Ma l’amor mio non muore

di Primo Moroni

[da: Maledetti compagni, vi amerò. La sinistra antagonista nelle parole dei protagonisti degli ultimi vent’anni di conflitto, a cura di Romano Giuffrida, con la collaborazione di Marco De Filippi, Roma, Datanews, 1993, pp. 15-44]

 La cultura, fondamento e fonte d’ispirazione per la lotta, prende a essere influenzata da quest’ultima e questa influenza si riflette in modo più o meno palese sull’evolversi del comportamento dei ceti sociali e degli individui come sull’evoluzione della lotta stessa.
Amilcar Cabral

Era il 1976 e nel libro Vivere a sinistra. Vita quotidiana e impegno politico nell’Italia degli anni ’70 di Emina Vukovic, c’era un capitolo dal titolo “Primo e Sabina della libreria Calusca di Milano” dedicato alla storia di quella che, negli anni Settanta, era diventata la principale libreria alternativa italiana, ‘un punto di riferimento’ come disse allora Primo Moroni, proprietario insieme alla moglie della libreria dei non organizzati, dei cani sciolti, di un’area indefinibile che va dai bordighisti, ai protosituazionisti, ai consiliari, agli internazionalisti, agli anarchici, agli anarco- comunisti, ai comunisti libertari. Da allora sono passati oltre quindici anni e la Calusca, dopo un periodo di chiusura avvenuta non casualmente proprio nel cuore di quegli anni Ottanta che avevano visto l’azzeramento repressivo delle esperienze movimentiste dei due decenni precedenti, con una festa che ha riunito vecchi e giovani militanti, intellettuali rivoluzionari, incazzati della prima e dell’ultima ora, ha recentemente riaperto nel cuore della vecchia Milano in coabitazione con uno dei più attivi centri sociali cittadini. Vera e propria memoria storica della nuova sinistra e della sinistra rivoluzionaria italiana (ma non solo), Primo Moroni, attraverso la sua storia personale e quella della libreria, è dunque una figura emblematica per ricostruire le vicende di quest’ultimo quindicennio antagonista. All’epoca dell’intervista rilasciata a Emina Vukovic sia io sia Sabina, che in quel tempo era mia moglie, adesso lo è ancora ma non viviamo insieme, stavamo costruendo un circuito di librerie e di distribuzione come struttura intermedia del movimento. Il lavoro della nostra libreria, la Calusca, si era cioè orientato a creare una struttura intermedia per la diffusione di centinaia di giornali, riviste e altre pubblicazioni antagoniste di vario genere in tutta Italia. Nasce così la Cooperativa Punti Rossi che coordina l’attività con altre 65 librerie in qualche modo nate sul modello della Calusca (alcune si chiameranno con lo stesso nome e cioè Calusca 1, 2 o 3), e con svariati Centri di Documentazione. Questi luoghi di produzione culturale e politica erano sparsi dal Nord al Sud in diverse regioni d’Italia e la loro funzione era quella di distribuire e diffondere materiali che altrimenti sarebbero stati conosciuti da pochissime persone. Era una struttura intermedia di servizio che faceva sì che ogni singola sede recuperasse i materiali informativi dei gruppi che gravitavano nella sua area e li mandasse alle altre sedi con un continuo interscambio: una soluzione abbastanza originale al problema dell’oligopolio della distribuzione editoriale. Era il 1976, un anno determinante che segnerà i destini di più di una generazione: l’anno della svolta politica in Italia. Nel ’76 infatti ci sono le elezioni, c’è la grande avanzata del Partito comunista, molti degli ex aderenti ai gruppi organizzati, primo fra tutti Lotta Continua, danno indicazione di voto a sinistra. Si forma quel mito del sorpasso della Democrazia Cristiana o comunque della sinistra che sorpassa i tradizionali partiti di governo. È un mito collettivo che determina il più alto quorum elettorale del PCI dal dopoguerra fino a quel momento. Complessivamente la sinistra, compreso il PSI, che allora non era ancora craxiano, raggiunge il 49,50% dei voti. Per noi, come area della libreria, il ’76 è anche determinante perché si dissolvono la gran parte dei gruppi, cioè Lotta Continua, Servire il Popolo. Lo stesso Movimento Studentesco o meglio il Movimento Lavoratori per il socialismo, così come si chiamava allora entra in crisi. L’unica che ha una lunga complessa ricomposizione è Democrazia Proletaria la quale prima è Avanguardia Operaia, poi si incontra con il PDUP, e nasce Unità Proletaria da cui, infine, si fonda, come partito, DP. La dissoluzione dei gruppi libera comunque una massa enorme di energie di militanti che erano abituati a stare all’interno delle organizzazioni, e non è un caso che quello sarà l’anno di massimo sviluppo della cosiddetta Autonomia Operaia Contemporaneamente c’è un terzo aspetto che caratterizzerà quell’anno ovverosia si formano, soprattutto a Milano, i Circoli del proletariato giovanile composti essenzialmente da giovanissimi. È un fenomeno che sorprende un po’ tutti, nel senso che anticipa il ’77 bolognese. Il Settantasette bolognese infatti avviene quando quello milanese in qualche modo è finito o quantomeno si avvia a esaurirsi, anche a causa del grave trauma generazionale verificatosi in seguito alla famosa manifestazione contro l’inaugurazione della Scala del 7 dicembre 1976.

