Terminal Showdown

di Joshua Clover / traduzione dall’inglese dell’articolo blog di Versobooks del 29 Gennaio 2017

Un aeroporto è una cosa curiosa, una sorta di non-luogo che però dà accesso ad altri luoghi. Ma, negli ultimi decenni, la sua natura originaria è terribilmente mutata. Infatti se da un lato il fascino e la speranza del prendere il volo per un viaggio o una vita nuova restano immagini legate ai terminal, dall’altro l’aeroporto è diventato un hub per la circolazione quotidiana di beni a livello globale.
Questo è diventato ancor più vero sin dagli anni ’70 con il regresso, a livello globale, dell’industria manifatturiera. Nell’Aprile del 1973, la Federal Express consegnava il suo primo pacco; quattro decenni dopo la FedEx dispone della quarta maggiore flotta aerea esistente. Per quanto riguarda il trasporto merci, si tratta della maggiore compagnia aerea del mondo. All’Oakland International, il mio aeroporto, l’hangar e l’hub logistico della FedEx, separati dai due più modesti terminal dei passeggeri, si dispiegano come un colosso dalla gravità di un pianeta. È il loro mondo; noi lo stiamo solo abitando.
Questa trasformazione è avvenuta nella totale incoscienza e molto aldilà della nostra lettura della situazione politica. Sarebbe difficile sostenere che questa abbia avuto un ruolo nelle manifestazioni di sabato sera. La tipica rappresentazione narrativa sugli aeroporti – da Tom Hanks in The Terminal alla fuga di Edward Snowden – si basa su chi non riesce a partire o ad arrivare e finisce per rimanere intrappolato in questo metaluogo, separato dalla realtà. È buffo o strano o emozionante. Se non fosse che, al di là di queste storie, è sicuramente orrendo essere afferrati da criminali in divisa, buttati in una stanza in balia non del fato ma di leggi e poteri statuali arbitrari.

È il loro mondo; noi lo stiamo solo abitando.

È stato proprio il fatto che alcune persone fossero trattenute in queste stanze a far esplodere grandi manifestazioni negli aeroporti degli Stati Uniti: 10,000 le persone stimate all’aeroporto di Seattle e quasi altrettante negli aeroporti di San Francisco e Chicago. In ogni caso l’epicentro è stato il John F. Kennedy International di New York, dove è iniziata la protesta. Ciò avveniva in seguito al fermo di almeno due rifugiati iracheni che, nel tentativo di entrare nel paese, sono stati bloccati in base al “travel ban” dei giorni precedenti: un provvedimento legislativo del Presidente che impedisce l’immigrazione da sette stati e che, stando alle fervide fantasie del più potente imbecille del mondo, si giustificherebbe in base alla minaccia musulmana. Questo provvedimento legislativo, inoltre, impedisce ai possessori del permesso di soggiorno di quei paesi di rientrare negli Stati Uniti una volta abbandonato il territorio nazionale. Le frontiere si stavano improvvisamente chiudendo. I manifestanti, con una prontezza notevole, si sono riversati prima sul Terminal 4, poi sul viale esterno, nei parcheggi, al varco dell’ AirTran. I tassisti hanno indetto uno sciopero all’aeroporto. La polizia, con scarso successo, ha tentato di impedire ai manifestanti l’accesso al Terminal, al varco AirTran e anche di raggiungere l’aeroporto in metropolitana da Howard Beach. Alla fine, un giudice di Brooklyn e uno di Chicago hanno emesso delle ordinanze di sospensione parziale del provvedimento legislativo: le persone già in viaggio non potevano essere espulse. Alcuni detenuti sono stati liberati ma al momento non si sa chi è ancora prigioniero. Tuttavia c’è stata una vera e propria esultanza per l’accoglimento delle richieste di soggiorno, per ogni scarcerazione, per la presa d’atto delle proprie capacità da parte di una folla in qualche misura sorpresa da se stessa. Un amico mi ha scritto per dirmi che erano sull’orlo del pianto. È evidente come il relativo successo della grande e in gran parte spontanea risposta degli attivisti sia una presa d’atto della inaspettata velocità a cui viaggiano le ambizioni nativiste di Trump. Se il mese di Gennaio si presentava saturo di paura, questo sabato sera ha restituito la speranza di una possibile risposta politica.
Vale la pena dire, però, che le politiche delle precedenti amministrazioni sull’immigrazione e sui musulmani erano tutt’altro che ammirevoli. A scandire il tempo erano le espulsioni di massa e i crimini impuniti. Perciò è di difficile comprensione il fatto che le proteste si siano orientate in favore di un rinnovato potere del Partito Democratico. Contro ogni evidenza, molti cartelli di protesta negli aeroporti definivano antiamericano il provvedimento presidenziale. È inverosimile volere delle nuove elezioni e al tempo stesso volere che i musulmani e molti altri siano liberi dalla minaccia di espulsioni, arresti arbitrari e morti ordite dall’alto. Inoltre, vi è una tendenza nazionalista che si manifesta nella distinzione tra musulmani buoni, che ambiscono a fare propri gli usi e costumi americani, e musulmani cattivi che invece non hanno quest’ambizione. Questa è una concezione infelice che porterà questi ultimi ad essere presi come bersaglio mentre gli altri saranno lasciati passare alla dogana. Il patriottismo e la libera circolazione, del resto, sono una coppia infelice. Una contraddizione che è destinata ad approfondirsi nel fronte delle forze anti-Trump.

