9 maggio – Napoli – lungomare – tramonto – gratis

Di Elvezio

C’ è sempre qualcosa che ti colpisce quando arrivi a Napoli, sarà forse quell’aria autentica, vitale e popolare che oramai si respira sempre più raramente nel centro delle città italiane. In alcune città del Sud, però, questa sensazione diventa subito densa e rinfresca l’animo.
Molti amici mi hanno chiesto: “ma veramente vai al concerto di LIBERATO?” E la risposta è stata un semplice: “Si, sono curioso”.
Infatti dietro il fenomeno Liberato si cela qualche interrogativo sul quale, secondo me, vale la pena ragionare per cercare di comprendere, ogni tanto, ciò che va oltre il cosiddetto “movimento”.
Liberato è un progetto musicale… uno, quattro, sei persone… chi è LIBERATO? Liberato è anonimo, come molti ultras, casseur o autonomi che si coprono il volto nei cortei. Lui ha scelto l’anonimato in una società dello spettacolo dove ciò che conta è solo apparire. Ed è forse questo il segreto del suo successo se decine di migliaia di persone hanno accettato il suo invito a giocare con l’identità. Questo stesso gioco tra compagni lo facciamo solo tra “noi”, rendendolo tecnico e specialistico, invece di sforzarci per renderlo attraversabile agli altri, ad esempio per contaminare e contaminarci nella folla di un corteo.
Proprio come in certi cortei, un fumo denso avvolge questo personaggio misterioso mentre canta dal palco del lungomare. Anche questa volta chi si aspettava che Liberato calasse il velo, rivelando la sua identità, rimane deluso, ma il fatto che lui possa essere al tempo stesso chiunque e nessuno, sembra azzerare le distanze tra chi è sul palco e chi nel pubblico, sembra che ciascuno vi si possa in qualche modo identificare. Questo forse è dovuto anche al fatto che Liberato, nelle sue canzoni, affronta gli aspetti quotidiani della vita delle persone, soprattutto dei più giovani.  Parla di amore, relazioni, esperienze che tutti e tutte noi viviamo. Parla dei ed ai ragazzi che vanno al liceo, che rimangono male quando la loro fidanzata non visualizza più i loro messaggi su whatsapp, che si annoiano quando il loro professore annoiato di filosofia spiega Kant. La folla entusiasta del lungomare Liberato è composta proprio da questi giovani ragazzi, gli stessi che non si sono ribellati all’ alternanza scuola/lavoro. Forse perché alla miseria del sistema scolastico odierno infondo preferiscono persino lavorare gratis. Forse perché le ultime riforme hanno annichilito tanto i professori e la loro voglia di trasmettere saperi, quanto gli studenti, che piuttosto che compilare quiz e ingerire pillole di storia, filosofia, latino, greco, inglese preferiscono dedicarsi a scrivere messaggi d’ amore al proprio innamorato su whatsapp, mentre sono seduti in una sala di un museo a fare l’alternanza. Il ricatto per loro è esplicito, se ti ribelli e non presenzi alle ore stabilite, niente maturità. Il silenzio delle piazze che ne è seguito, forse, è solo il silenzio rancoroso di chi sa che su quel piano è impossibilitato a fare qualsiasi cosa, ma non per questo è necessariamente disposto ad accettare ogni ordine sulla propria pelle.  Ma torniamo al concerto. Un’ altra chiave del successo del concerto di Liberato è stata innegabilmente la sua gratuità, il suo essere effettivamente accessibile a tutti. Perché di fatto di concerti gratuiti non ce ne sono molti in giro. Sarà stato forse anche che per questo che più di 15mila persone hanno scelto di ritrovarsi tutte insieme in un luogo e dare vita ad un “evento” di mercoledì sera, in mezzo alla settimana, preferendolo persino alla  partita di finale di Coppa Italia Juve-Milan.
Così, mentre il sole tramontava sul Lungomare Liberato di Napoli migliaia di ragazzi sotto i 30 anni, si riversavano nelle strade confluendo verso il palco, fino a costituire  una fila chilometrica che sempre più irrequieta premeva per passare il più velocemente possibile i varchi di “sicurezza” predisposti dalla Questura per l’occasione, nonostante la gratuità dell’evento, appunto. Già, perché oramai, l’imperativo della SICUREZZA e DELL’ORDINE PUBBLICO dominano qualunque evento di massa, indipendentemente dalla sua natura.
