La bontà e la paura. (Ancora) sul fascismo.

di Vultlarp

Solo perché ad alcuni non piace il fascismo,

non è corretto che questo piacere venga negato a tutti.

Questa non è democrazia.

(Enrico Mentana in un meme di Polpo di Stato, 6 maggio 2019)

Adesso c’è il rischio reale che la presenza di uno stand

grande come un’edicola dentro un salone di decine di chilometri

di fronte espositivo diventi la questione che si mangia tutta la rassegna.

(Il vero Enrico Mentana, 7 maggio 2019)

 

 

L’altro giorno ho aggiunto alla lista della gente che vorrei si cagasse addosso da qui all’eternità: a. Enrico Mentana b. quelli che citano Pertini o il paradosso dell’intolleranza di Popper per difendere le loro timide posizioni democratiche c. quelli che «stai a vedere che il vero fascista sei tu».

Non so perché ci ho messo così tanto. Potevo arrivarci molto tempo fa.

E questo non tanto perché tutte queste figure si sono fermate da mo’ a farsi gabbare alla bisca organizzata a bordo strada dai fasci (o sono, segretamente, biscazzieri). Ma perché stanno — più o meno consapevolmente — spostando sempre più al ribasso l’asticella del discorso. Tra Piazzale Loreto e il Salò-ne del Libro passano 74 anni in due ore di auto? Sì e no.

Al di là di ogni apparente risoluzione di una polemica che ha come al solito dello spettacolare, il fascismo reale lo conosciamo senza eventi catalizzatori a ricordarcelo. Semplicemente ci attornia. È statalizzato. Maggioritario. Vabbè. Ciononostante, la «vittoria» di cartapesta dell’«antifascismo istituzionale» sul caso Altaforte (chi ha mai detto che la lingua non è capace di meravigliosi paradossi?) funziona come contentino ma anche un’arma di discredito. Sotto il livello dei radar, l’antifascismo quello vero è sempre più una pratica a perdere. Attendiamo il vittimismo di questi camerati tristi, e i loro Mentana a dargli corda.

Preso dall’entusiasmo, ho deciso di comprare un bloc-notes per scriverci tutto dentro.

Poi ho cambiato idea perché sono pigro.

Poi ho letto questa recensione a M. Il figlio del secolo e mi è scesa definitivamente. Leggetela perché c’è scritto tutto.

Poi mi sono fatto il caffè.

Poi però col polverone alzato dal Salone mi è risalita, e ho fatto finta di scrivere qualcosa di serio. Finta di saperlo fare, non di farlo seriamente.

A fondo pagina, per chi ci arriva, una richiesta a tutte le compagne e i compagni.

Ciao.

Premessa

Solo all’umanità redenta la Storia appartiene interamente.

Corollario: i democratici che oggigiorno vogliono storicizzare il fascismo sono degli illusi o dei delinquenti. «Se vi sentite toccati da un busto di Mussolini o dall’arte fascista, allora avete ancora qualche conto in sospeso»: tipo letteralmente i fascisti di oggi?!
Non è tempo di fare una storia. È tempo di prendere partito.

