Una colata vi seppellirà (ancora)

di alcune compagni di Feltre (BL)

Il caso Hydro: esercizi di materialità

Più affiniamo la teoria della critica dell’esistente, meno i nostri discorsi di militanti hanno presa sulla realtà. Questo è un dato di fatto. Le riflessioni che seguono sono un tentativo di riportare il discorso alla vibrante materialità senza perdere la raffinatezza. Siamo abituati a pensare secondo categorie di tipo oppositivo: particolare-universale, centro-margine, singolare-plurale. Questo può essere valido per chi, come noi, si trova nella necessità di adottare una griglia di intelligibilità; ma per chi ha a cuore la devastazione e il saccheggio di questo pianeta queste categorie sono ampiamente superate.

Il caso Hydro, colosso mondiale della produzione di alluminio, ne è un esempio: qui, dimensione provinciale e multinazionale si fondono, letteralmente. Dalla Norvegia a Feltre, in provincia di Belluno, fino alla foresta amazzonica brasiliana, le parole d’ordine sono profitto, nocività, ricatto del lavoro. Mentre la protesta (con fiammate insurrezionali) dei Gilet Gialli sta esprimendo tutte le contraddizioni insite in un discorso sull’ecologia che non faccia i conti con lo stato di cose presente, al grido di «la transizione ecologica la paghino i ricchi!», riteniamo fondamentale procedere su quel solco, estendendo un ragionamento che porti a pensare (e a passare) all’azione.

In questa prima parte della nostra analisi, un’introduzione alla questione Hydro.

Norway today, 25 febbraio 2018. Hydro accusata di inquinamento in Brasile

Amazonia, 23 marzo 2018. Tre donne di Barcadena minacciate, perseguitate e umiliate

The Guardian, 16 marzo 2018. Inquinamento, malattie, minacce, omicidi: un’azienda amazzonica come l’anello mancante?

The Guardian, 21 luglio 2018. Dovrebbero andare in prigione: contro lo stabilimento di alluminio in Brasile

Sono solo alcuni dei molti articoli che negli ultimi anni hanno riguardato l’azienda Hydro, colosso della produzione di alluminio.

In una vita precaria come quella che l’umanità sta vivendo, una delle poche certezze di questi anni è l’irreversibilità della catastrofe ambientale e sociale che, a quanto pare, il capitalismo è riuscito ad inculcare nella testa di tutti noi. Si ha come la sensazione che tutto quello che ci accade intorno, tutti i rospi che dobbiamo ingoiare per continuare a scimmiottare un’esistenza dignitosa, siano naturali ed inevitabili: l’importante è digerirli il prima possibile.

L’ultimo di questi rospi riguarda proprio l’alluminio. È del 28 gennaio 2019 la notizia dell’accordo tra comune e azienda sul progetto (ormai in stadio avanzato) di potenziamento della fonderia di proprietà della multinazionale Norsk Hydro — succeduta ad Alcoa, Sapa e altre aziende prima di loro, lungo un filo che rimonta agli anni Quaranta — che continua a produrre alluminio in pieno centro cittadino, col relativo aumento di conseguenze nocive. Nello specifico, il progetto prevede un incremento della produzione da 160 a 250 tonnellate giornaliere di materiale lavorato. Unica gentile concessione, dopo un’iniziale resistenza legata ai «costi», quella che riguarda il «monitoraggio delle emissioni».

Certo, Hydro è solo una delle tante fabbriche più o meno nocive che «producono» a ridosso di zone fortemente abitate. Ma è paradigmatico, perché nel caso Hydro ritroviamo gran parte delle contraddizioni che oggi soffocano il mondo e noi che ci viviamo: si parla di nocività, appunto, e del paradosso per cui nel bel mezzo della foresta amazzonica o in un comune di montagna si respira aria velenosa; si parla di ricatto del lavoro (in quello stabilimento, circa 200 operai); si parla dei disastri che una multinazionale come questa combina in giro per il mondo; e, last but not least, dell’impatto micidiale che proprio la produzione di alluminio ha sulle nostre vite e sul mondo intero in tutte le fasi di produzione e consumo.

Il tentativo di questo intervento è, chiaramente, quello di costruire un’opposizione a questo progetto e ai suoi simili, ponendoci su un piano diverso rispetto a un certo ambientalismo «compatibile». La questione non è limitare l’emissione di fumi o la fusione di rottami inquinati o radioattivi (i cosiddetti “scarti secondari”), o magari monitorare le emissioni. I problemi riguardano lo stesso ciclo produttivo, la sfrenata produzione di merci (che si tratti di pannelli solari, barattoli o involucri per mine antiuomo la musica non cambia!); riguardano l’enorme consumo di energia, i veleni che respiriamo — Oltre, ovviamente, ai metodi utilizzati per procacciarsi le materie prime…

Nelle prossime puntate:

1. Chi o cosa è la multinazionale Hydro?

2. Hydro e la non-soluzione di continuità con le aziende che l’hanno preceduta (Alcoa e Sapa)

3. Una piccola inchiesta sul ricatto del lavoro

Per un primo approfondimento sul tema, rimandiamo al dossier sull’alluminio Una colata vi seppellirà prodotto a Feltre nel 2010 e attualmente in fase di aggiornamento.

So ancora guardare in alto

e perdermi nel cielo

Mentre vibro assieme ad un torrente

… e penso all’acciaio che ci stringe.

(Kina, Questi anni)