Prima del 68

“Postfazione” di Primo Moroni, in 1968-1988.
Arte Psichedelica e Controcultura in Italia, a cura di Matteo Guarnaccia, Stampa
Alternativa Nuovi Equilibri Editrice, Roma, 1988, pp. 111-114

 

UN FIGLIO DEI FIORI NON PENSA AL DOMANI

È un verso di una canzone di Guccini cantata dai Nomadi. Forse mentre la cantavano i primi cappelloni non coglievano appieno la svolta culturale che una frase così semplice conteneva. Sicuramente però vivevano esistenzialmente o quotidianamente questa scelta spazio-temporale. Il non darsi programmi per il futuro, l’investire tutte le proprie energie, la propria intelligenza creativa nella scelta ‘ora e adesso’, del rifiuto delle norme dominanti significava rompere una lunga ed ingannevole illusione che aveva nutrito le generazioni precedenti. Significava passare dal processo di emancipazione a quello di liberazione totale, o almeno al ‘desiderio’ di attuarlo. Non era cosa da poco nell’italietta degli anni ’60! Significava anche andar contro l’illusione neo-capitalistica di poter programmare e pianificare tutta la società, di poter costringere i soggetti, le persone dentro percorsi scientificamente prefissati: le ragazze solerti impiegate in attesa del matrimonio, i giovani proletari al massimo tecnici del controllo di fabbrica della nascente automazione, gli studenti futura ed efficiente nuova classe dirigente.

Non molto diversa la progettualità dei partiti di sinistra. Usciti dalla guerra e dalla resistenza partigiana con un solido patto istituzionale con gli altri partiti borghesi avevano scelto di collaborare alla ‘ricostruzione’ del paese, uscito esausto dalla vicenda bellica. Nei fatti questa scelta significava alta produttività e bassi salari. Significava ricostruire il capitalismo per attuare un’ipotetica ‘democrazia’; poi in futuro, il radioso sole del socialismo avrebbe riscattato, ‘emancipato’, i giovani ed i lavoratori dalle catene della borghesia. Erano passati ormai vent’anni dalla fine della guerra e poco era cambiato. C’erano sì più televisori, più elettrodomestici, più FIAT 500 ed autostrade, ma il vissuto quotidiano continuava ad essere dominato da prospettive prive di senso e la società dominata dalle stesse facce di preti, politici ed intellettuali. Nel frattempo nei quartieri delle città sempre più grandi e nella sconosciuta provincia italiana stava diventando adulta la prima generazione nata nel dopoguerra. Una generazione che aveva visto il fallimento, le illusioni o le ambiguità dei propri padri, che chiede a se stessa ed alla società il senso dell’esistenza. La diffusione della televisione ha un effetto formidabile di modificazione dell’immaginario tra nord e sud, tra il centro e la periferia. Le prime trasmissioni erano state irradiare nel lontano 1954. Già dall’anno successivo una trasmissione a quiz come ‘Lascia o raddoppia’, condotta da Mike Bongiorno, aveva inchiodato centinaia di migliaia di italiani davanti al piccolo schermo, per la gran parte non ancora nelle case, ma nei bar e addirittura nelle sale cinematografiche, che per reggere la concorrenza trasmettevano il quiz prima dell’inizio della programmazione cinematografica. Se il pubblico privilegiava lo spettacolo leggero (come ‘Un due tre’ di Tognazzi e Vianello), tuttavia inchieste giornalistiche come ‘Viaggio nel Sud’ di Virgilio Sabel e ‘La donna che lavora’ di Salvi e Zatterin segneranno la cultura della parte più intelligente degli ascoltatori. L’antico e mai realizzato progetto di “unificare gli italiani dopo aver unificato la nazione” riceveva dal media televisivo un formidabile apporto. La costruzione di una gigantesca rete autostradale in funzione della motorizzazione di massa (nel 1957 circolavano in Italia 1.300.000 automobili, dieci anni dopo 8 milioni) sarà un altro elemento di unificazione determinante. Se i ‘film degli anni ’50 avevano influenzato una cultura delle metropoli di tipo americano inducendo desideri e stereotipi, la televisione innesca processi di attrazione verso le città del nord. In fin dei conti New York è lontana e forse di celluloide, ma Milano e Roma o Torino sono relativamente vicine e raggiungibili. L’immensa provincia italiana è sonnolenta e arretrata, così come è tuttora dominata dall’egemonia cattolica. Oltretutto è tagliata fuori dallo sviluppo industriale e apparentemente senza prospettive. Nelle città del Nord si può andare per lavorare – si ha la sensazione che ci sia una disponibilità senza fine – ma anche per cercare stimoli diversi, incroci ed esperienze diverse.

