Torniamo sempre in Messico

di Vik

In questa Babilonia del duemila che però prima o poi una mattina si sarebbe svegliata con l’utero storto e giù mazzate per tutti, fiamme e fuochi, incendi, bombe, strade scassate, divelte insegne, tabelloni, infranti vetri, vetrine, saracinesche, incendiati copertoni e poi barricate mazzate mazzate; e donne, vecchi, bambini, senza pietà, senza guardare negli occhi in cerca dei colpevoli, dei ladri, dei mariuoli, degli assassini, di chi per anni, decenni, secoli l’aveva offesa, umiliata, piegata, soggiogata. Senza pietà, senza badare a nomi, caste, casati, clan, partiti, fratellanze. Una grossa lampa, una fiamma gigantesca, per dimenticare, cancellare, ricostruire, davvero, daccapo. Senza pietà.

Peppe Lanzetta, “Un Messico napoletano”

In occasione delle elezioni presidenziali messicane da poco trascorse il primo luglio abbiamo scelto di pubblicare alcuni materiali prodotti e raccolti nei mesi scorsi sulla situazione politica messicana. Ci sembra importante restare in ascolto di quello che succede nel ribollente paese centro americano. Da diversi anni infatti assistiamo ad una metamorfosi messicana dell’Italia nella quale i consueti intrecci tra mafie e Stato, corruzione e clientelismo acquistano con il trascorrere del tempo un colore più sgargiante e tropicale mostrandosi spudoratamente quasi a viso aperto. Le disuguaglianze crescenti, la diffusione molecolare della narco-violenza, la doppia violenza delle frontiere chiuse al sud e al nord, tante dolorose vicende ci affratellano. Ma anche l’irriducibile volontà di resistenza di alcuni strani indigeni…

Il primo brano è un lungo resoconto dalla ormai abituale attività seminariale organizzata dall’Esercito Zapatista insieme a rappresentanti del Congresso Nazionale Indigeno e da ricercatori e ricercatrici messicane ed internazionali nella sede della scuola popolare “Università della Terra” situata nella periferia nord di San Cristobal de Las Casas.

I nostri corrispondenti stanno anche sostenendo una importante campagna a favore di una delle organizzazioni indigene autonome più combattive nello stato di Oaxaca. La campagna CODEDI vive prende le mosse da una sanguinosa imboscata che a Febbraio è costata la vita a tre giovani attivisti e vuole riportare l’attenzione sul fatto che l’alternativa allo Stato del narcotraffico è fatta per ora di un arcipelago di esperienze locali anche molto radicali, accomunate da un linguaggio e da una pratica di autonomia produttiva e di autodifesa armata sempre più condivise.

Infine presentiamo un estratto da un nuovo lavoro documentario del collettivo “Ojos de Perro” che è da poco in circolazione in Italia e presto sarà disponibile anche sottotitolato: “No se mata la verdad”.

Al ritorno dall’esperienza di inviato di guerra in Siria, il giornalista Témoris Grecko si rende conto che nel suo paese sono stati uccisi più giornalisti che sul fronte mediorientale e inizia un lungo viaggio sulle strade del Messico per raccontare l’attacco terroristico alla libertà di parola che è ancora in atto.

Intanto sembra essersi conclusa una lunga marcia dentro le istituzioni per conquistare il potere da “sinistra” ma questa si è persa per strada e il paese è moralmente e fisicamente a pezzi dopo dieci anni di narco-guerra. Nessun miracolo può salvare il Messico, ma come scrivono i nostri amici di Artillería Inmanente anche questa illusione cadrà e allora i rivoluzionari devono essere già pronti ad aprire le porte delle loro case a chi verrà a chiedere conforto e a continuare a lottare.

ALCUNI APPUNTI SULLE GIORNATE DEL ‘SEMILLERO’ ZAPATISTA

Miradas, Escuchas y Palabras: ¿Prohibido Pensar?’

15 – 25 APRILE 2018 San Cristobal de las Casas – Chiapas, Mexico

In questo testo si son voluti raccogliere quelli che secondo gli autori son stati gli interventi più interessanti e più emozionanti del ‘Semillero’ zapatista, molte altre parole sono state ascoltate e altri sguardi sono stati lanciati su moltissime esperienze di oppressione e di lotta. Per questo di seguito riportiamo i link di tutto il materiale prodotto in questo incontro per chiunque voglia informarsi più approfonditamente e per chi non comprendesse lo spagnolo ci mettiamo a disposizione di tradurre altri interventi e scritti. Per ulteriori informazioni: giacintouc@autistici.org

Il grido che a più riprese gli indigeni lanciano è necessariamente un grido di ribellione. Perché esso è il grido della dignità e la dignità è dialetticamente una lotta, un fronteggiare ciò che vuole negarla. […] Essa esiste solo se vi è lotta, l’esistenza stessa della dignità, cioè l’esistenza di una lotta, diventa prova che il mondo non è solamente così strutturato ora con le sue ingiustizie (come indicano gli apologeti dello status quo), ma che esiste una realtà diversa, fatta di giustizia che lotta per affermarsi; una realtà non solo ideologica, ma reale e pratica.

(Alessandro Ammetto, Siamo ancora qui)

L’auditorium del CIDECI1, l’Università della terra indigena, è gremito di gente, lo affollano sostenitori, indigeni, reporter e curiosi; nel mezzo della sala si trova la postazione per la traduzione simultanea in inglese. Il graffito di una stella rossa a sfondo nero domina la stanza dall’alto mentre sulla parete dietro al palco spiccano varie altre pitture: una raffigura un indigeno armato di fionda che, nascosto dietro delle piante di mais, prende la mira e un’altra il volto coperto di una donna indigena dalla cui testa nasce un germoglio, simbolo dell’essenza della lotta come difesa della propria terra. Tutto è pronto e gli astanti attendono impazienti. Sul palco siedono Marichuy, Mercedes Olivera2, Márgara Millán3 e Sylvia Marcos4.

Una porta si apre mentre sull’auditorium scende il silenzio. In fila entrano cinque uomini, incappucciati e con la divisa dell’EZLN, giubba nera e foulard rosso, il primo con una pipa: il Subcomandante Insurgente Galeano apre la fila e si fa strada verso il palco con passo svelto e deciso, l’ultimo a prendere posto è il Subcomandante Insurgente Moises. L’incontro ha inizio.

16 Aprile 2018 – I GIORNATA: ¿Cumplimos o no cumplimos?

Parole e pensieri del Subcomandante Galeano insieme a María de Jesús Patricio Martínez (Marichuy) e a cinque donne della Comandancia femminista dei Caracoles5 zapatisti, la compañera Marina del Caracol de Roberto Barrios, la compañera Maireli del Caracol de Morelia, la compañera Marina del Caracol de La Garrucha, la compañera Esmeralda del Caracol de Oventik e la compañera Everilda del Caracol de la Realidad

Nel marzo 2018 l’EZLN dirama un comunicato attraverso il quale si invitano ‘Individui, gruppi, collettivi, organizzazioni, nazioni, tribù, popoli e comunità della campagna e della città, indigene e non indigene che, in tutto il mondo, hanno compreso e fatto propria l’iniziativa del Consiglio Indigeno di Governo (CIG6) e della sua portavoce’ a partecipare al semillero “Miradas, Escuchas y Palabras: ¿Prohibido Pensar?”, tra il 15 e il 25 aprile presso il CIDECI – Unitierra di San Cristobal de las Casas, in Chiapas. La finalità del conversatorio è quella di condividere in modo ‘collettivo, partecipativo, includente, onesto e verace’, l’analisi del percorso effettuato e i successivi passi della lotta dei popoli indigeni.

Ma quali sono il senso e gli obiettivi reali della nuova campagna del movimento indigeno zapatista? Perché percorrere la strada della candidatura alla presidenza dopo aver completamente interrotto qualunque dialogo con il governo messicano per il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni?

Nel maggio 2017 María de Jesús Patricio Martínez, detta ‘Marichuy’, viene nominata dal Congresso Nazionale Indigeno (CNI7) non a candidata, bensì a portavoce del movimento indigeno messicano per le elezioni presidenziali che si terranno il 1 luglio 2018. Nel corso della stessa assemblea, sulla base degli accordi già raggiunti nel dicembre 2016 durante il Quinto Congresso Nazionale Indigeno, si concretizza la proposta di formare il Consiglio Indigeno di Governo (CIG).

