Ma andate a lavorare…

Di Vittorio Sergi

Le stelle cadendo cercano il tuo volto / cadendo ventimila leghe sotto il mare adriatico / cadendo dopo gli ultimi anni di sciopero senza nessun risultato / Le luci della centrale elettrica – I destini generali

Introduzione

Quando la crisi economica scatenata dalla ondata di speculazione finanziaria nel 2007 è esplosa, i primi ad essere colpiti dalle strategie difensive delle imprese sono stati i giovani in tutti i paesi europei, seppure con notevoli differenze di intensità a seconda dei territori in cui vivevano. Infatti la distribuzione del lavoro e del salario all’interno dei territori della Unione Europea è oggi estremamente diseguale anche all’interno dei paesi più ricchi, basti pensare ad aree storicamente sfruttate e socialmente devastate come il Mezzogiorno d’Italia o alle forti differenze che ancora esistono all’interno della Germania tra regioni dell’Est e dell’Ovest. Tra il 2008 ed il 2012 i dati sulla disoccupazione giovanile hanno iniziato a crescere ovunque con l’eccezione della Germania. Infatti mentre la disoccupazione giovanile (15-24 anni) in Germania continuava a scendere dal 10,6 all’8,1 in Italia era aumentata dal 21,3 al 35,3. Negli anni successivi la situazione occupazionale dei giovani è peggiorata nella gran parte dei paesi europei ad eccezione della Germania e in misura minore di Svezia, Danimarca e Polonia. Inoltre i rapporti di lavoro di molti giovani europei erano già strutturalmente precari in ragione delle riforme che erano state condotte con modalità ed effetti diversi a seconda dei contesti a partire dai primi anni ’90 secondo una strategia di precarizzazione “ai margini” ovvero diretta contro quei segmenti della forza lavoro meno sindacalizzati e meno legati a rapporti di scambio politico e sindacale. Questa strategia era stata descritta all’epoca come una “eccezione controllata” che aveva creato subito un forte dualismo tra inclusi ed esclusi dalle garanzie del welfare specialmente nei paesi mediterranei. L’introduzione della flessibilità a partire dagli anni ’90 aveva infatti riguardato in modo preponderante i giovani, le donne ed i lavoratori migranti che durante l’ultima crisi sono stati i primi a perdere il lavoro alla fine del breve ciclo di relativo benessere dei primi anni 2000. Specialmente in Grecia, Italia e Spagna, a partire dal 2008 si è assistito ad un crollo dei punti percentuali di occupazione giovanile guadagnati negli anni precedenti mentre nel Regno Unito la situazione si è aggravata ma il dato è rimasto più contenuto a causa delle politiche di workfare, ovvero di benefit sociali subordinati all’accettazione di contratti e condizioni di lavoro umilianti come il contestatissimo contratto a zero ore. Il recente film di Ken Loach “Io Daniel Blake” descrive senza sconti i risultati aberranti di questo sistema che colpisce anche i lavoratori over 50. Nei paesi scandinavi, in Germania ed in Polonia l’occupazione giovanile ha continuato a crescere in virtù della tenuta del prodotto interno lordo e della capacità di inclusione dei giovani nel lavoro salariato da parte del sistema duale di apprendistato tra scuola e lavoro ma soprattutto grazie alla crescita del prodotto interno lordo nazionale. Di fronte a questa situazione che viene descritta continuamente con toni drammatici e costernati dalla stampa e da parte del mondo accademico, la principale strategia politica europea è stata quella di stanziare soltanto nel 2013 più di sei miliardi di euro con l’obiettivo ideologico di aumentare l’occupabilità dei giovani. L’importanza strategica dei provvedimenti che riguardano i giovani sul mercato del lavoro non si misura però soltanto attraverso i finanziamenti che ricevono. Come infatti ci ha mostrato con chiarezza l’intensità della sollevazione francese contro la riforma del diritto del lavoro nel 2016, queste iniziative hanno l’obiettivo di disciplinare la parte giovane, più dinamica e socialmente simbolica della forza lavoro. Comunque quattro anni dopo la strategia europea sta dimostrandosi dati alla mano inefficace a ridurre la disoccupazione e l’esclusione sociale tra i giovani ed invece funzionale al loro sfruttamento nel mercato del lavoro unito ad una ri-strutturazione delle soggettività dei giovani e della loro relazione con il lavoro. Non si possono infatti capire le cause della disoccupazione ed il suo ruolo solo apparentemente dis-funzionale nel sistema economico di oggi se si dimentica che il lavoro nella società capitalista è una relazione di sfruttamento.

