Contro la morte nera – Per un antifascismo rivoluzionario

Per questo numero di settembre Qui e Ora incontra un gruppo antifascista parigino, SIAMO Sorbonne Antifasciste. In questa intervista i compagni francesi ci raccontano cosa vuol dire essere antifascisti nella Francia di Macron e del Front National, di Bastion Social e di Action Français, dei movimenti contro la loi travail e la loi ORE, degli scioperi studenteschi e dei lavoratori. 

QeO: La Francia sta vivendo un momento particolare ci sembra. Un giovane rampante manager è a capo del governo e sembra interpretare perfettamente l’anello di congiunzione tra Neoliberalismo e neo-autoritarismo, il mix tra questi due elementi ci sembra un vero e proprio cocktail il cui contenuto è una singolare forma di neofascismo. Voi che ne pensate? La questione può essere circoscritta solo ad un “via libera” alla polizia o pensate ci sia qualcosa di più complesso?

SIAMO: Il governo e la politica condotta da Emmanuel Macron rappresentano effettivamente un misto tra il neoliberismo e neo-autoritarismo. In primo luogo ciò si mostra chiaramente nella sovrapposizione di leggi autoritarie e neo liberali. Nell’attuale agenda politica possiamo citare alla rinfusa dalle leggi securitarie ed anti-terrorismo, che sono state votate all’inizio del mandato di Macron (come la costituzionalizzazione delle leggi previste dallo stato d’emergenza), all’aumento del numero di poliziotti; dalle misure narrate come ‘contro il terrorismo’ che servono in realtà a mettere nel mirino i/le militanti, alla distruzione del codice del lavoro (con la loi travail cc.dd. XXL) e la rimessa in discussione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici; dalla riforma ferroviaria che ha privatizzato di nascosto le ferrovie francesi, all’insieme di misure prese in favore di coloro che detengono i capitali (come, ad esempio, la soppressione dell’ISF).

Questa alleanza tra neoliberalismo e autoritarismo, tuttavia, si è realizzata anche attraverso leggi ed azioni di governo che esprimono una vera e propria commistione di questi due elementi. L’esempio della ZAD di Notre-dame des Landes è emblematico per comprendere appieno gli obiettivi di questo governo. In questo caso, infatti, in un sol colpo il governo ha rumorosamente affermato l’assoluto predominio nonché una vera e propria santificazione della proprietà privata, e contemporaneamente la sovranità dello stato sui suoi territori, attraverso un’eccellente dimostrazione della propria capacità di utilizzare la violenza “legittima”. Allo stesso tempo sono state prese misure serie per controllare gli/le scioperanti, e, in particolare, per obbligarli/e a tornare al lavoro, qualunque esso fosse. Si tratta di un’assunzione da parte dello Stato di un ruolo autoritario e paternalista, utile al profitto delle logiche neo-liberali di flessibilità del mercato del lavoro. In un senso più ampio la precarizzazione del lavoro e la generalizzazione dello status di “auto-imprenditori” (cc.dd. “uberizzazione dell’economia”), incidono pesantemente su quelle fasce della popolazione che sono già precarie, e si coniugano così oppressioni economiche e sociali che non fanno che aggravare le disuguaglianze di razza, classe e genere presenti nella società. Ma questa ambivalenza tra due facce di una stessa politica neofascista, come la ritroviamo in Francia oggi, non è totalmente nuova. Abbiamo già visto le premesse di tutto ciò nel governo Hollande e nella sua gestione combinata di promozione della Loi Travail e di repressione orchestrata contro gli/le oppositori/trici.

Questa alleanza promana anche, in parte, da una tendenza del mondo politico a considerare univoci i criteri per giudicare le politiche messe in atto, come il livello di tecnocraticità del governo e la consacrazione dell’economia ortodossa e delle logiche distorte che questa porta con sé. Ciò si è rafforzato molto con il governo Macron, che si racconta infatti come un “governo di esperti”, il cui obiettivo è imporsi al di sopra di tutti/e gli/le altri/e: si denigra qualsiasi opposizione politica dichiarandola illegittima in quanto non rispettosa della “ragione economica”, e si reprime violentemente chi si oppone. D’altro canto, per mettere in pratica le sue politiche, Macron ha certamente tirato fuori dal cassetto qualche nuovo personaggio, che dovrebbe rappresentare la società civile, ma che in realtà non è altro che espressione di una classe politica tradizionale e ben conosciuta. Possiamo fare riferimento, in particolare, a Gerard Collomb, un vecchio e noto fascista, che incarna il suo ruolo a meraviglia. Ad ogni modo, questa alleanza tra autoritarismo e neoliberismo si è già verificata e continua a verificarsi in paesi come la Grecia, dove le politiche di austerity sono imposte al popolo violentemente, dal punto di vista fisico, economico e sociale.