Nel corso dell’Altra Campagna8, come viene soprannominata dagli zapatisti, la vocera, ovvero la portavoce non è riuscita a raccogliere il numero di firme necessarie per concorrere alla presidenza.

Le spiegazioni e le valutazioni su questo fatto, pensiamo, devono essere prodotto di un’analisi seria e di una valutazione profonda. La nostra scommessa non è mai stata per la presa del Potere, ma fu e sarà sempre per l’organizzazione autogestionaria, l’autonomia, la ribellione e la resistenza, per la solidarietà e il mutuo sostegno e per la costruzione di un mondo fatto di democrazia, libertà e giustizia per tutti. Il nostro camminare prosegue. E la differenza fondamentale con le tappe anteriori è che ora siamo più popoli originari che camminano insieme, e, COSA PIU’ IMPORTANTE, ora siamo più persone, gruppi, collettivi e organizzazioni orientati a cercare in noi stessi e stesse le soluzioni che, lo sappiamo, non verranno mai dall’alto. (enlacezapatista.ezln.org, 2018)

Da quando, negli anni ‘90, il movimento indigeno zapatista ha ritenuto necessario rompere la propria clandestinità e aprirsi alla ‘società civile’ messicana sono stati intrapresi una serie di tentativi di dialogo verso il governo con l’intento d’inserire nella Costituzione del paese gli accordi del trattato di San Andrès, che sanciscono i diritti dei popoli indigeni a possedere la propria terra originale e a esercitare la propria cultura nelle scuole, in famiglia e nei culti.

I numerosi dialoghi avvenuti tra il movimento e i diversi governi messicani, da Zedillo a Calderòn, non hanno mai ottenuto i risultati attesi, gli accordi non sono mai stati rispettati ne attuati da parte del potere governativo e spesso non sono stati nemmeno rispettati i ‘cessate il fuoco’, come testimoniano le vittime del massacro di Acteal9 nel 1997, la strage dei 43 studenti dell’Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa10 nel 2014 e l’ultimo episodio del 12 febbraio 2018 dove tre compagni del CODEDI (Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas) sono stati codardamente assassinati a Oaxaca11 mentre tornavano proprio da uno di questi incontri diplomatici.

In risposta all’evidente volontà politica della classe dirigente messicana, in collaborazione con i gruppi del narcotraffico, di volere reprimere e ammutolire il movimento dei popoli indigeni, il CNI ha deciso di nominare una portavoce per le elezioni nazionali del 2018. Le elezioni, però, non sono né l’unico né il vero obiettivo di questa fase: le risposte di Marichuy all’intervista del Subcomandante Galeano durante l’incontro hanno espresso chiaramente l’intenzione di sfruttare questa occasione per ‘camminare ascoltando’, in tutti i paesi del Messico, i problemi e le sofferenze dei popoli originari. L’obiettivo si ritiene compiuto, nonostante si sia mancato il traguardo delle firme.

Ottenere il numero di firme sufficienti ci avrebbe permesso di approfittare di quello spazio per continuare a dare visibilità ai popoli originari, ai loro dolori e alle loro lotte, segnalando allo stesso tempo il carattere criminale del sistema, per farci eco dei dolori e delle rabbie che pullulano in tutto il territorio nazionale, e per promuovere l’organizzazione, l’autogestione, la resistenza e la ribellione. Non ci siamo riusciti, ma dobbiamo continuare la nostra strada cercando altre forme, metodi e modi, con ingegno, creatività e audacia, per ottenere quello che vogliamo. (enlacezapatita.ezln.org, 2018)

Il paradigma che si ripete in tutti i luoghi visitati da Marichuy è sempre lo stesso, le popolazioni indigene si vedono continuamente private dell’accesso alla propria terra e alla propria cultura da parte di grandi imprese nazionali e multinazionali, per lo più dedite ad attività minerarie o turistiche, i cui interessi vengono avallati e le cui strategie d’azione, o per meglio dire di depredamento e spoliazione, vengono legalizzate dal governo. Nessuno chiede ne vuole conoscere le volontà dei popoli indigeni e, anche quando vengono interpellati, se la risposta non è quella desiderata, la reazione è sempre repressione, imposizione coercitiva e diffusione della paura tramite le organizzazioni criminali. Questo in definitiva porta all’indiscriminato sfruttamento della terra e delle sue risorse causando innumerevoli e ben noti problemi di natura ambientale e sociale. L’unica soluzione possibile è organizzarsi, resistere e costruire potere popolare dal basso a sinistra, questo il messaggio della portavoce rivolto ai popoli originarie. Ogni comunità non è sola, questa situazione non si verifica solo in Messico ma si ripete in molti luoghi di tutto il mondo, la stessa sofferenza è condivisa da migliaia di popoli. Non siamo soli.

Nel corso della discussione si ripercorrono le tappe del cammino di Marichuy, un cammino complesso e difficile che non si è certo svolto senza intoppi. I rappresentanti della sinistra istituzionale avevano da subito criticato questo tentativo di organizzazione dal basso, arrivando ad accusarla di essere una creazione dello ‘salinismo12’, una strumentalizzazione ad opera del partito di governo, il PRI13, ‘l’innombrable malo’ citando Galeano, col fine di frammentare la sinistra in piccoli gruppi isolati che non avrebbero così potuto vincere le elezioni.

Se questo fosse stato vero, incalza Galeano, se la partecipazione di Marichuy fosse stata un escamotage meramente strumentale, costruito ad hoc da una parte del potere governativo e finalizzato all’atomizzazione della sinistra, il PRI si sarebbe prodigato affinché la portavoce indigena ottenesse le firme per poter partecipare alle elezioni legalmente. O anche illegalmente, come è già successo più volte nella storia del Messico. Il risultato stesso della campagna elettorale di Marichuy, quindi, dimostra come questa accusa sia del tutto priva di fondamento.

Un aspetto che sia Galeano sia Marichuy hanno voluto valorizzare è che delle oltre 100.000 firme raccolte in tutto il paese, circa un 10% è rappresentato da realtà e comunità che si organizzano o che hanno iniziato ad organizzarsi nella lotta indigena. Il restante 90% sono forme di supporto e solidarietà che non possiedono lo stesso peso. Ciò che ci si augura è che l’aver ‘camminato e ascoltato’ per un anno in tutto il paese possa aver ispirato e contribuito a dar origine a nuove realtà organizzate, nuove assemblee intenzionate a costruire potere dal basso anziché delegare la propria vita limitandosi a scegliere tra un candidato e l’altro.

Proprio questo è uno dei temi che si ha interesse a sviluppare e dibattere nel corso del ‘Semillero’: questa campagna ha permesso un incremento delle realtà organizzate nei territori messicani? E, in questo senso, possiamo affermare che la campagna ha compiuto il suo obiettivo?

L’aspetto fondamentale di questo percorso è, in prospettiva, quello di guardare oltre le elezioni. E se il 1 di luglio non è mai stato considerato come il traguardo, se mai come un punto di partenza, ora per il CNI e per tutto il movimento di lotta dei popoli indigeni si tratta di individuare le successive fasi da intraprendere.

La seconda parte della giornata di apertura del ‘Semillero’ è stata dedicata alla questione femminile. Il Subcomandante Galeano ha invitato le decine di compagne zapatiste organizzatrici del ‘PRIMO INCONTRO INTERNAZIONALE POLITICO, ARTISTICO, SPORTIVO E CULTURALE DELLE DONNE CHE LOTTANO14’ a prendere posto sul palco, prima di scomparire.

Le compagne hanno quindi spiegato quello che per loro era il senso più profondo e intimo racchiuso nella volontà di creare uno spazio e un momento unicamente per le donne, diversa dall’interpretazione di una parte del movimento femminista. Per le compagne zapatiste è infatti importante tanto un momento dedicato solo alle donne, quanto la condivisione in un secondo tempo con gli uomini, ecco perché l’ultimo giorno dell’incontro dell’8 marzo le porte del Caracol sono state aperte e tutti sono potuti entrare per festeggiare insieme.

Successivamente si è sottolineata l’importanza della campagna e del ruolo di Marichuy non solo per la lotta indigena, ma anche per quella femminista. La portavoce infatti è una donna indigena, zapatista e anche sposata. Quest’ultimo aspetto si è rivelato di fondamentale importanza per le compagne zapatiste perché ha mostrato a tutte le donne che la famiglia non è, e non deve essere, un ostacolo alla lotta e la politica, aspetto per nulla scontato nella cultura indigena.

