Storia di un muro e dei suoi tre colori

di Ratas de ciudad

Questa storia nasce da un muro. Qui, in Messico, i muri paiono essere di moda in questo periodo anche se, in realtà, la costruzione del muro che divide gli Usa dal Messico risale al 1994. È l’anno dell’insurrezione zapatista ma, per coincidenza, è anche l’anno d’inizio di costruzione dei muri sul confine che divide le due grandi nazioni nord-americane. Le barriere sono state costruite per limitare il flusso d’immigrazione messicana e, ad oggi, dei 3.140 chilometri di confine tra Pacifico e Atlantico circa 1.100 sono presidiati da barriere che formano un muro che è anche con tutta probabilità il più tecnologico del mondo. In questi giorni quello che veramente si sta decidendo è come completare i circa 2000 km rimasti. Il presidente Trump definisce “operazione militare di primo interesse” la deportazione dei migranti latinos presenti negli stati nord-americani, servendosi della retorica sull’espulsione di narcotrafficanti e pandilleros dalla Grande America. Per fare questo ha dato il via libera all’assunzione di oltre 15.000 nuovi agenti, tra ufficiali per il controllo delle dogane e agenti specializzati nei servizi di immigrazione e espulsione.
Una delle conseguenze della costruzione dei muri, principalmente presenti in aree urbane, è quella di spingere i migranti ad attraversare il confine nelle zone desertiche del territorio, innalzando enormemente il numero di persone morte nel tentativo di entrare negli Usa.
L’uomo costruisce muri e barriere dalla notte dei tempi: muri per difendersi ma soprattutto muri per dividere. Le frontiere si moltiplicano dentro ogni territorio e non sono solo punti e linee su di una mappa: sono muri fatti di eserciti e polizie, mattoni e cemento, leggi e persecuzioni. Vince chi più espelle, incarcera, confina e assassina.
Oltre ai muri che dividono, ci sono però anche muri che narrano storie, muri che hanno una voce. In questo caso un murale dipinto da Blu farà da indice delle storie che racconteremo.

Il muro parlante di La Iagunilla

Un quartiere antico, una laguna e un mercato lasciato all’abbandono dopo il terremoto che distrusse Città del Messico nel 1985 e ora quartiere popolare, dove le case sono fatiscenti, linea di confine con il ben più’ conosciuto quartiere di Tepito, uno dei quartieri off limits del centro della città-mostro.
All’uscita dalla fermata della metro di Garibaldi-lagunilla ci si imbatte in questo murale dipinto nel 2015, anno in cui tra le altre migliaia di cose accadde il caso chiamato “I 43 DI AYOZINAPA”. La notte del 27 settembre del 2014, 43 studenti della scuola Normal di Ayozinapa spariscono in una caserma dell’esercito ad Iguala, stato di Guerrero a 270 km da Citta’ del Messico, dopo essere passati da differenti corpi di polizia. Il mandante del sequestro è chiaro: è lo Stato ad averli fatti sparire, dopo che avevano occupato uno dei bus di linea che servono per il trasporto della “merce” da uno stato ad un altro del Messico. La ricerca dei corpi di questi studenti ha portato alla luce oltre 100.000 fosse comuni di corpi senza nome tra cui migranti e bambini senza organi. Il titolo di questo murale è infatti “MEXICO ESTADO ASESINO” che racchiude, in tre parole, la verità mai completamente detta sui 43 studenti desaparecidos. Una facciata intera di un grigio edificio squartato è stata quindi rimessa in sesto per poter essere adibita a voce della strada, a narrazione viva. Tra il grigio del palazzo si possono iniziare a distinguere migliaia di piccoli soldatini su dei piedistalli che si confondono con la parete e che potrebbero sembrare un dettaglio, perché quello che più richiama l’attenzione sono i colori della bandiera messicana.
Il verde ufficialmente simbolizza la Speranza ma è proprio qui, dentro questo colore, che ritroviamo l’essenza di quello che è disegnato su questo muro: i dollari, mazzette di dollari, di cui alcuni ben arrotolati, pronti per essere infilati nelle narici. Il biglietto da un dollaro arrotolato si ferma infatti giusto su una delle prime linee bianche, una delle tante linee bianche che costituiscono il centro di questa bandiera la cui sostanza è composta dalla magica polvere che fa muovere il mondo e gli stati. Di fatto ciò non è molto distante dal reale significato che viene dato alla bandiera ufficiale, nella quale il bianco rappresenta l’Unità. Curiosamente infatti, se di unità si vuol parlare, sicuramente possiamo immaginare questa lunga linea bianca che unisce in maniera continuativa e indissolubile tre paesi: la Colombia, il Messico e gli Usa. E infine arriviamo al rosso, dove una linea bianca ne sporca la superficie. È il sangue degli eroi della nazione. Questo muro eccede i muri e le frontiere, le supera proprio nel gesto di tracciare una linea comune.
Questo murale ci aiuterà quindi a narrare alcune storie che andranno a comporre i capitoli a venire e, come il titolo di questo sito, “Qui e Ora”, anche queste storie parleranno di contingenze che accadano ora e qui dove ci troviamo a transitare come corpi vivi.