Il cambiamento dei costumi è rapidissimo: dall’Inghilterra arriva la minigonna di Mary Quant, ma anche la musica dei Beatles (un’autentica rivoluzione), la moda dei capelli lunghi (i capelloni) ma anche il messaggio di Bertrand Russel contro la guerra. “Fate l’amore non la guerra” è la proposta che arriva ai giovani seguaci del filosofo inglese. In televisione si vedono le immagini di migliaia di giovani che circondano pacificamente la centrale di produzione atomica guidati dal vecchissimo e ieratico filosofo paralizzato su una carrozzella.

Dagli Stati Uniti arriva la protesta dei Beatniks e degli studenti dei campus contro la discriminazione razziale e le guerre imperialiste in corso.

I NUOVI MITI

I mass-media hanno contribuito a creare tre grandi simboli: Kennedy, Kruscev e Papa Giovanni XXIII. Dovrebbero essere il simbolo della ‘coesistenza pacifica’ ma hanno una durata molto breve e residuano effetti diversi: Kennedy viene ucciso da un complotto conservatore, ma aveva già perso una parte dei suoi valori simbolici favorendo le manovre contro la rivoluzione cubana e dando il via al conflitto del Vietnam; Kruscev viene travolto (aldilà dei suoi meriti e demeriti) dalle lotte di potere interne alla nomenklatura sovietica. Paradossalmente gli effetti di più lunga durata saranno quelli relativi all’azione di Papa Giovanni XXIII che con il Concilio Vaticano innesca una visione molto più profonda e popolare del cristianesimo, contribuendo a chiudere la pagina del papato di Pio XII, elitario e pieno di ombre. La figura di Giovanni XXIII resterà un elemento forte di riferimento per la nascita dei “cristiani del dissenso”.

Se i raffinati intellettuali operaisti scoprivano la “centralità della fabbrica” e seguivano con appassionata partecipazione il formarsi della cultura politica dell”‘operaio massa” attraverso le lotte, i marxisti-Ieninisti trovavano nella guida cinese la nuova bussola con la quale orientarsi nel magma della rivoluzione. I giovani di gran parte del-mondo occidentale (tedeschi, inglesi, italiani, olandesi, americani) avevano, per la prima volta nel dopoguerra, la percezione di essere qualche cosa di speciale, una specie di “classe generale generazionale” dotata di una cultura profondamente critica dello stato di cose presente. Nelle loro letture c’erano più Sartre e Camus che non Marx e Lenin, il loro vissuto quotidiano era dominato da un’inquietudine alla ricerca di sbocchi, culture e pratiche di vita comune, I giovani in Italia (negli Stati Uniti il problema si era posto sin dall’inizio degli anni ’50) diventano un ‘problema’, seguito con continua e un pò patetica apprensione da sociologi più o meno interessati.

