How much for the crocodile?

di Bianca Bonavita

Viaggi, scrigni magici pieni di promesse fantastiche, non offrirete più intatti i vostri tesori. Una civiltà proliferante e sovreccitata turba per sempre il silenzio dei mari. Il profumo dei tropici e la freschezza degli esseri sono viziati da una fermentazione il cui tanfo sospetto mortifica i nostri desideri e ci condanna a cogliere ricordi già quasi corrotti.

Claude Lévi- Strauss, Tristi tropici, 1955

Su una pietra della discesa alla marina di Corniglia qualcuno ha scritto:

Attento divino viaggiatore: il turista cretino ti ruba l’anima.

Che i viaggiatori siano una specie in via d’estinzione e che qualcosa come il viaggio stesso sia quasi un impensabile non è certo cosa nuova.

Se nonostante tutto qualche divino viaggiatore è rimasto, sarà difficile trovarlo alle Cinque Terre perché, come lascia intendere la scritta sulla pietra, qui l’industria del turismo ha raggiunto un livello di produzione tale da poter assorbire la quasi totalità dei gesti di chi passa da questi luoghi.

Ogni giorno treni, barche, automobili e crociere ormeggiate a La Spezia riversano sui cinque borghi liguri decine di migliaia di pezzi, di Stücke, così venivano chiamati da Eichmann gli esseri umani trasportati verso i campi.

Pezzi di piccola borghesia planetaria, giovani coppie venute a suggellare la propria promessa sul sentiero dell’amore (peraltro, ironia della sorte, franato con l’alluvione e non ancora ricostruito), famiglie da tutto il mondo che si concedono finalmente il tanto agognato viaggio in Italia:  Roma, Firenze, Venezia, magari Napoli e costiera amalfitana e infine Cinque Terre, il tour è completo. Giusto il tempo di un tuffo al molo di Vernazza, di un gelato sul lungomare di Fegina, di un selfie a pelo d’acqua, di un frittomisto in un carrugio di Manarola e anche le Cinque Terre sono fatte.

“Quattordici minuti al battello, ci prendiamo un aperitivo e ti saluto Cinque Terre.”

Il fatto, ormai assodato, è che il turismo non ruba l’anima soltanto ai viaggiatori ma rapina l’anima dei luoghi così come le reti a strascico rapinano i fondali dei mari.

Prima dell’esplosione nucleare del turismo di massa globalizzato, che per le Cinque Terre data circa una decina d’anni con il boom di americani, francesi e giapponesi e con l’apertura ai nuovi mercati delle piccole borghesie in ascesa dei paesi emergenti, dal Brasile alla Polonia, dall’India alla Thailandia,  le Cinque Terre agonizzavano come tanti altri ambienti rurali per l’abbandono delle terre.

Le Cinque Terre avevano infatti una vocazione agricola, non a caso si chiamano Cinque Terre e non Cinque Porti o Cinque Mari.

Fin dove le pendenze lo consentivano  i declivi venivano tutti terrazzati fino agli anni Cinquanta/Sessanta, ogni metro conquistato al dirupo, ogni pietra sottratta allo sgretolamento e posata su un’altra pietra a mettere un freno alle acque, all’inesorabile erosione, alla sconfitta delle montagne nella loro lotta contro il tempo.

Ora nei terrazzamenti più alti, dove si coltivavano patate e fagioli, la stipa (erica arborea) e i pini la fanno da padroni e qua e là lungo i sentieri si intravedono i resti dei muretti: sembrano relitti di una civiltà scomparsa, precolombiana, precapitalista sicuramente. Alcune pietre poste sulla sommità dei muretti a fissarne la stabilità, e ci troviamo a 400 metri sul livello del mare in mezzo ai boschi, sono talmente grandi che non sembra possibile che degli esseri umani abbiano potute trascinarle fin lì. Ora ci sono gli elicotteri a 25 euro al minuto a trasportare pietre che il più delle volte vengono da altre montagne.

Fino agli anni Ottanta, anche se molti lavoravano in ferrovia, in fabbrica o in arsenale a La Spezia, il tempo libero lo si impiegava a curare le terrazze, a lavorare la terra. Poi gradualmente con l’invecchiare della generazione nata prima della guerra i terrazzamenti sono stati abbandonati e le giovani coppie dopo il matrimonio nella parrocchia del paese si sono trasferite in città, dove ci sono il lavoro e le scuole.

