La democrazia come sconfitta. Note sulle elezioni presidenziali in Messico

Apparso il 28/06/2018 nel blog dei nostri amici messicani Artillería Inmanente

Possiamo concedere giusto una cosa a quelli che hanno posto tutta la loro fiducia nello spettacolo democratico: mai questo paese aveva conosciuto nella sua storia un grado così alto di speranza condivisa. Ma per comprendere da dove proviene questa apparente energia bisogna aggiungere questo: questa speranza è il prodotto di una sconfitta di lunga durata.

Lo spettacolo democratico di cui si parla non è solo quello che è stato incessantamente martellato dagli apparati statali – attraverso la loro “cultura del diritto” e la loro violenza poliziesca – ma è anche quello che ritorna periodicamente sempre più sfigurato e grottesco della volta precedente, ma che, malgrado tutto – per qualche “urgenza”, una “congiuntura” fabbricata come per caso in questo preciso momento e non in un altro – si trova infine rinforzato dal credito che una popolazione gli accorda, volentieri o meno, o ancor di più, con la sola volontà che gli resta, una volontà bloccata tra l’incudine e il martello. La speranza nella politica è sempre il rovescio di una politica il cui primo motore è la paura.

Chiunque sia sopravvissuto agli ultimi dieci anni – o agli ultimi 500 – sa che, dietro il miraggio che fa vedere una luce nel futuro, si intravede la profonda oscurità del nostro presente. È superfluo ripetere una volta di più le cifre dei morti e dei desaparecidos: queste sono appena la traduzione matematica – cioè amputata – di una realtà invivibile. Solo la tristezza e la confusione che provoca una decade di guerra possono fare in modo che qualcuno veda in un candidato una speranza e non il futuro comandante in capo del nostro più grande nemico: lo Stato.

A partire dall’attacco perpetrato ad Atenco nel 2006 fino alla rottura costituita dalla mobilitazione per i 43 scomparsi di Ayotzinapa, questo sentimento di disfatta si è amplificato ed esteso. Non c’è niente che la democrazia e i suoi attori sappiano fare meglio che tirare profitto dalla desolazione. È per questa ragione che sono più degni di compassione che di ridicolo coloro che da qualche anno urlano “E’ lo Stato” (che ha ucciso gli studenti) e che oggi vedono in esso l’unica via di salvezza.

Forse noi stessi, in parte, siamo stati responsabili di questa sconfitta e della confusione che genera. Forse non siamo stati capaci di produrre un sufficiente numero di nuclei d’organizzazione e di resistenza solidi e duraturi. Ma è anche vero che, almeno in questo caso, il funzionamento dello Stato è efficiente: avanza e attacca per produrre la sconfitta e l’impotenza che gli serviranno, poco dopo, a nutrire la sua rigenerazione.

Solo un bambino, un ingenuo o un politologo possono pensare che la democrazia è un affare di elezioni, di partecipazione o di istituzioni. Anche se noi siamo abituati a descrivere la democrazia – la più potente arma civile dello Stato – con l’espressione apparentemente inoffensiva di “forma di governo”, essa è in realtà un meccanismo complesso di produzione e gestione dell’impotenza collettiva.

In effetti, la funzione essenziale della democrazia non è la rappresentazione ma la relegazione. Tutte le capacità, le conoscenze, le immaginazioni e la forza che richiede una vita condivisa sono catturate dalla macchina democratica per essere gettata da qualche parte nel rovinoso apparato statale. Tutta la creatività e la potenza che possediamo per il semplice fatto di essere vivi sono sottratte e relegate fino a che non restano che degli spettri, fino a che ogni corpo è ridotto al rango minimale al quale può essere ridotto un essere vivente: un cittadino.

Relegare significa mettere da qualche altra parte ciò che ci è proprio. La democrazia è, anche per questa ragione, produzione di allontanamento. Ogni momento della vita, ogni conflitto e ogni uscita possibile sono subordinati alla gestione di una istituzione esteriore e distante. Cioè astratta. Solo quelli che vivono in questo mondo d’astrazione, separati dal loro mondo, trovano ragionevole esigere dallo Stato che risolva un crimine, freni le espropriazioni, sanzioni le Forze Armate per la violazione dei diritti umani. La giustizia, lo sappiamo, non verrà mai né dall’alto né da lontano. Per questo l’antinomia della democrazia non è l’autoritarismo ma la prossimità, la forza collettiva.

