Digressioni

di Mattia Pellegrini

Premessa

Questo testo è stato pubblicato nel 2017 su Appuntamento a ora insolita / foglio a cadenza occasionale / numero 0 a cura di Luca Musacchio.

Quaestio del numero: artista, ruolo e funzione.

Con l’uso della parola artista intendo, nello scritto che segue, chiunque definisca le sue pratiche come artistiche.

Nella volontà di riproporlo su Qui e Ora, nel tentativo di prender parte ad una riflessione più ampia, ho cercato di non stravolgere il testo ma, allo stesso tempo, non ho potuto non agire là dove sentivo necessario precisare alcune posizioni ad un anno di distanza.

      

appuntamento a ora insolita


Diceva Roland Barthes: Questa nuova retorica (del non-metodo): diritto illimitato alla digressione. Si potrebbe persino immaginare, tendenzialmente, un’opera, un corso, costruito solo su digressioni, a partire da un titolo fittizio: poiché il “soggetto” è distrutto da una fuga incessante. Oppure Oreste Scalzone che della digressione, o della rapsodia, ne ha fatto un’arte del parlare nel suo incessante cambio di rotta, ripresa del senso, sezionando parole, avvenimenti storici e presenti possibili. Il lampo del coltello. Insomma, la digressione non è solo metodo di superficie da nottate brave dove si dice molto senza dire niente ma un possibile non-metodo che se maneggiato con audacia può trasportarci fuori, al lato della costruzione lineare del discorso.

La questione del ruolo e la funzione dell’artista sono già parte della volontà di creare una rivista o di scrivere per essa.

Ci siamo dentro mentre si legge e si scrive e questo rende tutto più complicato. Tutto è così vicino al corpo che se non facciamo attenzione rischiamo di picchiarci addosso, di farci male da soli.

Potrei provare a riformulare la questione capovolgendo il punto di vista:

Qual è l’utilizzo che il potere fa della figura dell’artista?

Nell’ultima forma storica del capitalismo si dice che sia proprio il paradigma artista a rappresentare meglio la sua feroce divisione del lavoro, che la figura dell’artista meglio esprime la natura contemporanea del lavoro diffuso. D’altronde quando il lavoro diviene la parte più interessante della vita e l’opera l’immagine dell’identità più alta e rappresentativa del sé non c’è orario da rispettare né salario da recriminare.

Se fallisci casca tutto il castello, non c’è tempo da perdere.

Una condizione che produce ansia e competizione in un presente incessantemente posticipato verso un futuro possibile e mai tangibile.

Un primo punto, dalla parte del nemico, potrebbe essere questo: ci si è ispirati a certe specificità della figura dell’artista per mettere tutta la vita al lavoro.

Dettaglio de La caduta di Icaro di Pieter Bruegel il Vecchio (1558 circa)

Il secondo utilizzo ha a che fare con la geografia.

Si determina una condizione di movimento in cui molti corpi sono pronti a migrare nel vulnerabile tentativo di essere nel posto giusto al momento giusto. Possiamo vederla come una condizione generale delle migrazioni che contraddistinguono il presente ma il passaggio che segue ha una sua specificità che entra in conflitto con le altre soggettività migranti. Non possiamo affrontare il ruolo e la funzione dell’artista senza metterlo in relazione al suo essere l’avanguardia nelle pratiche di gentrificazione.

Non vi è niente di meglio per ripulire una zona popolare, e trasformarla in terreno fertile per la speculazione edilizia, che l’arrivo dei creativi.

Gli esempi si moltiplicano da Willensburg a Kreuzberg dal Pigneto a Belleville.

Come non essere parte necessaria di tali meccanismi di sfruttamento?

La questione va oltre l’aver vissuto o attraversato quei luoghi poiché si situa più a fondo ovvero nell’immaginario che la società crea costituendo le prerogative per immaginare certi esperimenti urbani come imprese possibili, come oggetto di desiderio lecito. Una parte della violenza, attuata nella separazione, è già qui e ci siamo dentro. Bisogna lottare contro se stessi, contro l’idea di sentirsi qualcosa di diverso: un organismo a parte nella città o nel mercato del lavoro e quindi soggetto elitario, individualistico, verticale.

Cercare di fare banda con chi vive a fianco e non costruire recinti.

Ma la pietra è dura da scalfire perché l’altro, appunto, è l’altro e bisogna dar nuova forma alle condizioni materiali, del corpo e del pensiero, per poter abbattere certi muri. Il terzo maledetto utilizzo che viene fatto in nome dell’arte è quello della legittimazione democratica degli stati-nazione.

C’è sempre una Biennale con cui dar voce alla farsa del libero pensiero: da Tel Aviv a Istanbul, da Venezia a Mosca, da Dubai a New York.

Libero pensiero e mai un pensiero di libertà: un’altra arma vincente della democrazia.

C’è sempre una fondazione milionaria filantropica, non importa il modo in cui ha fatto e continua a produrre ricchezza, pronta a finanziare progetti che criticano la società capitalista che essi stessi rappresentano.

È l’ultra-trasparenza, l’overlappings del capitalismo finanziario. Questo per ricordarci che quando si parla del ruolo e la funzione dell’artista lo si fa da dentro lo stomaco della bestia. Le lacrime di Bas Jan Ader in I’m to sed to tell you riprendono a cadere, pungendo la nostra vulnerabilità ancora e ancora.

I’m too sed too tell you – Bas Jan Ader

Ripeteva Alberto Grifi: resistenza non è necessariamente erigere barricate. Resistenza è anche essere capaci di conquistare quell’umiltà, quella totalità della vita. E non è funzione o ruolo di artisti, di intellettuali perché è quando i processi rivoluzionari falliscono nella vita che la creatività ripiega sull’attività artistica. Se c’è un ruolo per cui lottare è quello che apre le arene contro il ruolo stesso.

Uno sciame che attraversa i recinti e non lo fa rimpiangendo i ruoli organici che furono, le glorie verticali, ma sfida il presente senza il timore di costruire nuove armi attingendo alla scatola degli attrezzi del passato. Divenire artificieri o bombaroli: felici nemici della proprie appartenenze, avversari dell’ordine e della competitività alla ricerca di un’apertura, di una crepa dentro e fuori di sé.

Perché seppur si dice che viviamo un tempo senza epoca quello che stiamo abitando è ciò che c’è dato vivere. Una danza sul vulcano tra fine del mondo e carnevale.

Ed è in questo fragile interstizio, nel lampo di una vita, in cui dobbiamo comprendere come agitarci.

Alberto Grifi