di Genova. Certo, a quel punto gli sbirri erano abbastanza in forze per impedirci di farlo… ma un paio di noi sono riusciti a saltare dentro il cancello mentre il resto dei compagni rimasti fuori faceva bordello.

Questo è stato il nostro primo approccio con lo stabilimento di alluminio a Feltre.

Il nostro primo allarme chimico.

Per farla breve: ci chiamano. Vogliono incontrarci. Immaginate l’atmosfera pazzesca. Gli operai dell’Alcoa che ci chiedono un incontro: ce l’avevamo fatta.

Li aspettiamo al Crash il giorno dopo. Arrivano in tre. Hanno perfino paura a entrare, ci guardano dal vetro appannandolo col fiato. Alla fine dobbiamo aprirgli noi. Si ingobbiscono come per passare sotto una porta bassa.

Dura tutto molto poco, ma ci sembra ci mettano una vita. Parla solo il rappresentante della Fiom.

Ci chiede per piacere di non protestare più, ché «da Ginevra» minacciano di chiudere se vedono che la città non li vuole.

Com’era quell’episodio dei Simpson? «Si può persino individuare il secondo preciso in cui il *mito operaista* si spezza a metà»…

Il secondo preciso in cui il mito operaista si spezza a metà (Stagione 4, episodio 15, «Io amo Lisa Simpson»)

Va tuto bene

Erano passati anni. Nel frattempo, Sapa aveva rilevato l’Alcoa (come si diceva qui), e progettava un potenziamento della fonderia. Forse è per questo che il 19 giugno 2009 sui muri di Feltre era apparso un manifesto dall’eloquente titolo, a firma Comitato Immaginario: La SAPA è nociva. La storia era sempre quella: sostanze pericolose, nessun tipo di filtro o abbattitore di polveri, terreni utilizzati come discarica di rifiuti tossici e speciali. Mi ricordo un passaggio, in particolare, che fa:

Chi ci ha lavorato [alla fonderia] ci ricorda che un esperimento del genere è già stato provato intorno agli anni ‘80, con lo stoccaggio in azienda di oltre 2000 ton. di materiale esterno di pessima qualità, che alla prova della fusione ha dato risultati disastrosi dal punto di vista ambientale (che hanno provocato la chiusura dello stabilimento per giorni). La direzione si sbarazzò del materiale in questione spedendolo presso un proprio stabilimento in Sardegna, a Portovesme, in un’area in riva al mare un tempo paradiso naturale, oggi distrutta dalle speculazioni industriali. Le «autorità» (in)competenti hanno di fatto già deciso per il via libera a questo scellerato piano: una dopo l’altra pioveranno le autorizzazioni […] Si speculerà, sindacati in testa, sulla crisi e sui posti di lavoro per zittire le critiche (come se i padroni non dislocassero le fabbriche senza tanti complimenti quando ne hanno voglia…)

Sia nel 2000 che nel 2009 avevamo infatti raccolto testimonianze di operai che volevano rimanere anonimi. Oltre al pittoresco smaltimento rifiuti, parlavano di situazioni di alta nocività durante i turni di lavoro, e di vecchi forni contenenti amianto che l’azienda avrebbe voluto riutilizzare.

Ma a quanto pare la Sapa — come Alcoa prima, come Hydro poi — non aveva nemmeno bisogno di scomodarsi in prima persona. Si era già fatta il suo piccolo esercito. I manifesti attacchinati nella notte dagli anonimi oppositori delle nocività vengono staccati la notte stessa da alcune squadrette di sindacalisti, che il giorno dopo al bar si vantano del fatto.

All’assemblea pubblica di presentazione del progetto di allargamento della Fonderia c’eravamo tutti. Tutti abbiamo visto chi volantinava, tutti abbiamo visto gli operai che si alzavano e li attaccavano. Erano più o meno tutti legati agli stessi sindacati. È stata quella l’assemblea in cui il direttore ha candidamente detto che la fabbrica non usava filtri — ma che con il potenziamento li avrebbe installati…

Il 20 giugno 2009 il Gazzettino titolava:

Fonderia Sapa, ora basta: fermiamo i calunniatori.

Il rappresentante dei lavoratori invita la multinazionale a presentare una denuncia contro ignoti

«Contro le calunnie e le diffamazioni di quei manifesti la Sapa presenti ai carabinieri una denuncia contro ignoti».

All’indomani dei volantini anonimi contro il progetto di fonderia, distribuiti un po’ ovunque in città, le RSU prendono le difese dello stabilimento e contrattaccano. Per voce di Egidio Burti invitano a denunciare queste mani misteriose.

«Le frasi riportate su quei fogli sono calunniosi. Come RSU le rigettiamo e speriamo che l’azienda non lasci cadere la cosa nel dimenticatoio».