Logistica del terrore

Ciò che sta accadendo oggi in Colombia, con il disarmo delle Farc e dei movimenti armati rivoluzionari colombiani, fa si che come tutti gli spazi vuoti qualcuno li occuperà. I pesci che stanno nuotando ora in queste acque sono i discendenti diretti degli squali che li comandavano. In questo caso a distribuirsi le terre sono i paramilitari (creati dal governo Uribe) che continueranno con uno dei commerci più redditizi della storia, ovvero la coltivazione di cocaina: ci saranno ancora laboratori, ci saranno ancora commerci via nave, ci saranno ancora semi-sommergibili e ci sarà ancora il patto con il Messico. Tutto questo non cambierà, anche se le foglie dovessero crescere altrove. Quello che invece sta cambiando di vesti è la fabbrica del terrore verso chi si oppone alla nuova colonizzazione colombiana, con lo sfruttamento del sottosuolo – carbone e oro, tra gli altri, già accaparrati da industrie cinesi – e che ha bisogno di vie di comunicazione, infrastrutture: “il potere è logistico”.
Questo ci permette il passaggio a ciò che possiamo chiamare “la nuova gentrificazione colombiana” che passa, appunto, anch’esso da uno sfruttamento turistico intensivo, insostenibile per il territorio.
I movimenti armati per anni hanno protetto intere zone dallo sfruttamento selvaggio ma oggi, con il loro smantellamento volontario, il paese viene rapidamente cannibalizzato. Oggi servono infrastrutture: strade, porti e ponti per far fronte all’immenso movimento di Tir che dovranno spostare la materia del loro saccheggio e che dovranno smembrare la selva. E chi troviamo a rendersi subito disponibili ad eseguire questi lavori? Benemerite società multinazionali, joint venture italo-brasiliane (la Salini srl, ad esempio).
La Colombia ha una delle peggiori distribuzioni di terra in tutto il mondo. Conta una popolazione di circa 47 milioni di persone ma sono solo 3.000 i proprietari del 53% della terra. La lotta armata in Colombia iniziò alla metà degli anni 1940. Ma non è mai stata una lotta armata separata, la cultura della resistenza agraria è già viva nel 1930 e quindi, quello colombiano, è sempre stato di base un conflitto sociale armato.
Ciò che oggi rimane, nonostante l’iniziale smantellamento della guerriglia, è un forte movimento rivoluzionario popolare nelle campagne, il quale infatti è oggi il principale bersaglio delle forze paramilitari. I conservatori prima e i liberali poi hanno sempre usato la violenza di massa al fine di espellere i piccoli proprietari contadini dalle loro terre e ciò è stato fatto con il sostegno della Chiesa e lo Stato.
Oltre 119 tra attivisti per i diritti umani e leader indigeni sono stati uccisi in Colombia dal momento in cui il governo ha firmato gli accordi di pace con la guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc). Da quando le Farc si sono ritirate si è avuta quindi una escalation nella mattanza.
Il governo Santos nega perfino l’esistenza di paramilitari: “Non esistono paramilitari, assumere che ci siano sarebbe come concedere garanzie politiche a coloro che non li meritano”, ha dichiarato il ministro della Difesa Luis Carlos Villegas su Rcn Radio una settimana prima dell’omicidio di Bernal Varela, una attivista per i diritti delle donne indigene.
Dopo Varela è stata uccisa un’altra attivista per la pace, Emilsen Manyoma, una donna afro-colombiana che promuoveva la diffusione delle Comunità «Costruire la Pace». Pochi giorni prima l’attivista dei diritti indigeni Olmedo Pito Garcia è stato accoltellato mentre stava tornando a casa. Era inoltre un attivista di Marcha Patriotic, un gruppo che ha perso 120 membri da quando è stato fondato.

