FALENE

IV. Latitanza

Non è facile abbandonare tutto e farsi di nebbia. Soprattutto quando non c’è ancora nessuno a darti la caccia. C’è sempre un abito a cui sei affezionato o un’abitudine che insiste per essere lasciata stare sulla sua poltrona.

Una cosa è essere colpiti da mandato di cattura e avere una libertà da proteggere. Altra è non essere colpiti da alcun mandato di cattura ma accorgersi che la propria libertà è da sempre già stata catturata.

Il latitante che si sottrae all’arresto ha qualcosa da salvare, da difendere. Il latitante che aveva in mente F ha solo cose da bruciare. L’identità del primo lotta per non soccombere di clandestinità, quella del secondo ricerca, nella clandestinità, se stesso.

A morire sarebbe stata la sua identità, i modi e le forme in cui F era riconoscibile come F, quella interminabile teoria di laccioli con cui per anni si era fatto legare a un palo. E la Transalp Logistic era in fondo, tra questi, uno dei meno stretti. Degli altri era composta la sua stessa linfa.

Si trattava ora di segare il palo e di dare fuoco a tutto quanto. Scomparire prima di tutto, abbandonare tutto ciò che era rassicurante, tutti quegli specchi inchiodati in giro a confermargli chi era. Smentire questi specchi. Non c’è nessun F fatto così e così, che fa questo e che ha fatto quell’altro.

Ecco in cosa consisteva innanzitutto la sua idea di latitanza. Smentirsi.

Poi smettere di essere utili.

Il Brigante aveva ragione, forse a essere disutili si è molto utili, la poliedrica utilità aveva già combinato parecchi danni. 1

Astenersi dal, sottrarsi financo dalla tentazione di recar danno, che porta in sé comunque un residuo di utilità. Scivolar via come una limaccia tra le mani, farsi imprendibili.

Quindi esiliarsi e diventare irriconoscibili, sfuggire a ogni identificazione.

Come Vitangelo Moscarda. Non sa di nomi la vita, non sa di specchi e di conferme, non sa proprio nulla la vita. Anche lei cerca, poverina, di sfuggir via come un’anguilla alle rigide condanne che ogni giorno le vengono inflitte, alle infinite attività socialmente utili che le vengono comminate come pena.

Come i microgrammi di Walser, quella cosa molto piccola e umile, ancora più piccola e umile del suo destino, a cui tanto Jacob aveva aspirato, un tentativo di gabbare l’utilità, di prendersi gioco del riconoscimento, della leggibilità, del disvelamento. Scrivere senza l’arroganza di poter essere letti, indulgere sì alla debolezza della penna, ma confondendo le tracce lasciate sul foglio.

Tornare ad esser ninfa, al regno ipogeo delle infinite possibilità, laddove l’umano è ancora animale e la larva non ancora farfalla. Restare sospesi a contemplare in eterno il proprio poter farsi largo con le zampette attraverso quei pochi centimetri di terra per uscir fuori all’aperto e scoprirsi alla luce ed esporsi alla morte. E non farlo mai. Restare per sempre, in ogni attimo, tutto fuori, aperti nella possibilità di aprirsi senza mai giungere a chiudersi nell’atto di un’apertura definitiva e fatale. Nutrirsi di radici come i primi umani. Delle proprie radici. Suggerne gli umori al riparo dai riflettori. Ecco cosa avrebbe fatto.

Fu così che ogni sera F prese l’abitudine di salire sul coperchio del suo palazzo.

Aveva smesso di uscire la sera, e passava le sue serate su quel coperchio di cemento e catrame a cercare il buio oltre i fari del campo, oltre le torri di guardia dei secondini, oltre le recinzioni magnetiche che tutto avvolgevano.

Cercava un po’ di buio all’orizzonte, poi volgeva lo sguardo al cielo e un astro di nome Bartleby era sempre lì ogni sera a squarciare anche la nebbia più densa. Brillava insieme a Jacob e al Brigante. Era lì a indicargli la meta, lo scriba che era diventato il foglio bianco delle sue lettere morte prima che fossero scritte. Lo scriba che aveva lasciato l’atto della scrittura per restituirlo al più potente gesto della possibilità di scrivere o di non scrivere. Colui che aveva resistito fino allo stremo alla richiesta di copiare.

Anche F era uno scriba in fin dei conti. Impiegati, funzionari, amministrativi, questo erano gli scribi. Ma di certo il suo responsabile non sarebbe stato indulgente e comprensivo come lo fu per Bartleby l’uomo di legge. E nemmeno il responsabile del suo responsabile, che era poi il proprietario della Transalp Logistic, nonché agente della disgregazione e mediocre impresario di se stesso. Al primo avrei preferenza di non non avrebbe affatto cercato di far leva sul buon senso e sulla ragionevolezza. L’avrebbe licenziato e basta. O forse no. In fondo non sapeva nulla di lui.