La retorica dell’occupabilità

Accanto alla riforma del quadro legale delle relazioni di lavoro, a partire dalla fine degli anni ’90 è divenuta egemone la retorica dell’occupabilità a cui corrisponde dal lato dei padroni un abbondanza di comportamenti improntati al puro teppismo manageriale. Il concetto di “employability” è nato nel mondo del management di impresa ed attribuito a Sumantra Ghoshal, economista neoliberale della London School of Economics . La strategia europea per l’occupazione (SEO) è stata avviata dal Consiglio Europeo di Lussemburgo nel novembre 1997. I quattro principi cardine di quell’iniziativa politica furono stabiliti in: occupabilità, imprenditorialità, adattabilità e pari opportunità importando dunque pienamente questo vocabolo nel lessico della politica continentale. In tutta Europa la gerarchia sociale che esplicitamente legittima la posizione subordinata dei giovani, descritti come categoria “vulnerabile” non è stata messa in discussione neanche quando l’ampiezza e la persistenza di valori negativi nel campo dell’occupazione giovanile hanno iniziato a preoccupare seriamente i responsabili delle politiche sociali e del mercato del lavoro europeo a partire dal 2010.

Politiche per i giovani: tra valorizzazione e prevenzione dei rischi sociali

Le rivolte di piazza del 2011 che dal Nord Africa che avevano contaminato anche le metropoli europee facendo crescere il movimento degli “indignados” o esplodere riots urbani su scala inedita, uniti alla crescente sfiducia dei giovani nella politica istituzionale hanno rinforzato nelle istituzioni comunitarie l’idea che l’attuale fragilità dell’occupazione giovanile possa essere pericolosa per la coesione e la pace sociale. Tuttavia il legame tra sfruttamento e rivolta non è meccanico. Le rivolte scoppiate in Francia nel 2016 a seguito della approvazione della nuova riforma delle leggi sul lavoro promossa dal governo socialista sono esplose non certo nel paese più debole dal punto di vista della disoccupazione giovanile e del welfare. Controprova ne è la calma pressoché totale che ha accompagnato in Italia l’approvazione nel 2015 del Jobs Act e nel 2016 delle norme che regolano l’alternanza scuola-lavoro, entrambe ben più radicali della riforma francese nella introduzione di flessibilità e disciplina per i giovani lavoratori.