Se il mese di Gennaio si presentava saturo di paura, questo sabato sera ha restituito la speranza di una possibile risposta politica.

Vale anche la pena di soffermarsi sulle banalità: la questione della chiusura delle frontiere, come emblema trumpista, è solo parzialmente una sua innovazione. Questa, infatti, sembra essere sempre più la questione politica cruciale del XXI secolo. È il pilastro della Brexit, nonché l’oggetto di complessi provvedimenti in tutta Europa, come il significativo accordo in base al quale i rifugiati sopraggiunti in Grecia e in Italia sarebbero stati rimandati in Turchia, a fronte di un maggiore controllo sulle frontiere da parte di Bruxelles. L’Unione Europea, il Regno Unito e gli Stati Uniti stanno restringendo le loro quote relative all’immigrazione. Il terrorismo e il panico, quasi maltusiano, sono degli alibi preferiti. Lo sfinimento provocato dalle politiche globali, solo apparentemente provenienti dall’esterno, è tangibile e la xenofobia, come un crepitio costante, sembrerebbe essere incoraggiata ad ogni tornata elettorale e riforma politica. È impossibile sfuggire all’Economia. Stretta tra alta produttività e bassa redditività, la capacità di impiegare il lavoro nei settori economici non è più quella di una volta. Ciò ci riporta al tema FedEx e rifugiati e alla loro relazione.
L’ascesa della FedEx è legata al declino della produzione e dell’industria nei settori economici trainanti; l’indebolimento (economico) crescente degli anni sessanta precipita definitivamente nel 1973. Il Capitale sposta il proprio obiettivo di profitto sempre più nel settore della circolazione, della finanza e dei trasporti. I lavoratori si spostano laddove riescano a trovare un qualche appiglio nella nuova economia. Si assiste ad una crescente produzione di non-produzione, un surplus di capacità e di persone, incapaci di comporsi e di essere impiegate produttivamente. Se, da una parte, il rendimento del capitale dipende sempre più da un ambito globale e dalla velocità di circolazione, dall’altra sempre più persone sono dipendenti dal mercato senza la benché misera possibilità di poter contare su di uno stipendio. Così anche queste persone vengono scaraventate nella circolazione.
Questo è più o meno ciò su cui si basa lo schema di “Riot.Strike.Riot” (Clover, Versobooks 2016): i riot, ma più propriamente l’ascesa delle lotte nella circolazione e nella logistica. Sono queste le diverse forme di conflitto sociale che si manifestano nel momento in cui le lotte di fabbrica, predominanti nell’epoca del movimento operaio, tramontano. La potenza dello sciopero tradizionale che nega al padrone i suoi profitti è stata, in linea di massima, un prodotto del capitalismo espansivo. Quando l’economia è a crescita-zero o inizia a contrarsi, la pressione si sposta altrove ed è altrove che si manifesta il conflitto sociale.
I lavoratori non hanno smesso di lottare per sé stessi né di unirsi ad altre lotte, ma le riconfigurazioni del mercato del lavoro hanno modificato il loro aspetto. Le lotte dei lavoratori assumono sempre più l’aspetto di lotte nella circolazione, riversandosi nel settore dei trasporti, dispiegandosi nelle strade anziché nella fabbrica, spesso in collaborazione con i disoccupati. La partecipazione alle proteste dell’altra sera del Taxi Workers Alliance a New York ne è la riprova. Quest’ultimo è un sindacato significativo e rilevante, ma al tempo stesso fa parte del settore della circolazione, concettualmente e letteralmente. I taxi sono gestiti in maniera indipendente dagli autisti che sostengono costi e imposte e percepiscono una parte delle entrate come stipendio anziché ricevere un salario da un proprietario, la loro produttività dipende dunque dal numero delle loro corse. Se hanno scioperato l’altra sera, ebbene, era uno sciopero contro se stessi. O piuttosto era mirato ai consumatori e non ai produttori. Al mercato, per essere tecnici. Se era contro una grande macchina, era contro quella della città, contro le banali operazioni di spostare le cose da un posto all’altro. A dire il vero, è stato qualcosa di più di un riot. E ha coinciso con una serie di blocchi degli aeroporti, non solo in linea teorica, ma anche praticamente.