Chissà per quanto tempo Bartleby era andato in cerca di una persona adatta al suo esperimento, una persona che gli consentisse di opporre quella sua ostinata resistenza. Chissà da quanti uffici era già stato immantinente cacciato. Aveva avuto bisogno della compassata esasperazione del suo brav’uomo di legge per arrivare in fondo al cuore delle eterne piramidi, per trasformare la sua piccola non collaborazione nella cifra di tutte le non collaborazioni e la sua resistenza alla scrittura in una resistenza alla morte.

Aveva saputo già tutto fin dall’inizio l’uomo di legge. Con la sua moderazione, la sua pacatezza, la sua educazione, la sua gentilezza, era esistito unicamente per dare a Bartleby quella possibilità estrema.

Era lì a indicargli la meta ma non la strada l’astro di Bartleby lo scrivano, che era rimasto per sempre scrivano benché avesse smesso di scrivere.

Per F la strada sarebbe stata differente. Non aveva alcuna voglia di passare il resto dei suoi giorni a cercare un brav’uomo di legge come quello di Bartleby. E poi i tempi erano cambiati, avrebbe dato troppo nell’occhio, subito sarebbe accorso qualche agente col suo aspirapolvere d’ordinanza a risucchiare tutto.

F trascorreva così le sue serate, sul coperchio del suo palazzo pieno di umori in ebollizione, a vagabondare nel cielo insieme a Bartleby e agli altri. A gettare lo sguardo sulle finestre spengersi dei grandi blocchi di cemento, sui terrazzini popolati di cianfrusaglie, intimità e ciclamini, sui davanzali disadorni arresi, e più giù sui cavi altalene, sui cavi tiranti a sorregger le mura, sulle lune a portata di sguardo, sui ronzini metallici in doppia fila, sui bidoni sazi d’immondizie, sugli immondi grigi sentieri dove coppie sparute di piedi muovevano chiome di residui nottambuli pensieri. Poi tornava a vagabondare come di maggio tra i ciliegi una gazza di ramo in ramo lasciando che maturasse nel pensiero il frutto della sua latitanza.

V. La lettera

Di vivere appieno il proprio sfacelo, di lasciarsi morire alla Transalp Logistic, F non ne sarebbe stato capace.

Non era uno di quelli che audacemente perseverano con costanza e senza lagnanze nel perseguimento del proprio ammuffire, del proprio rattrappirsi, del proprio svuotarsi. Non era tipo da accettare che un giorno il suo capo si sarebbe reclinato definitivamente come aveva ben prefigurato Jacob: “Braccia e gambe mi ciondoleranno in maniera strana e tutto, spirito, fierezza, carattere, tutto si spezzerà e appassirà, e sarò morto: non morto sul serio, ma così, morto in un certo modo, e magari andrò avanti per sessant’anni a vivere-morire così.” 2

Era piuttosto il tipo da mascherare lo sfacelo distraendo gli spettatori, spostando l’attenzione su qualche uccellino colorato o magari vagheggiando di un imminente cambio d’impiego.

Al limite avrebbe anche potuto pensare di gabbare il proprio sfacelo saltellando di impiego in impiego, di ufficio in ufficio, di funzione in funzione, come aveva provato a fare Simon e prima di lui Bouvard e Pecuchet.

Ma sapeva che lo sfacelo non si gabba tanto facilmente. “Con qualsiasi mestiere sarei arrivato al punto in cui sono adesso” 3, diceva Simon.

Era sempre più chiaro nei suoi pensieri che l’unica possibilità per eludere il suo sfacelo era di mettere in potenza i suoi propositi di latitanza. O di brigantaggio.

Le notti trascorse sul coperchio del palazzo avevano già da tempo deliberato in questo senso, escludendo a priori e con rammarico l’eventualità di una sommossa generale dovuta all’esplosione simultanea di tutte le pentole a pressione della città e all’incendio per autocombustione di tutte le scatole da scarpe.

A volte se la sognava davvero quella sommossa. Sognava che tutti i Kraus e le Kraus della città lunediassero ogni giorno della settimana e si trasformassero in altrettanti Bartleby, sognava che tutti i Turkey e i Nippers, diventassero all’improvviso intrattabili e inservibili anche nella loro mezza giornata buona, sognava che tutti gli uomini e le donne di legge diventassero dei Briganti. Sognava preferirei di no vaganti, sospesi nello spazio come carovane di nuvolette patagoniche in marcia verso Capo Horn. Sognava di vecchi eupeptici fuochi. Sognava deflagrazioni laddove aveva conosciuto la segregazione e lo schiacciamento delle pareti di cubi stringersi a morsa. Sognava Jacob e Benjamenta tornare dal loro deserto perché abbagliati dal miraggio delle città in fiamme.