A partire dal 2010, con un attivismo inedito le istituzioni europee hanno affrontato il tema della disoccupazione giovanile, scegliendo alcune pratiche consolidate nei paesi dell’Europa settentrionale ed esportando il modello a tutta l’unione secondo un modello di apprendimento istituzionale sperimentato ampiamente nel campo delle politiche sociali. Parallelamente alla preoccupazione per i livelli di disoccupazione e al consolidarsi della retorica sull’occupabilità si è esteso l’utilizzo della categoria di NEET (not in education, employment and training) acronimo inglese per indicare i giovani che non studiano, non lavorano e non sono inclusi in percorsi di formazione formale o informale . Questa definizione è diventata egemone nel campo delle politiche del lavoro per i giovani, generando nel 2013 la prima iniziativa europea dedicata interamente al mercato del lavoro giovanile, “Garanzia Giovani”. Il termine “NEET” venne coniato nel 1996 dal Home Office britannico come alternativa allo “Status 0”. Il suo primo uso ufficiale fu fatto in un report della Social Exclusion Unit nel 1997. Poi il report Bridging the Gap sottolineò i rischi per i giovani tra i 16 e i 19 che avevano interrotto gli studi e non avevano intrapreso alcuna iniziativa istituzionalizzata. Poi il documento “Learning to Succeed” (imparare il successo) introdusse il primo progetto con l’obiettivo esplicito di ridurre il tasso di NEET. Nel 2006 il termine fu assunto dall’OCSE ed apparve come indicatore statistico su Eurostat, entrando dunque nel lessico e nelle elaborazioni teoriche dei governi della UE. Questo processo di ridefinizione del significato della disoccupazione giovanile fu subito oggetto di critiche da una parte del mondo accademico per essere affine all’etichettamento negativo ed eccessivamente individualizzante.
Tuttavia il termine si è diffuso ulteriormente anche di pari passo con l’aumento dei valori statistici dell’esclusione dei giovani dal lavoro formale fino a diventare un descrittore del panico morale tipico delle classi dominanti nei confronti dei giovani poveri e comunque una categoria troppo generica per essere utile ad orientare politiche sociali efficaci. Il numero di NEET censiti in quasi tutti i 28 paesi della UE è in aumento dal 2007 e l’Italia ha oggi la situazione peggiore insieme a Grecia, Spagna e Bulgaria. All’interno dei NEET vengono conteggiati sia i disoccupati ufficiali sia gli inattivi e le inattive che al loro interno presentano profili biografici molto diversi. Le donne giovani spesso vengono escluse o si auto-escludono dal lavoro per svolgere compiti di cura familiare in assenza di servizi sociali adeguati o a causa di modelli culturali maschilisti, condizioni entrambe presenti in Italia e nell’Europa mediterranea più in generale. E’ molto diversa invece la condizione di NEET dei giovani che hanno abbandonato prematuramente la scuola da quella dei laureati catturati nella giostra del lavoro precario che smettono di cercare lavoro attivamente e si adattano a forme di economia informale spesso sostenute dalle famiglie di origine, unica fonte di welfare sostitutivo. Questo etichettamento infatti non è adeguato a descrivere tutti quei giovani uomini e donne che lottano in un mercato del lavoro asfittico e diseguale ed il cui problema non è l’”occupabilità” bensì la mancanza di senso e dignità attorno all’esperienza del lavoro ed alla necessità di un salario per sopravvivere.

La Garanzia Giovani nell’Europa a due (o tre) velocità:

La prima reazione istituzionale importante delle autorità europee di fronte alla percezione di un rischio per la coesione sociale causato dal fenomeno è stata la risoluzione del Consiglio Europeo “An EU strategy for the youth” del 2010 in cui venne assunta l’idea di sviluppare politiche trasversali per i giovani nel processo di stesura delle linee guida per la programmazione 2020. Da quel momento vennero impostate due politiche a livello UE: Garanzia Giovani e Tirocini di Qualità che di fatto hanno incrementato ed esteso a tutta l’Unione delle politiche già esistenti. Nel 2012 con una nota operativa la Commissione Europea richiese ai paesi membri di fornire la Garanzia Giovani “entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o della fine del percorso di studi formale” In quell’anno infatti fu soprattutto il report di Eurofound “NEETs Young people not in employment,education or training: Characteristics, costs and policy responses in Europe” (NEET. Giovani senza lavoro, educazione o formazione: caratteristiche, costi e politiche di risposta) a suonare un campanello di allarme ineludibile per la comunità scientifica e per i decisori politici. Tuttavia la Garanzia Giovani non era affatto una novità in Europa. Nel 1981 un documento della segreteria del Consiglio dei Ministri dei paesi Nordici menzionava già il concetto di Garanzia Giovani. Il disegno della politica europea si basa sul modello Finlandese sviluppato nel corso degli anni ’90 che aveva dimostrato una efficacia nel riportare una parte di giovani marginalizzati alla disciplina del lavoro nel contesto sociale ed economico specifico del paese scandinavo. Altri paesi in quel contesto presentarono esempi di politiche per i giovani disoccupati o esclusi. La presidenza Danese dell’Unione organizzò un workshop a Hersens nell’aprile del 2012. Ma la maggior parte degli stati membri, osservò la Commissione, non avevano un piano di intervento in questo campo. Così emerse la proposta di stilare delle linee guida su questo argomento. Per giustificare i costi finanziari di un piano straordinario la Commissione argomentò che i costi di un mancato intervento sarebbero stati ben più alti di quelli del piano su questi temi. Infatti le stime di Eurofound indicarono che il costo dei NEET ammontasse a circa l’1% del PIL della UE, ovvero circa 153 miliardi di euro all’anno nel 2011 . Un costo che naturalmente si distribuisce in misura maggiore nei territori che soffrono maggiormente la recessione ovvero l’Italia (32,6 miliardi) seguita da Francia, Regno Unito e Spagna (22, 18 e 15,7 miliardi rispettivamente). In misura percentuale sul PIL gli stati che soffrirebbero di più sono la Grecia e la Bulgaria, rispettivamente con un costo sociale del 3,3 e 3,2 del PIL. I costi e gli impatti di questa situazione sono distribuiti secondo una geografia umana che ricalca divisioni e diseguaglianze storiche tra aree geografiche ed all’interno delle stesse metropoli. Secondo le stime del centro di ricerca Eurofound della UE, ma anche secondo una letteratura scientifica consolidata i costi sociali ed economici di lungo termine sono rilevanti perché la parte di persone disoccupate che vivono in tali condizioni per lungo tempo tendono a perdere fiducia in sé stessi, spirito di iniziativa, conoscenze e abilità. Solo il 23 Aprile 2013 la Raccomandazione 120/01 del Consiglio Europeo ammise che i giovani erano stati “colpiti in modo particolarmente duro dalla crisi”.

'Il Consiglio ha invitato gli Stati Membri a intervenire rapidamente sull'offerta educativa, con misure di attivazione e formazione per i NEET, includendo chi non ha terminato il corso di studi obbligatorio. Questo ha l'obiettivo di riportare queste persone in un percorso educativo, di formazione o nel mercato del lavoro nel più breve tempo possibile riducendo il rischio di povertà ed esclusione'

Il documento menzionava infatti l’esistenza di 7,5 milioni di NEET nella unione a 27 paesi. All’interno di questo dato eterogeneo dobbiamo però distinguere i disoccupati di lungo corso insieme al costo sociale ed economico di un grande numero di giovani che rimangono per lungo tempo senza, lavorare, studiare o senza formarsi in alcun modo. Però come abbiamo visto questo è stato vero per molti paesi ma non per tutti. Inoltre all’interno dei singoli paesi, in particolare nei paesi con un federalismo amministrativo malfunzionante come l’Italia si sono cominciate a notare differenze considerevoli tra aree più ricche ed aree più povere, anche all’interno di ciascuna regione. Garanzia Giovani è stata presentata come uno strumento per raggiungere gli obiettivi del vertice di Lisbona (2005): 75% di occupati in età attiva, riduzione del 10% del tasso di abbandono scolastico e l’uscita di 20 milioni di persone dalla povertà e dall’esclusione sociale. Solo Germania ed Austria hanno avuto dei tassi negativi di crescita dei NEET in Europa. La spiegazione non si colloca secondo diverse ricerche nel solo tasso di crescita dell’economia bensì in forti sistemi di educazione ed apprendistato duale diretti ai giovani: “Il Consiglio ha invitato gli Stati Membri a intervenire rapidamente sull’offerta educativa, con misure di attivazione e formazione per i NEET, includendo chi non ha terminato il corso di studi obbligatorio. Questo ha l’obiettivo di riportare queste persone in un percorso educativo, di formazione o nel mercato del lavoro nel più breve tempo possibile riducendo il rischio di povertà ed esclusione”.