Il valore del sangue

Quello che si sta verificando in questo ultimo periodo in Colombia è strettamente legato a quello che accade da anni in un paese assai simile per conformazione e attitudini come è il Messico. Se sovrapponiamo la mappa degli sfruttamenti energetici e minerari del Messico con la mappa dei conflitti e la presenza dei paramilitari in Colombia vediamo come il prodotto sia un’identica immagine. Aggiungendo però che, a partire dal fallito Plan Colombia, si stanno creando altri “corredor”, strade di trasporto per la merce più deliziosa del mondo, all’interno della repubblica messicana che portano a sanguinosi conflitti e omicidi di intere comunità, oltre che di coloro che cercano di narrare ciò che accade. Solo alcuni esempi tra gli altri: ricordate il già menzionato caso dei 43 di Ayozinapa? Ricordate la carovana internazionale che si dirigeva a San Juan Copala in territorio Triqui, nella sierra di Oaxaca, attaccata da gruppi paramilitari che ha visto la morte di Betty Carino e Jyri Antero Jaakola, due attivisti per i diritti delle comunità indigene il 27 aprile 2010?
Ma in Messico le cose non vanno viste sono solo da questo lato. In questi ultimi anni, infatti, in Messico ci si organizza e in varie regioni si stanno creando gruppi di autodifesa armata.
Questi gruppi vengono attaccati non solo da gruppi paramilitari o dai narcos ma dalla stessa marina e dall’esercito messicano che a volte li consegna nelle mani degli stessi paramilitari, come successo poche settimane fa ad Ostula, una provincia del Michioacan, dove l’autodifesa negli ultimi 2 anni ha recuperato molti territori sottratti dai narcos, a causa dei quali la popolazione era stata costretta a dover abbandonare le terre e che è stata attaccata dalla Marina e consegnata nelle mani dei “cavalieri templari”, un feroce gruppo paramilitare.
Un legame a doppio filo, di andata e ritorno: il Messico da sempre terra di conquista e saccheggio ha una esperienza quasi centenaria di gruppi paramilitari che svolgono qualsiasi tipo di funzione per permettere il saccheggio della terra, la Colombia da decenni terra di narcotrafficanti che passa la palla al Messico..
Ma ciò che lega i due stati è anche e soprattutto il grande regista di oggi e di ieri, gli Usa cioè, non solo per quanto riguarda il consumo capitalista, ma in quanto finanziatore principale dei vari plan Colombia e guerra al narcotraffico, quindi il patrocinatore dei gruppi paramilitari esistenti in questi paesi e degli stati che li ingaggiano.
Prendiamo l’esempio della regione Cauca, nel sud della Colombia, una grande regione produttrice di cocaina: lì un chilogrammo di base di coca ha un valore di $ 2.000. Una volta che è trasformato in cocaina ne vale circa $ 3.500. Arriva poi alla costa meridionale del Messico dove raggiunge un valore di circa $ 15.000. Nel nord del Messico diviene $ 25.000. Arriva quindi a New York dove varrà tra i $ 98.000 e $ 100.000. Ovunque, lungo la strada, gli intermediari prendono la loro parte ma di gran lunga la quota maggiore dei profitti va ai mediatori americani.

