Heiner Müller: “A me interessa il caso Althusser…” Processo verbale di una conversazione

Questo testo comparve in origine sulla rivista tedesca (di Berlino Ovest) “Alternative 137” nel 1981. È stata tradotto in italiano in una raccolta mülleriana, a cura di Peter Kammerer, L’invenzione del silenzio. Poesie, testi, materiali dopo l’Ottantanove, Ubulibri, Milano 1996, ma con alcuni tagli che abbiamo qui colmato (le righe in grassetto e corsivo).

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Althusser e Poulantzas non mi interessano come teorici. Non ho bisogno di una teoria dello stato. So che è sbagliato, perché questa teoria viene da un’esperienza, per la quale essa forse è importante. Ma non mi riguarda, non ne ho bisogno.

È sicuramente un mio problema se ho un setaccio molto grande, con delle maglie talmente grandi che tantissime cose passano attraverso o se, per esempio, i problemi della maggioranza della popolazione in RDA o nella Repubblica federale non mi interessassero assolutamente. Ma è così, non posso farci niente. Questo tocca forse l’oggetto dei lavori di Althusser: spiegare come nasce una cosa del genere.

Il caso Althusser mi interessa come materiale, non in quanto fenomeno. Althusser mi interessa come mi interessa Pasolini, o – e questo suonerà certamente strano in un primo momento, il caso Gründgens [Gustaf Gründgens è uno famoso attore tedesco degli anni Venti, durante i quali faceva del teatro politico di sinistra. Negli anni 30 si avvicina al nazionalsocialismo e diventa Sovrintendente Generale dei Teatri della Prussia. La sua carriera continuò anche dopo la fine della guerra e fino alla sua morte, si pensa per suicidio, nel 1963. N.d.t.] – il fallimento degli intellettuali in certi periodi storici, il fallimento forse necessario degli intellettuali.

Un fallimento di chi rappresenta. Per me questo è sempre di nuovo Amleto, la figura che da tanto tempo mi interessa più di tutti. Se si prova a inserire questo giallo o questa tragedia privata in un contesto storico, si ottiene un materiale drammatico. Mi sono accorto di avere già scritto ciò che mi interessa di questo materiale: nell’Amleto. Perciò non potrei, se parliamo del mestiere, scrivere un dramma su Althusser. Tutto sta già nell’Amleto.

Eppure il caso Althusser m’interessa. Sento che il materiale continua a occuparmi. Un esempio. Amici, compagni in Italia, volevano fare una specie di documentazione sul tema: come si può o non si può applicare il modello della Comune di Parigi alle lotte operaie in Italia – la questione della conquista del potere da parte della classe operaia. Un’impostazione molto astratta e molto tradizionale. C’era un gran parlare e riparlare con molte discussioni su che cosa si potrebbe fare e come. Ero presente e sono sempre pervenuto all’unico punto che mi interessava. Lo penso come scena: Marat, seduto in una sala giochi, cerca di rovinare ai giovani il piacere del flipper. Viene poi pugnalato dalla Corday, perché lei vuole giocare al flipper. Questo all’incirca sarebbe ora il nocciolo del mio interesse per il materiale. Non è necessario che quel che dice Marat sia scontato. Semplicemente nessuno vuole ascoltarlo.

Perché? Perché non c’è nessuna risposta a quanto questa generazione che qui gioca a flipper si attende dalla vita. Per tutta la loro vita non possono esserci promesse di un divertimento migliore e più differenziato del flipper. Ogni essere pensante qui sa che finché vivremo non ci sarà la rivoluzione. Decidersi per essa avrebbe solo valore morale.

I figli e i figli dei nostri figli? Tutto questo non conta più. Potrebbe anche essere la ragione dell’assassinio che ha commesso Althusser o del suicidio di Poulantzas. Quando non ci si sente isolati, non ci si uccide. Fino a che si crede di poter dire qualcosa agli altri, trasmettere qualcosa attraverso gli altri, non si uccide. Nei brevi soggiorni che ho fatto in Francia, ho sempre avuto l’impressione che vi sia ancora un campo universitario autonomo, dove la teoria ha un valore in sé. Ma in questo momento è qualcosa che sta finendo. È durato anche troppo. 1968 è stato probabilmente un tentativo per un nuovo inizio. Ma è stato un punto finale.

In Italia si vedono bambini che stanno seduti per ore davanti alla televisione guardando cartoni animati giapponesi, rispetto ai quali quelli americani sono ancora di una profondità faustiana e di grande contenuto umano; in loro c’è ancora un resto di humour, mentre quelli giapponesi sono tanto stupidi quanto brutali. Se questi bambini lo fanno per alcuni mesi o anni si potrà fare di loro nella vita tutto quello che vuole il mercato, niente altro. Ecco.