Garanzia Giovani all’italiana

Il piano Garanzia Giovani ha contribuito alla istituzionalizzazione e generalizzazione della categoria NEET tanto presso le agenzie governative come nel lessico giornalistico. Il ministro Poletti ha contributo a renderla odiosa come tutto ciò che tocca con i suoi gesti volgari e sprezzanti. I ritardi nei pagamenti delle borse lavoro, la disorganizzazione di molti centri per l’impiego, la discesa degli avvoltoi delle agenzie private per il lavoro (Manpower e Obiettivo Lavoro per prime) hanno completato il quadro. Gli obiettivi della Garanzia Giovani italiano sono gli stessi stabiliti nei protocolli europei. E’ infatti forte l’enfasi sull’occupabilità: “Il Programma Garanzia per i Giovani non contiene solo provvedimenti dedicati all’emergenza in corso, ma costituisce una riforma che vuole assicurare occupabilità ai giovani italiani di oggi e a quelli di domani” . Nel testo c’è una forte enfasi sulla formazione che dipende però come ben noto dalla qualità molto variabile dell’implementazione delegata dal capitolo quinto della Costituzione alle amministrazioni regionali. Altri due obiettivi sono al centro di questa nuova misura: raggiungere le persone che hanno abbandonato la scuola dell’obbligo e formarle nuovamente per ridurre la differenza di competenze. Tuttavia le condizioni del mercato del lavoro italiano si presentano più accidentate di quanto voglia mostrare il mantra dell’occupabilità. L’Italia è infatti l’unico grande paese UE in cui si assiste ad una riduzione dei posti di lavoro ad alta qualificazione ed in cui tale segmento di lavoratori ha ricominciato ad emigrare. Il capitale sociale individuale spendibile sul mercato del lavoro continua a crescere con l’istruzione poiché i lavoratori più istruiti competono chi non lo è per posti di lavoro che in realtà richiedono poche competenze specialistiche. La flessibilità ha portato ad un declino dei salari ed ha ridotto gli stimoli per le aziende ad incrementare la produttività. Garanzia Giovani sta svolgendo il ruolo di equivalente funzionale per quel reddito di cittadinanza che non esiste in Italia e sta incentivando le imprese a sfruttare una mano d’opera giovane a basso costo sovvenzionata dai fondi europei. Il dibattito sull’efficacia della misura è stato molto ampio ed ha visto un ventaglio di posizioni che vanno da quelle più ottimistiche che vedono in tale iniziativa istituzionale un buon inizio con molte potenzialità o una politica necessaria ma con molti deficit. Il mondo accademico e politico però non ha gli strumenti critici per proporre dei cambiamenti all’altezza della situazione. La maggior parte dei critici continuano a difendere la radice della situazione negativa che i giovani hanno ereditato: il mercato del lavoro neoliberista ha reso ancora più vulnerabili i giovani e non può proporre una soluzione equa per la redistribuzione della ricchezza e delle opportunità. Non a caso Garanzia Giovani ha ricevuto molte critiche motivate ed accanto ad una adesione massiccia da parte dei disoccupati, ha creato delusione e rabbia in molti e molte.

