Mattatoio #1

Di Vultlarp

 Un mattatoio come nascondiglio dai bombardamenti del presente, come luogo per affilare le lame.

Tolbiac, primavera 2018

Siamo carne da nostalgia – E (quel che è peggio) da nostalgia primo prezzo – Nostalgia di un tempo che quando era presente ci dava già allo stomaco – Che quando era presente era già nostalgia di altro.

Una droga a lento rilascio – Un passato brandito come un’arma – che potrebbe farci fuori –  e invece lascia appesi a un filo a gocciolare – da una parte la carne – dall’altra il sangue.

Da una parte la nostalgia – dall’altra la speranza.

«Due strade da qui si dipartono. Ma pensi dunque che si contraddicano in eterno?»

A un certo punto, la nostalgia della primavera. Chiaro. C’è stata Tolbiac, c’è stata Paris 8, ci sono state le manifestazioni, le Assemblee Generali, le comuni agitate, un’intensità di presenze stordente, parole sulle labbra e nella testa, mani che ti tirano fuori dai guai, che ti stringono la mano e ti portano fuori dai guai, «strano modo di conoscerci», dirai, ma ce ne sono forse altri?, mani che non sudano strette l’una all’altra per portarci fuori dai guai, dalle fontane lacrimogene che sgorgano a chicchi tra Avenue Daumesnil e Boulevard Diderot, come se ad ogni incrocio, invece di un viandante un cavaliere un CRS a volte ci fosse solo altra vita, quella mano che è la prima forma della militanza, il legame spontaneo e immediato, la bazza che tutti meritano di vivere. Apertura al possibile, un solo grande adesso, percezione stranamente chiara di ciò che c’è.

A un certo punto, lo scazzo della primavera. Perché una nostalgia così ce la si porta addosso come un dolore. Con tutte le sue mitologie, i suoi ricordi. Con tutte le cose che non sono più.

«Non dovevano occuparla nemmeno», dice qualcuno di Tolbiac, «sarebbe da sbaraccare e recuperare le energie per rilanciare. È una gran figata, e poi ti ci affezioni. È una rivendicazione, e poi diventa ripetizione. Dieci anni fa era un picchetto al giorno. Poi via, fino all’indomani. E poi di nuovo. Finché ce n’è. Liberare i luoghi e i tempi è esaltante, crea una nuova percezione delle cose. Ma a volte fa perdere la dimensione entro cui si sta lottando».

Lo scazzo, perché anche stavolta la lotta (in parte) si è impennata sulla base di un’agenda non sua. Le leggi a febbraio, le mobilitazioni a marzo, il gaso di aprile, la repressione di maggio. Poi, «maledetto sia giugno» lo diciamo sempre noi.

E allora?

Allora si cammina sulla fune.

Tolbiac, settembre 2018

L’altro giorno a Tolbiac alcuni ragazzi del CESP1 (Collettivo Studenti Sans-Papier Paris 1) sono andati a chiedere spiegazioni alle segreterie. Perché più volte l’università ha promesso loro quello statuto di studente che permetterebbe loro di facilitare le pratiche per il permesso di soggiorno, oltre che di proseguire gli studi; ma non l’ha mai fatto.

Ora, ciò che c’è di interessante qui forse non è tanto il cosa — che pure è fondamentale nel suo contesto di lotta, e che merita attenzione: il fatto che le segreterie si siano rifiutate di riceverli, abbiano chiuso gli uffici e poi chiamato la vigilanza appartiene a quella microstoria della repressione a cui si oppone la presenza di molti e molte, e che è fatta di presidi, manifestazioni, incontri, testi (ne trovate uno qui, in francese). Una microstoria che confluisce in quella più ampia del movimento studentesco, che anche in questa primavera si è mobilitato contro la selezione sociale e sbirresca, per la regolarizzazione e l’apertura delle frontiere.

Ciò che emerge di veramente interessante è il come. Ancor prima che la notizia raggiungesse gli ambienti della mouvance, un comunicato lampo del rettore di Paris1 ha (com’è peraltro ormai consuetudine) «condannato fermamente» quella che ha definito un’«intrusione», insieme ai «comportamenti aggressivi e irrispettosi» di un non precisato soggetto studentesco. Esprimendo, ovviamente, il «più caloroso sostegno» alle «vittime» di questa «violazione».

