INGOVERNABILI

Risuona un nuovo vocabolario

Le insurrezioni non si diffondono linearmente alla maniera di un’epidemia di peste o come l’incendio di una foresta bensì, ci dicemmo qualche tempo fa ascoltando ciò che accadeva nel mondo, per risonanza, come un ritornello musicale che si libra nello spazio e nel tempo e che si poggia laddove c’è qualcuno capace di sentirlo, ripeterlo e modificarlo a seconda delle pieghe del proprio territorio, politico ed esistenziale. Le parole, i nomi, le forme dell’enunciazione della rivolta sono un indice importante di questa risonanza: è l’insorgenza che riflette su sé stessa e che, allo stesso momento, parla al mondo. È il susseguirsi di queste note musicali a tracciare la linea favolosa della rivoluzione che viene.
Comincia così a formarsi un vocabolario comune, indispensabile per costruire quel linguaggio condiviso senza il quale nessuna rivoluzione è pensabile e tanto meno praticabile. Il blocco, la piazza, l’occupazione, la comune, l’acab e oggi l’ingovernabile. Lo abbiamo scorto una decina di anni fa l’ingovernabile; era ancora un rumore sotterraneo, il borbottio di un geyser che si apprestava a divenire vulcano. L’abbiamo ascoltato risuonare sempre più nitidamente nelle piazze di mezzo mondo per poi dirsi esplicitamente battendo il pavé dei boulevard parigini, fino ad arrivare oggi a segnare come un tuono l’insorgenza del 20 gennaio negli Stati Uniti ponendosi come una barricata fiammeggiante messa di traverso al fascismo diffuso e direttamente contro l’insediamento di Trump alla Casa Bianca: Become Ungovernable.

è l’insorgenza che riflette su sé stessa e che, allo stesso momento, parla al mondo

Ma, dicevamo, per articolare questo linguaggio bisogna saper ascoltare la melodia che lo porta e a volte, come pare che avvenga in Italia in quest’ultimo periodo, una sorta di membrana – fatta di vecchie parole, di ideologia, di brutta musica – disturba l’ascolto, impedisce di apprezzarne la tonalità, il suo rumoreggiare occulta la potenza silenziosa. In definitiva fa perdere tempo.
Poiché è solo questione di tempo, la sua intensità è più forte di ogni scorza ideologica.

E al centro, nel medio, nel mezzo di questa sinfonia vi è quel
silenzio, calmo e terribile, che è l’Ingovernabile

Trump o della verità del Governo

Se vi è una virtù nel fatto che un miliardario bavoso abbia poggiato il suo culo di pietra sullo scranno della presidenza degli USA, essa consiste nel rendere evidenti alcune verità dell’epoca. Prima di tutto il suo essere la legittima espressione della democrazia reale, questo vecchio dispositivo di cattura che avendo raggiunto e ormai oltrepassato il suo limite storico, si mostra gloriosamente per ciò che è: un governo della mediocrità che produce mediocrità di massa – la famosa piccola borghesia planetaria – per il tramite di qualsiasi forma e pulsione le sia necessaria. Diciamola allora quest’altra verità: tra democrazia e fascismo non c’è differenza di natura ma solo di intensità.
D’altra parte ovunque nel mondo appaiono frotte di imbonitori che promettono, come Trump, di riordinare tutto e di ricostruire una qualche forma di unità sociale, magari al prezzo di eliminare quel “surplus” di popolazione che insiste a voler mangiare nel piatto di finta porcellana del piccolo borghese planetario. Ma, come dimostrano gli Stati Uniti in primis e a seguire tutti gli altri stati falliti, il Governo che vuole unificare ottiene solamente l’intensificazione della frammentazione, la nascita e l’approfondimento di inimicizie – non solo quelle che sono fuori di esso ma anche quelle che dal suo stesso interno lo contrastano – e poi la creazione di nuove solidarietà contro quella maledetta totalità imposta da manganelli, flashball e pallottole vaganti. Senza parlare poi della situazione in paesi come la Siria, la Turchia, la Libia e altri ancora che non sono già e non saranno mai più “uno” Stato.
Non solo tutto ciò mette fuori gioco ogni velleità di ogni possibile “sinistra”, che sia ufficiale, alternativa o radicale, ma specialmente indica ai rivoluzionari che non vi sarà nessuna ricomposizione in o attorno ad un Soggetto, è ora di farla finita con questo antico vezzo idealistico.

non vi sarà nessuna ricomposizione in o attorno ad un Soggetto, è ora di farla finita con questo antico vezzo idealistico

Che vuol dire “divenire Ingovernabili”?