Molto lavoro (da fare) per la lotta di classe

Una società gerarchica e corrotta come quella italiana, ha schiacciato verso il basso il potere dei giovani che vengono sfruttati ed usati per produrre valore e per questo sono disoccupati, sotto-occupati e naturalmente disillusi. La sofferenza sociale si diffonde e si esprime in forme auto-lesioniste specialmente tra i giovani maschi bianchi come la storia recente del suicido di Michele da Udine ricorda, che vedono crollare la propria immagine sociale. Per gli altri e le altre con un diverso colore della pelle c’è sempre il lavoro servile e sottopagato a cui sono stati destinati: badanti e donne delle pulizie, operai sui cantieri più duri o facchini a cottimo, la schiavitù nell’agricoltura intensiva ed infine il gradino più infame dello sfruttamento: la prostituzione forzata. Di fronte all’inferno del lavoro operaio salariato che è già distribuito secondo le linee del colore i giovani italiani bianchi vengono rimessi al centro dell’attenzione solo a condizione di giocare la parte della “categoria vulnerabile”, solo se sono disposti a disciplinarsi con lunghi questionari, file ai centri per l’impiego, prove e contro-prove di fedeltà al consumo ed al lavoro. Tutto sembra cospirare per esorcizzare a tutti i costi una necessaria rottura generazionale che viste le condizioni che ho descritto, sarebbe colma di giusta rabbia almeno verso chi ha goduto dell’oppressione fino ad oggi. Inoltre la disoccupazione giovanile dovrebbe accendere un campanello d’allarme sul futuro della società basata sul lavoro in un’epoca di trasformazioni sociali e tecnologiche determinanti. Secondo la posizione riformista l’introduzione di un reddito di cittadinanza, capace di sganciare l’inclusione sociale dal salario da lavoro permetterebbe di sperimentare forme sociali di produzione innovative, di contenere l’emigrazione di massa dei giovani soprattutto dal Sud Italia e interromperebbe il circolo vizioso di esclusione-repressione-costi sociali che vede i giovani in prima fila tra le vittime della criminalità organizzata e del consumismo compulsivo. Tale misura però non sarà la salvezza né la soluzione, perché dati gli attuali rapporti di forza assumerà necessariamente una nuova funzione di controllo e disciplina. Non sarà l’introduzione di un sussidio a rianimare una coscienza di classe nei giovani oggi dispersi in mille attività e schiacciati da bisogni economici sempre più pressanti. E’ chiaro dunque che i NEET non possono essere affrontati come un unico soggetto ma questa categoria deve essere decostruita e ricondotta ai bisogni di soggetti e collettività specifiche. Le politiche per il contrasto della disoccupazione giovanile in Italia sono oggi incastrate tra il rischio di una isteresi prolungata del sistema e la necessità urgente di cambiamento spinta dal potenziale di resilienza sociale delle giovani generazioni. L’occupabilità come orizzonte cognitivo e normativo e Garanzia Giovani come strumento di intervento caratterizzano oggi le politiche per il mercato del lavoro rivolte ai giovani in Europa. Questo avviene con effetti nefasti specialmente a livello territoriale, nelle provincie in cui e divisa l’Italia e per le categorie sociali la cui vulnerabilità è frutto di istituzioni inefficaci e corrotte e di un mercato del lavoro particolarmente gerarchizzato. In questi anni la ricerca sociale ha posto un’enfasi eccessiva sul lato dell’offerta di lavoro trascurando i problemi legati al lato della domanda ovvero alla capacità dell’economia capitalista di costruire posti di lavoro e redistribuire reddito e soprattutto non ha compreso a sufficienza la potenzialità dei giovani di innovare i modelli produttivi e sociali. Inoltre sembra essere scomparsa dall’orizzonte pubblico una idea alternativa rispetto allo sviluppo capitalistico. Il problema della disoccupazione giovanile infatti è posto male. Non si tratta di trovare un rimedio ad un sistema che sfrutta la disoccupazione giovanile portando vantaggio ad una generazione di vecchi padroni e padroncini bensì di immaginare la soluzione a partire dalla radice. L’ approccio a-critico basato sulla fiducia in un accumulazione di capitale illimitata e costante deve essere sconfitto. Tuttavia la debolezza politica ed organizzativa dei giovani precari lascia troppo spesso in ombra la ricchezza delle sperimentazioni, seppur limitate nello spazio e nel tempo, che indicano le possibilità di un superamento della società basata sullo sfruttamento del lavoro e sull’esclusione sociale. Infatti si può intravedere un’uscita dallo sfruttamento soltanto smettendo di giocare con le regole del capitale, ricordandoci che il rifiuto del lavoro significa il rifiuto di arricchire chi ci comanda e ci opprime per aprire possibilità inedite di creazione di nuovi mondi.