Le lotte dei lavoratori assumono sempre più l'aspetto di lotte nella circolazione

Ciò non significa che tutti si sveglino la mattina pensando: “oggi è il giorno giusto per una lotta sulla circolazione!”. Vuol dire, invece, che la ristrutturazione dei corpi, delle economie e delle strutture politiche spinge necessariamente il conflitto verso determinati luoghi e situazioni e non altri. È quasi superfluo raccontare di coloro che nel 2014 da un lato all’altro degli Stati Uniti hanno bloccato le autostrade contro una politica di stato basata su arresti e omicidi degli afroamericani; una modalità di gestione di una popolazione già discriminata e resa eccedente dalla deindustrializzazione. È evidente l’assonanza con il Messico il mese scorso, quando la privatizzazione del petrolio nazionale e il conseguente aumento dei prezzi ha scatenato el Gasolinazo, un movimento basato su blocchi diffusi delle strade. Ma l’invenzione di questa tattica non si deve a nessuno di questi episodi, essendo già molto diffusa nel medioevo e nella prima fase dell’epoca moderna con il divenire globale del mercato. È un revenant, senza dubbio. Non è un caso che in Indiana, la scorsa settimana, lo State Bill 285 (un provvedimento legislativo) proponeva che fosse richiesto ai pubblici ufficiali di “inviare tutti i funzionari di polizia disponibili… con il mandato di usare qualunque mezzo necessario per sgomberare le strade dalle persone che illegalmente ostruiscono il traffico”.
Tutto questo è inscindibile dalle condizioni dei rifugiati, dei migranti, dei profughi; e, al di là del suo valore etico, è soprattutto una questione di eccedenza. Le lotte iscrivibili nell’indefinita categoria dei “diritti umani” e quelle contro l’economia, infatti oggi si assomigliano molto. La fuga dei rifugiati dalla Siria, per esempio, è il prodotto della guerra civile, della distruzione delle case, della siccità e del collasso sociale; un’economia europea incapace di impiegare i lavoratori comporta che i rifugiati rimarranno arenati in uno stato di transito e in luoghi pubblici, accampati nelle piazze delle città o fuori dalle stesse, cercando di andare altrove. La circolazione globale dei beni va di pari passo con il flusso dei corpi. La questione delle frontiere appare sempre più come una contraddizione tra il libero flusso di capitali e le brutali restrizioni sulle persone. I punti di rottura sono i luoghi di transito: il campo di Calais e la costa mediterranea ad esempio. Così come le frontiere, le stazioni degli autobus e dei treni, i porti, gli aeroporti. Il provvedimento legislativo di Trump assume particolare rilievo sia in relazione sia al crescente odio razziale dei nativisti, sia in relazione a questa tendenza politico-economica. Sono come un pugno, che fa colare sangue.