La parola è poi passata a cinque compagne, ognuna rappresentate di un diverso Caracol, che – dopo aver ripercorso le tappe più importanti del lungo processo di organizzazione e coordinazione dal basso che ha portato alla creazione dell’incontro di marzo – hanno ripreso spunti e considerazioni emersi in chiusura dell’incontro internazionale delle donne che lottano. Il punto chiave emerso è che questo processo non tende a una liberazione delle donne soltanto all’interno delle comunità zapatiste; le compagne zapatiste hanno mostrato l’importanza della liberazione delle donne di tutto il mondo per il proprio bene contro l’oppressione patriarcale. Per dare una forma visuale alla complessità emotiva sperimentata durante quelle giornate, le compagne hanno usato la metafora della candela: vivere l’esperienza dell’incontro internazionale ha acceso una candela, una luce, dentro ciascuna donna che vi ha partecipato. L’invito lanciato dalle compagne zapatiste è di portare questa luce nei luoghi dove si vive, non farla spegnere mai e anzi usarla per far accendere nuove candele in altre donne e far nascere nuovi incontri in cui la condivisione sia possibile.

La solidarietà femminile emersa dall’incontro è stata unica. Non era rappresentata da voti né basata sull’identità. Non era un appello a cambiare il mondo ma, piuttosto, l’inizio di una pratica di costruzione di un mondo in cui vogliamo vivere, ‘un mundo donde quepan muchos mundos15.

Al termine dell’incontro sono rimaste delle domande aperte, le quali sono state riproposte durante il semillero: Quale nuove forme di supporto possono emergere? Quale forza può essere trovata dentro di noi? Come possiamo re-immaginare il potere delle donne contro lo sfruttamento capitalista?

Martedi 17 aprile 2018 – II GIORNATA: La vita, l’organizzazione e la politica

Carlos Aguirre Rojas (sociologo, professore e ricercatore dell’UNAM16, Città del Messico)

Rojas inizia il suo intervento al semillero parlando delle elezioni che si terranno in Messico a luglio; egli ribadisce l’obiettivo reale che risiede dietro la campagna elettorale di Marichuy, ovvero quello di camminare ascoltando le sofferenze delle diverse popolazioni indigene del Messico e non di guardare alla vittoria in sé, detto anche ‘effetto Marichuy’. Il compimento della campagna si è ottenuto con la diffusione di un preciso messaggio di autorganizzazione e autogoverno popolare, che ha reso Marichuy portavoce della corruzione della classe governante.

Ma se Marichuy avesse potuto vincere davvero le elezioni quale sarebbe dovuto essere il suo primo atto di governo? Rojas nel suo discorso tenta di rispondere a questa domanda: il primo atto della portavoce indigena sarebbe stato quello di dare le dimissioni dal momento che il Congresso Indigeno di Governo non avrebbe potuto rappresentare tutta la ‘società civile’ messicana se non organizzando un consiglio nazionale che rappresentasse studenti, operai, contadini, indigeni, donne e tutti i settori sociali.

L’atto rivoluzionario sta infatti nel non esercitare il potere in funzione della costituzione e del mantenimento dell’apparato statale. Rojas ha spiegato come le elezioni politiche rappresentino un meccanismo di controllo dello Stato in senso generico e di sequestro della vita politica da parte di una minoranza. Lo Stato non è un potere neutro, non esistono uno stato ‘buono’ o uno ‘cattivo’ dato che la sua funzione è, e sarà sempre, quella di legittimare la classe dominante. Quindi anche quando nel gioco elettorale viene a partecipare e vincere una forza che si definisce progressista, rivoluzionaria, ribelle, popolare e dal basso questa finirà col riprodurre lo stesso meccanismo di controllo e governo della maggioranza da parte di una minoranza mancando così alla sua missione rivoluzionaria. A dimostrazione di questa tesi Rojas porta come esempio i tentativi in Brasile di Dilma Roousseff e Lula, in Bolivia di Morales, in Venezuela di Chavez e Maduro e in Argentina dei Kirchner.

Governi progressisti, filo di sinistra, socialisti del XXI secolo o di rivoluzione cittadina”, come dir si voglia, si sono in realtà rivelati tentativi fallimentari di riscatto delle classi popolari. Col passare del tempo questi governi hanno mostrato una faccia diversa da quella presentata durante le elezioni tradendo le aspettative rivoluzionarie dei sostenitori.

Le forze politiche della destra hanno spesso approfittato di questo frangente per sferrare attacchi destabilizzando l’esercizio del governo al potere senza che la popolazione reagisse difendendo i partiti sostenuti precedentemente.

Il pensiero conclusivo di Carlos Rojas è quindi che non possa esistere uno stato neutro: non esiste uno stato cattivo oggi e uno buono dopo la rivoluzione, possiamo chiamarlo ‘buen gobierno17’, ‘mal gobierno’ o ‘progressista’, la lotta e la creazione dell’autonomia vanno intese solo ed esclusivamente come alternativa allo stato e non come uno stato alternativo. L’obiettivo dev’essere la distruzione dell’apparato statale e la costituzione di autogoverno popolare basato sulla democrazia diretta e assembleare, ispirato ai sette principi zapatisti del ‘buon governo’:

Comandare obbedendo

Rappresentare e non sostituire

Scendere e non salire

Servire e non servirsi

Convincere e non vincere

Costruire e non distruggere

Proporre e non imporre

Alejandro Grimson (Dottore di Antropologia, ricercatore del CONICET18 e docente dell’Istituto ‘Des Altos Estudios Sociales’ dell’UNSAM19)

La capacità di sviluppare autonomia e cultura dei movimenti sociali non è sempre la stessa nel corso della storia, essa dipende dall’intensità e dalla forza del potere dominante e dalla creatività politica e capacità organizzativa dei movimenti sociali, dei lavoratori, dei popoli oppressi, degli studenti ecc.

Non sarà quindi la proposta brillante di un governo socialista e/o riformista a cambiare il mondo o lo stato di cose esistenti, l’unico modo possibile di costruire un’alternativa politica è di creare un ‘altro’, una parte, il popolo, contraria e opposta alle oligarchie dei governi degli stati-nazione di qualsiasi forma; una parte che sia capace di includere e sviluppare differenti creatività politiche, differenti culture e differenti capacità organizzative.

Il potere dominante ci propone una sola logica della politica e vuole farci credere che sia una logica monodimensionale. L’errore più grande che i movimenti sociali e di lotta possono fare è di fare politica secondo la stessa logica.

Utilizzando quindi questa logica i governi socialisti e riformisti dell’America Latina non solo non riescono, come dimostrato, a cambiare lo stato di cose esistenti, ma nemmeno sono capaci di sviluppare diverse immaginazioni di fare politica e di vivere il mondo, né una diversificazione della cultura, né di cambiare la forma di esercizio del potere.

L’obiettivo dei movimenti sociali deve essere quindi quello di sviluppare una nuova logica, alternativa, che sia caratterizzata dalla valorizzazione delle specificità di ciascun movimento e di ciascuna lotta, che sia in grado di catalizzare tutti i soggetti deboli, repressi e sfruttati, che si dia forma e si organizzi non in un nuovo partito politico, ma in una rete di molteplicità che miri ad intensificare la potenza utopica dei popoli di cambiare il mondo giorno dopo giorno. Una logica che sia fatta di conversazione, ascolto e coniugazione.

Per realizzare ciò dobbiamo iniziare a chiederci quali siano i nostri limiti. Limiti che sono determinati dalle caratteristiche della nostra società, dal nostro egoismo, dal macismo e dall’individualismo. Chiederci inoltre ogni giorno quali siano i limiti della nostra immaginazione politica, pratica, creativa e organizzativa e della nostra capacità di metterci in gioco e sacrificarci.

Abbiamo quindi bisogno ancora di molta esperienza, di far converge tutte le molteplicità, di sviluppare maggior dialogo e sperimentazioni che provino a creare non un nuovo partito o un ‘buon governo’, ma una società, una rete articolata di popoli, fondata su una democrazia partecipativa e assembleare reale, piena di significato, non come quella odierna rappresentativa, falsa e vuota.