In fila, alla nostra sinistra un gruppo di hipster più attempati, alla nostra destra un gruppo di ragazzini e ragazzine tutti con la stessa maglietta, fatta probabilmente per l’occasione, che bevono da bottiglie di lemonsoda vodka Lemon. Attorno a noi bevono veloci un po’ tutti, perché il tramonto è vicino ed i varchi organizzati per l’accesso al concerto sono interdetti a chiunque porti con se qualunque tipo di bottiglia o altri oggetti che possano ritenersi “un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Come ai tornelli dello stadio o durante i concentramenti delle manifestazioni la Digos, a scopo preventivo, riprende le persone in fila. Riprende tutti indistintamente: chi parla, chi beve, chi spinge, chi infastidito gli inveisce contro. Per “sicurezza” riprende anche chi invece sceglie di scavalcare al lato la balaustra del lungomare, per assistere al concerto dagli scogli in riva al mare, lontanissimo dal palco, ma evitando la brutalità delle perquisizioni dei celerini evidentemente alterati nello svolgimento della loro pubblica funzione. Già, perché per accedere all’area recintata vicino al palco bisognava percorrere una fila chilometrica, resistere agli spintoni della folla elettrizzata che premeva per varcare le transenne in tempo per l’inizio del concerto e sottoporsi alla perquisizione corporale e delle borse, con tanto di Metal detector, eseguite da alcuni energumeni della sicurezza privata, da alcuni agenti di polizia in borghese poi affiancati anche dal reparto celere.  Le cose ritenute “pericolose” vengono direttamente buttate in dei bidoni della spazzatura, che si tratti di ombrelli per la pioggia, bottiglie, portachiavi, caschi da moto ecc. La folla un pò si spazientisce per questo e c’ è chi rovescia la birra in faccia a qualche poliziotto, che si agita ulteriormente. Fa la sua comparsa un ulteriore plotoncino di celere a difesa di possibili disordini, ma la folla rimane composta, spinge il giusto per accelerare l’ingresso al concerto. Il lungomare è stracolmo di ragazzi e ragazze venuti da tutta Napoli e provincia, ma nel vociare si distinguono anche accenti di altre città. Nella folla ci sono anche altri compagni, con gli occhi mezzi coperti dai cappelli alla pescatore, sono curiosi anche loro, ci riconosciamo, ci salutiamo, sono sorpresi di vedere che l’interesse per Liberato ha superato il confine della Campania. Inizia il concerto e contemporaneamente iniziano le lamentele diffuse sul fatto che il volume fosse troppo basso per tutta la gente che c’era. Dopo la prima canzone una luce rossa lampeggiante si alza in cielo a mezza altezza, un drone scodinzola a mezza altezza vigilando sopra le teste delle persone per tutta la durata del concerto, ma le lamentele non si placano.
“Andiamo più vicino, qui non si sente niente”. Ed ecco schierarsi di fronte agli scogli, sulla lingua di sabbia che li separa dal palco, un plotone di finanzieri. “Sono pochi, che ci possono fare, noi siamo tantissimi”. Un gruppo di ragazzini napoletani si propone come avanguardia per risolvere il problema audio per la parte del pubblico che aveva rifiutato le perquisizioni all’ingresso e che scalcando si era posizionato sugli scogli. Qualcuno dice “trattiamo con la polizia per avvicinarci”, alcuni rimangono un po’ basiti, altri dicono semplicemente “SI!”, ma nessuno forza il cordone né si propone come mediatore. Si decide, allora, di ovviare al problema audio cantando insieme per fare da cassa di risonanza alle parole di Liberato dal palco. Per questo, un ragazzo definirà il GRUPPO SCOGLI una frazione un pò insonnolita del proletariato metropolitano napoletano.

Insomma il concerto è stato bello, abbiamo cantato, ci siamo divertiti, grande solidarietà tra quelli che avevano scavalcato anche al ritorno, perché buttarsi da 3 metri di muretto sulla spiaggia lo fai se hai un po’ di coraggio ma risalire da solo senza una mano che ti tira su è impossibile…
Però, ecco, qualcosa in più dalla generazione LIBERATO napoletana, me lo sarei aspettato. Forse un po’ più di cazzimma e meno rassegnazione. Anche perché sarebbero bastate poche persone un pò organizzate e molto decise ad ascoltare il concerto da vicino senza farsi mettere le mani addosso per rompere il dispositivo securitario approntato per l’occasione. Avrebbero sicuramente ottenuto la solidarietà e la complicità di molti.
Perché a volte basta organizzarsi, anche per un concerto.