Ora qualcuno è tornato al paese, grazie al turismo che ha portato i soldi, e magari nel tempo libero si è messo pure a curare le terrazze di famiglia. È capitato anche che in un anno siano nati più di dieci bambini e che l’evento venga ancora festeggiato. Ma i paesi sono cambiati, il turismo li ha cambiati. Non sono più soltanto paesi, sono paesi-fabbrica. Ognuno nel paese-fabbrica ha il suo ruolo, la sua funzione: ci sono le addette all’accoglienza, alla pulizia, all’alloggio, ci sono gli addetti alla distribuzione di cibo, alla vendita di cianfrusaglie, ci sono le addette alle forniture, quelli al trasporto dei pezzi da un molo all’altro, da un parcheggio all’altro, e quelle addette alla raccolta degli scarti di lavorazione.

Di pescatori non ce n’è quasi più, conviene molto più organizzare tour in barca lungo la costa.

I paesi-fabbrica importano materia prima, i turisti, e forza lavoro, cameriere/i, cuochi/e, addetti/e alle pulizie e le lavorano insieme mescolandole con letti, cibo e gadget per trasformarle in reddito. Ciò che resta dei turisti al paese-fabbrica sono i rifiuti solidi urbani che lasciano nei bidoni e quelli corporali che finiscono (quasi sempre senza un depuratore) quaranta metri sotto il mare a trecento metri dalla costa. Resta un’atmosfera da parco giochi che riveste il paese vero e lo trasforma in un paese artificiale abitato solo da spettri, il sempre nuovo carico di turisti, che si attraversano senza toccarsi in un flusso inarrestabile. Ciò che resta del paese-fabbrica ai turisti sono qualche gadget e le migliaia di istanti imprigionati in immagini sui loro smartphone sempre connessi e intenti a registrare ad ogni clic l’impossibilità di vivere il presente.

È inevitabile che ogni contatto reale tra turisti e addetti al turismo sia praticamente impossibile. Gli addetti al turismo sono portati a considerare i turisti alla stregua di pezzi che scorrono su un nastro trasportatore come prodotti alla cassa del supermercato e i turisti sono portati a considerare gli addetti al turismo allo stregua di servitori/fornitori di servizi o, nel migliore dei casi, di portatori di tipicità. Tipicità che peraltro se ancora esiste è a loro totalmente inaccessibile.

Nel paese-fabbrica tutto è monetizzabile: può capitare anche che ti vengano offerti cinque euro per avere in prestito un coccodrillo gonfiabile!

Ma no, il turista cretino non può più rubare l’anima a nessuno, è il capitalismo che ruba l’anima a tutti; ai turisti, ai viaggiatori, agli abitanti dei paesi-fabbrica, ai paesi stessi.

Ma anche se l’anima sembra perduta ed è in ostaggio di un Moloch, non si può dire che il paese sia morto. Esistono relazioni tra gli abitanti del paese-fabbrica. Ci sono bambine sugli scogli e bambini per le strade. Esiste una vita pressoché invisibile agli occhi del turista che scorre sotto la catena di montaggio del paese-fabbrica. Anche nei ghetti, nei campi doveva essere così, anche sotto l’oppressione più atroce scorreva una vita segreta di gesti che teneva aperta una speranza, un pezzo di pane, un bicchiere d’acqua.

Il paese è vivo ma soffre di una malattia mortale che è lo stesso veleno quotidiano che lo tiene in vita e che si chiama turismo. È come una delle tante medicine iatrogene che per curare una malattia ne crea un’altra ancora più mostruosa.

Una cura vera potrebbe essere ritornare a monte e riportare alla luce quei muretti in mezzo ai boschi, rimettersi a parlare col selvatico per trovare un accordo, camminare sulle orme di chi ha posato quelle pietre per chiedere ancora alla montagna di non franare a mare e smuovere così con il rampun questa terra friabile di sabbia e di tarsu per averne e darne da mangiare e da bere.

Il mare visto da quassù sembra ancora il mare, l’immensità immensa e la bellezza vera.

Anche se il capitalismo sembra il tutto a monte c’è sempre un pezzo di terra che si è perso per strada.

Noi siamo lì.

Campeggiatori, accampatevi al Paranà. O meglio no astenetevene. Riservate agli ultimi luoghi ancora tranquilli in Europa le vostre carte oleate, le vostre bottiglie infrangibili, le vostre scatola di conserva sventrate. Dispiegate lì le vostre tende color ruggine. Ma al di là della frangia pioniera e per il breve tempo che ancora ci separa dal suo saccheggio definitivo, rispettate i torrenti screziati di fresca schiuma che scendono saltellando i gradini scavati nei fianchi violetti del basalto.
Non calpestate le spume vulcaniche dall’acida freschezza; esitino i vostri passi sulla soglia delle praterie deserte e della grande
umida foresta di conifere che spezzano l’intreccio delle liane e delle felci per elevare al cielo forme inverse a quelle dei nostri abeti(…)

Tristi Tropici