Poi, risvegliandosi dal sogno, che fosse nel suo letto o alla scrivania della Transalp Logistic, sapeva che non c’era alcuna evidenza sensibile a suffragare quel suo sogno di insurrezione generale. Tutto attorno a lui faceva piuttosto pensare al contrario, non tanto a un’entusiastica adesione quanto a una disperazione senza appello.

Erano in tanti a non poter più vivere appieno il proprio sfacelo. E a scegliere una strada diversa dalla latitanza. I macchinisti dei treni lo sapevano meglio di chiunque altro.

La notizia non andava quasi mai oltre il trafiletto di cronaca locale e comunque veniva sempre presentata come un caso isolato. Ma era ogni giorno sotto agli occhi di tutti.

Da alcuni anni ormai i treni viaggiavano vuoti perché non c’era treno che non portasse almeno un’ora di ritardo. Le rotaie erano popolate di cadaveri.

Le vie della separazione sono infinite.

Quei missili sparati a trecento all’ora non facevano altro che andare a separare le membra di ciò che ormai da tempo era stato separato. Quei brandelli sparpagliati ovunque aspettavano da tempo di poter uscire allo scoperto. Avevano vissuto mascherati troppo a lungo, tenuti insieme da qualche acrobazia del cervello e ora, con l’indice puntato sulle traversine, potevano finalmente far sapere a tutti che a volerli vedere erano sempre stati lì, dissimulati soltanto da una sottile pellicola di – non c’è male -.

Era diventato l’incubo dei macchinisti. Una sagoma umana comparire all’improvviso dalla scarpata, nel fascio di luce dei fari, e nulla più. Non c’è frenata che tenga, non c’è alcuna deviazione possibile. Una teoria di frammenti da raccogliere.

Perché qualcuno dovrà pur raccoglierli. Dopo gli “accertamenti dell’autorità giudiziaria per l’investimento di una persona”, s’intende. Qualcuno dovrà pur aggirarsi con lo sguardo allucinato per scandagliare i binari, per rovistare tra la ghiaia e giù, lungo il terrapieno, in mezzo all’erba. A ricomporre almeno un’idea di integrità, a restituire alla bara chiusa un azzardo di identità.

Alla fine avrà raccolto soltanto le schegge in cui si specchierà lo strazio di chi resta. Se resta.

Nelle retrovie intanto, di stazione in stazione, di convoglio in convoglio, di vagone in vagone, si levavano spietate le querimonie di chi sarebbe arrivato in ritardo all’appuntamento con la propria idea di futuro. Nelle sale d’attesa a farla da padroni non erano il cordoglio e l’amarezza ma il fastidio e l’impazienza. Accanto a quei cento minuti di ritardo segnalati sul tabellone non era scritta la storia di quei frammenti sparsi sui binari, l’elenco dei buoni motivi per cui avessero deciso quel tal giorno alla tal ora di rendere pubblica la propria disgregazione deviando i destini di migliaia di persone. Non era scritto a quale forma di sfacelo dell’anima si ispirasse quel più greve sfacelo sui binari. Così ci si lasciava andare all’insofferenza e al lamento per non sentire nel petto l’eco sorda di quello schianto, l’implosione delle membra, il frantumarsi delle ossa.

Quando il fenomeno divenne endemico, assumendo i caratteri di un’epidemia, non ci fu alcuno scandalo nazionale. Contro ogni evidenza manifesta se ne continuava a parlare soltanto in termini di casi separati o di incidenti. Intanto i treni continuavano a viaggiare ma erano ogni giorno più vuoti. Alla fine soltanto due categorie di persone salivano sui treni: chi non aveva alcuna alternativa e i morbosi che popolavano la prima carrozza in testa nella speranza di esserci al momento dello schianto.

Alcune forme di suicidio erano quasi scomparse; quello sui binari, quello di chi sceglieva di oltrepassare la linea gialla, raccoglieva ormai piu dell’ottanta per cento dei consensi. L’espressione “prendere il treno” da “muoversi usando il treno” aveva iniziato a significare “uccidersi sotto al treno”. Si sentiva dire: – Sai che il tal dei tali ieri notte ha preso il treno? Oppure: – Ha preso il treno per amore. O ancora: – Era sommerso dai debiti, ha preso il treno. Pareva quasi che il treno stesso avesse accettato di essere trasferito ad un uso differente da quello di mezzo di trasporto.

Alcune ditte che avevano in mano le commesse iniziarono a progettare e brevettare locomotive in grado di non smembrare i corpi nell’impatto.