Ci sarebbe di che scrivere un trattato: Paranoia della narrazione. Il fatto in sé conta relativamente poco (ormai dovrebbe essere abbastanza chiaro che «istituzione» rima solo con «destituzione»…); ma l’ossessione che porta una presidenza a mettere le mani avanti, a voler dire-prima, a spingere per dar nome alle cose: questo dovrebbe dirci molto sull’importanza strategica, sempre maggiore, del racconto, vero oggetto di quel discorso che Foucault ci ha suggerito di osservare nelle sue modalità di apparizione.

Intermezzo: quasi una notizia di gossip

Se fossi un influencer, continuerei scrivendo qualcosa «sono ormai abituato a muovermi online nella selva di selfie, mipiacciando le stories e i post, ma l’altro giorno – lanciavano l’Art selfie di Google Arts and Culture in Europa – la situazione era veramente fuori controllo».

Sfortunatamente (o no?) non lo sono. Fossi influencer, eroe nell’epoca del capitale umano!, allora il mio valore di scambio coinciderebbe totalmente con me stesso. Sarei il perfetto crevard, come lo chiama il Comitato Invisibile, il morto di fame, l’individuo auto-imprenditorializzato, auto-valorizzante. Il prodotto, il produttore, e il commerciante di me stesso.

Ma ora due parole sull’Art Selfie. Funziona così: ti fai un selfie (flash!) e l’applicazione pesca dall’enorme database «il dipinto che ti assomiglia di più». Simple as that.

Così un bel giorno il ragazzo che assomiglia a un Van Gogh, la liceale che balla in un quadro di Renoir, la barista di un Manet andranno a comporre una grande etologia dell’essere umano. Un intento classificatorio di gran classe, non c’è che dire. Dopo aver mappato la rete delle localizzazioni, delle conversazioni, degli interessi, degli acquisti, la naturale prosecuzione non poteva che essere la mappatura delle fisionomie. Non solo un dispositivo di identificazione a fronte di una volontà governamentale sempre più invisibile, non solo «gioco» volontario a cui le singolarità si sottopongono, ma anche un utilizzo dell’arte a fini catalogatori.

Un amico l’altro giorno mi ricordava un pensiero di Luigi Ghirri: «la fotografia è quello scarto tra la realtà, la sua rappresentazione e la sua interpretazione». La cattura di un istante. Immagine-movimento o immagine-tempo? Presenza o assenza? Qui e ora per sempre o transitorietà bloccata nel suo divenire?

Senza troppe paranoie su una filosofia della fotografia, questa storia dell’art selfie conferma due tendenze:

  1. Laddove la prescrittività dei dispositivi di classificazione dell’umano si fa meno efficace, è «utile e opportuno» introdurre un elemento di volontarietà da parte delle singolarità. Non abbiamo mosso un passo dai tempi di Étienne de la Boetie e della servitù volontaria.
  2. Tra gli elementi di volontarietà più coinvolgenti, i linguaggi artistici sono quelli che acquisiscono importanza primaria.

Tutti sentiamo di cercare nei linguaggi una particolare forma di presenza al mondo. I linguaggi artistici hanno allora presa nei confronti di ciò che la realtà respinge senza sosta oltre i margini della nostra comprensione. Che sia una frase, un pezzo, un graffito, un tag, una vetrina a pezzi dove prima c’era solo una tristissima banca — apostrofo rosa tra le parole «ti sfascio»…

Eppure non sempre l’associazione linguaggi-rivoluzione va oltre la speculazione, la domanda retorica su quel qualcosa che chi lotta dentro e contro questo presente forse sta sbagliando, quel qualcosa che forse gli sfugge.

Ha ragione Nathalie Quintane: «i militanti non leggono letteratura». È anzi una sostanziale estraneità verso tutte le arti. L’importanza della lotta trascura in quanto consolatorio tutto ciò che rende un po’ meno miserabile questa passeggiata forzata tra le macerie fumanti di un mondo che ha esaurito le proprie possibilità. Che continua, esausto, con i suoi narratori, nelle sue narrazioni, dentro i suoi discorsi. Che trasuda fine ovunque, e la fine non lo tocca. La fine lo circonda.