Riflessioni del Subcomandante Galeano scaturite dall’intervento di Carlos Rojas:

Carlos Aguirre Rojas ha analizzato, nel suo intervento, il gran dibattito storico della sinistra tra riforma e rivoluzione, tra quelli che dicono che bisogna farla finita con tutto subito e ricominciare e gli altri che dicono che bisogna andare passo a passo a cambiare le cose. Galeano afferma che il capitale oggi ci sta rispondendo per risolvere questo dilemma.

Davanti alla proposta di un governo socialista e riformista ci sono due posizioni antitetiche nella popolazione: la prima di chi dice che un governo socialista beneficia le classi più povere, che permette di ‘dare respiro’, la seconda che sostiene che di questo tipo di governo allo stesso tempo beneficino anche gli imprenditori, la classe dominante capitalista. I primi appoggiano questo modello di governo riformista, i secondi lo osteggiano.

In Sud America il potere neoliberista ha dimostrato già nel passato, e continua a farlo oggi, che mai permetterà a dei poteri riformisti di ‘predere respiro’, di costruire un nuovo mondo passo dopo passo. Il risultato infatti è che i governi socialisti del Sudamerica vengono attaccati quando è il momento opportuno con l’obiettivo di distruggerli e annientarli, come successe a Dilma Roussef, vittima di un attacco mediatico operato dall’opposizione approfittando dello scandalo di corruzione20, come dimostra il tentativo di intervento militare degli USA in Venezuela21 e come accadrà molto probabilmente a Lopez Obrador in Messico, il candidato di sinistra più favorito alle elezioni messicane di Luglio 2018; sembra quasi di rileggere le pagine di storia del 1970.

Gli zapatisti dicono né riforma né rivoluzione, durante la loro lotta non si sono organizzati né per ‘prendere respiro’, né per attaccare il potere dominante e ribaltare la situazione, si sono organizzati per la sopravvivenza, per resistere e ribellarsi in modo continuo, per affrontare l’apocalisse. Pertanto si sono preparati per affrontare una persecuzione sanguinaria e sadica, hanno sacrificato tutti i pochi diritti che avevano e la propria vita alla ribellione totalizzante.

Mercoledi 18 aprile 2018 – III GIORNATA: Racconti dal Subcomandante Galeano e video-proiezioni

Racconti dal quaderno di appunti del Gato-Perro: Difesa Zapatista, i superpoteri e la legge di probabilità.

Difesa Zapatista crede che il superpotere esista, ci sono esseri umani capaci di fare cose che altre persone non sono in grado di fare. Difesa Zapatista prende come esempio ‘le sue madri’ che anticipano sempre quello che pensa e possono vedere quello che vuole fare prima ancora che lo faccia. Ma il potere ‘delle madri’ ha dei limiti; così io (Galeano) e la bambina Difesa Zapatista siamo seduti uno di fronte all’altra, io davanti al monitor di un pc e lei seduta su una cassa di libri con il GatoPerro vicino.

La bambina mi spiega: voleva scappare, non voleva andare a scuola oggi, voleva uscire e andare a dare la sua firma a Marichuy, voleva ribellarsi oggi ma il potere vigilava alla porta; li stavano le ‘sue mamme’ che la fissavano con gli occhi di chi ti vuole far intendere che non puoi scappare.

Di fronte a questo potere alla bambina fu chiaro che di fondamentale importanza è come portare avanti la propria ribellione, la propria fuga; ciò che si necessita sono tattica e strategia. Perché se già tante volte ha tentato e ha fallito, l’unico modo è di fermarsi e di ragionare profondamente su come riuscire a farlo.

Il problema è che le mamme già sanno cosa sto pensando. Mentre sto giocando col GatoPerro senza fare niente, ma chiaramente sto pensando alla lotta, ecco che arrivano le mamme e mi dicono ‘ se non finisci di fare i tuoi compiti ti togliamo tutta l’autonomia’. Quindi dobbiamo creare un gruppo (organo) che sia un po’ nascosto, come un comando generale della lotta della squadra di calcio: il capo supremo sono io, Difesa Zapatista, tecnico il GatoPerro e ‘tuttofare’ tu, il Subcomandante Galeano. E tu devi fare quello che ti dico, io ho già un piano. Per esempio, dobbiamo dotarci di un modo per comunicare. Se domando al GatoPerro di farti un segno con la coda significa che tu devi andare alla scuola autonoma e devi dire alla promotora di educazione che ho bisogno di uscire per andare a una riunione della rete di appoggio del consiglio indigeno di governo perché il mondo sta per finire e io devo andare a spiegare come agire. […]

Quando dobbiamo andare a praticare al campo di lotta della squadra di calcio tu devi fare da guardia perché se arrivano ‘le mie mamme’ gli devi dire che mi sto allenando per impedire ai maledetti ladri capitalisti di far finire il mondo e che se mi portano via dal campo di calcio si assumono la responsabilità di causare la fine del mondo. Ma stai tranquillo, io sarò lì ad osservarti e se non riesci a convincerle scapperemo insieme nella casetta di legno dove non ci potranno trovare”.

Io solo mi sentivo rassegnato.

Ora – continua Difesa Zapatista – ho bisogno che tu scriva un comunicato alla Sexta internazionale e nazionale, a tutte le donne che lottano, gli studenti, gli operai del mondo che se vogliono entrare nella squadra di calcio devono mandare una lettera dove dichiarano di essere disposte e disposti alla lotta, e noi selezioneremo le lettere per decidere chi può aderire o no. Quindi abbiamo bisogno di qualcuno che gestisca le mail poiché ci arriveranno molte mail in molte lingue diverse. E dobbiamo anche specificare che il nemico è molto forte e abbiamo bisogno di organizzazione, preparazione, allenamento, resistenza e ribellione”.

Poi Difesa Zapatista si affaccia al mio monitor e vede una serie di tabelle e dati statici. “Cos’è questo?”, mi chiede. E io le dico che sto calcolando la probabilità di vincere, ed è quasi impossibile, la probabilità è molto molto molto bassa.

La bambina mi abbraccia e mi dice “Su dai, non ti scoraggiare. Finisci questo e poi scrivi il comunicato che ti ho detto. Io ora devo andare all’incontro del comitato delle ‘donne che siamo’, ci vediamo dopo per giocare”.

Difesa Zapatista esce correndo quando il GatoPerro comincia ad abbaiarle. La bambina mi guarda con attenzione e mi dice “Ah sì, mi stavo dimenticando. Hai bisogno di una donna, però una donna che abbia un superpotere non una qualunque, cerca la ‘strega scarlatta’”. […] Cercai la strega scarlatta sul computer e mi apparvero informazioni su una donna mutante che ha un superpotere speciale, può alterare la percentuale di probabilità che si verifichino cose molto improbabili ma non impossibili.

Mi fermai un attimo in silenzio e accesi la pipa.

Allora iniziai a scrivere “Al tutte le streghe scarlatte della Sexta, del Messico e del mondo, sorelle e compagne, ricevete il saluto e l’invito delle donne, bambine e anziane zapatiste”.

Tan tan.. Muchas gracias.

Documentari proiettati durante la giornata:

Tobías, 2015

Somos Lengua, 2016

La Libertad del Diablo, 2017

Sabato 21 aprile 2018 – IV GIORNATA: Un punto di svolta

La giornata si è aperta con l’intervento di Galeano che ha esposto alcune delle domande a cui il movimento indigeno (CNI) sta cercando di dare risposta: durante la campagna elettorale effettivamente il CNI è cresciuto nella partecipazione e maturità politica? Quale probabilità ci sarebbe stata e ci sarà per il CNI di convertirsi a partito indigeno messicano o di finire per sostenere un candidato vista l’impossibilità di vincere?

Carlos Gonzales (CNI)

La proposta di un consiglio indigeno di governo per governare questo Paese è una proposta per attaccare la tormenta che già ci colpisce, per affrontare e resistere alla guerra che cerca la nostra distruzione”; la candidatura si propone quindi “l’incursione formale nel processo elettorale del 2018, ma non è una proposta ‘elettoralista’ (…). Non vogliamo competere con i partiti politici, né è nostro proposito la conquista del potere politico putrefatto. Abbiamo la ferma convinzione che è urgente smontare il potere di quelli in alto, non amministrarlo. (…) Le elezioni sono per eccellenza la festa di quelli in alto, lo spazio e la forma con cui i finqueros di questo mondo costruiscono e ricostruiscono il consenso politico che occupano per continuare ad accumulare profitti e potere all’infinito. Vogliamo calarci in questa festa, e vogliamo rovinargliela.

