Piccole indimostrate tesi sulla rivoluzione del settantasette e sul migliore dei mondi impossibili

di Pino Tripodi

Infatti, poiché tutti i Possibili pretendono l'Esistenza nell'Intelletto divino in proporzione al loro grado di perfezione, il risultato di tutte queste pretese non può non essere il mondo attuale come il più perfetto possibile. Senza ciò, non si potrebbe affatto rendere ragione del perché le
cose sono andate così piuttosto che altrimenti.
Leibniz

Partiamo da Leibniz. Il nostro è il migliore dei mondi possibili.

Per fuggire da quel mondo – dal labirinto del lavoro salariato, dalla legge, dal potere costituito, dalle gabbie del sé, dalle trappole del mito e dalle allucinazioni dell’utopia – il settantasette vola con le ali di cera, vola troppo vicino al calore del sole contro la volontà di Dedalo, padre ordinatore di caos.

La notte che cade all’insurrezione romana del 12 marzo scioglie le ali di Icaro con cui il settantasette vola per disancorarsi dal migliore dei mondi possibili, quel mondo intriso di austerità e socialdemocrazia.

Quella notte fradicia l’acqua caduta copiosa non partecipa alla vita di un mare. Stagna singola goccia sulla pelle in attesa di evaporare.

Strana quella notte. Si attende partorisca l’alba e invece piomba direttamente nel tramonto. La rivoluzione si oscura. L’austerità è controrivoluzione.

Nei giorni mesi anni successivi il triste rigurgito di zombie che riprendono a camminare: il partito, l’organizzazione, la clandestinità, la repressione, la coazione a ripetere l’ordine costituito a ogni livello della scala sociale. Gli zombie esultano. Eppure il loro trionfo annuncia la metastasi del lavoro salariato, la necrosi della democrazia, la necrosi del denaro.

Dopo quel 12 di marzo, i giorni s’arrotolano all’indietro. Il futuro scorre veloce nelle vene del passato remoto.

Quando Icaro non può volare si rintana nell’utero.

La realtà sragiona. Il delirio va al potere. Le armi diventano un alibi per sopravvivere nel pantano.

L’epoca della risata lascia. Arriva il ghigno del potere.

Dopo la rivoluzione del settantasette cosa ne è della rivoluzione.

Una rivoluzione frana quando mancano le idee per volare a quell’altezza.

Il nemico della rivoluzione non è mai un potere.

Dotarsi di un nemico è la strategia migliore in assenza dell’idea appropriata.

Avere un nemico è vivere senza un’idea. Quando le idee non arrivano la casa si riempie di nemici la mente produce solo vermi e pidocchi. L’agorà cloache.

Il più grande nemico della rivoluzione è sempre l’inadeguatezza di idee. La presenza di una grande idea che rimane solinga senza tutte le idee minute su cui marciare, un volo ardito senza degne ali, la fame di liberazione senza i gesti, le consuetudini, le prassi, i pensieri, le tecnologie, i corpi della liberazione.

La rivoluzione è la vita che distrugge le sue prigioni. Un’alba collettiva. La messa al bando delle infamie della specie. L’umano che si netta della sua orrida umanità.

Ripartiamo da Leibniz. Prendiamolo sul serio Leibniz. Il nostro è il più perfetto dei mondi possibili.

Ci sono possibili rivoluzioni e rivoluzioni impossibili.

Il settantasette è una rivoluzione impossibile.

L’impossibile viene quando il tempo non si marita con la storia.
L’impossibile è il presente del futuro.
La rivoluzione impossibile è un tempo che giunge prima del suo tempo, che sfugge all’ordine costituito della storia. Primula senza primavera. Viola senza violino.

Il possibile è un presente che accade.

La storia è una fisarmonica bizzarra. In rari momenti si apre all’impossibile poi contorcendosi per molto tempo si infila inerte e sicura nel suo vicolo cieco.

Il possibile sono tutte le carte del mondo che diventano un unico mazzo di carte. Con quelle carte si può giocare solo se si rispettano le regole costituite.

Il possibile è il mazzo di carte con cui barando gioca e vince
ogni potere. La totalità ridotta all’1.

L’impossibile è ciò che viene scartato dalle regole del gioco. È ciò che sfugge al trucco delle regole dominanti.

Il mondo delle possibilità afferisce sempre al mondo del potere.
Per rendere possibili le cose occorre conformarle – renderle della medesima forma – alle regole e al potere costituito.
Ciò che è possibile è umano, troppo umano.

Le rivoluzioni impossibili sfidano le regole costituite dell’umanità.
Fanno appello a ciò che appare impossibile, che è al di là di quel tempo della storia, che è dunque disumano. A ciò che è paradosso, a ciò che sfida i paradigmi delle possibilità.

La rivoluzione è un paradosso che non può diventare legge e che però enuncia la fallacia di qualsiasi legge umana o divina.

L’ordine costituito non è solo quello dello Stato.
In ogni campo c’è un ordine costituito, lo Stato dello stato: nella poesia, nella letteratura, nella filosofia, nella matematica, nell’amore, nell’alimentazione, in ogni accadere della vita.