La rivolta francese del 2016 e oggi, ai primi vagiti del 2017, quella in corso negli Stati Uniti, sono ricche di insegnamenti per ciò che riguarda l’attuale configurazione della conflittualità storica.
In Francia le lotte contro “la legge Lavora! e il suo mondo” sono cominciate da subito in maniera incendiaria. Sebbene ovunque nel mondo il lungo marzo 2016 francese sia stato conosciuto sotto l’etichetta di “Nuit Debout”, grazie al lavoro dei media che sempre, come avvenuto già con gli “Indignati”, appioppano il nome a partire da ciò che di meno offensivo e più amministrabile si presenti in un determinato ciclo di lotte, il fenomeno Nuit Debout, ovvero il rituale delle assemblee di piazza, è cominciato solo dopo che per un mese, ogni settimana, vi erano già state manifestazione diffuse sul territorio nazionale e che si presentavano costantemente in forma offensiva, si scontravano con la polizia e attaccavano tutto quello che gli era a portata di mano. Così, negli Stati Uniti, il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump, la giornata è stata caratterizzata da una molteplicità di manifestazioni il cui minimo comune denominatore è stata l’offensività, non a caso l’immagine simbolo di quel giorno è quella in cui viene immortalata la devastazione e quindi l’incendio di una limousine. Da quel giorno si sono susseguite negli USA un enorme numero di manifestazioni, blocchi, scontri con i fascisti, in una pluralità di forme di azione che spesso hanno raggiunto, tutte insieme, l’obiettivo di gettare nel caos la governance metropolitana, rendendo così sensibile tutta la “cittadinanza” a quello che è in gioco nel paese e spingendola quindi a schierarsi, a prendere partito.
Questa sequenzialità ci mostra come non sia più vero, se mai lo è stato, che le lotte per conquistare consenso devono iniziare evitando ogni motivo di scontro reale per poi arrivare, in un crescendo, al loro massimo punto di espressione. È il contrario, sono solo quei conflitti che da subito si presentano come “politici”, che dividono cioè il campo in amici e nemici, a permettere di aprire il terreno in cui ciascuna forma di lotta trova la sua possibilità e quindi, a seconda dell’intensità con cui il conflitto prosegue, portarla non fino al suo fisiologico e patetico esaurimento, ma al suo punto di cristallizzazione. Una lotta, arrivata ad un certo punto del suo divenire, può terminare ovviamente, e tuttavia, se è riuscita davvero ad andare in profondità, avrà non solo scavato nel campo nemico, ma specialmente avrà trasformato la qualità soggettiva di chi gli è amico, avrà cioè raggiunto un punto di irreversibilità tanto nei confronti dell’avversario – che, ad esempio nel caso di Trump, da essere il presidente di una nazione è velocemente divenuto quello che realmente è, il capo di una gang fascista – quanto nei confronti del partito della rivolta, avendo creato un tempo e uno spazio nel quale ognuno può continuare nel suo divenire rivoluzionario a partire da quel punto di fusione che il gesto di rottura ha permesso fin dall’inizio del conflitto.

il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump, la giornata è stata caratterizzata da una molteplicità di manifestazioni il cui minimo comune denominatore è stata l’offensività
La seconda questione in ballo è l’effettiva decentralizzazione ed asimmetria del conflitto. Tanto in Francia che negli USA la forza della lotta è data dal fatto che nonostante dei picchi vengano raggiunti giorno dopo giorno in alcuni luoghi determinati, vi è una diffusione che ne impedisce la centralizzazione tanto geografica quanto politica. Nessuna “struttura politica” può rivendicare in questo caso la legittimità di rappresentare e decidere sulla totalità del conflitto, mentre la ricercata asimmetria evita quanto più è possibile il confronto campale con le forze contro-insurrezionali. In passato, specie qui in Europa, le famose giornate di lotta decentralizzate non hanno mai veramente funzionato per un semplice, banale, motivo: o perché sono state indette da una struttura centralizzata, oppure perché costruite del tutto artificialmente, senza cioè tener conto in alcun modo delle inclinazioni e potenzialità dei possibili partecipanti. Effetto non assolutamente secondario della diffusione/decentralizzazione del conflitto è quello di disperdere le forze di intervento delle bande nemiche – polizia, milizie, fascisti, etc. – permettendo fra le altre cose anche ad una piccola forza rivoluzionaria di agire con determinazione in uno qualsiasi dei tanti luoghi di intensificazione del conflitto. Oggi anche le lotte, giustamente, hanno cominciato ad assumere l’inarrestabile frammentazione del mondo piegandola al proprio gioco, alla propria strategia, cercando così di far consistere ogni frammento in una “situazione” e da qui provare a farlo divenire un mondo tra i molti mondi possibili.
Divenire ingovernabili non significa allora assumere giusto una posizione di esteriorità rispetto alle forme più classiche della politica – la rappresentanza istituzionale, la mediazione sociale, etc. – ma indica la maniera stessa di essere di ciascuno e di tutti dentro la lotta, destituendo così il potere della “politica” ad ogni scala della sua manifestazione. Non vuol nemmeno dire essere disorganizzati, disarmati o passivi ma, al contrario, divenire consapevoli che bisogna organizzarsi a partire da questa interruzione nel continuum della governabilità.
Persino il Governo è ormai ingovernabile: prima ce ne rendiamo conto e meglio sarà, non per tutti, ma per noi, per il partito della rivoluzione: Spread the Ungovernable, Live communism!

far consistere ogni frammento in una “situazione”