La società così com’è organizzata comincia a diventare una camicia troppo stretta. Il sistema dei partiti gioca con il centrosinistra la carta delle blande riforme (l’unica che avrà esiti rilevanti, molto aldilà delle intenzioni dei legislatori, è quella della scuola media unificata, che favorisce il contatto tra i figli della borghesia e quelli degli operai) e della dilatazione dei consumi. Ma una società delle merci e del “benessere” che occulta gli squilibri e le ingiustizie, non può che essere vissuta come intollerabile e falsa. Si sente un diffuso bisogno di “grandi ideali” che giustifichino il senso dell’esistenza, unito al rifiuto di tutti i modelli di vita che vengono proposti. Cominciano a diffondersi le prime forme di autogestione del vissuto quotidiano. Nascono i primi “complessi musicali” fuori dai grandi circuiti commerciali, come l’Equipe 84 e i Rokes. La canzone dei Nomadi “Dio è morto” viene censurata dalla RAI.

FUGHE E VIAGGI

Ma c’è anche il bisogno di sottolineare la propria “diversità”, di esibirla con orgoglio: i capelli lunghi, i jeans, le minigonne, gli indumenti di tipo militare opportunamente modificati per ridicolizzare i simboli dell’autorità, sono tutti segnali di rivolta e di rifiuto del perbenismo e delle regole scritte. Quella che molti anni dopo, parlando dei punk, i sociologi definiranno “la rivolta dello stile”, ha le sue lontane origini in quegli anni. Il rigetto così improvviso degli standard di costume provoca, come è ovvio, reazioni contrastanti a partire dalla famiglia e dal mondo della scuola (all’inizio molti giovani non potendo portare i capelli lunghi né in famiglia né a scuola, optano per delle parrucche che tolgono e mettono prima di entrare e uscire dalle due istituzioni). Ma il processo è ormai innescato, e da queste prime scelte di tipo simbolico si passa rapidamente alla critica di tutte le istituzioni. A partire dalla più prossima e individuale che è la famiglia. Inizia così il fenomeno delle “fughe” dall’autorità dei genitori, anche se si tratta di fughe che coesistono conflittualmente nell’ambito familiare. Altre, fughe con funzione di avanguardia, si dirigono verso il fascino della metropoli, alla ricerca di esperienze diverse. Minoranze intelligenti cominciano a praticare la “cultura del viaggio, in Olanda dove ci sono i Provos (che si ispirano ai beat e agli hippies americani), in Inghilterra che è il punto di riferimento della rivolta giovanile. Quando tornano riportano giornali controculturali, dischi, abbigliamenti e la pratica dell’uso di droghe leggere (all’inizio quasi esclusivamente marjuanal come dilatazione della sensibilità.

Nel rapporto tra i sessi si comincia a mettere in discussione, sia pure in modo confuso, la cultura del maschile e del femminile – in questo campo le ragazze sono, come è ovvio, molto più impegnate – e un prodotto tutto italiano come Patty Pravo (amatissima cantante del Piper di Roma) con la sua spregiudicatezza diventa il simbolo dell’emancipazione ma anche dell’inquietudine giovanile. La sua canzone “Ragazzo triste” centra molte emozioni reali.