Lo Stato è inevitabile. Lo Stato è possibile.

Chi cerca l’impossibile sfida anche l’ordine costituito del sé e le modalità con cui il sé si relaziona al mondo; rompe le barriere tra l’io-sé e l’io-mondo.

Se una rivoluzione è impossibile è dunque meritevole di essere perseguita.
Quando una rivoluzione è impossibile allora diventa necessaria.

Quando è possibile diventa gemella dell’ovvio, del banale, del superfluo. Il potere che va al potere.

Quando l’impossibile – la fine della schiavitù esempio – diventa realtà è giusto ma nel contempo diviene privo di interesse.

La rivoluzione è il migliore dei mondi impossibili.

Antropologicamente la specie si divide in chi desidera vivere nel migliore dei mondi possibili – chi esiste nel paradigma di Leibniz – e chi invece lo vuole sfidare, chi si dedica a costruire il più perfetto dei mondi impossibili.
La prima – i paradigmatici – di norma è la stragrande maggioranza; la seconda – i paradossali – di solito riguarda un’esigua minoranza.

Ci sono incesti di storia e di pensiero tra mondi possibili e mondi impossibili, tra perfetti possibili e perfetti impossibili, tra paradigmi e paradossi. Sono momenti magici che durano la vita di una farfalla: Spartaco, Babeuf, il settantasette, Kafka, Chlebnikov. Sono i momenti che rendono entusiasmante la vita che la sottraggono al moto rettilineo verso il medesimo, al ritorno nell’utero.

Fuori da questi momenti magici, è più decente vivere nel sottosuolo, nascosti, concentrati a girare diversamente da come va il mondo. Non cercare sintonie col mondo possibile fuori da quei momenti è l’unico movimento reale.

Nel migliore dei mondi possibile adattarsi è fatale. Noioso.

Nel migliore dei mondi possibili chi non accetta il fatale scruta l’impossibile, lo annusa, lo stana. Lo pensa. Lo sperimenta. Lo inventa. Lo crea.

Se non si apre all’impossibile, col migliore dei mondi non
può vigere alcuna mediazione.

La regola costituita del mondo appare nonsense, ibrido, avanguardia ancella del potere al pari della medioguardia e della retroguardia, antagonismo forma pura di conformismo, risata che ci seppellirà.
In questo mondo solo i migliori, gli eroi della vita quotidiana, riescono a conformarsi alle regole del possibile, sono capaci di edificare il comunismo in un solo appartamento, ed è giusto che solo loro prendano parola. E potere.

La giustizia è possibile.

Agli altri si addice di più la passione del silenzio, l’entusiasmo del margine, la parola dei muti, l’eco sublime che riverbera (forse) in un diverso spazio tempo.

Dopo la rivoluzione del settantasette cosa ne è del potere. Fa il suo mestiere di sempre magari un po’ più spensierato di prima. Presume di ordinare il caos globale che invece prolifera.
Il potere non è il contrario del caos. È solo un caos più triste che sulla scena del mondo si presenta come ordine.

Il potere costituito è il peggiore dei caos possibili.

Il potere è un dispositivo, ma è anche una facoltà.
In quanto facoltà (possibilità di fare e di non fare), il potere, qualsiasi potere, è regolato dall’eccesso.

L’uso di qualsiasi potere tende all’abuso e comporta – porta con sé – l’abuso.
Il potere (sulle persone) è una facoltà dalla quale è preferibile astenersi il più possibile.

Tra i poteri della specie c’è il potere di parlare.
Chi parla, identicamente a chi dispone di un qualsiasi altro potere, parla perché ne ha facoltà.

La specie umana parla perché ne ha facoltà.

L’errore più comune è pensare che chi parla abbia qualcosa da dire, pensa a ciò che dice.
Gran parte delle parole, dei discorsi, dei saggi, dei consigli, delle poesie – invece – altro non sono che dissimulazioni di pensiero o più comunemente assenza di pensiero, parola salariata anche in assenza di salario.
Il potere è un cumulo di rovine di tutte queste forme del dire.

Capire nel dire cosa c’è di pensiero e cosa appartiene alla pura facoltà di parlare è un esercizio di straordinaria importanza.

Se la regola costituita è riempire il mondo di parole, astenersi il più possibile è forma di intelligenza.
In un mondo angosciato dalla necessità di avere qualcosa da dire, è più salubre nulla dire di ciò che è commestibile alle forme paradigmatiche della parola.

Pensare è un mestiere difficile per questo i più preferiscono credere, obbedire, combattere.

La rivoluzione è impossibile. Questo è l’unico motivo per ostinarsi nella rivoluzione.

L’alba del 13 di marzo del settantasette, l’impossibile rivoluzione, è sempre in agguato nell’aria nella notte.

Quando stanno morendo

Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
quando stanno morendo, le erbe intristiscono,
quando stanno morendo, i soli si spengono,
quando stanno morendo, gli uomini cantano. Velemir Chlebnikov