Gli eroi e l’emergenza

Ma ritorniamo alla nostra bandiera, al nostro murale e al rosso, al sangue dei nostri eroi. Mentre oggi le tribù Sioux che lottano contro il DAPL hanno appena vissuto una violenta repressione che apre la strada alla costruzione del oleodotto in nord Dakota, nei mesi scorsi il Messico è invece stato pervaso da ondate di proteste contro l’innalzamento del prezzo della benzina, il cosiddetto gasolinazo. Contemporaneamente alle proteste – che hanno occupare le strade, saccheggiato i centri commerciali e occupato e a volte dato alle fiamme le pompe di benzina – il governo proponeva una nuova legge di sicurezza nazionale.
Il Messico sta subendo un processo di militarizzazione e la recente legge sulla sicurezza interna serve a rafforzare questo processo. La militarizzazione è iniziata alla fine del 1990, si cambiò la divisa militare per una brigata di polizia militare per trasformarla in Polizia Federale Preventiva e ora in “semplice” polizia federale.
Il primo compito di questi polizia militare, nel febbraio 2000, fu quello di occupare il campus dell’Università Nazionale Autonoma del Messico e detenere più di 1.000 studenti per reprimere lo sciopero che questi stavano portando avanti da più di 6 mesi contro la privatizzazione dell’Università, la quale ancora oggi è pubblica e accessibile al costo di 1 peso.
Il processo di militarizzazione si è però spostato in avanti e le violazioni dei diritti umani continuano ad aumentare: è la popolazione messicana impoverita e ribelle il destinatario della legge sulla sicurezza interna, perché il governo sa perfettamente che i “poveri” messicani si solleveranno in massa per rivendicare condizioni di vita migliori, un migliore accesso alla sanità, istruzione, occupazione, salario. A partire da oggi sono loro che conosceranno la mano dura e le proteste verranno bollate come attività terroriste.
Tramite la legge sulla sicurezza interna, come al solito, lo Stato legalizza l’illegalità sulla quale si riproduce. Di fatto questa è una legge che serve a fornire un quadro giuridico che garantisca una maggiore impunità a chi già ne gode abbondantemente. Per portare avanti questa analisi prendiamo alcuni dati della legge riportata da “Contralinea”, una rivista Messicana autonoma (http://www.contralinea.com.mx/archivo-revista/index.php/tag/ley-de-seguridad-nacional/). L’intervento delle forze armate sarà giustificato quando si verifichino “azioni volte a rompere la continuità delle istituzioni, atti violenti contro lo sviluppo nazionale, l’integrità della Federazione, lo stato di diritto e la governance democratica in tutto il territorio nazionale o in una delle sue parti costituenti o quando ci sono fenomeni di origine naturale o antropogenica”. Proteste, terremoti, inondazioni e sommosse sono trattate sullo stesso piano.
La legge prevede inoltre che l’ordine esecutivo per l’intervento dei militari in caso di necessità sarà deciso dalla Commissione bicamerale sulla sicurezza nazionale e il Ministero dell’Interno ne sarà solamente “informato”, senza che abbia potere di interferire in tale determinazione.
Tra le motivazioni dell’iniziativa giuridica la povertà viene indicata come una delle cause che violano la sicurezza nazionale: “la povertà estrema e l’esclusione sociale di ampi settori della popolazione influenzano anche la stabilità e la democrazia”. Nel paragrafo III dell’articolo 7 è considerato una minaccia per la sicurezza interna “qualsiasi atto o fatto che mette in pericolo la stabilità, la sicurezza o la tranquillità pubblica nel paese o in aree geografiche specifiche del paese”. In un’interpretazione estensiva, a discrezione del Presidente, le proteste rientrano esattamente in quei casi che giustificano i militari nelle strade. Inoltre, quando si esegue un lavoro di intelligence i servizi, autorizzati dalla presente legge, possono utilizzare qualsiasi metodo di raccolta delle informazioni. I soldati e la marina vengono messi nella condizione di entrare più liberamente nelle case, di fare intercettazioni e altri tipi di controlli a piacimento.
Infine, con questa legge, lo “stato di emergenza”, già presente in molte parti della Repubblica, viene formalizzato e esteso all’intero territorio.
Assumere che questa legge prevede la possibilità di cattura da parte di polizia e militari senza altra giustificazione che le loro “informazioni”, di mettere a sistema la tortura, di usare la minaccia delle armi e giustificare qualsiasi tipo di abuso come parte dello stato di emergenza, significa sospendere le vecchie garanzie dello stato di diritto e limitare la libertà di movimento. I posti di blocco, per iniziare con uno dei diritti fondamentali, sono incostituzionali perché impediscono la libertà di movimento: ora saranno legalizzati.
Questa legge sarà utilizzata più che contro la criminalità organizzata contro le comunità organizzate. Soprattutto se si considerano i mega-progetti che hanno a che fare con l’industria mineraria, zone economiche speciali, è necessario che la popolazione sia una docile risorsa per l’economia globale.
La corruzione non è un’esclusiva della polizia e i legami tra elementi militari e la criminalità organizzata sono ben documentati. Non sono solo soldati isolati cooptati dal traffico di droga, ma battaglioni interi (come ad esempio, nel 2002, il 65° Battaglione di Fanteria con sede a Guamuchil, Sinaloa) o personaggi come il “prestigioso” generale, prima di cadere in disgrazia, Jesus Gutierrez Rebollo (morto di cancro mentre scontava una pena di 40 anni di carcere per partecipazione alla criminalità organizzata) o Francisco Quiros Hermosillo (condannato per essere parte del Cartello di Juárez, morto mentre scontando una pena di 16 anni di carcere) e Mario Arturo Acosta Chaparro.
Quest’ultimo è ricordato per aver guidato la lotta contro la guerriglia. I parenti delle vittime e delle organizzazioni sociali lo hanno accusato di violazioni dei diritti umani e di crimini contro l’umanità, ma non è mai stato giudicato per questo. È invece stato condannato per traffico di droga ma poi riabilitato dal PAN, il partito al potere, che lo ha rilasciato come innocente e gli ha restituito il suo grado di generale. E ‘stato ucciso nello svolgimento dei compiti che il governo di Felipe Calderón gli aveva assegnato: “pacificare” il sud-est del paese.