DAGLI USA: LA BEAT GENERATION E LA CACCIA ALLE STREGHE

Il bisogno di riferimenti culturali più precisi e complessi è molto forte. Come dicono alcuni sociologi intelligenti, “tutti i movimenti che nascono da esigenze reali vanno in un secondo tempo alla ricerca dei propri antenati o padri fondatori”. Ed è allora che arrivano in Italia le produzioni del “movimento beat” americano. Autori come Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti cominciano ad essere letti sia nelle traduzioni che, faticosamente, nelle riviste autogestite riportate dai viaggi all’estero. Gli scrittori e i poeti della tendenza beat si erano formati negli Stati Uniti tra la fine degli anni ’40 e gli inizi degli anni ’50, in pieno periodo di “guerra fredda”. Il clima sociale degli States era allora molto pesante e repressivo. Usa e Urss, che erano stati alleati nella vittoriosa guerra contro il nazismo e che si erano di fatto spartiti il mondo in sfere di influenza politica e militare, si riarmavano ora l’uno contro l’altro, contrapposti con la terribile variabile dell’energia atomica. Dopo la parentesi sanguinosa della seconda guerra mondiale i due sistemi (socialista e capitalista) tornavano ad essere inconciliabili e nemici. In un clima di questo tipo i governanti degli Stati Uniti, e soprattutto i capi militari del Pentagono, vedevano comunisti infiltrati dappertutto. Gli intellettuali di sinistra che negli anni ’30 avevano dato un fondamentale contributo alla realizzazione del new dea I Rooseveltiano, creando una produzione cinematografica e letteraria a forte impegno civile e sociale, erano ora tutti potenziali agenti del comunismo internazionale. La strategia della “guerra fredda”, della contrapposizione tra blocchi, produceva sul fronte interno una psicosi del nemico su cui soffiavano i centri di potere più reazionari: è questa l’epoca che verrà definita della “caccia alle streghe”. La repressione si accanirà particolarmente sul mondo della cultura e del cinema (da sempre negli USA il cinema era considerato, oltre che una grande industria, un formidabile strumento del consenso e gli intellettuali progressisti saranno costretti a continue dimostrazioni di lealismo nei confronti del potere ufficiale.

Nel 1948 venne installata una commissione d’indagine (commissione Mc Carthy) di fronte alla quale dovevano presentarsi registi, sceneggiatori, scrittori, ecc., sospetti di comunismo per il contenuto delle loro opere. Molti di loro rifiutarono questa pratica da inquisizione e furono incarcerati (tra questi il grande scrittore Dashell Hammet) altri non poterono più lavorare per anni (come Dalton Trumbo e l.awson) altri ancora abbandonarono gli Stati Uniti per protesta (esemplari i casi di Charlie Chaplin e di Bertolt Brecht), molti abiurarono penosamente il loro passato denunciando colleghi e amici (fra tutti Elia Kazan) contribuendo a legittimare una cultura politica “del pentimento e dell’abiura” che ricomparirà frequentemente nella storia delle democrazie occidentali (in Italia con le leggi di emergenza e nei processi politici degli anni ’80). Il maccartismo era certo un frutto velenoso della guerra fredda, ma era anche l’espressione di quello che i beat chiamavano “il fascismo militare del Pentagono” (dal nome e dalla forma di un edificio di Washington, dove ha sede l’organismo che coordina tutti i corpi militari degli USA), e più in generale dell’élite presidenziale di quegli anni. Gli USA erano infatti impegnati nella sanguinosa guerra di Corea che rischiava di estendersi a livello planetario. Gli allora giovani artisti beat nascevano anche come reazione a questa pagina oscura della democrazia americana. Rifiutavano coscientemente i modelli dell”‘american way of lite” anche nell’aspetto esteriore (capelli, vestiti, ecc.), ma soprattutto nel modo di vivere. Rifiutavano anche i modelli di produzione letteraria che avevano contraddistinto la generazione degli anni ’30 (Steinbeck, Dos Passos, Caldwell, ecc.) sia per la contradditoria pratica di collaborazione politica con il potere, sia per il loro comportamento nei confronti della commissione Me Carthy (ad esempio le dichiarazioni di ‘lealisrno’ di Dos Passos e Steinbeck). Vanno alla ricerca di altri riferimenti e li trovano, soprattutto, nei due ‘maudits’ Henry Miller e William Burroughs, che si erano estraniati dal clima collaborativo del New Deal cercando in giro per il mondo altre culture ed altre esperienze, e ancor più indietro nel poeta Walt Withman che aveva cantato la libera America degli individui e degli spazi alla fine dell’800, il grande padre della poesia americana che avverte che “Leaves of qrass” (Foglie d’erba) “è il canto di un grande individuo collettivo, popolare, uomo o donna”, che dopo l’esecuzione del vecchio abolizionista -John Brown scriveva:

Io son quell’uomo, io soffro, io mi trovavo là

Il disdegno, la calma dei martiri,

La madre di un tempo, condannata come strega,

Arsa sul secco rogo, sotto gli occhi dei suoi bambini,

Lo schiavo inseguito che s’accascia nella fuga,

si lascia cadere contro lo steccato, ansimante, madido di sudore

Le fitte che come aghi gli pungono le gambe e il collo,

i mortali goccioloni, le pallottole

Tutte queste cose io sento e sono.