Cionondimeno certi elementi di queste politiche neofasciste sembrano essere particolarmente ben radicati in Francia, e nella politica di Macron. Ciò che è cambiato, rispetto al passato, è la scala delle riforme intraprese e la velocità alla quale esse vengono imposte (anche grazie ad un parlamento ingessato, incapace di opporre la minima resistenza). Questa velocità ha, naturalmente, un forte impatto su ogni possibile opposizione, che risulta quindi molto più complessa perché obbligata a combattere contro troppe leggi, e troppe riforme, tutte insieme. Fare un elenco delle riforme passate dalla primavera 2017 ad oggi, permette di rendersi conto dell’ampiezza e del peso assunti dalla politica di Macron. Questa volontà di cambiamento rapido e globale, che poggia su una presunta “razionalità economica”, e che viene messa in pratica con la forza, è ciò che caratterizza quanto sta accadendo oggi in Francia, e non lascia presagire niente di buono.

Il secondo elemento specifico della situazione francese è la strategia di comunicazione del governo: si affermano e si riaffermano determinati principi, per poi negarli nei fatti. Mentre il governo distrugge poco a poco i servizi pubblici, Macron annuncia l’organizzazione del “Welfare State del XXI secolo”. Mentre i/le migranti vengono cacciati dalle strade, braccati/e alle frontiere, messi/e nei CRA e più in generale trattati/e come indesiderabili, Macron denuncia la chiusura dei porti italiani all’Aquarius e si rimette in bocca la retorica dell’accoglienza. Il discorso e la retorica sono sostituiti dalle pratiche. Ora, questa strategia non può sortire i suoi effetti se non grazie ad un suo corollario, che costituisce il terzo elemento caratteristico della situazione francese. Si tratta del totale consenso della maggior parte dei media alla figura di Macron, presentato come la sola via di fuga, l’unica soluzione per scampare ai “populismi” di destra e sinistra.

Perché, malgrado la pappardella sul “fact checking” che ci viene propinata, questa moda del dimenticare le opinioni contradittorie è politica a tutti gli effetti, e questa opposizione tra discorso e prassi non è quasi mai stata evidenziata, se non da piccoli media indipendenti a scarsa diffusione. Questa complicità mediatica è spaventosa perché permette di annichilire le differenze politiche e le possibilità di dibattito che possono sorgere nei differenti media. Tanto più che tutto ciò si organizza attorno al controllo sempre più stretto dei media e della comunicazione di governo. Tale singolarità si esplica dunque attraverso l’utilizzo sistematico di queste contro-verità. Quello francese è un neofascismo che avanza di nascosto, contrariamente a quanto avviene, ad esempio, con Orban in Ungheria, dove le politiche fasciste sono molto più esplicite.

Infine, questa singolare forma di neofascismo, si adegua perfettamente alla democrazia: il fascismo più classico, oggi incarnato dalla Le Pen, assume un ruolo di spauracchio, molto utile a questo governo di “estremo-centro”. Esso infatti permette a Macron di rassicurare una gran fetta della classe politica dominante in nome di una presunta barriera “repubblicana” contro l’estrema destra.

QeO: Qual è allora il ruolo della polizia in seno a questo sistema politico?