Come fottere il Messico

Perché mettere insieme i due elementi?
Innanzi tutto il gasolinazo non è iniziato lo scorso 1 di gennaio, con l’aumento del 20 % del prezzo della benzina, ma viene dal graduale e sistematico smantellamento dell’industria petrolchimica statale. Il risultato: la catena del valore nel settore energetico è a brandelli. La mancanza della manutenzione dei complessi petrolchimici per indurre la privatizzazione insita nella riforma energetica è una delle principali componenti con la quale Enrique Peña Nieto, il presidente messicano, ha innescato questa crisi.
Il modello della produzione per l’esportazione e le politiche di liberalizzazione commerciale hanno creato una traboccante disoccupazione, la caduta dei salari a tutti i livelli, una spaventosa relazione diretta tra ricchezza e disuguaglianza.
È l’ennesimo passo in avanti per consegnare il patrimonio del Messico alle multinazionali. Il paese vende petrolio agli Usa a meno del 40 % del costo, cosi come a gruppi transnazionali, mentre al suo interno l’aumento del costo della benzina ha prodotto un innalzamento di oltre il 20 % nella vita quotidiana, incominciando dal costo dei trasporti fino al costo della merce nei mercati. E questo fattore diverrà ancora più crudele ed evidente quando, tra pochi mesi, entrerà in vigore la liberalizzazione dei prezzi tra i differenti stati del Messico, ovvero quando in ogni stato si potrà decidere senza alcuna regolamentazione il prezzo di vendita della benzina.
La compagnia petrolifera di Stato è anche responsabile per la svendita dei suoi impianti dedicati alla trasformazione di energia i quali, da vecchi e molto poco modernizzati che erano, sono stati ristrutturati con investimenti miliardari pagati con fondi pubblici. La cosa che ha eccitato notevolmente gli animi nello scorso mese è stato il fatto che non solo questa ennesima privatizzazione impoverisce il Messico e chi vi vive, ma che questo avvenga per di più in un momento in cui la benzina ha raggiunto il suo costo più basso dal 2004.