(Carlos Gonzales, 2017)

Carlos Gonzalez prende la parola per tentare di rispondere a questi quesiti, sottolineando la volontà durante l’intera campagna del CNI di considerare tutte le opinioni, da quelle provenienti da grossi collettivi organizzati a quelle di singoli individui, allo stesso livello e con la stessa importanza. Il nocciolo centrale dell’intervento è volto a ribadire l’assoluto dissenso del CNI a convertirsi in partito o a sostenere un candidato della politica istituzionale.

Precisato questo, Gonzalez fa un passo indietro, ripercorrendo le principali tappe del CNI e della lotta indigena in Messico:

1996 – 2001: fase diplomatica di dialogo e di apertura del movimento con la società civile e il governo messicano. Dopo un lungo periodo di clandestinità culminato con l’insurrezione armata del ’9422 e l’apparizione su tutti i canali TV del mondo dei militanti dell’EZLN armati con i passamontagna, si apre una nuova fase di tentativi di cessate il fuoco e trattative con il governo. L’obiettivo che si vuole raggiungere in maniera pacifica è quello di integrare nella Costituzione messicana gli accordi di San Andrès, redatti nel ‘96, i quali avrebbero sancito il diritto dei popoli originari sulla propria terra e la libertà di esercitare la propria cultura a scuola, in famiglia e altrove.

Come era prevedibile anni di tentativi di dialoghi e trattative con il governo si sono conclusi con un niente di fatto nella pratica della vita quotidiana; il 28 aprile 2001, con l’approvazione di una riforma avallata da tutti gli schieramenti politici messicani, si sancisce definitivamente la possibilità per le imprese estrattive di appropriarsi e sfruttare le terre dei popoli originari, una legge regressiva rispetto agli sforzi fatti per farsi ascoltare degli scorsi 7 anni. Il tutto viene accompagnato da una cruenta guerra di sottofondo.

Diverso invece è il rapporto che si crea con la società civile, generato da un processo di avvicinamento non privo di screzi ed errori, ma che permette l’ascolto e il dialogo, come segnalato dalle reazioni alle diverse mobilitazioni di quel periodo.

2001 – 2006: Dal promulgamento della riforma inizia una nuova fase per il CNI, si comincia a perdere fiducia nella possibilità di ottenere qualche riconoscimento dai dialoghi con il governo, vedendo i continui tradimenti, si inizia ad intendere la mancanza di volontà politica da parte del governo messicano. Inizia una fase di ‘silenzio’, si rifiuta il dialogo. Sarà una fase di chiusura soprattutto dell’EZLN e delle comunità zapatiste in Chiapas, intente alla costruzione della loro auto-organizzazione, delle comunità Caracoles, del sistema scolastico indigeno e sanitario23.

Nel 2006 si tiene il IV CNI ad Atuapulco, partecipano 900 persone, si inizia a costruire la VI dichiarazione della selva Lacandona24. Il CNI si dichiara apertamente anticapitalista e di sinistra, visualizza il suo principale problema e nemico, non tanto lo stato messicano ma il capitalismo.

2006 – 2013: Periodo di isolamento, continua la costruzione dell’autonomia nei Caracoles, ma si subisce anche una forte repressione. Inizia la costruzione del progetto dell’Altra Campagna che culminerà anni dopo con la partecipazione alle elezioni della candidata Marichuy. Il CNI continua a crescere e nuove realtà autorganizzate indigene nascono in tutto il territorio messicano, nel 2006 avviene la rivolta di Oaxaca25, la quale ottiene una risonanza mondiale.

Un punto di svolta…

Al termine dell’incontro di Sabato 21 aprile il Comandante Tacho nominò Pablo González Casanova, definito ‘l’unico rettore di sinistra che l’UNAM abbia mai avuto’, come membro del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno – Comando Generale; il primo Subcomandante senza passamontagna dell’EZLN che viene nominato pubblicamente.

È la prima volta nella storia dell’EZLN che ciò avviene, chiaro sintomo di svolta per lo zapatismo, un messaggio simbolico per indicare la volontà di un’apertura. Questo gesto racchiude quello che vuole essere lo spirito della futura strategia organizzativa zapatista: aprirsi al resto del mondo per creare una nuova società, un nuovo mondo a partire dallo sviluppo di una rete internazionale, perché solo unendosi in tanti popoli, pensieri e azioni sarà possibile uccidere l’idra capitalista. Ecco perché quindi fu deciso di darsi un volto.

Pablo Gonzalez Casanova è un docente, ricercatore, politologo, scrittore, distaccato sociologo e critico messicano. Durante la sua carriera ha lavorato in diverse cariche amministrative di carattere universitario, tra cui il rettorato dell’UNAM di Città del Messico.

Come attivista politico lavorò tutta la vita nel riconoscimento delle autonomie e dei Diritti Umani, studiando il processo autonomo promosso dall’EZLN. Il suo lavoro è studiato ampiamente, le sue opere vengono insegnate nelle università di Scienze Sociali, Storia, Economia e Scienze Politiche.

La sua influenza nella cultura messicana è tanto importante che ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Internazionale José Martì, consegnato dall’UNESCO per la difesa della identità dei popoli indigeni dell’America Latina.

Lunedi 23 aprile 2018 – IX giornata del semillero zapatista: i tre ‘sguardi’

Racconti di Bàrbara Zamora (attivista per i diritti umani)

Primo ‘sguardo’

Oscar Hek, un ragazzo indigeno maya, fu condannato a 18 anni di carcere, il suo delitto fu di sposarsi nella sua comunità con una ragazza indigena di 14 anni e di viverci insieme.

Qualche anno dopo si spostarono nella capitale dello Yucatan, Merida. Un giorno scoprirono che la giovane era rimasta incinta e si recarono al centro di Salud dove il medico gli disse di aspettare in sala di attesa mentre dal suo studio chiamò la polizia denunciando una ragazza minore accompagnata da un uomo che diceva essere suo sposo, ma che poteva essere lo stupratore.

Arrivò la polizia e portarono Oscar direttamente in prigione, accusandolo di stupro aggravato dal rapporto conviviale. La famiglia della giovane subito sì recò in città per testimoniare al processo che la ragazza si era sposata ed era rimasta incinta di sua spontanea volontà e che non era stata stuprata. La dichiarazione non servì per liberare Oscar dal carcere, anzi anche i genitori della ragazza furono accusati.

Spesso capita che ciò che nelle comunità dei popoli originari sono considerati cultura e tradizioni, fuori da esse vengono considerati delitti molto gravi. Oscar passò in carcere un anno e mezzo senza poter rivedere la moglie e il figlio, in questo periodo solo lo veniva a visitare la madre l’unica con cui poteva parlare in lingua maya perché in carcere tutti parlavano spagnolo tranne lui.

Un’immagine di desolazione e tristezza quella di Oscar solo in carcere.

Esiste una gran differenza tra la nozione di crimine e delitto indigeno e quella del diritto positivo, alcuni costumi e tradizioni fanno parte della cultura indigna e son considerati delitti nel sistema giuridico istituzionale. In questi casi bisogna condurre feroci battaglie contro l’imposizione di una sola forma di vedere il mondo, contro leggi che non riconoscono la molteplicità e multiculturalità di una società in cui coestistono diversi popoli, leggi che pretendono essere protettrici ma che in realtà sono escludenti e non lasciano la libertà alle persone di scegliere per la propria vita.

Anche la forma di castigare queste condotte è diametricalmente opposta alla forma propria della cultura indigena, mentre nel sistema di diritto positivo sempre si cerca di risolvere il problema con pene e castighi molto pesanti, rinchiudendo il criminale in carcere per parecchi anni e impendendogli di avere contatti con le persone a lui care, nella tradizione indigena sono i genitori o i responsabili della persona rea che devono farsene carico e riparare il danno. In generale le sanzioni implicano che il reo paghi un pegno per riparare il danno alla comunità o alla famiglia che ne è vittima. Sempre si considera la situazione specifica del delitto e il contesto delle persone implicate così come delle loro famiglie. Tutto ciò è il contrario di ciò che avviene nel sistema giuridico istituzionale dove si applica una legge già prescritta e uniforme per tutti i casi.