  1. Il fascismo è un cane da guardia. Come Cerbero. Quindi il fascismo è un mezzo, non un fine. Fine è l’ordine, l’accumulazione, il controllo — tratti tipici di ogni potere.
  2. Come Cerbero, il fascismo ha tre teste. La prima è quella del fascismo storico, che indica l’immagine del suo transito nel passato. A destra genera nostalgici col busto di M in camera, pose da bar o da mercato, qualche quando-c’era-lui-ismo o ha-fatto-anche-cose-buonismo… ma senza le altre teste sarebbe poca cosa.
    A sinistra, una sempre più imbarazzata condanna che nasconde la triste realtà: una visione di quel periodo storico come realtà ineluttabile, una posa vittimistica, impotente, sacrificale. Il loro motto araldico è Plangere et Futuĕre.
  3. La seconda testa è quella del fascismo reale — la sua essenza, ciò che esprime e fa nella contemporaneità dei tempi. È questa la più fugace e inafferrabile delle tre, e quella più pericolosa.
    Quella che i meno ottusi (magari vagamente marxisti) chiamano ur-fascismo, termine di echiana memoria che sta per un fascismo perennemente in potenza, fatto di tratti culturali e psicologici sempre in potenza. È senz’altro il fascismo più facile da riconoscere — che va da Forza Nuova a Casa Pound, dalle aggressioni agli omicidi fino agli striscioni inneggianti al Duce o alle nuove adunate — ma sicuramente il più difficile da comprendere. Il loro discorso, infatti, parte da una premessa falsa e una non dimostrabile: a. che il concetto di ur-fascismo non abbia alcun rapporto con l’attuale stato del mondo e del discorso; b. Che esista un fascismo connaturato nell’uomo. E così la deduzione logica, la dichiarazione di materialismo dialettico si rivela nient’altro che un difettivo sillogismo idealistico.
  4. Le fauci della terza testa sono le più fastidiose e le più spesso dimenticate. Sono quelle del (realmente capovolto) fascismo antifascista, ovvero del fascismo per com’è additato dal sincero democratico. Esito succulento di quel controverso concetto che Pasolini (non) andava congetturando nel ’73 — quando vedeva nell’antifascismo istituzionale (quello della DC!) una facciata entro cui giocare di sponda coi fascisti — il fascismo antifascista è, banalmente, la sempre più estesa etichetta con cui gli (nemmeno più istituzionalmente) antifascisti istituzionali bollano le pratiche antifasciste. Certo attacchinaggio è fascista; la denuncia contro i padroni è fascista; menare i fasci è fascista; non avere «l’intelligenza di capire» le politiche dei «democratici» è fascista. Si vede che anni di lavaggio del cervello l’hanno infine avuta vinta. Se per PPP anche la parola «fascista» era, negli anni ’70, una definizione puramente nominalistica, oggi — età dei lumi o dei memi — è parola intesa autenticamente. Uno parlava delle diversità antropologiche tra fascisti del Ventennio e del Consumo; gli altri, probabilmente, non sanno di cosa parlano. Non sono le fauci che hanno più fame. Ma sono quelle che fetono di più. E sappiamo che mosche e merda vanno a nozze.

5 Molto si potrebbe dire sui rapporti mutuali tra democrazia e totalitarismi. Ricordiamo soltanto questo: che dal fascismo ha appreso a generare il disordine per farsi custode dell’ordine a ogni costo; e che dallo stalinismo ha imparato a dettare la linea di una democrazia reale al di là della quale si è apostati. Non è una novità: alla base della condanna democratica ai totalitarismi sta — implicita — la volontà di sovrapporvisi durevolmente. The best of both worlds. Corollario: la condanna (e il memorial…) istituzionale non può che essere rivolta al fascismo storico. Vediamo bene infatti come al fascismo reale essa attinga a piene mani. Sappiamo bene che pratiche di stampo fascista sono sempre state all’ordine del giorno per il mantenimento dell’ordine e la repressione del dissenso, e che il fascismo reale stesso è organico ai governi di tutto il mondo come braccio armato non riconosciuto.

6 Questo alimenta l’illusione di un frontismo democratico come ultimo baluardo contro un fascismo che in realtà è la democrazia stessa a determinare in quantità e in qualità. Come hanno fatto i ceti economici dominanti, la monarchia e l’esercito 100 anni fa, mentre i socialisti restavano a guardare dalle finestre delle sedi di partito…

7 Il fascismo antifascista sta al fascismo reale come il sentimento morale sta al gesto che lo genera. Ne consegue la sua natura artefatta, aggressiva e repressiva.
Questa natura artefatta, aggressiva e repressiva è compensata dalla debolezza intrinseca del sincero democratico. La sua posa è quella della vittima; il suo gesto, quello del mormorio. La ricompensa che il sistema democratico tributa all’obbedienza è la legittimazione formale del piagnisteo del suo suddito.

