Non ho visto niente al cinema nel Maggio 68

di Leslie Kaplan

da Trafic. Revue de cinéma n°106, estate 2018

Durante il Maggio 68, come tutti sanno, la bellezza è nella strada, e in pochi, a mia conoscenza, andavano al cinema. Il primo aprile ero stata assunta in una fabbrica che costruiva delle lavatrici a Lione, nel quartiere di Gerland, e il 20 maggio gli operai e le operaie si sono messi in sciopero; ho cercato di scriverne, non ho trovato qualcosa di equivalente nei film venuti dopo. Quello che accadeva: la sorpresa, l’inatteso, il completamente nuovo, il carattere trasgressivo della più piccola cosa che succedeva e la gioia di tutto questo. I punti di riferimento erano stravolti, lo spazio stesso cambiava. Davanti ad ogni cosa si scavava una distanza enorme, non vi era più niente di scontato. Fabbrica, officina, lavoro, macchina, pressa, cavi, sì, ma che cosa sono. 

La libertà, la si provava in ogni dettaglio e innanzitutto: le parole non erano più incollate alle cose, non avevano più un senso unico, obbligatorio. Immaginare questo: un luogo, la fabbrica, nel quale niente esiste senza una ragione, sedersi, alzarsi, attraversare il cortile…era diventato di colpo un luogo nel quale ognuno circolava, poteva circolare, lasciare il suo posto, andare a visitare l’officina di fianco, farsi spiegare, ricostituire l’insieme. O al contrario poteva restare seduto, lì, nel cortile, a far nulla, a guardare il cielo. Lavorare a maglia. Giocare a carte. Ascoltare la radio. E parlare, discutere. Pensare.

Questo rovesciamento, questa contestazione del quadro stabilito, questo desiderio di cambiamento del quadro di pensiero esistente, mi ha segnato per molto tempo e, volontariamente o del tutto a mia insaputa, è sicuramente una delle cose di cui ho voluto testimoniare nei miei libri: non solo di questo stravolgimento particolare nel Maggio 68, ma della possibilità di un tale stravolgimento, intimo o generale.  E anche se «non ho visto niente al cinema nel Maggio 68», sono persuasa che quello che già esisteva nella cultura come segno, o metonimia, o metafora, di un simile stravolgimento, ha giocato un ruolo fondamentale nella maniera in cui ho partecipato agli «eventi» e, più precisamente, penso che il mio amore per il cinema, per un certo cinema, sia stato molto importante nella maniera in cui ho «ricevuto» Maggio 68. La Rivoluzione, dopo tutto, è quando quello che accade nella società somiglia a quello che accade nell’arte. La presenza reale del mondo come effettivamente è, e la sensazione concreta che i limiti indietreggiano, che possono indietreggiare. La felicità di scoprire lo straordinario nell’ordinario – o di inventarlo a partire da quasi niente.

Allora, certo, è «tutto» il cinema – il neorealismo italiano, Lang, i western e i film di serie B, Mizoguchi e Bergman, Antonioni e Resnais, tutto il cinema che scoprivamo e ci insegnava a vedere, a pensare – che ha giocato un ruolo. Ma in relazione allo sciopero e all’occupazione, penso particolarmente ai film di Godard e di Chaplin, o, più esattamente, a quello che di Chaplin vi è nei film di Godard di quegli anni.

Non avevo amato La Cinese, uscito nell’agosto del 1967, non lavoravo ancora in fabbrica, mi si ci sono «stabilita» nel gennaio 1968, prima nella regione parigina, poi a Lione, ma avevo già un’esperienza di alfabetizzazione fatta con dei militanti della CFDT dopo la guerra d’Algeria e avevo molte discussioni con dei lavoratori immigrati nelle bidonville, alla periferia sud.

La dimensione di puro orrore del reale, l’inimmaginabile, il non detto, il non rappresentato, la cosiddetta «vita» nelle baracche in legno e cartone costruite nel mezzo del nulla, non trovavo niente di tutto ciò ne La Cinese, ma era quello che in quel momento per me era più presente. Sotto le bidonville, c’erano i campi… Avevo visto Nuit et brouillard e avevo molto interrogato la madre del mio primo amore, una donna straordinaria che era tornata da Auschwitz. Questa sovradeterminazione, fabbrica-campi, era in una qualche maniera inaugurale per me e presente a mia insaputa nel mio desiderio, nella mia decisione di «fare la rivoluzione» a partire dalla fabbrica (non ero la sola in questo caso!) – e, più tardi, nella scrittura del mio primo libro.