Innanzitutto bisogna sottolineare il fatto che con il ritorno di uno Stato che si concentra sulle sue attribuzione sovrane ed economiche (e non più sociali), la polizia si ritrova perfettamente nel suo classico ruolo di strumento di repressione e di controllo degli/delle indesiderabili. È così che il mix tra neoliberalismo e autoritarismo mostra chiaramente che lo stato neo-liberale ha ancora e sempre bisogno di una polizia forte, che gli permetta di applicare le sue politiche violente imponendo le sue posizioni con la forza. In seno a questo sistema la polizia gioca un ruolo chiave che va dalle indagini sugli oppositori e le oppositrici, alla gestione neo-coloniale dei territori marginalizzati. E tanto meglio se tutto ciò è opera di forze dell’ordine che concentrano al loro interno numerosi/e fascisti/e, come l’ha dimostrato la recente indagine sui progetti di attentati contro dei musulmani da parte di un gruppo di estrema destra.

Ciononostante sarebbe sbagliato credere che la polizia abbia le mani completamente libere. Essa, infatti, resta molto sottomessa allo stato che, da parte sua, le lascia un ampio margine di manovra. Così se da una parte le forze dell’ordine non sono autonome, dall’altra i loro compiti implicano quasi ontologicamente uno scarto dalla legge, al fine di poter imporre un certo ordine sociale ed economico (le violenze della polizia e le uccisioni a matrice razzista, come avvenuto di recente nel caso di Aboubakar Fofana, sono una precisa dimostrazione di tutto ciò). È il ruolo strutturale della polizia che spiega perché questi atti non sono sanzionati, e che, al contrario, la polizia è sistematicamente assunta in quanto istituzione, tanto che il suo ruolo non è messo in discussione mai e poi mai.

QeO: In Italia il vice primo ministro e ministro degli interni è Matteo Salvini, un arrogante razzista del nord Italia che ha ricevuto immediatamente i complimenti da Marine Le Pen. Quello tra Francia e Italia è un legame antico soprattutto quando si parla di organizzazioni neofasciste, una reciproca influenza di cui i frutti si vedono tutt’ ora. Volete farci una panoramica storica generale delle organizzazioni più significative per capire meglio la realtà francese fino ad arrivare alla nascita del “network” Bastion Social chiaramente ispirato dal “modello” Casapound Italia?

SIAMO: L’Italia e la Francia hanno dei legami particolarmente stretti quanto a prospettive ed azioni fasciste. Da Bloc Identitaire all’Action française o all’attuale Bastion Social, un gruppo creato nell’ autunno 2017, molto vicino a Casapound, abbiamo potuto ben vedere l’intesa tra i diversi gruppi. I legami tra Casapound in Italia e Bastion Social in Francia, in particolare, sembrano molto importanti: le conferenze tenutesi nelle varie sedi di Bastion Social che parlano di Casapound o in cui i due gruppi si incontrano, sono tanto numerose da non potersi contare. Sappiamo poi da fonti sicure che alcuni/e militanti di Bastion Social vivono a Roma e militano con Casapound e viceversa.

Questi sono i principali legami tra militanti fascisti italiani e francesi.

L’influenza “sociale” di Casapound ed il suo successo sono guardati con invidia dai nostri “fascisti in potenza”. Questa ammirazione si traduce in un copia-incolla dei metodi, ma, per ora, non ancora dei risultati. Allo stesso modo è importante sottolineare il tentativo di superamento della logica del branco attraverso una progressiva istituzionalizzazione, ad esempio nel soccorso ai/alle senza tetto e nelle azioni a volto scoperto. Ad onor del vero, però, oggi i fascisti francesi non hanno ancora realmente vinto questa loro scommessa istituzionale in quanto nei loro confronti, a livello mediatico e politico, si registra ancora una timida opposizione. Ma Bastion social riesce a radicarsi in diverse città e a riunire, per il momento, non pochi/e militati, razzisti/e e xenofobi/e, politicamente dispersi/e.

Una situazione complessa, che necessita di interventi radicali quanto immediati, come ci mostra l’esempio italiano. Il movimento che osserviamo in queste città, non ha tuttavia avuto a Parigi il successo atteso. Qui, se da un lato il gruppo di estrema destra GUD (Group Union Défense) si è ufficialmente sciolto lo scorso dicembre per fondersi con Bastion Social, dall’altro nessuna loro sede è per il momento stata aperta. In effetti Parigi non è una città propensa all’apertura di spazi occupati, un problema che affligge i gruppi fascisti quanto l’estrema sinistra. Anche per questo i fasci parigini si sono ristrutturati in un modello politico più caratterizzato dalle violenze di strada. Tutto ciò non può che suggerirci di restare vigili: presto potrebbero modificarsi alcuni elementi grazie all’importazione delle pratiche tipiche di Bastion Social.