Naturalmente quello beat fu un movimento tutto considerato di natura più letteraria che sociale. Droga, jazz freddo, sesso interrazziale e buddismo zen erano un modo di manifestare il rifiuto della dominante cultura americana (creare cioè una controcultura). “Pour epater les bourgeoises” diventò lo slogan dello stile di vita beat, la conformità venne rigettata richiamandosi all’integrità artistica, accettando la povertà e lo scollamento sociale. I beat vissero come sbandati nei quartieri poveri di New York, delle grandi città americane, insieme nella strada, nei locali dove impazziva il jazz bee-bop dando vita ad un movimento comunitario, cresciuto nella strada, fatto di vibrazioni raccolte dalla strada. Ma quanto di romantico vi era nella personalità degli autori e dei personaggi della Beat Generation, quel loro senso di individualismo esasperato impedì che questo primo momento si evolvesse in un’unione comunitaria più formalizzata. Una parte di loro si trasferì sul Pacifico, a San Francisco, realizzando una specie di “comune intellettuale” e fondando una libreria editrice, la City Light Books diretta da Lawrence Ferlinghetti, che stampava in proprio le opere degli scrittori e dei poeti beat. Dopo la metà degli anni ’50, una parte di loro si fece chiamare beatnik, con riferimento provocatorio allo sputnik, il primo satellite artificiale inviato nello spazio dai sovietici, impresa che aveva lasciato costernati gli industriali, i generali ed i politici americani.

Gregory Corso ed Allen Ginsberg sono sicuramente i due maggiori poeti della generazione beat. Kerouac nel parlare di Corso diceva: “Gregory era un ragazzino duro dei quartieri bassi che crebbe come un angelo sui tetti e che cantava canzoni italiane con la stessa dolcezza di Caruso e Sinatra, ma in parole. ‘Dolci colli milanesi’ riposano nel suo animo rinascimentale, la sera scende sui colli. Stupefacente e bellissimo Gregory Corso, il solo ed unico Gregory. Leggete lentamente e vedete”.

Corso scrisse anche alcune interviste fittizie sulla beat generation, nelle quali egli è contemporaneamente intervistatore, intervistato e smaliziato spettatore:

– Che cosa pensa della beat generation?

– Penso che non sia un accidente, penso che non esista. Non c’è niente di simile a una beat generation.

– Lei non si considera beat? –

– Cavolo, no non mi considero beat, o beatificato.

– Che cos’è allora, se non è un beat?

– Un individuo, niente.

– Non le importa dell’esistenza del movimento beat?

– Non me ne importa un cavolo, amico.

– Non ama i suoi simili?

– No, non amo i miei simili, anzi non mi piacciono per niente, eccetto l’individuo se arrivo a conoscerlo; non voglio governare o essere governato.

– Ma lei è governato dalle leggi della società …

– Ma è una cosa che cerco di evitare.

– Ah, evitando la società lei diventa separato dalla società ed essere separati dalla società è essere beat…

– Ma davvero?

– Davvero.

– Non capisco, io non voglio starei per niente nella società, voglio restarne fuori.

– Affronta la realtà amico, tu sei un beat.

– Niente affatto! Non è nemmeno un desiderio consapevole da parte mia, semplicemente sono fatto così, sono quello che sono.

– Amico, sei così beat che neppure te l’immagini!

– Ma lei cosa ne pensa della beat generation?