I punti di rottura sono i luoghi di transito: il campo di Calais e la costa mediterranea

Indubbiamente continueranno a essere queste le ragioni del crescente antagonismo. L’evento più sensazionale di Occupy negli Stati Uniti è stato il blocco del porto di Oakland, che contò più di 25000 partecipanti. Due mesi più tardi, nell’organizzare un’altra manifestazione, si propose di bloccare l’aeroporto di Oakland. Il polo della FedEx era al centro delle discussioni. La maggioranza, sia all’interno che all’esterno del movimento, ha ritenuto questa proposta un suicidio. Infatti si pensava che nessuno sarebbe stato solidale e che i poliziotti del Dipartimento di Sicurezza Interna avrebbero sparato per uccidere se si fosse presa come obiettivo l’infrastruttura fondamentale della circolazione. Come mi ricordava un amico, proprio ieri è stato il quinto anniversario di quel corteo. E invece proprio gli aeroporti sono adesso luoghi di scontro aperto, uno sviluppo peraltro annunciato per altro da una manifestazione di Black Lives Matter dell’anno scorso all’aeroporto di Londra. Gli orizzonti delle lotte stanno mutando. Del resto, le idee per sferrare un contrattacco si sviluppano di pari passo con le trasformazioni del mondo.
In ogni caso, la questione politica non si può ridurre alla tattica. In un certo senso si tratta di trovare un’unità. È indiscutibile che coloro che ieri sera erano in viaggio, che sono stati fermati e poi trascinati in un qualche sgabuzzino, squallido e terrificante, in base ad un grottesco ordine del capo bianco di turno, sono dei prigionieri politici. La presa di coscienza dovrebbe consistere nel fatto che negli Stati Uniti l’iper-carcerazione su base razziale ha portato ad avere milioni di prigionieri politici. Le prigioni, al contrario degli aeroporti, sono il non-luogo che impedisce l’accesso a tutti i luoghi. Le manifestazioni di ieri sera dovrebbero perciò mirare anche a questa lotta piuttosto che ad una restaurazione patriottica del regime liberale che ha contribuito a progettare quelle prigioni.
Infatti, l’elemento politico messo in evidenza dagli eventi dell’altra sera questo è proprio il disfacimento della capacità interpretativa basata sul paradigma sinistra-destra. Il voto della Brexit o l’allineamento forzato di Syriza alle banche europee, hanno dimostrato la debolezza di questo schema politico. Sinistra e destra oggi significano per lo più approcci diversi al management della crisi, nessuno dei due funziona, di qui il caos. Al suo posto la dinamica evidente è quella tra inclusi ed esclusi: quelli che possono essere sussunti contemporaneamente nella logica di stato e del capitale e quelli che invece non possono esserlo. La frontiera, il muro, sono al contempo la realtà e il simbolo di questo sistema, anche quando si presentano in forme meno visibili, Lione e nelle baraccopoli di San Paolo. Non è una questione di scelta, ma di necessità. Se una lotta di liberazione ci sarà, queste zone di esclusione saranno le sue fondamenta.

Le prigioni, al contrario degli aeroporti, sono il non-luogo che impedisce l'accesso a tutti i luoghi.