QeO: Per fortuna la Francia è stata anche ricca di esperienze antifasciste famose a cui ispirarsi, potete farci un rapido racconto delle organizzazioni antifasciste francesi e concludere con la presentazione della vostra realtà politica? Da quali esigenze e necessità nasce SIAMO? Quali sono le principali differenze tra voi e gli altri gruppi antifa? Come vi relazionate con il movimento sulle tematiche che non sono prettamente antifasciste? Qual’ è stato il vostro contributo/approccio rispetto a forme di lotta come il “corteo di testa”?

SIAMO: Il SIAMO è stato creato da alcune persone che, inizialmente, non erano che conoscenti.

Durante l’estate del 2016, in pieno giorno, una studentessa ed un suo amico, di rientro alla Sorbona dopo una pausa, trovarono una decina di militanti dell’Action Française (AF) intenti a distribuire volantini manifestamente omofobi e xenofobi all’ingresso dell’università. Calmi/e, perfettamente a loro agio, agivano con l’aria di chi sente a casa sua, mettendo pressione ai/alle militanti di sinistra che provavano a tener loro testa. In un’auto parcheggiata un militante pro-monarchia passava il tempo a rimirarsi e pettinarsi nello specchietto retrovisore. Dopo aver letto quei volantini la discussione con gli/le studenti/esse si è fatta accesa, i toni si sono alzati, ma i membri dell’AF sono equipaggiati per lo scontro. Dopo alcune invettive e qualche spintone i militanti dell’AF se ne sono andati in tranquillità. I due studenti si sono allora domandati cosa avrebbero potuto fare; la prima idea era stata quella di contattare l’AFA (Action Antifasciste di Parigi), dove avevano un amico tra i/le militanti, ma si resero presto conto che il tempo di chiamare, costituire una squadra, in pieno giorno… i/le militanti di destra sarebbero stati già stati lontan/e.

Questo primo incontro ci permette di fare un’amara constatazione: nel quinto arondissement, nel 2016, era possibile essere militanti fascisti/e o monarchici/che, prendersi degli spazi e diffondere le proprie idee di estrema destra assolutamente indisturbati/e. Poco tempo dopo AF, di nuovo, è stata segnalata alla stazione del metrò Cluny la Sorbonne intenta a vendere il suo giornale. Alcuni/e studenti/esse decisero quindi di improvvisarsi militanti antifascisti/e e di andare sul posto. Ma non essendo abbastanza organizzati/e e conoscendosi appena non c’era modo di distinguere realmente chi erano i fascisti e chi no. A partire dal movimento nato nella primavera del 2016 e da alcune riflessioni sull’agire locale, in particolar modo grazie all’esperienza della ZAD, nasce l’idea di creare un gruppo organizzato che avrebbe dovuto raccogliere tutti/e coloro che avevano legami geografici con il quartiere. Chiunque era il/la benvenuto/a, che fosse o meno studente/essa della Sorbona.

L’obiettivo era quello di creare un gruppo radicato nel quartiere che avesse come scopo la lotta antifascista, e, grazie ad essa, la creazione di un filo rosso tra le diverse azioni in corso nel quartiere. In generale i gruppi antifascisti hanno spesso un’identità molto marcata fin dal principio, fin da prima di costituirsi come gruppo politico, e spesso si tratta di un gruppo di amici/che. Noi no, e questa è, a nostro parere, la prima specificità della nostra organizzazione. Molte delle persone che inizialmente si sono aggregate in quello che ben presto si chiamerà SIAMO non si conoscevano, alcuni/e erano conoscenti, altri/e erano stati coinvolti dai/dalle loro amici/che, altri/e ancora ne avevano sentito parlare nei corridoi dell’università.

Il SIAMO ha una grande stima per tutti gli altri gruppi antifascisti di Parigi, con i quali ha sempre portato avanti molte azioni, e, senza dubbio, continuerà a farlo. Non avremmo mai visto la luce, come organizzazione, senza l’esperienza che alcuni/e dei nostri membri avevano accumulato presso altri gruppi, come il CAPAB ad esempio, a Parigi ed altrove.