– Un certo stile, se ci si ripensa, vecchie foto, Fitzgerald a Parigi, 1920, alta società, proibizionismo, jazz; ciò che caratterizzò una generazione piuttosto che ciò in cui essa credeva.

I fatti fondamentali sono sempre gli stessi, cambia lo stile ma i fatti, ragazzo mio, i fatti restano.

– In che cosa pensa che consista la beat generation?

– Consista? Oh, persone beat con idee beat che non hanno legami con niente tranne che uno con l’altro.

– Allora è una generazione d’amore …

– No, amico. Siamo in alto mare. Mi faccia un’altra domanda.

– Lei non crede nell’amore?

– Amico, lei è grande. Tieni, dai un tiro d’erba.

 

L’AREA DELLA CONTROCULTURA

Nei racconti di Kerouac, nelle poesie di Ginsberg, nei testi di Miller, c’era abbastanza vitalità e novità per produrre una forte identificazione con quei modelli di vita anche in Italia. Ed è con questi riferimenti che nasce un’area della controcultura nelle città italiane. Iniziano i viaggi verso oriente alla ricerca di cultura e di saggezze diverse da quella bianca ed occidentale, la critica alle istituzioni si estende: dalla famiglia alla scuola ed alla trasmissione dei saperi; dal rifiuto dell’integrazione nel mondo del lavoro all’obiezione al servizio militare; dalla critica del concetto di ‘follia’ al rifiuto dell’istituzione psichiatrica; dal rifiuto della ‘giustizia borghese’ alla richiesta di abolizione del carcere. Su questa strada di critica alle ‘istituzioni totali’, i beat italiani troveranno vaste alleanze anche negli intellettuali rivoluzionari e democratici, che negli anni successivi prenderanno anzi in mano direttamente gli sviluppi delle battaglie su questi temi. Le prime forme evidenti dell’esistenza di un ‘movimento beat’ si verificano a Milano nel 1965. Un gruppo di ‘capelloni’ prende in affitto un negozio e lo trasforma in un luogo d’incontro. Stampa con il ciclostile e con tecniche molto creative un proprio giornale che inizialmente si chiamerà ‘Mondo Beat’ e poi ‘Urlo Beat’, ‘Grido Beat’. ecc. Il mix culturale che si deduceva da questo giornale era una singolare fusione tra istanze anarchiche, filosofie orientali, rivolta esistenziale, battaglia contro il razzismo nel nome di Malcolm X, il leader dei Black Muslims americani. Molti ‘capelloni’ vengono dalla provincia e si arrangiano a vivere vendendo collanine ed altro (sul modello equivalente inglese ed americano). Chiunque arriva alla sede di Mondo Beat trova fratellanza ed appoggi comunitari. I beat sono non-violenti, e quando qualcuno di loro viene fermato dalla polizia sfilano davanti alla questura portando fiori in segno di conciliazione, ma anche con marcata ironia. Il loro quartiere di riferimento è Brera (il quartiere degli artisti), ma cominciano a sentire la necessità di qualcosa di più genuino e comunitario, sul modello del movimento hippy.