Secondo ‘sguardo’

Ci vollero 6 anni di processi tra i tribunali di diverse città e la comunità indigena Nahua chiamata Cochotla del municipio di Atlapexco Hidalgo per convincere i magistrati che i nonni della comunità erano abituati per cultura a trasmettere la discendenza dei terreni a voce, senza compilare documenti formali. Questa tradizione entrò in conflitto con l’applicazione del programma governativo implementato per organizzare la distribuzione dei terreni ‘ejidali26’ individualmente e amministrata secondo i canoni istituzionali; per questo motivo un folto gruppo di indigeni della comunità Nahua fu escluso dalla attribuzione dei propri terreni.

La comunità si sollevò in protesta, bloccò la strada federale, minacciò la giunta governativa di andarsene e contemporaneamente iniziò la battaglia legale per far riconoscere il diritto di discendenza dei terreni dai propri antenati in conformità al diritto abitudinario della comunità, a voce, e per poter partecipare alle assemblee ‘ejidali’. Il magistrato era irremovibile, esigeva un documento idoneo dove il padre o il nonno dichiarassero davanti ad un notaio la discendenza del terreno al figlio. Nel giudizio fu necessario interpellare un perito di antropologia per dimostrare in maniera scientifica che in questa comunità la discendenza avveniva in maniera orale, inoltre gli anziani Nahua non parlano spagnolo e la forma del documento ufficiale con visione notarile gli era totalmente aliena.

Nelle comunità indigene esistono molte leggi non scritte per gestirle, queste norme costituiscono il diritto indigeno che è totalmente alieno al diritto positivo, il quale a sua volta non le prende in considerazione né le rispetta. Quando il potere istituzionale ignora queste norme si creano dei conflitti come quello descritto in questo racconto e ciò avviene poiché in un mondo uniforme non si vuole riconoscere che la legge non può essere uguale per tutti i diversi modelli culturali esistenti. Fin dai tempi della conquista spagnola nello Stato Messicano si impone una visione del sistema giuridico uniformata secondo la forma del ‘Diritto Positivo’ ed eliminando e non riconoscendo la multiculturalità del Diritto Indigeno.

Terzo ‘sguardo’

Arrivarono all’’ejido’ Real de Limon nel municipio di Cocul nel Guerrero le macchine dell’agenzia mineraria ‘Media Luna’, sussidiara di un’agenzia canadese, e la procura agraria del municipio convocò gli ‘ejidatarios’ a una assemblea per accettare un contratto di occupazione temporaneo dei terreni per l’estrazione di argento rame e oro. Nell’assemblea però la procura agraria già presentò l’atto di esproprio elaborato, mediante la quale volevano privare l’intera comunità della sua terra, non solo dei terreni dove erano presenti i minerali, ma anche delle case, della chiesa, della scuola e dei cimiteri; l’impresa impose il trasferimento in un altro terreno dell’Ejido promettendo di ricostruire le case, la scuola, le chiese e cimiteri, senza mai mantenere la promessa.

Li privarono della vita, gli levarono le risorse per mangiare, gli contaminarono l’acqua e il suolo circostante.

La voracità delle agenzie minerarie viene protetta dalla riforma della legge costituzionale tramite la quale si è istituzionalizzato l’appropriazione indebita della terra, dell’acqua, dei boschi e delle risorse naturali permettendone la distruzione. Le comunità indigene non parteciparono mai alla formazione di queste leggi, perché furono formulate da gruppi politici il cui unico obiettivo è quello di arricchirsi senza tener conto della serenità e dei bisogni dei popoli originari. Chi si oppone a questo processo viene criminalizzato e se la ribellione prende piede intervengono i gruppi paramilitari per eliminare i rivoltosi.

NOTA DEGLI AUTORI:

Riportando questo intervento non si vuole in alcun modo sottintendere che qualunque tradizione indigena sia giusta a prescindere, per il semplice fatto di essere parte o lascito di un’eredità culturale. Nello specifico, il proposito degli autori non è quello di esprimere una posizione in difesa del matrimonio con minori. Citando integralmente questo intervento si vuole invece mettere a fuoco un altro aspetto: la questione su cui vogliamo soffermarci e porre l’accento riguarda un’evidenza, la totale negazione da parte del sistema giuridico istituzionale dell’esistenza di contesti e situazioni altre, squalificate e ignorate per il semplice fatto di essere percepite come aliene. In tutti e tre gli esempi citati, insomma, il diritto istituzionale non mostra ne ha mostrato il minimo interesse a voler intendere o prendere in considerazione l’esistenza e l’incidenza del diritto indigeno.


Con la frase, nel primo racconto, ‘in questi casi bisogna condurre feroci battaglie’ non si vuole difendere a priori qualunque tradizione indigena, piuttosto evidenziare che servono feroci battaglie per fare emergere il contesto specifico, la diversa cultura e modo di vedere il mondo, tra soggetti che hanno punti di vista differenti e, come in questo caso, assolutamente opposti. Non si può, insomma, considerare giusto un sistema monodimensionale, che pretende di ridurre tutte le diversità a un unico dogma senza nemmeno considerare la possibilità di soluzioni alternative. Uno sforzo di comprensione, seppur in chiave critica, è necessario.

Si tratta di una lotta continua tra due modi diversi e contrapposti di vedere e intendere il mondo e la natura umana: uno freddo, calcolatore, riduzionista e razionale, ha origine dall’assunto che l’uomo è una creatura malvagia per sua natura e che quindi necessita di una sovra-struttura che lo controlli e lo domini, il leviatano. A questa visione si contrappone la visione olistica, ovvero analizzare un fenomeno secondo tutti gli aspetti implicati, cercando di individuare quelli meno evidenti che presentano spesso implicazioni molto importanti. Secondo questo punto di vista la natura umana non è definita a prescindere, ma diversi comportamenti, nel bene e nel male, trovano spiegazione in una moltitudine di conseguenze e contesti, diretti e indiretti, ovvi e non ovvi, dove ragione ed emozione concorrono insieme nella causa di tali fenomeni.

Mercoledi 25 aprile – Riflessioni in chiusura del CONVERSATORIO zapatista ‘Miradas, Escuchas y Palabras: ¿Prohibido Pensar?’ da parte dei gruppi di appoggio al CIG e alla ‘vocera’ Marichuy del Messico.

Non uccideranno il fiore della parola. Non qui né ora, non finché la lotta avanza. Né con tanta morte in agguato. Dopo undici giorni di conversazione con musica, balli, foto, cinema, silenzio-ascolto e parole, ieri sera terminò al CIDECI-Unitierra un incontro che risignifica e ridefinisce molte cose. La Commissione della Sesta che celebra il suo nuovo membro, il Comandante Pablo, ha esposto un’altra volta l’importanza di diffondere organizzazione focalizzando l’attenzione sul significato pedagogico del messaggio da trasmettere. Non c’è “proprietà privata della lotta”, dice il Sup. Galeano, c’è “un nuovo seme che è di tutti, ‘todoas’, tutte e non è di nessuno.”

Presentando a dettaglio il vissuto dei mesi recenti, quando i gruppi della rete di appoggio al CIG si lanciarono al sostegno per la ‘portavoce’ Marichuy, gli integranti della Rete danno una voce collettiva che descrive il processo di apprendistato-lavoro-informazione, percorso per molti angoli del Messico. Benché ascoltiamo solamente i collettivi di Chiapas e di Città del Messico e zone vicine, quello che narrano potrebbe essere narrato da chiunque di lor@. Sono “collettivi di collettivi”, sforzi uniti benché dispersi. Sono frattali di resistenza. Le loro voci coincidono quando ci trasmettono l’emozione, il freddo, la fiducia, l’esaurimento, il coraggio, l’ansia e, soprattutto, la convinzione. Ricordano a Marco Antonio Jiménez, “attivo ausiliare di Marichuy”, maestro della Sesta che non si trova oramai più qui tra noi.

Ricordano anche ad Eloísa Vega Castro27, della Rete Sudcaliforniana di appoggio al CIG. Ma in realtà ricordano tutte le morti e le sparizioni, tutti gli incarceramenti e gli abusi, tutti i femminicidi, tutte le privazioni ed il razzismo, perché per mesi si dedicarono a ricordare questi fatti ad ogni persona che si avvicinò ai tavoli di raccolta delle firme. ‘Viviamo la tormenta28’, ci dicono. Ogni firma rappresentava un dialogo che permetteva di rendere visibile la lotta dei paesi indigeni, ma per vederla questa lotta dovevano sperimentarla di persona. Con gran eloquenza, Raúl Romero nel suo intervento presenta i suoi tre sguardi di questo processo: quello che richiamò ad unire le firme, la diagnosi, quello che passò unendo le firme, le esperienze, e quello che è questo semenzaio, la speranza.