Gasolinazo e destituzione

E quindi? Cosa è successo? Per oltre 2 settimane ci sono state proteste in oltre 12 stati del Messico, aventi come obbiettivo centrale il gasolinazo ma che, allo stesso tempo, erano dirette contro Pena Nieto perché si dimettesse. Le proteste si sono dislocate e sono stati bloccati porti e autostrade, mentre le pompe di benzina sono state aperte per garantire un rifornimento gratuito per tutti oppure sono state date alle fiamme. Dove la polizia ha provato a fermare le proteste si sono visti alcuni casi di “temporaneo sequestro di alcuni agenti delle forze di polizia” da parte della cittadinanza affinché si potessero svolgere senza problemi le manifestazioni. Pedaggi autostradali sono stati occupati cosi come stazioni dei bus. Non sono mancati moltissime riappropriazioni di merci nelle principali catene multinazionali e commerciali, cosi come in alcuni municipi sono state occupate delle sedi di governo cacciando i presidenti e chiedendo la destituzione di Pena Nieto.
Quello che più è interessante in queste proteste, che in passato hanno spesso assunto un comando legato ai vari partiti (PRD, PAN o Morelia ), è che da ogni dove sono state contrastate le derive politiciste di riforma del sistema portate avanti da qualsiasi partito, in quanto è stato riconosciuto come ogni partito sia parte integrante del problema, cioè di un sistema non riformabile e unicamente passibile di distruzione, mentre l’autorganizzazione si presenta immediatamente come forma di ribellione.
Riprendendo le parole di uno degli ultimi comunicati dell’EZLN: “L’unico modo di fermare la macchina è distruggerla. Nell’attuale guerra mondiale, la contesa è tra il sistema e l’umanità. Per questo la lotta anticapitalista è la lotta per l’umanità. Chi ancora vuole “sistemare” o “salvare” il sistema, in realtà ci propone il suicidio di massa, globale, come sacrificio postumo al Potere.
Nel sistema non c’è soluzione. E non bastano né l’orrore, né la condanna, né la rassegnazione, né la speranza che il peggio è passato e le cose non potranno che migliorare. No. La cosa certa è che sarà sempre peggio. Per queste ragioni, più quelle che ognuno aggiunga dai suoi particolari calendari e geografie, bisogna resistere, bisogna ribellarsi, bisogna dire “NO”, bisogna lottare, bisogna organizzarsi”.

Queste proteste, che per ora hanno visto solo una battuta di arresto, sono chiaramente anti-governative.
Si stanno ormai sommando le voci e gli animi contro i governi, di qualsiasi natura e colore siano. E allora la domanda con cui chiudiamo questo indice dei futuri reportage è: cosa significa la candidatura presidenziale portata avanti dalle comunità indigene messicane e appoggiata dall’ EZLN?

I prossimi reportage:
1) Rivolta contro i muri del capitale. Dal confine Nord del Messico, aprile 2017.

2) Colombia: difesa del territorio e processo di pace.

3) Territori e terra in Colombia. La consegna delle armi, i paramilitari e lo sterminio dei leader campesini.

4) L’autodifesa nei territori messicani.

5) Che succede attorno alla candidatura indigena in Messico. Focus sulla convocazione “contro i muri di sopra e le crepe della sinistra” (seminario che si terrà in Chiapas dal 12 al 15 aprile).