Ma a me sembra che il carattere trasgressivo del comico di Chaplin che passava in Godard, si vivesse per me durante lo sciopero e l’occupazione. Questo non significa che ci pensassi. Per niente. Ma ne ero stata in qualche modo impregnata. La dimensione gag nella vita, la dimensione gag della vita. La gag viene come un’interpretazione, di colpo l’accento viene spostato, il rovescio delle cose diviene il dritto, gli ultimi sono i primi, e i primi gli ultimi, qui e ora… La gerarchia stabilita non ha più senso, l’importante è il che cosa, non è neanche «la produzione»… Cambiare ritmo, correre e scoprire, salire e scendere, saltare ovunque, restare seduti a far nulla, passare da un luogo a un altro, circolare, circolare, non restare al proprio posto… e fare l’esperienza di parlare insieme mentre ordinariamente non lo si faceva, studenti e operai, lavoratori francesi e immigrati, donne e uomini. Si sfidavano le leggi della gravitazione e della gravità, si sale sui tetti, ci si arrampica sulle inferriate, si prendono in giro i dirigenti che non si lasciano entrare in fabbrica, vendetta, è la volta che tocca a voi di essere esclusi, di restare fuori a girare a vuoto, e ce se ne sbattiamo del cartellino, il minuto di ritardo che fa spuntare la multa sotto l’occhio sadico del capetto. Il tempo che si distende su delle sedie nel cortile o, al contrario, che si accelera, si esplora, si va ovunque, nei corridoi, nelle officine, non vi ricorda niente? Dovrebbe, è il balletto tra le catene in Tempi moderni o la passeggiata su pattini a rotelle attraverso i grandi magazzini dove si è guardiano di notte. Ma è anche Michel e Patricia che fanno l’amore sotto le lenzuola mentre la radio passa «Le travail en chantant».

La funzione di produzione è detournata, non si produce più, si gioca a carte o alle bocce, la realtà è altrettanto evanescente e leggera delle bolle di champagne in Luci della ribalta, milionario un giorno, clochard l’indomani. Si fanno pique-nique nelle officine, sandwich, radio, si guarda il cielo, molto blu quell’estate, e si dicono delle frasi che potrebbero scriversi come le didascalie del cinema muto: che cos’è il lavoro? Che significa essere un salariato? Produrre per farne cosa? Che cos’è la vita? E l’eternità? E le donne, improvvisamente sono libere e danzanti, vanno dappertutto, parlano senza mai fermarsi, ah si impara, sui capi ottusi, sprezzanti, e montano sui tavoli, si muovono graziosamente, è Paulette Goddard ragazzina, o è Anna Karina che lancia un uovo per aria che atterra perfettamente sul piatto, il tempo che lei dica: «Va a farti cuocere un uovo» [modo di dire che significa “lasciami in pace”, detto agli uomini che criticano sempre anche se non sanno neanche cucinare un uovo, ndt], o che danza attorno al juke-box e provoca alla sua maniera i prosseneti tanto squallidi quanto ridicoli.

Vi sono anche i malintesi decisamente divertenti, degni infatti di Godard o di Chaplin, la militante che discute prima dello sciopero con un’operaia in officina, d’accordo su tutto, lo sfruttamento, la repressione, la sera se ne vanta tutta fiera con i suoi compagni: «Ho trovato un elemento avanzato della classe operaia», dopo qualche giorno, andando più in profondità, sulle cause di tutti questi mali, l’elemento avanzato le dice: «è colpa di Roma…». In poche parole, era una testimone di Geova che dopo nemmeno fece lo sciopero… E in tutti gli incontri, nella loro diversità, nel fatto che nessuno restasse nella «sua categoria, la sua casella, il suo caso», studente, operaio, francese, immigrato, in questi veri incontri, con un altro che era veramente altro, c’è qualcosa forse del little man e del milionario, up and down for ever, e tutti gli incontri del little man con i suoi amori, Georgia ne La febbre dell’oro… la giovane cieca in Le luci della ribalta… e senza dubbio anche l’incontro di una piccola studentessa americana con un cattivo ragazzo francese. Si è parlato di «incontri improbabili» a proposito di Maggio 68 ed in effetti era il caso di tutti gli incontri in fabbrica, ogni volta lo stupore, io studentessa stabilitasi in fabbrica e gli operai e le operaie, e l’operaio spagnolo rivoluzionario che era stato a Cuba ma che non voleva che le sue figlie facessero sciopero, e le giovani immigrate che correvano ovunque, scoprendo tutto, sovraeccitate, e il prete operaio che non poteva impedirsi di essere depresso, e le donne che lavoravano alle presse, forti come degli uomini, truccate come delle donne, e le ragazzine che non pensavano che a questo, e la ragazza che viveva in coppia con un’altra donna, e le vecchie che avevano fatto il ’36 e che brandivano i volantini che avevano conservato.