Ciononostante il gruppo ha messo in atto, in particolare nei suoi primi momenti, azioni che l’hanno subito distinto dagli altri gruppi antifascisti di Parigi. Mentre gli altri si opponevano alle azioni dei fascisti solo attraverso barriere fisiche, il SIAMO inventò nuove pratiche, fatte per umiliare i fascisti ed al tempo stesso rendere la nostra lotta accessibile ed accattivante per le persone che vivevano nel quartiere. Per fare un esempio, ricordiamo sempre con nostalgia le “torte in faccia” ai fasci nel 2016. Le nostre inchieste ed i metodi operativi pensati sul quartiere avrebbe dovuto evitare l’effetto sorpresa per permettere invece un radicamento reale in un quartiere attraversato quotidianamente da migliaia di studenti/esse e giovani.

Un altro aspetto che ci sta particolarmente a cuore è la creazione di legami stabili tra i collettivi che non si definiscono antifascisti per poter concorrere tutti e tutte alle altre lotte, tutte egualmente importanti: quelle per i/le migranti, per le vittime della violenza poliziesca, quelle antisessiste ed LGBT+, etc. Lo scambio di pratiche e di analisi non può che arricchirci, è importante non rinchiudersi in pratiche di militanza antifascista non inserite nell’orizzonte comune delle altre lotte. Da qui si spiega, dunque, la nostra presenza costante in ogni manifestazione, di cui spesso costituiamo lo spezzone di testa. Il quartiere Latino, conosciuto per le sollevazioni del maggio ‘68, è tuttavia da sempre caratterizzato da una forte presenza dell’estrema destra. Già negli anni ‘80/’90 vi si trovavano gli “skin du luco” (Lussemburgo) un gruppo skinhead neonazisti/e. Ci sono, in questo quartiere, dei bar vicini a fascisti molto noti, come Alain Soral, o gruppi di riflessione come Dextra.

C’erano molti bar frequentatati da ultrà di estrema destra, l’Action Français volantinava ogni venerdì alla stazione della metro di Cluny e, naturalmente c’è Assas, una facoltà storicamente caratterizzata dalla presenza di studenti/esse di estrema destra, e che ha visto tra i suoi corridoi la nascita del GUD (Groupe Union Defense). Oggi la situazione è cambiata, le apparizioni dei/delle fascisti/e a Cluny sono saltuarie e Assas ha perso i suoi militanti a seguito dello scioglimento del GUD.

Si continua, tuttavia, un lavoro costante sul territorio, a Cluny, anche con i comitati di quartiere e con le associazioni… Il 2016 è stato per molti dei/delle militanti del SIAMO un anno molto importante in termini di formazione e costruzione di una comune prospettiva politica. In molti poi, al di là delle riflessioni e degli incontri importanti, hanno raggiunto il SIAMO dopo le manganellate ricevute in manifestazione, ad esempio quelle contro la loi travail, e la creazione di questo gruppo ha permesso loro di agire insieme e di accrescere la loro fiducia in sé stessi e nella lotta.

QeO: Se il movimento contro la loi travail sembrava aver spazzato via definitivamente le organizzazioni neofasciste dalle strade ed aver annichilito le loro politiche anti-crisi e la loro retorica xenofoba, proprio nel momento di massima ascesa e popolarità del Front National, oggi queste organizzazioni appaiono rinvigorite a tal punto da scendere in piazza nonostante il movimento studentesco o attaccare le facoltà occupate. Potete raccontarci brevemente cosa è accaduto in questo senso in Francia nell’ultimo anno? E quali sono stati i differenti effetti che la presenza di un movimento rivoluzionario nelle strade ha avuto rispetto alle organizzazioni neofasciste?

SIAMO: Noi non arriveremmo al punto di dire che il movimento per la loi travail ha spazzato via le organizzazioni neofasciste dalle strade. A meno che non vi riferiate ai poliziotti, che invece abbiamo sì spazzato via dalle strade più di una volta. Il movimento contro la loi travail è durato qualche mese, che non è abbastanza per giudicare l’eventuale suo impatto sulle lotte antifasciste (tanto più che l’estrema destra non ha certo sonnecchiato durante quei mesi).