Nei suoi interventi durante la chiusura, tanto il Comandante Pablo come i Subcomandantes Moisés e Galeano replicarono l’importanza dell’”effetto Marichuy” e, per i popoli originari, di insistere che la nostra lotta è per la vita. Secondo ciò che narrarono durante questi giorni ciascun partecipante di questo Conversatorio-semenzaio ricevette un invito dell’EZLN a domandarsi “come sta il tuo cuore?”. Ognuno diede la sua risposta. Ma per quello che ci han insegnato e per la forza organizzata di chi han convocato, tutto indica che il cuore è pronto.

 Riflessioni dei partecipanti

La storia dei popoli originari e quella della genesi e mantenimento del potere capitalista, neoliberista e patriarcale sono strettamente connesse. Anzi sono la stessa storia.

E’ vero che i popoli indigeni possiedono una cultura e un’identità attraverso la quale vedono il mondo in maniera completamente diversa rispetto ai popoli occidentali, ma è anche vero che gli indigeni in tutto il mondo hanno subito secoli di repressione, sfruttamento e razzismo, da parte dei popoli occidentali europei prima e neo-coloniali poi. Per questa ragione la lotta dei popoli indigeni e dei movimenti occidentali contro il neo-liberismo o neo-colonialismo è fortemente. La nostra lotta e la loro sono legate da un filo conduttore unico, il successo di una dipende dal successo dell’altra, esse possiedono un destino comune: difendere le risorse naturali e sconfiggere il potere capitalista e patriarcale o scomparire come popolo, cultura e identità libere. Per questo crediamo che la storia, il percorso e gli esiti della lotta indigena non solo influiranno ma giocheranno un ruolo chiave nella destabilizzazione del potere dominante, nel contributo al successo della lotta in occidente e nel processo di liberazione di tutti i popoli.

Ecco perché riteniamo sia di fondamentale importanza sostenere queste lotte in tutti i modi possibili, prima di tutto conoscendo e condividendo il pensiero anticapitalista alla base di tutte le azioni del movimento indigeno e, successivamente, costituendo una rete di connessioni internazionale.

Incontrarsi, confrontarsi e mescolarsi per poi condividere, dentro e fuori dal Messico, le esperienze e le discussioni appena iniziate nel corso di questi giorni di Conversatorio è un primo esempio di questo tipo di pratica da intraprendere. Dagli incontri del ‘semillero’, vissuti in presenza o attraverso la lettura e lo scambio di contenuti narrativi, l’auspicio è che possano nascere nuovi legami, nuove forme di connessione e di lotta. Guardare, ascoltare e pensare per camminare insieme, costruendo ‘las claves para sanar el mundo29‘.

Così come la forza del capitalismo deriva principalmente dall’equilibrio di relazioni geopolitiche internazionali e giochi di forza costruiti nel corso dei secoli, solo tramite il consolidamento dei legami esistenti e la costruzione di nuove connessioni sarà possibile cambiare le carte del gioco.

El corazòn es listo, falta lo que falta!’30.

Approfondimenti sulle giornate di incontro + podcast

15 aprile, giorno I: Sigan bailando porque la lucha sigue (apertura semillero e concerto)

16 aprile, giorno II: ¿Cumplimos o no cumplimos?

17 aprile, giorno III: ¿Revolución? ¿Reforma? ¿Lucha por la Vida?

18 aprile, giorno IV: ¿Y la posibilidad de que ganemos es casi nula?

19 aprile, giorno V: ¿Y entonces, quiénes?

20 aprile, giorno VI: ¿Juntxs ante el colapso? 

21 aprile, giorno VII: ¿Y cómo hablamos la verdad?

22 aprile, giorno VIII: ¿Escucharnos para sentirnos?

23 aprile, giorno IX: ¿Heredar el deber y la memoria? 

24 aprile, giorno X: ¿Un nosotrxs sin México?

25 aprile, giorno XI: El corazón está listo

2 maggio: Falta lo que falta.- audios de la Conferencia “El siguiente paso en la lucha” del CNI-CIG-EZLN

Letture tenute durante il conversatorio

Enlace zapatista diretta completa del conversatorio

Messaggio dell’EZLN alla rete di appoggio del CIG del Messico e del mondo

Programa conversatorio

1 Centro Indígena de Capacitación Integral Fray Bartolomé de Las Casas AC-Universidad de la Tierra Chiapas.

2 María Mercerdes Olivera Bustamante, antropologa femminista messicana, Professore-ricercatore, leader Cuerpo Académico Estudios de Género y Feminismo del Centro de Estudios de México y Centroamérica (CESMECA)

3 Màrgara Millàn, sociologa e antropologa ricercatrice del Centros de estudios Latinoamericanos (FCPyS UNAM) e professoressa del Postgrado di Estudios Latinoamericanos.

4 Sylvia Marcos: psicologa e sociologa delle religioni, professora visitante della Facultad de Estudios de las Religiones del Postgrado della Università di Claremont.

5 I Caracoles sono i luoghi in cui sono installate le sedi delle Giunte di Buon governo. Ogni Caracol raggruppa vari municipi autonomi e pertanto è il “capoluogo” di ognuna delle cinque regioni zapatiste.

6 http://www.congresonacionalindigena.org/consiglio-indigeno-di-governo/

7 https://www.congresonacionalindigena.org/che-cose-il-cni/

8 http://www.unimondo.org/Notizie/Messico-la-sfida-dell-Altra-campagna-degli-zapatisti-52769

9 https://ilmanifesto.it/acteal-non-si-arrende-20-anni-fa-il-massacro-ancora-oggi-impunito/

10 http://www.jornada.unam.mx/2014/09/30/opinion/021a2pol

11 https://lamericalatina.net/2018/02/14/crimine-di-stato-uccisi-tre-compagni-del-codedi-in-un-imboscata-attaccano-lautonomia-nessun-passo-indietro-y-comunicado-de-la-pirata-en-espanol/

12 https://desinformemonos.org/zapatismo-verdadero-foco-resistencia-al-salinismo/

13 http://pri.org.mx/SomosPRI/

14 http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2018/03/12/parole-delle-donne-zapatiste-in-chiusura-del-primo-incontro-internazionale-politico-artistico-sportivo-e-culturale-delle-donne-che-lottano-nel-caracol-zapatista-della-zona-tzotz-choj/

15 Un mondo dove possano esistere molti mondi

16 Universidad Nacional Autònoma de México

17 Qui si richiama alle ‘Giunte di buon governo’ zapatiste, gli organi governativi assembleari e democratici che gestiscono i Caracoles zapatisti secondo i sette principi del buon governo.

18 Consejo Nacional de Investigaciones

Científicas y Técnicas

19 Universidad Nacional de San Martín

20 In questo caso si specifica anche come la popolazione non sia scesa in strada in massa a sostenere Dilma Rousseff in seguito all’accusa e all’incarcerazione per corruzione poiché già si sentì tradita dalla condotta del dirigente nel periodo delle olimpiadi del 2016

21 Che verrebbe giustificata dalla situazione di crisi e instabilità che non può essere tollerata nell’area di influenza statunitense.

22 http://enlacezapatista.ezln.org.mx/1994/01/01/primera-declaracion-de-la-selva-lacandona/

23 Nascono in questo periodo le ‘Escuelitas zapatistas’ e le ‘Casas de Salud’ e vengono formati i promotori di educazione e di salute.

24 http://enlacezapatista.ezln.org.mx/sdsl-it/.

25 https://www.peacelink.it/latina/a/22173.html

26 L’ejido è una comunità contadina creata con la distribuzione dei terreni attraverso la riforma agraria (1917-1992). Gli ‘ejidatari’ ricevetterono la terra per proprio uso e usufrutto, ma senza che questa cessasse di essere proprietà del governo. I diritti di usufrutto sono ereditabili, soggetti a regolamenti, ma la terra non può essere venduta. (Randall 1996). La riforma dell’art. 27 della costituzione messicana del 1992 tolse il divieto della compravendita dei terreni ejidali permettendo difatto l’accesso a queste terre e alle risorse da parte delle imprese estrattiviste.