Tra le affermazioni riportate su questi fogli da un sedicente “comitato” vi sono: «La Sapa è nociva», «Si speculerà sulla crisi e sui posti di lavoro per zittire le critiche», «Speculazione milionaria a danno di chi lavora, dell’ambiente e dei polmoni di tutti». «Frasi farneticanti – sottolinea Burti – che non meritano nemmeno una risposta. Se non, appunto, quella della querela da parte di Sapa».

Di fronte a tanta prova d’ingegno, non restava che prendere atto con un terzo volantino:

Sapa: fin qui, tutto bene!

La Sapa non inquina a Feltre e nel mondo. L’Alcoa non ha mai inquinato.

In più di 50 anni di fonderia, in quello stabilimento si sono usati sempre i filtri (al contrario di quanto affermato dal suo direttore in un recente articolo sui quotidiani).

Il nuovo (?) forno non è un rottame di 2^ o 3^ mano, non conteneva amianto, quindi non è vero che è stato stoccato amianto dietro la fabbrica, come si vocifera nei bar…

Guardando Feltre dall’alto, lo stabilimento Sapa praticamente non si nota e si inserisce armoniosamente tra centro rinascimentale, torrenti e boschi. Lo stesso minimo impatto della Metalba a Fortogna, che non avendo aperto nuovi forni senza autorizzazione non ha dovuto usare il ricatto occupazionale e la provincia non è dovuta intervenire (timidamente, inutilmente…).

Le prime dieci industrie in provincia non spargono nell’aere 50.000 (!) tonnellate di polveri sottili all’anno.

Del resto la nuova coltivazione di mele trentine a Cesiomaggiore (come in Val di Non) non usa pesticidi e fitofarmaci e la nebbiolina che sale dai campi (e salirà per tante, tante volte all’anno) è una benefica sauna che ci da sollievo, soprattutto ai bambini.

In zona, poi, non vi è nessuna preoccupante incidenza tumorale, quindi va tutto bene.

E insomma, smettete di mangiare polenta calda, che fa venire il cancro!

Gli asini, come si sa, volano. Possiedono infatti un particolare piumaggio che riveste le lunghe orecchie che permette loro, nel caso l’aria diventi irrespirabile, di decollare verso lidi migliori.

Noi purtroppo non possiamo!

Il potere ci vuole spettatori il più possibile passivi, distratti, acritici, compiaciuti, divertiti… arresi!

Va tutto bene!

D’altronde, cos’altro si poteva dire di un’azienda che nella richiesta di potenziamento dello stabilimento di Feltre scrive: «Il permanere dell’attuale impianto porterebbe ad un aggravamento del bilancio economico dell’azienda, con risvolti critici nel breve periodo e con risvolti occupazionali immediati»?

Sic

Neanche dieci righe di ritorno al futuro

È così anche oggi. C’è un ex-compagno di liceo che ci lavora, alla Hydro. Sta in ufficio, al reparto vendite. Non lo vedevo da anni. Ho provato a chiedergli che cazzo succede lì dentro. Gli ho chiesto dei forni, gli ho chiesto dei filtri e delle scorie. La faccia che ha fatto non la saprei descrivere. Sembrava uno che parla con un terrapiattista. Sereno, distaccato, divertito. «Puoi dire un po’ quello che vuoi», mi ha detto, «ma ormai siamo verso l’impatto zero. Siamo il futuro».

Sono tornato a casa con ‘sta prima persona plurale nelle orecchie.

Qualche frase da ricordare

Quando il materiale è troppo contaminato da schifezze varie, siccome fuma troppo, lo buttano all’aria aperta a raffreddarsi, così ci respiriamo tutto. (Voci di corridoio)

Quando invece è troppo pieno di olii, vernici e altre schifezze e ci rifiutiamo di usarlo, semplicemente lo spediscono nello stabilimento in Sardegna, dove a quanto pare possono fare quello che vogliono. (Voci di corridoio)

Respiriamo schifezze? Basta mettere la mascherina. (Un operaio della Sapa)

Tenete conto che fino ad ora (quindi dal 1943, ndr) l’impianto è stato del tutto privo di filtri di qualsiasi genere. Approvando il nuovo progetto, verranno installati dei «filtri di nuova generazione», portando finalmente a norma la situazione. (Direttore della Sapa, candidamente, durante l’assemblea pubblica sull’ampliamento della fonderia, 2009)

Certo, è importante la salute… ma in questo periodo è più importante il lavoro. Quindi diamo la nostra approvazione al progetto di allargamento della Fonderia. (Rappresentante del PD, subito dopo l’intervento del direttore della Sapa, 2009)

La Sapa, ex Alcoa ed ex Metallurgica, fonderia di alluminio nel cuore della città, dopo i recenti lavori di ammodernamento dell’impianto non è più la fabbrica con emissioni incontrollate e dei camini senza filtri. Oggi — anzi dal marzo del 2011 — le emissioni atmosferiche della fabbrica sono monitorate ventiquattro ore al giorno… (Il Gazzettino, 30 agosto 2012)