Parliamo ad esempio degli attacchi dei/delle militanti fascisti/e alla Nuit Debout di Place de la Republique, nella primavera 2016, o del presidio dei/delle poliziotti/e il 18 maggio 2016, in pieno movimento contro la loi travail, in una piazza che aveva come invitata d’onore Marion ‘Maréchal’ Le Pen.

Poi va detto che l’agenda dell’estrema destra non è stata particolarmente turbata dal movimento: abbiamo, infatti, assistito ad una manifestazione identitaria nel V arondissement, o alla loro tradizionale marcia in onore di Giovanna d’Arco a inizio maggio. Tuttavia il movimento contro la loi travail è stato efficace contro l’estrema destra nella misura in cui, durante quel periodo, le questioni sociali sono state prese in carico solo da un movimento di contestazione radicale di sinistra, tanto che l’estrema destra ne è stata assolutamente sovrastata. Per tutto il tempo in cui la lotta sociale è stata al centro del dibattito mediatico l’estrema destra istituzionale non poteva più attirare l’attenzione sul dibattito razzista, islamofobo o anti-immigrazione come sa ben fare lei. Questi mesi di primavera 2016 hanno inoltre permesso la politicizzazione di una nuova serie di militanti, portando nuove forze all’estrema sinistra. La maggior parte di noi viene da quella generazione e ciò mostra chiaramente che la lotta contro la loi travail ha portato molti individui verso l’antifascismo, fino alla costruzione del solido gruppo che siamo oggi.

Non riteniamo tuttavia che la disfatta del FN alle elezioni presidenziali del 2017 e la sua attuale debolezza siano state provocate da questo movimento, ma piuttosto dalle politiche macroniste che hanno saputo, da una parte, imporsi come sola forza politica legittima (contro l’estrema sinistra come contro l’estrema destra), e, dall’altra, utilizzare l’FN come spauracchio per poi, una volta eletti, riprendere in parte il loro programma.

Questo per dire che noi non crediamo che le organizzazioni di estrema destra abbiano un particolare ritorno di fiamma, ma piuttosto che ci sia una presa di coscienza degli ambienti militanti rispetto alla reale minaccia dell’estrema destra, in particolare anche a seguito di diversi attacchi fascisti avvenuti nei licei e nelle università. Questa pratica è iniziata con un attacco contro il LAP (Liceo Autogestito di Parigi) a Parigi, da parte di alcuni membri di GUD, ma ha raggiunto una reale importanza mediatica solo dopo un attacco fascista alla facoltà di giurisprudenza di Montpellier. Quest’evento ha avuto molta eco in Francia: degli uomini a volto coperto, armati di mazze di legno, sono entrati nell’università terrorizzando gli/le studenti con l’appoggio del rettore (che ha poi dato le dimissioni).

Questo evento particolarmente eclatante potrebbe lasciar pensare ad un ritorno del fascismo nelle università, ma è importante sfumarne la portata: quest’anno, per fare un esempio, il movimento contro la Loi ORE si è sviluppato in primo luogo proprio dentro le università.

Un gran numero di università francesi sono state occupate creando una situazione davvero straordinaria. Da qui gli/le studenti/esse che di solito portano avanti il loro percorso di studi al di fuori di ogni coinvolgimento politico si sono invece collocati/e, sentendo la necessità di prendere posizione, cosa che ha scaldato non poco gli animi.

Gli attacchi alle università, in particolare dei centri parigini di Tolbiac e Malesherbes, sono il frutto delle azioni di qualche testa calda, capace di coinvolgere gli/le studenti/esse non militanti che già erano contrari/ie alle occupazioni. Si trattava più di auto-rappresentarsi come eroi/ne liberatori/trici delle proprie università che di rivendicare realmente posizioni politiche fasciste. D’altra parte, dopo la fine delle occupazione, la maggior parte di questi/e studenti/esse, forti delle loro due settimane adrenaliniche passate a militare vicino ai/alle giovani fasci, si sono riconcentrati/e sui loro studi. Speriamo di non sentirne mai più parlare.