27 https://www.congresonacionalindigena.org/2018/02/16/mensaje-del-cni-cig-la-familia-la-companera-eloisa-vega-las-redes-grupos-apoyo-sudcalifornianos/:

28 http://www.johnholloway.com.mx/

29 Le ‘chiavi’ per sanare il mondo

30 Il cuore è pronto, manca ciò che manca!

CAMPAGNA DI SOLIDARIETA’ CODEDI VIVE


Campagna di solidarietà #CODEDIVIVE

Il CODEDI (Comité por la Defensa de los Derechos Indigenas) è una organizzazione indigena che riunisce più di 1800 famiglie sparse in 48 comunità rurali nelle regioni della Sierra Sur, Istmo, Valles Centrales e Costa dello stato messicano di Oaxaca e che partecipa al Consiglio Nazionale Indigeno (CNI).

Il comitato nasce circa venti anni fa dal lavoro di un gruppo teatrale che operava nelle comunità indigene dello stato di Oaxaca con l’intento di sviluppare la cultura e l’autonomia all’interno delle comunità, in poco tempo si è trasformato in una organizzazione di difesa dei diritti indigeni del territorio e della costruzione di autonomia.

Il progetto più grande del CODEDI è il Centro di Capacitaciones de la Finca Alemania situato nel municipio di Santa Maria Huatulco. Questo territorio fu recuperato nel 2013 mediante l’occupazione di 300 ettari di terreno e oggi è  autogestito dalla popolazione indigena. All’interno si coltivano mais, fagioli, zucca, pomodori, limoni e si allevano maiali e galline per assicurare l’alimentazione a tutta la comunità, preoccupandosi di recare il minor danno possibile all’ambiente grazie all’utilizzo e alla trasmissione di pratiche sostenibili nei talleres (laboratori) di agroecologia e zootecnia. La costruzione delle strutture è organizzata dai talleres di carpenteria, produzione di mattoni e fonderia; nel taller di panificazione si producono pane e tortillas, mentre al taller di medicina naturale e di tessitura si tramandano conoscenze curative e si producono vestiti tradizionali.

L’educazione autonoma dei giovani è organizzata in quattro livelli di formazione (asilo, primaria, medie e superiori) in cui i programmi educativi sono basati sulle necessità concrete degli abitanti della regione e aspirano alla costruzione di pensiero critico. L’intero progetto è stato realizzato grazie al lavoro collettivo a turni, detto tequio, al quale prendono parte compagni provenienti da tutte le 48 comunità appartenenti al CODEDI.

Da cinque anni gli abitanti della Finca Alemania difendono la terra, l’acqua, i boschi, gli animali e le risorse naturali del territorio in cui vivono, esercitando la propria cultura e il diritto indigeno nella vita quotidiana della comunità. Il Messico è uno dei paesi più pericolosi al mondo per le lotte ambientaliste e la difesa del territorio, soprattutto se i soggetti che lottano sono i popoli originali di questi territori: negli ultimi dodici anni si sono registrate più di 200.000 morti violente prevalentemente legate a questioni di controllo del territorio, numeri da guerra. Questi popoli si trovano infatti in conflitto con poteri molto forti, come le imprese multinazionali appoggiate dal potere governativo colluso con le organizzazioni criminali del narcotraffico. Insieme questi attori utilizzano qualunque mezzo a loro disposizione per privare le popolazioni originarie dei loro terreni, ricchi di risorse, e sfruttarli in modo insostenibile per produrre ricchezza. Il territorio del centro di Capacitazione si colloca in una zona di interesse per il piano ‘Bahia di Huatulco’, un progetto idroelettrico la cui implementazione ha già pregiudicato la salvaguardia di migliaia di ettari di spiaggia, boschi e fonti di acqua, a discapito delle comunità contadine locali.

I compagni e le compagne del CODEDI si mobilitano e lottano contro questi poteri forti e voraci per difendere i propri territori e la propria cultura subendo in risposta una forte repressione. Il 12 febbraio 2018 una delegazione che tornava alla Finca Alemania, in seguito ad un incontro con dei funzionari governativi per discutere del conflitto post elettorale a Santiago Xanica, è stata attaccata all’improvviso sulla strada federale da un commando armato che ha ucciso tre dei cinque compagni della delegazione, Alejandro Antonio Dìaz Cruz di 42 anni, Luis Angel Martinez di 18 anni e Ignacio Basilio Ventura Martìnez di 17 anni, all’attacco sono sopravvissuti Emma Martìnez e Abraham Ramìrez Vàzquez, coordinatore generale dell’organizzazione. Il governo non ha fatto alcuna dichiarazione in seguito a questo vile attacco ma i compagni del CODEDI denunciano l’accaduto, accusando le forze governative di aver tentato di uccidere il dirigente della Finca Alemania col fine di colpire e indebolire il progetto di resistenza dei popoli originari dello stato di Oaxaca, così come dimostrano le numerose minacce di morte e di persecuzione a carico di altri componenti della comunità.

Di fronte a questa violenza per gli abitanti della Finca Alemania e di tutte le comunità del CODEDI è di vitale importanza ricevere solidarietà e supporto, per questo il gruppo d’appoggio al CODEDI che già da anni supporta il progetto ha lanciato una campagna di Solidarietà Internazionle #CODEDIVIVE a cui sono invitati a partecipare tutti i collettivi, gruppi, assemblee, comitati, uomini e donne resistenti e in lotta del mondo con qualsiasi forma di appoggio ritenuta opportuna.

La campagna esige:

  • Giustizia per i compagni assassinati il 12 febbraio in un contesto di un massacro contro il popolo messicano che conta più di 200.000 morti violente negli ultimi 10 anni
  • Rispetto verso l’autonomia dei popoli indigeni, ovvero la cancellazione di tutti i progetti estrattivisti che minacciano la vita dei loro territori.

Il 14 e 15 di marzo una Brigata Internazionale di Solidarietà composta da persone di Svizzera, Portogallo, Messico, Italia, Spagna, Colombia, Brasile, Belgio, Austria e Argentina hanno visitato il Centro di Capacitazione Finca Alemania, ascoltando le testimonianze dei sopravvissuti all’attacco e analizzando il contesto attuale dei diversi comitati dell’organizzazione.

Il 13 e 14 maggio 2018 si sono tenute due iniziative a San Cristobal de Las Casas, la proiezione di un documentario sul progetto della Finca Alemania con discussione e una conferenza stampa al centro per i diritti umani Frayba dove si è fatta una dichiarata denuncia di responsabilità dell’accaduto contro il governo di Oaxaca.

Diverso materiale è stato prodotto in questi mesi e può essere utilizzato per informarsi e divulgare il progetto, si invita a coordinarsi e organizzarsi per realizzare eventi, esposizioni, mobilitazioni, grafiche, video e qualunque altra azione che possa rendere visibile questa esigenza, ciascuno nel suo tempo e modo, e così ribadire che la solidarietà è la forza dei popoli in lotta.

                                                                                         ALEJANDRO VIVE!

LUIS ANGEL VIVE!

IGNACIO VIVE!

CODEDIVIVE!

PER LA DIFESA DEI DIRITTTI E DEI TERRITORI INDIGENI!

 

Link utili:

Comunicato del CODEDI: https://www.centrodemedioslibres.org/2018/02/13/codedi-llama-a-la-solidaridad-tras-emboscada-y-asesinato-de-3-de-sus-miembros-2-menores/

Comunicato del CNI: https://www.congresonacionalindigena.org/2018/02/13/ denuncia-asesinatos-companeros-codedi/

Comunicato Nodo Solidale: https://www.facebook.com/notes/nodo-solidale/crimine-di-stato-uccisi-tre-compagni-del-codedi-in-un-imboscata-attaccano-lauton/1998458173753609/

Facebook Nodo Solidale: https://www.facebook.com/nudosolidario/

Documentario: https://www.youtube.com/watch?v=XOxmgOXlRAk

Conferenza stampa CODEDI al Centro per i diritti umani Fraybar, San Cristobal de las Casas: https://www.facebook.com/revistakuxaelan/videos/1796933220329407/?hc_ref=ARTzMXCj0weJIKqbJIzeAP6RWe95yaC3rYnT-tkMtZS7OwELCn1dPXcSuoes9LcKmqA

Relazione brigata internazionale di solidarietà alla Finca Alemania: https://resistenciaglobalautonoma.wordpress.com/2018/03/22/relazione-della-brigata-internazionale-di-solidarieta-con-il-codedi-centro-di-formazione-codedi-finca-alemania/