Come l’espropriazione “originaria” che alimenta il capitale è sempre all’opera, in ogni momento, la relegazione di cui si nutre la democrazia opera ogni volta che un programma statale si sostituisce a un’opera collettiva, che un deputato locale usurpa il potere di un’assemblea popolare o che un comitato di quartiere si trasforma in ufficio di gestione di un partito politico.

Per questo è un’eccellente notizia che la democrazia in questo paese sia ancora incompleta. Evidentemente ciò non significa che vi sia una mancanza di “partecipazione”, di “trasparenza” e ancor meno di “onestà”. Ciò significa che vi sono dei territori in cui la battaglia contro l’impotenza e l’astrazione è stata vinta, dove lo Stato non è riuscito a imporre la sua logica. Dove è ancora possibile sperimentare una vita comune che non può essere ridotta al meccanismo della democrazia e dei partiti.

Forse non è necessario ripeterlo, ma la democrazia è anche produzione di individualità: “cittadini” o “votanti” sono i termini burocratici che adottano i cadaveri di una collettività distrutta. Per questa ragione non c’è nulla di politico in essa: non c’è esistenza condivisa, luoghi da abitare, vita da difendere. È il solo senso nel quale la democrazia sia un sistema di governo, cioè una gestione verticale delle popolazioni, individui senza nome.

La cooptazione e la relegazione che è all’opera in ogni istante producono l’impotenza e la depressione, che paiono trovare la loro unica risoluzione in una rigenerazione della speranza nello Stato. La speranza è, precisamente, l’iniezione di combustibile di cui, in un dato momento, una forma di governo ha bisogno per sopravvivere. Anche quelli che temono una possibile destabilizzazione se vince un candidato o l’altro appaiono molto ridicoli. Temono un possibile “indietreggiamento della democrazia” quando, in verità, una rigenerazione dell’apparato statale è in marcia in modo da farla sopravvivere ancora per un decennio.
Le sconfitte dei movimenti di resistenza e la vera disperazione di quelli che hanno hanno messo la loro forza in una trasformazione radicale sono state, nuovamente, relegate nel sistema dei partiti e in un futuro governo centrale. Tutta la speranza che ci circonda oggi tende alla stabilizzazione; cioè a una rinascita dello Stato. Non è un caso che il favorito abbia dichiarato di voler risolvere del tutto il dossier di Ayotzinapa per rinforzare l’esercito e restituirgli la sua antica legittimità. In un contesto di guerra, la rigenerazione democratica adotta la sua forma più crudele e sanguinosa: la pacificazione.

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Al di là dell’aura umanista della parola, la pacificazione è il punto culminante di un’operazione militare: il trionfo della mobilitazione delle forze armate e civili su di un territorio e sulle forme di vita che lo abitano. È il nome che i vincitori danno alla sconfitta totale dei loro oppositori, alla sottomissione del nemico al nuovo potere costituito. È, esattamente, quello che i giuristi chiamano “uso legittimo della forza da parte dello Stato”. Perciò vi sono ancora persone che confondono pace e Stato di diritto. La pacificazione non è altro che la continuità del processo di democratizzazione perseguito con altri mezzi. Queste due operazioni, quindi, formano i due fronti contro-insurrezionali con i quali lo Stato cerca di integrare al suo interno tutte le forze politiche, con mezzi sia civili che militari. La fallimentare strategia anti-zapatista degli anni 90 – coordinata in parte da Esteban Moctezuma Barragan – lo dimostra perfettamente: occupare militarmente un territorio per pacificarlo; rimunicipalizzarlo e iniettare dei mezzi per democratizzarlo – non sorprende che ancora oggi i rappresentanti della “crociata contro la fame” abbiano in ogni città, sulla loro porta, l’emblema del Segretariato della Marina. Venti anni dopo l’operazione è sostenuta dalle restanti basi militari e dai gruppi di paramilitari che sono, sempre, associati ai partiti politici. In tempo di elezioni sono degli “operatori politici” e dopo degli squadroni della morte.