Cerca una maglia rotta nella rete

Che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!

Va, per te l’ho pregato, — ora la sete

Mi sarà lieve, meno acre la ruggine…

(E. Montale, In limine, che suggerisce di non smettere mai di cercare. Anche quando non c’è speranza.)

Di come la favola (nera) è finita per diventare il mondo vero

Ma cosa succede quando la fine arriva?

Da una parte, sempre più scrittori sembrano chiederselo. Anche laddove non ne viene fatto cenno, pare che ogni parola messa su carta trasudi questa fine, la interroghi, la contempli. Se ne disperi.

Mai come in questi anni le narrazioni apocalittiche sono state così vicine al realismo. Talmente vicine da aderirvi. Da far collassare i generi. Da riformare le categorie. Talmente vicine che dietro l’invenzione più sfrenata si staglia sempre più spesso l’ombra inquietante dello stato di cose presente. E laddove quest’ombra non appare, sembra sempre sul punto di raggiungerla in potenza.

I discorsi proliferano – il loro ordine è sempre più ineludibile perché sempre più malleabile – compromette tutto ciò che tocca – non teme più trasgressioni perché ha fatto della trasgressione stessa la sua cifra.

Questo, da una parte. Dall’altra, mai come in questi anni ciò che chiamiamo la letteratura è divenuto qualcosa di innocuo, di velleitario, senza alcuna presa sulle cose.

Viene da chiedersi se sia una colpa della letteratura.

Se da qualche parte va pure posta la questione dei linguaggi come «piede di porco» per fare leva su questo presente, quel dove è anche in questo linguaggio — nel suo senso più ampio di fucina e di rovina.

Mai la letteratura è stata più innocua. E delle due, l’una: o nessun discorso vi dimora che questa realtà già non contenga e brandisca contro di noi; o non siamo ancora stati capaci di vederci dentro ciò che potrebbe esserci. O il problema è nel modo in cui si dà, o nell’uso che se ne fa. O che non se ne fa.

«È il destino delle rovine, riportarci alla vita», dice Giorgio Falco, a conferma del fatto che si può leggere Benjamin e non comprenderne le implicazioni in termini di soggettività rivoluzionaria. Le rovine non hanno destino se non nella loro indefinita proliferazione. Per sconvolgente che sembri, il militante del tempo della fine le rovine deve usarle, per riportarsi e riportare alla vita. E non sempre per come si sono date storicamente, ma «per come ci sovvengono nel momento del pericolo». Un destino contro un uso: la differenza è notevole. Il primo richiede speranza e passività; il secondo necessità e attenzione.

E allora le macerie divengono altro. Non sono più la grande fine entro la quale si chiude ogni velleità. Allora le macerie diventano una possibilità. Allora non è vero che «non vale un cazzo che cosa leggi» (Baustelle, Veronica n.2), qualcosa varrà pure, e conta (forse?) anche lo scrivere. E sicuramente sopra queste macerie i tuoi pensieri non basteranno, ma qualcosa ce ne faremo, qualcosa diventeremo. Insieme.

Prendere consapevolezza delle rovine. Amare. Usarle. Diventare altro.

*Quando il senso della fine permea la narrazione, sembra basti un passo del Comitato Invisibile per esprimere ciò che migliaia di pagine accarezzano appena. Perché è evidente che queste scritture parlano di questo mondo. E questo mondo non va più commentato.

«L’umanità assiste incantata al proprio naufragio come a uno spettacolo in prima serata. Ne è talmente presa che non sente l’acqua che già le bagna le gambe. E alla fine farà di tutto un salvagente. È il destino dei naufraghi, quello di trasformare ogni cosa che toccano in un salvagente».

Eppure è nella narrativa della fine, con i suoi soggetti aggrappati alle ultime cose, con i suoi scenari finalmente e definitivamente devastati (un sornione quanto inutile «te l’avevo detto») coi suoi pericoli incombenti divenuti realtà incontrovertibili; è lì che possiamo trovare degli antidoti, delle strategie, delle ispirazioni.