Gli hippies, molto più estesi e ‘sociali’ dei beat, ne raccolsero, radicalizzandola, l’esperienza culturale, ponendo al centro della loro pratica il problema della “comune”, della vita di gruppo, dentro cui sperimentarono non solo il livello politico del dissenso, ma anche quello della dimensione quotidiana ed interpersonale (come si sarebbe detto poco dopo: “quelli che parlano di rivoluzione e di lotta di classe senza riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza comprendere ciò che c’è di sovversivo nell’amore e di positivo nel rifiuto delle costrizioni …costoro si riempiono la bocca di un cadavere”). Come parte del movimento più ampio di rifiuto della civiltà capitalistica gli hippies si espressero dapprima in un tentativo di creare dall’interno della città stessa una realtà ad essa alternativa, nella forma della ‘free city’ articolata nei suoi centri comunitari e di assistenza e di mutuo appoggio, successivamente nell’abbandono del territorio urbano per un’appropriazione della diversa dimensione esistenziale dell’ambiente e della natura: back to nature. Comunque il fenomeno comunitario inizialmente crebbe addirittura nelle strade. A livello sovrastrutturale la strada è il luogo dove il capitale si rappresenta e si pone, e la sua funzione alienata annulla ogni possibile rapporto tra l’uomo e l’ambiente; tuttavia è possibile modificare un habitat, anche profondamente, intervenendo sulle sue strutture fisiche, agendo sull’uso fittizio che esso impone, e questo è quanto fecero gli hippies e successivamente i “politici” sulla base della parola d’ordine “prendiamoci la città”. La riscoperta di un approccio diretto con la comunità urbana, con quella realtà che era espressione della cultura dominante e quindi della classe dominante, fu quanto mai corifeo di energie nuove. Vivere agli angoli delle strade, nelle piazze, assunse un significato rivoluzionario: la banalizzazione del territorio nemico, la città, per usarla in un modo nuovo, umano. Quel che di mitico rimanda alla mente il nome di certe zone urbane: Brera, Campo dei Fiori, Village, il Dam, Piccadilly, è legato al ricordo di ciò, al fatto che esse furono le prime comunità alternative, le prime “zone liberate”.

La cultura hippie negli USA, in Italia ed altrove fu una cultura orale, visiva si può dire addirittura, e le comunità urbane sorte nelle strade furono il mezzo ideale per propagandarla. Così i capelli lunghi, testimonianza di un discorso di rigetto, così i vestiti stracciati, maniera di esternare il rifiuto del concetto tutto esteriore e borghese del decoro (…) L’abito volutamente stracciato è una cosa ben diversa dall’abito povero, mentre quest’ultimo ubbidisce soltanto alle leggi economiche, il primo, che è poi l’abito hippy è la testimonianza di una presunta ricchezza culturale. L’aspetto esteriore diventava mezzo di comunicazione che permetteva subito di distinguere l’amico dal nemico e con ciò il riconoscimento dei membri delle prime comunità temporanee alternative. Se sei sporco e stracciato difficilmente frequenterai una casa borghese, se hai i capelli talmente arruffati da non poterli pettinare difficilmente troverai un posto di lavoro “rispettabile”. Naturalmente i beat cercarono continuamente di organizzare spazi liberati ovunque duramente osteggiati dai benpensanti e dalla stampa borghese. A Milano, che è una specie di riferimento nazionale, dopo un’iniziale aggregazione all’aperto in piazzale Brescia si trasferiscono decisamente nel metrò di Piazza Cordusio con rapide e continue puntate in Piazza Duomo sotto il monumento del “pirla a cavallo”. Il loro numero ingrossa continuamente (da una ricerca del ’67 si ricava che sono 1200 in Svizzera, 2500 in Austria, 3000 in Belgio, 6000 nella Germania Occidentale, 7000 in Italia, 18000 in Inghilterra, 20000 in Olanda, 26000 in Francia, 30000 negli Stati scandinavi) ed il loro muoversi a tutto campo contro gli stereotipi fasulli della società borghese e progressista li porta frequentemente ad intersecarsi con la nascente protesta studentesca. L’intolleranza nei loro confronti assume sempre più frequentemente toni polizieschi: a Novara vengono sequestrati e “tosati” sulla pubblica piazza da un gruppo di militari in libera uscita, a Milano sono centinaia i fogli di via emessi d’ufficio dalla questura, mentre il Corriere della Sera li qualifica come teppisti e delinquenti destinati alla “sala celtica” I beat reagiscono con metodi non violenti: entrano in questura offrendo fiori ai poliziotti, cominciano a scrivere sui giubbotti e le magliette la propria protesta (una pratica che, aldilà delle commercializzazioni, durerà fino ai giorni nostri), elaborando strumenti sempre più complessi di analisi controculturale, incrociandosi con la nascente protesta studentesca (una loro lunga intervista rilasciata al giornale del Liceo Parini “La zanzara” viene censurata dal preside), radicalizzano la già profonda opposizione nei confronti del ‘sistema dei partiti’ totalmente incapace di comprendere la loro rivolta esistenziale.