Se dobbiamo riassumere la situazione dell’estrema destra nelle università quest’anno, in particolare durante la loi ORE, diremmo che malgrado qualche azione eclatante, la destra è stata scarsamente rappresentata e poco ascoltata. In conclusione, ci teniamo ad approfittare di questo punto per fare una precisazione sul modo in cui questi attacchi, chiaramente fascisti, sono stati condotti, quanto meno a Parigi.

Noi crediamo che gli attacchi di questi gruppuscoli di estrema destra avrebbero dovuto portare ad una maggior presa di coscienza rispetto all’importanza di organizzare un’autodifesa collettiva dentro le università, e non delegarla ai militanti antifascisti come spesso avviene. L’antifascismo resta ancora per molte persone una lotta caricaturale, riservata a pochi/e capaci di gestire da soli/e le aggressioni. Noi ci siamo evidentemente costituiti/e per proteggere gli/le studenti/esse delle università contro il fascismo, ma l’antifascismo e la gestione delle violenze non devono restare appannaggio esclusivo di alcuni/e: è una lotta che va presa in carico da tutti e tutte.

QeO: Ci sembra che oggi più che mai le organizzazioni neofasciste a livello globale abbiano ricostituito una vera e propria “Internazionale Nera” di cui le organizzazioni neofasciste francesi sono spesso protagoniste? Come percepite voi questi legami internazionali?

SIAMO: Questa è una domanda difficile per noi, perché, in quanto collettivo parigino siamo molto lontani/e dalle organizzazioni fasciste internazionali più attive sul piano delle frontiere. Sappiamo che alcuni gruppi, come Generation Identitaire si organizzano su scala europea, cosa che moltiplica le loro risorse finanziarie e la loro portata nociva. Di fronte a ciò la nostra priorità è di incontrare gli antifascisti di tutta Europa per organizzarsi insieme e perché no, rendendoci disponibili per azioni organizzate collettivamente su scala internazionale, come ad esempio i contro-summit. Sta a noi costruire una solida risposta ai fascismi transfrontalieri.

QeO: Infine, sappiamo che voi come collettivo SIAMO siete riusciti a rompere quello stereotipo talvolta machista e sessista associato alle pratiche dell’antifascismo militante. In che modo declinate quindi la questione di genere nel ripensare il vostro modo di essere antifascisti oggi?

SIAMO: Anche se siamo molto contenti di riuscire a mantenere una certa attenzione rispetto al tema del sessismo, questione che di recente viene spesso presa in considerazione nell’ambiente antifascista, dobbiamo tuttavia ammettere che questa problematica è ancora considerata marginale e ciò emerge anche nel confronto con altri gruppi antifascisti, oltre ad essere sintomatico della diffusione del problema in sé. Secondo noi le lotte anti-sessiste ed LGBT+ sono troppo spesso relegate al rango di lotte secondarie, anche se dovrebbero essere al cuore delle nostre pratiche antifasciste.

Il fascismo, infatti, contribuisce al mantenimento delle attuali gerarchie sociali attraverso la normalizzazione e la promozione di una centralità del dualismo dell’identità di genere e dell’eterosessualità. Espressione evidente di ciò sono le diverse forme di violenza – fisica, simbolica, economica – applicate nei confronti di persone le cui identità di genere e sessualità non rispecchiano le categorizzazioni tradizionali. In più non possiamo ignorare che vi sia un ritorno di razzismi e nazionalismi anche all’interno della lotta per i diritti delle donne, cosa che colpisce alcune di noi con attacchi ad un tempo razzisti, sessisti ed, talvolta, islamofobi. La grande difficoltà degli ambienti antifascisti nel portare avanti le lotte antisessiste ed LGBT+ è legata soprattutto al fatto che caratteri machisti1 e sessisti si esprimono sistematicamente nelle pratiche più violente (ad esempio nel confronto fisico contro i gruppi neofascisti o con le forze dell’ordine in manifestazione), pratiche caratteristiche dell’antifascismo militante.