Ad esempio. Uscire dal linguaggio come fine dell’umano. Aspettando i naufraghi di Orso Tosco è una variazione su questo tema. Lo scrittore si fa una domanda («se dovessi essere ammazzato, chi vorresti lo facesse?») e, attraverso la scrittura, si dà una risposta («qualcuno che non parlasse»).

«Questo mondo blatera tanto e non ha più nulla da dire» (Maintenant). Certo lo scrittore ha il coraggio di porsi anche domande scomode, domande che ricacciamo altrove perché non ci turbino con la loro attualità. I naufraghi — questo non-soggetto informe, collettivo, la cui potenza distruttrice non ammette sconti o repliche per questo mondo — hanno destituito ogni cosa, a cominciare da se stessi. A cominciare dal linguaggio, fatto equivoco, «forse il più antico dei dispositivi, in cui migliaia e migliaia di anni fa un primate — probabilmente senza rendersi conto delle conseguenze cui andava incontro — ebbe l’incoscienza di farsi catturare», sussurra Giorgio Agamben. Ma cosa resta laddove la destituzione non coincide con la costruzione?

Succede che anche la perdita della speranza si trasforma in una nuova forma di speranza. Più subdola, ancora meno ancorata a ciò che c’è. Chi non si è ancora tolto di mezzo da sé, sviluppa una speranza nelle più bieche credenze, nell’oblio di qualche sostanza. Rifugio nella follia.

Invece c’è chi in tutto questo riscopre i rapporti, mai veramente vissuti e prossimi alla fine. La speranza, come la sua fine, si pone per questi soggetti come qualcosa a cui aderire sempre esterno a se stessi. Il protagonista, invece, pare compiere un tragitto inverso. Il suo è un divenire-altro che comincia proprio quando potrebbe terminare, rimanendo se stesso — la fine prima della fine ordita da un branco di disperati che ha finito i salvagenti, talmente permeata da questo esistente che, al suo dissolversi, preferisce dissolversi con lui.

Il soggetto agonizza. C’è, ma agonizza. Problematizzarlo fino a farlo quasi scomparire è forse la grande intuizione di queste narrazioni — forse incapaci di vedere oltre, forse semplicemente esauste di questo modo di stare al mondo e ancora incapaci di scorgerne un altro. Ma chi ha detto che è lo scrittore a doverci dire tutto?

Il tema della morte dell’autore che Barthes, Foucault & co. sviluppano nel 1968-1969 è tutto qui: smettetela di vedere nello scrittore una volontà, un solo sguardo sulle cose e anche piuttosto debole, e cominciate a percepirlo come quell’accidente per cui si generano possibilità, configurazioni inedite del linguaggio. Nuove vie di fuga.

[«In mancanza di meglio ci appagavamo di parole, l’avventura era letteraria, l’impegno platonico». È così che Pierre Peuchmaurd descrive, nel suo Più vivo che mai, l’ambiente che il Maggio ha sotterrato. Ora: non c’è un allora a cui ritornare, ma la porta del presente la si forza anche coi linguaggi, con gli immaginari. Contrarli, per una volta, svilupparli dentro e a partire da noi invece di provare sempre a intercettarli e implementarli come una cosa altrui potrebbe salvarci tutti, prima di tutto da noi stessi, ed evitarci pagliacciate trappiste. A buon intenditor…]

Di nuovo a Tolbiac, primavera 2018

L’alone opaco dello stop – riflesso sull’asfalto ora che piove – ispira percezioni più confuse delle cose – di cose che forse non ci sono – di cose quanto mai reali – di cose che possiamo dire – su cui possiamo camminare – e smorza anche i divieti – li confonde con la strada, e sembra dirci – la realtà non è solo qualcosa di già dato – in ogni istante si può aprire quello squarcio su altri mondi – la crepa dentro un Io «costretto a sanguinare» – gli amici sulla via di fronte ai cocci – come un riflesso da attraversare.

Per farsi veggenti / basta saper guardare.