È del tutto naturale che il sincero democratico, presto o tardi, normalizzi fino alla legittimazione chiunque, col benestare del potere, partecipi al gioco democratico. Fosse anche un fascista. Fosse anche per prendere il governo. Il suo amore per le istituzioni è religioso; sa di essere — anzi vuole segretamente essere — un bravo suddito sotto un cattivo sovrano.

«Derido l’inetto che si dice buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti», diceva un poeta parafrasando un filosofo. 100 anni dopo diciamo che, per il sincero democratico, il fascismo è un vorrei-ma-non-posso. Ma non è detto che questo non-posso duri in eterno

9 Chi rifugge il vittimismo e il testimonialismo sacrificale che appartiene al sincero democratico deve essere in qualche modo stigmatizzato. Questo mondo conferisce al sincero democratico questa legittimità. Chi oltrepassa la linea tracciata dalla democrazia reale — chiunque compia realmente un gesto — è dunque additato dal sincero democratico come fascista. Questa è, propriamente, la soluzione al paradosso di Popper. Peccato che questo gioco grazi i fascisti veri…

10 L’avversione del sincero democratico per i fascisti è la rabbia di Calibano che non vede il proprio volto riflesso nello specchio.
L’avversione del sincero democratico per gli antifascisti è la rabbia di Calibano che vede il proprio volto riflesso nello specchio.

Extra. Sul Salone

È Balibar, a suo modo radicalmente, ad auspicare una democratizzazione della democrazia. Questo la dice lunga sulla sua povertà di spirito e di immaginazione.

Una versione edulcorata di questo concetto già appiccicosiccio si ritrova nella strenua (e ridicola) difesa delle istituzioni da parte degli intellettuali organici italiani. Quando Mentana e Murgia… fanno ciò che sono (dei gatekeeper, in gergo economicistico), si potranno appellare alla resistenza, al disagio, alla difesa degli spazi, alla libertà (?) di stampa: non smetteranno di farci sbellicare.

Anche qui l’errore è a monte: cosa dire dello spirito sacrificale e vittimistico con cui Murgia vorrebbe vedere alla fine del reading «quei libri sollevati come uno scudo silenzioso, come un argine di storie potenti da contrapporre a chi la storia la vorrebbe negare e riscrivere»? Che è il culmine dello stato psicotico in cui versa chi ancora si ostina a non voler guardare?

Criticare Mentana è troppo facile, e sarà forse utile vederne gli effetti.

Dopo due conti in tasca, il Salone ha deciso di fare a meno di Altaforte: gli istituzionali esultano, qualcuno tira un respiro di sollievo, cala qualche scure su chi poteva boicottare contro i tanti che il «purtroppo ci devo andare per non rimetterci una fortuna» l’hanno spacciato come un fiero #iovadoatorino per «resistere». Ma il punto è che questa vittoria di cartapesta contribuisce da una parte ad alimentare l’illusione di aver respinto i fascisti (ahah!) senza aver minimamente scalfito né messo in dubbio lo stato di cose; dall’altra, a corroborare lo status dei fascisti. Il cui libro-intervista a Salvini è oggi sul podio delle vendite su Amazon, per dirne una.

Con la certezza che anche questa volta lo spazio per una critica radicale ce lo siamo fatti pappare da questi due corvi.

Questo mondo sta implorando di essere distrutto: ma dobbiamo farlo con le armi che ci troviamo dentro. «Da ciò che non si ama il più delle volte giunge la verità». Il Salone del Libro, come mille altri temi, è borghese e pop. Non lo è però il campo di forze che lo agita. In gioco c’è una percezione delle cose.

Se c’è mai stato un momento per portare una critica radicale a questo mondo che non passi solo per i nostri discorsi e le nostre pratiche, è questo. Non c’è mai stato altro. Siamo nella necessità di prendere parola anche su questo, come si asseconda un sogno una volta che ci si è resi conto di sognare. Implicitando noi stessi, i nostri bagagli, i nostri mezzi, le nostre pose.

Che è un po’ tutto il contrario di questo articolo… Ops.

(Ci siamo capiti, vero?)

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