Quello che ci si diceva: tutto, tutto si diceva, tutto era interrogato, il valore della vita e il senso delle parole, e che cos’è disgustoso? E l’amore? E il lavoro? E cosa si vuole? Delle cartoline? O delle cose, due o tre cose? Dei vestiti, delle calze, delle borse Panam? Un sacco di soldi, magari albanesi? O dell’oro? Una montagna d’oro? A mountain of gold? Delle pellicce e dei sigari? Avere un bambino? E imparare, cosa significa? Seguire dei corsi? Dei corsi d’inglese? Dei discorsi? E se la donna è donna, allora che cos’è una donna? E d’altra parte, una donna è una donna o un robot? Fino a che punto? Fino a che lei dice: «Ti amo»?

In ogni caso, la buona domanda è: se si traduce Shakespeare in francese e se lo si ritraduce in inglese, è sempre Shakespeare? Smontare una sveglia e rimontarla – alla fine, quasi -, ecco quello che il gioco con Shakespeare ricorda, o come mettere il rovescio al diritto, o il mondo che cammina sulla testa, come metterlo sui piedi…

E la cultura? L’arte? L’arte è nella vita, Renoir è su di un muro, tu trovi che è più bello, e si può cercare di fare il giro della cultura mondiale nel più grande museo del mondo in dieci minuti. O danzare in un bar, perché ci si dovrebbe fermare, è una commedia musicale ed è la vita, un ballo in una fabbrica, danzare davanti alle presse, nelle officine….

Fino a quando…

La ripresa del lavoro si è accompagnata a un sentimento d’abbandono e di tradimento. Quello che era stato vissuto, questa esperienza allo stesso momento semplice e fantastica del «sta succedendo qualcosa», non è stata riconosciuta, al contrario, è stata rimossa e negata dai dirigenti sindacali, politici. Rotture reali. Immagini di donne che piangono e strappano le loro tessere del sindacato. Un manifesto dell’epoca, affisso sui muri alla fine dello sciopero, lettere bianche su fondo blu notte, lo diceva molto bene: «Che succede?/ Non succede niente/ Cos’è successo?/ Non è successo niente/Eppure avevo creduto di comprendere/Non bisogna comprendere».

Non era più lo stesso film. Come riprendere l’iniziativa, pensare «gli eventi», continuare… Ci sono stati molti film negli anni 70 ai quali riferirsi, Fassbinder, Sergio Leone, Buñuel… Ma per me la fine del «dopo 68» è associato a Monsieur Verdoux, che ho visto la prima volta nel 1978, nel momento in cui cominciavo a scrivere L’excès-L’usine: questo allegro criminale, un uomo, un baffo, una minaccia, che prende in giro la società – che uccide molto più di lui – e i suoi valori, e il cui «piccolo business» domanda, evidentemente in maniera paradossale: come saltare fuori dal normale/sociale/familiare/abituale senza riprodurre delle figure conosciute, come in uno specchio – sì, «ho bisogno di un’idea», dice Verdoux prima di andare ad assassinare Lidia, ma come uscire dalla ripetizione, «uscire d’un balzo, come disse Kafka, dalla fila degli assassini»?

I film di Godard citati sono: Fino all’ultimo respiro, La donna è donna, Questa è la mia vita, I carabinieri, Due o tre cose che so di lei, Bande à part, Alphaville. Per Chaplin: Tempi moderni, Luci della ribalta, La febbre dell’oro, Charlot usuraio, Monsieur Verdoux.

Leslie Kaplan vive a Parigi ed è autrice di romanzi e di testi per il teatro. Il suo ultimo libro, uscito quest’anno per le edizioni P.O.L. è Mai 68, le chaos peut être un chantier (su Qui e Ora se ne parla qui )

I f

N

Non era p lo stesso film.