Nel 1967 i beat milanesi decidono di tentare l’esperimento di una grande comune all’aperto, anche per rispondere alla crescente richiesta di ospitalità comunitaria che proveniva dal “paradiso degli uomini fottuti” (così a volte autodefinivano la loro comunità). Affittano un grande prato in fondo a via Ripamonti, vicino alle “fresche acque” del canale Vettabbia. Rapidamente il prato si riempie di tende e di costruzioni precarie e fantasiose. Per i giornali borghesi è nata “Barbonia City”, il centro delle più “turpi efferatezze” dove si compiono “nozze sacri leghe” e la “droga scorre a fiumi”. La campagna di stampa del Corriere della Sera è forsennata e quotidiana, mentre la molto socialdemocratica borghesia milanese accorre curiosa e salottiera intorno al campeggio per provare il brivido della “trasgressione” e non evitando di desiderare connubi “desideranti”. I beat reagiscono sbeffeggiando sia il Corrierone che i titolati glutei sanbabilini, mentre la polizia staziona regolarmente dall’altro lato del prato. Ma con uno dei tanti pretesti polizieschi (la ricerca di una minorenne scappata di casa) la campagna contro “Barbonia City” riprende ancor più vigore, e nella solita alba poliziesca il campeggio viene sgombrato, le tende distrutte ed incendiate con i lanciafiamme per motivi d’igiene. La grande comunità informale dei beat si disperde nella metropoli, tentando un esperimento di “abbaini aperti” (importanti quelli di via San Maurilio), mentre oramai sta esplodendo il mitico ’68. In una prima fase i beat si trovano frequentemente a fianco delle lotte studentesche, contribuendo a complessificare, a dare spessore ed orizzonti esistenziali alla ribellione antiautoritaria, anticapitalistica ed antiburocratica del movimento degli studenti: “Contestiamo la famiglia come focolaio d’egoismo, la scuola da pag 137 a pag 145, il lavoro che ci timbra l’anima assieme al cartellino”, scrivevano su Mondo Beat alla vigilia del ’68. Insieme alla diffusione delle “tecniche di liberazione psichica” e all’antipsichiatria, la pratica della controcultura, del portare a livello di scelta radicale e di vita la contestazione, ebbe nelle occupazioni universitarie un ruolo determinante. Ma proprio quando la saldatura sembrava possibile, l’effetto parallelo e speculare della repressione poliziesca e dell’emergere della necessità dell’organizzazione, del partito, assestava al movimento beat il colpo definitivo. Fatti fuori nell’Università oramai in mano ai neostalinisti, privi di riferimenti sicuri nel territorio metropolitano, si disperdono nella “città maledetta”; tentano le comuni agricole (grande il tentativo di Ovada), iniziano i viaggi verso l’oriente in cerca di altre culture ed altre dimensioni dell’essere; si marginalizzano sotterranei, ironici ed anticipatori, paralleli ai movimenti politici verticali ed ideologizzati nei confronti dei quali continuano ad esercitare la stessa critica radicale che avevano usato nei confronti dei loro padri.

Nel tempo e negli anni e mentre i “formidabili apparati dei gruppi” si disintegravano, le definizioni nei loro confronti si differenziarono: hippie, freak, underground, ecc. Tutte legittime e con grandi radici culturali ma limitative degli interrogativi di base di quel movimento: che senso dare all’esistenza, al vissuto quotidiano, al proprio corpo, al rapporto con la natura e con gli altri esseri umani. Qual è la strada nuova, non ideologica, per la rivoluzione?