Ecco perché la credenza che sia possibile “finirla con la logica della guerra” è la più pericolosa delle buone intenzioni progressiste. In certi quartieri di Città del Messico la guerra sembra essere una “logica”, un “discorso”, cioè una “politica pubblica”. Ma la guerra, lo sappiamo, è una atroce realtà; è la forma che adottano lo Stato e il capitale per garantire la loro continuità attraverso la cooptazione e il saccheggio. Crdere che la guerra possa finire unicamente grazie alla “volontà politica” di un uomo non è solo naif, è suicida. La forma fondamentale di autodifesa in un conflitto prolungato è quella di riconoscerlo in quanto tale. Quelli che sono sopravvisuti resistendo più di cinquecento anni lo sanno perfettamente. La guerra – che sia dichiarata o meno – è lo strumento attraverso cui lo Stato messicano è ricorso ogni volta che ha avuto bisogno di rinnovarsi o di espandersi. Le guardie bianche, i rurales di Porfiriat, le Forze Armate e le cellule di sicari hanno sempre avuto la stessa funzione: pervenire alla pacificazione di un territorio – con lo sterminio o lo spostamento forzato – per garantire l’estrazione delle risorse che contiene. La “guerra contro il narcotraffico” non fu quindi una sconfitta strategica. Fu, al contrario, la perfetta ed efficace riconversione di una vecchia macchina di morte e spoliazione. Oggi la guerra civile è una questione che supera di molto la capacità di decisione di un governo o di un candidato. Quelli che fanno della politica un’operazione più o meno riuscita di consolidamento di un contratto sociale – battuto, rispettato, corrotto, etc – si sbagliano fin dall’inizio: non è il contrato sociale ma la guerra che anima, fin dalla sua origine, il sistema di potere. Così, far credere che la guerra finirà grazie al bacio di un poeta, di Emilio Alvarez Icaza o del papa di Roma, è una manipolazione senza fine. In verità è un crimine di guerra.

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Sempre è necessario vedere quale oscurità nutre la luce della speranza; ma bisogna anche saper osservare la luce che produce questa stessa oscurità. Ovunque lo Stato sembra fallire, ovunque è assente, si apre lo spazio dei possibili. Ogni istante della vita è un minuscolo campo di battaglia in cui la logica democratica può essere respinta, dove possono sperimentarsi forme di organizzazione tanto flessibili quanto potenti. Non c’è nulla di più semplice che affrontare la relegazione e la messa a distanza che nutrono la democrazia. Si tratta semplicemente di afferrare la nostra prossimità con il mondo che ci circonda. Di tornare a incontrarla, di produrre gli strumenti e i saperi collettivi per abitarla. Non c’è evento più felice che riscoprire, nel mezzo delle rovine dello Stato, un’attitudine che pensavamo perduta: imparare senza Università, curarsi senza bisturi, passare una domenica senza angoscia.

Bisogna solamente riapprendere a creare degli spazi di potenza, lontano dalla macchina democratica, avvicinarci gli uni agli altri, ritrovare il filo delle nostre potenzialità. Scoprire di nuovo tutto quello che può un incontro – anche fugace – quando esiste la decisione collettiva di ricostruire tutto. Il compito sembra arduo, senza dubbio, ma quelli che lo sperimentano sanno che non esiste una festa più grande di quella che si fa dopo una giornata di lavoro collettivo.

Per il momento bisognerà lasciar fallire i democratici: i convinti, i confusi, gli ingenui, i vinti. Quanto a noi, non abbasseremo la guardia: sappiamo che continueranno ad attaccare tutto mentre predicheranno la tregua. Alcuni, forse, torneranno dopo qualche anno, ridotti a macerie: famelici e distrutti dopo aver visto dall’interno le viscere dello Stato. Forse allora sentiranno l’ampiezza della loro sconfitta. È anche probabile che uno o due di loro verranno a riscoprire le loro forze nella casa che noi avremo, nel frattempo, costruito.