Perdita di storia – Al momento ho la sensazione di trovarmi anch’io in una fuga. Non so quanto durerà né dove porterà. Al momento mi interesso molto dei miei sogni e faccio il tentativo di registrali almeno ogni tanto. Il lavoro principale mi pare consista nel raggiungere i sogni scrivendo, una cosa impossibile. I sogni registrati non possono mai essere così precisi e allo stesso tempo così complessi come quelli sognati. (…) Visto secondo un’altra concezione, non è ovviamente un buon sintomo. Ma ci proverò per un po’.

Per me c’è un problema informulabile: quando tento di scoprire perché i testi di Althusser mi interessano sempre molto meno di quelli di Foucault o di Baudrillard, è perché i testi di Althusser non hanno per me il valore di materiali. Perché ha sempre tentato di chiarire dei problemi o delle questioni che a me sembra di non pormi più da molto tempo, non li trovo più pertinenti. Ho l’impressione, ma non posso provarlo perché ho letto troppo poco e in maniera discontinua, che Althusser si sia enormemente affaticato nel battersi contro dei mulini a vento. In senso inverso, si può sicuramente dire che Foucault e ancor più gli altri, Baudrillard o Lyotard, hanno preferito provare a metamorfosarsi in mulini a vento, per non ritrovarsi in quella situazione. Se il vento cade, non si sposteranno.

La tesi di Foucault sulla fine dell’intellettuale borghese – ho trovato molto convincente il testo. È un aspetto importante anche del caso Althusser: l’intellettuale che non può più essere rappresentante, può essere solo sintomo o mettersi a disposizione come sintomo – e come documento. Quanto è accaduto a Althusser e a Poulantzas è una documentazione. Hanno rivendicato, certamente non coscientemente, di non essere più rappresentanti, ma sintomi. E materiale. In questo senso la scritta sul muro di fronte all’Ecole Normale di Parigi – ‘Althusser da sempre voleva essere un lavoratore manuale’ – non è soltanto cinico.

Sì, credo che le rivolte dei giovani siano un fattore di speranza. Negli stati industrializzati si formano sempre più delle enclave di terzo mondo. Che Berlino sia la terza più grande città turca, lo trovo un fatto di grandissima importanza. Ecco perché riferirsi al terzo mondo (come faccio ne La Missione) non ha nulla di romantico. Il terzo mondo non è solo in Africa e in America Latina ma si forma a Zurigo, a Berlino e ad Amburgo, come anche a New York e in Italia – i paralleli USA/Italia sono sempre più evidenti.

Da anni però non ho più nessun impulso analitico. Ho difficoltà a interessarmene. L’arte è in un certo senso una prassi cieca. In questo vedo una possibilità: utilizzare il teatro per gruppi piccolissimi (per le masse già da tempo non esiste più) e produrre spazi di fantasia, spazi liberi di fantasia – contro questo imperialismo dell’occupazione della fantasia e della sterilizzazione di fantasia a opera di cliché prefabbricati e di standard massmediali. Penso che sia un compito politico primario, anche se i contenuti non dovessero avere nulla a che fare con la politica.

In Althusser e Poulantzas si arriva a un punto in cui i loro concetti non hanno più presa. Hanno solo quella lingua concettuale e nessun altro strumento. Arriva quindi il momento in cui si accorgono di non afferrare più nulla, nessuna realtà.

In un primo momento è abbastanza indifferente come o di che cosa siano fatti questi spazi liberi di fantasia, se i contenuti siano cattivi o buoni; questo è abbastanza indifferente. Suona male e volontaristico: al momento considero importante soltanto che comunque nasca qualcosa in questi Stati d’ordine. Anche se ogni tanto viene la paura del colore che le cose assumono. Certamente esiste un fascismo chic o un chic del fascismo nella Repubblica Federale e in Francia. Ma anche questo lo vedrei come sintomo dell’esistenza di bisogni che non sono più soddisfatti né dalla teoria di sinistra, né – e questo è un fatto positivo – dall’americanismo; che tra le due esistano riserve non utilizzate e non consumate, isole di disordine. Queste sono importanti. Vanno tenute in vita, nutrite e ingrandite. Il problema è questo: appena i giovani riescono a formulare i loro obiettivi sono già paralizzati. Credo che in tutte queste società industriali non sia pensabile che vada diversamente. Finché una forza è cieca, è una forza; non appena sviluppa un programma, una prospettiva, potrà essere integrata e farà parte del sistema.

La funzione della politica culturale consiste nell’impedire che qualcosa accada. Ma vita è che qualcosa accada, che qualcosa avvenga. Se non accade più nulla è finita. A questo punto i sistemi diventano nemici della vita, e lo diventa anche lo stesso pensiero concettuale. In questo senso torno alla frase del ‘lavoratore manuale’: il primo accadimento nella vita di Althusser è stato l’assassinio di sua moglie. Certo questo non parla in favore della sua biografia come pensatore e teorico.