Non vogliamo con questo dire che ogni pratica violenta sia intrinsecamente machista e sessista. Il machismo in quanto valorizzazione delle caratteristiche dei comportamenti definiti “mascolini” (chi è il più macho? Chi è l’uomo più coraggioso? Chi ha il cazzo più lungo?) contribuisce a rafforzare gli stereotipi e le etero-definizioni senza alcun tentativo di superamento. I ruoli di genere imposti dalla cultura tradizionale, se da una parte portano le persone educate come donne ad allontanarsi da dinamiche di violenza relegandole, in questi casi, in una posizione di sottomissione, dall’altra, vi avvicinano coloro che sono socializzati come uomini, che vengono invece incoraggiati a gestire la violenza per assumere un ruolo dominante. Allo stesso modo è facile immaginare la facilità che possono avere gli uomini cisgender a entrare in una pratica violenta e la difficoltà che possono avere le donne o le persone LGBT+ nel fare lo stesso.

Bisogna egualmente prendere in considerazione l’effetto del gruppo e le derive che questo può avere in termini di comportamenti machisti e sessisti, rendendo escludente il contesto militante per le donne e le persone LGBT+. La violenza come strumento politico non è appannaggio esclusivo degli uomini cisgender. Noi viviamo tutte e tutti in una società violenta, siamo tutte e tutti violenti/e. La sola cosa che cambia è l’espressione della violenza, anche nel vissuto femminile ed LGBT la violenza è onnipresente. Se vogliamo che gli ambienti antifascisti siano un luogo inclusivo è necessario riflettere sulle nostre pratiche violente, o nonviolente, perché queste siano messe in atto collettivamente, accompagnando coloro che vogliono prendervi parte ma non sanno come o non si sentono pronti.

Per noi è importante prendere in considerazione questa questione come questione politica e tentare di gestirla in modo collettivo. Allo stesso modo, come la violenza non può essere appannaggio dei soli uomini cisgender, il lavoro di cura, l’attenzione verso l’altro e i compiti amministrativi non possono restare competenze esclusive delle militanti donne ed LGBT+, cosa che, purtroppo, spesso accade nei nostri ambienti.

L’ inclusività passa attraverso la degenderizzazione delle nostre azioni, dal tentativo di far emergere nuovi codici e nuove pratiche, così che possano sorgere nuovi immaginari che non impongano né classificazioni né gerarchizzazioni sulla base del genere, e che non impongano nuove norme. L’idea è che ciascuno/a possa trovare spazi e pratiche adatti al suo sentire ed alle sue specificità. Se queste questioni sono comunque presenti nelle nostre riflessioni e nelle nostre pratiche, è perché il SIAMO è composto da uomini e donne cisgender come da persone LGBT+. La variegata composizione del nostro collettivo è, a sua volta, il risultato del ruolo centrale assunto dai gruppi femministi ed LGBT+ nel movimento per la loi travail del 2016. Di fatto, fin dal principio, queste questioni hanno avuto uno spazio importante, cosa che spiega il perché altri/e, colpiti/e dalle medesime problematiche, si siano a noi aggregati.

Tuttavia, non abbiamo certo risolto il problema del machismo e del sessismo nel nostro gruppo, e ancor meno negli ambienti militanti in generale. Come SIAMO diamo una particolare importanza al ruolo, alle parole ed alla cura delle donne e delle persone LGBT+ nel nostro collettivo, come anche nei collettivi con i quali ci confrontiamo. Nel quotidiano vegliamo sulle nostre pratiche e sui nostri comportamenti per evitare ogni forma di oppressione e aggressione. Dire che siamo riusciti a decostruire lo stereotipo sessista e machista associato all’antifascismo militante sarebbe prenderci un merito esagerato. Sono le donne e le persone LGBT+ che hanno lottato negli anni prima di noi che hanno creato le condizioni perché un collettivo come il nostro potesse esistere.

1NB termine originale “viriliste” inteso come rappresentazione dei valori tradizionalmente associati al maschile, come muscolatura sviluppata, prestanza fisica etc. Il termine Machiste, letteralmente traducibile con machista, è invece più simile al generico sessista perché rispecchia la riproposizione di ruoli di genere ben determinati (come ad esempio la donna in cucina, l’uomo a lavorare…). Non essendoci una traduzione precisa al termine viriliste, dal momento che mascolino ci sembra riduttivo della portata socio-politica del termine francese, preferiamo tradurlo con machista, seppur coscienti della non assoluta coincidenza concettuale dei due termini.