Alcune tratte particolarmente vocate erano diventate meta di pellegrinaggio di ‘followers’ e di ‘fans’ che percorrevano in lungo e in largo la rete ferroviaria nella speranza di assistere a un suicidio. L’Azienda aveva poi provveduto a costruire migliaia di pensiline per rendere più piacevole l’attesa agli aspiranti suicidi in caso di pioggia. Tanto era tutto a carico degli eredi: pensiline, autorità giudiziaria, rimborsi per i ritardi e lavori di pulizia. A guardarle dal treno in corsa parevano tante piccole stazioni dismesse. A volte capitava anche di vederci una persona seduta sotto in attesa. Allora non era il treno giusto, non era il treno che aspettava.

Erano stati anche istituiti alcuni uffici al Ministero per occuparsi della questione. La linea ufficiale degli uffici era quella di netto contrasto a questa pratica sempre più diffusa, ma quella ufficiosa era quella di trarne il buono che ne poteva uscire.

La Nazione non poteva certo permettersi cliniche per la “dolce morte”, non era poi così male se i suicidi si erano spontaneamente confinati lungo i binari, se la rete ferroviaria si era trasformata in qualcosa che di dolce aveva ben poco. Bisogna sapersela conquistare la morte.

Occorreva pertanto assecondare la tendenza e sovvenzionare le ferrovie. Le esplosioni negli appartamenti per fughe di gas erano drasticamente calate così come gli omicidi-suicidi in famiglia. L’importante era continuare a non dare troppo risalto al fenomeno.

Nel giro di qualche anno si raggiunse il paradosso. C’erano giorni in cui gli aspiranti suicidi potevano aspettare ore sotto una pensilina o nascosti ai bordi delle rotaie con lo sguardo fisso sui bulloni di ferro.

I treni erano tutti fermi per “accertamenti dell’autorità giudiziaria a seguito dell’investimento di una persona”.

Chissà che spazientiti da quel ritardo alcuni non abbiano cambiato i propri programmi e invece di “prendere il treno” non si siano dati alla macchia.

Comunque, a far precipitare gli eventi e a rendere improcrastinabile per F la sua latitanza, non fu il ritardo di un treno né questa epidemia di suicidi sui binari.

L’aveva letto su uno di quei giornali di provincia che era uso sfogliare svogliatamente mentre faceva colazione al bar di fronte all’ufficio.

Un quattordicenne di una nebbiosa cittadina del nord Italia era scappato di casa scrivendo una lettera d’addio ai suoi genitori. Il fatto decisivo fu per F non tanto la fuga in sé quanto il contenuto della lettera. Essa recitava in una grafia risolutamente ancora infantile:

Cara mamma e caro babbo, vi voglio bene.

Non è colpa vostra se sono scappato, ma di questo mondo che mi opprimeva.

Cercherò di stare attento e saprò badare a me stesso.

Se riuscirò, raggiungerò la foresta, se no, farò il ragazzo di strada, reciterò scenette in giro e accumulerò spiccioli per sopravvivere.4

F ne restò folgorato. Ecco qualcuno che ha capito qualcosa, pensò. Ecco qualcuno che ha visto con chiarezza la strada da percorrere.

La foresta innanzitutto, sempre che questa foresta esistesse ancora e fosse raggiungibile, la grande foresta primeva e incombente del vecchio maggiore de Spain e di Sam Fathers. Ha detto bene, “se riuscirò”, quel ragazzo, pensò F. Probabilmente aveva già capito che ogni foresta raggiungibile non può più essere foresta, aveva già capito che l’accessibilità di un luogo ne decreta senza appello la sua morte. Aveva capito che se c’è ancora una foresta possibile essa non sta verdeggiante dove ci si aspetta che stia e che soltanto dopo lunghi e oscuri vagabondaggi è possibile iniziare a pensarla.

Ecco allora il ripiego della strada, il più immediato sbocco ad ogni vagabondaggio. “Reciterò scenette in giro”, per vivere mi vestirò di maschere affinché nessuno mi riconosca, mi burlerò del lavoro e dell’utilità, camperò di camuffamenti per rendermi imprendibile. E chissà che un giorno, tolta la maschera al termine di una scenetta qualunque, non mi compaia dinnanzi inaspettata e grandiosa la foresta che avevo cercato.

Aveva proprio le idee chiare quel ragazzo, pensò F. Anche se aveva sbagliato a scrivere di essere scappato. La sua non era una fuga ma un proposito di latitanza. E chi latita non fugge.

S’innamorò di quel gesto. Aveva sempre amato innamorarsi dei gesti.

Ora F non avrebbe più potuto indugiare. Quella lettera era un segno: i tempi dell’esilio e della latitanza erano maturi.

Ed è solo il tempo a dar ragione alle visioni e alle profezie.

1Robert Walser, Il Brigante, Adelphi, Milano 2008, p.92

2Jacob Von Gunten, op. cit., p.149

3 I fratelli Tanner, op. cit., p. 275

4La Repubblica, 3 dicembre 2015