Che cos’era successo?
In quella manifestazione i cortei sono due, uno dei gruppi, che andrà alla Statale, e un altro che invece si incunea in via Carducci per andare alla Scala. Lì avviene un episodio drammatico: c’è un imbottigliamento del corteo a opera della polizia, soprattutto via Carducci non permette vie di fuga laterali. Ci sono migliaia di persone e una grande confusione. A un certo punto avviene un errato lancio di molotov dalle file dietro e le bottiglie vanno a colpire le prime file del corteo. Una ragazza, una ragazza bellissima, rimane pressoché bruciata. Starà molto tempo in ospedale e, se ricordo bene, ci sarà anche una sottoscrizione per permettere gli interventi di plastica al viso e al corpo, ma ancora oggi porta sul corpo le tracce di quelle ustioni. Fu terribile, un trauma per tutti nel vero senso della parola. Quindi succedono molte cose nel ’76: la crisi dei gruppi, l’avanzata del Partito comunista, la nascita dei Circoli del proletariato giovanile e, non dimentichiamolo, l’arrivo e la diffusione a livello di massa dell’eroina. Questo dei Circoli del proletariato giovanile è uno degli aspetti più nuovi e interessanti di quel periodo. Se volessimo usare un’immagine metaforica, si potrebbe dire che così come venivano a finire, o esaurivano il loro compito storico, le organizzazioni politiche verticali della Nuova Sinistra, ugualmente, e attraverso i fili impalpabili dei processi sociali, gli stessi comportamenti soggettivi diventavano orizzontali Fino a quel momento tutti gli organismi politici e sociali della Nuova Sinistra avevano lottato per conquistare spazi di agibilità vicino o dentro al centro storico della città. Questa tendenza aveva un suo senso storico: significava rappresentarsi con forza verso i centri del potere, significava anche rappresentare gli esclusi proprio nei luoghi deputati a produrre l’esclusione. L’andare verso il centro voleva dire portare il conflitto e le nuove forme di rappresentanza nel cuore del sistema e proprio là realizzare forme comunitarie di contropotere. Esemplare, per esempio, nel caso milanese, è la vicenda del quartiere Ticinese, quello dove c’era la libreria Calusca, che nei miei racconti definisco sempre il triangolo dei destini incrociati. Nel senso che una tipica e storica città radiale come Milano tende a far sì che la gente si muova dentro triangoli che, dalla base larga della periferia, si spostano verso l’angolo acuto del centro storico. Il quartiere Ticinese è appunto una zona che si pone come luogo di frontiera equidistante tra centro e periferia e proprio per questi suoi esiti storici (qui c’era una parte della città romana, poi di quella medioevale e quindi di quella spagnola), risulta essere un luogo esemplare di molti e possibili incroci di soggetti sociali diversi. Ed è forse per questi motivi che, negli anni Settanta il quartiere registrava la più alta concentrazione di sedi politiche d’Europa. In uno spazio ridotto c’era la sede di Lotta Continua, quella del Manifesto, quella di Avanguardia Operaia, una sezione del Movimento Studentesco, c’era uno dei primi collettivi femministi radicali, c’era la redazione di CONTROinformazione, la redazione di Primo Maggio, una sede del PdUP. E poi ancora: la sede della rivista Rosso e quella del Coordinamento Organismi Autonomi Zona Sud. Tutto ciò era distribuito nello spazio di poche centinaia di metri, quindi anche tutti i locali, i bar, le osterie, erano segnati dalla presenza di massa di questa specie di territorio liberato estremamente complesso. Molte manifestazioni partivano da lì. Tutto il quartiere era stato modificato dalla presenza dei politici.

Come mai era stato possibile un fenomeno così particolare?
Negli anni Cinquanta-Sessanta il Ticinese era un quartiere malavitoso, un quartiere abituato ad accettare i diversi, credo addirittura considerato perso dalla proprietà edilizia ai fini della speculazione proprio a causa di questa sua tradizione storica. Così, quando sono arrivati i politici, i residenti, come avevano sempre fatto, hanno affittato le loro case ai diversi. Ed è stato un moltiplicatore della diversità: c’erano le puttane, i contrabbandieri, i ladri, ora arrivavano i sovversivi di sinistra. Questa generazione politicizzata e intellettualizzata sceglieva come modello culturale diverso l’andare nelle case di ringhiera ritenendole più umane e ciò anche se gli stessi proletari che ci vivevano volevano andarsene per avere finalmente le case con il bagno Ci sono state così moltissime occupazioni di appartamenti e ciò ha favorito la formazione di un vero e proprio ceto politico nel quartiere: un quartiere diventato in breve tempo tutto rosso. L’atteggiamento dei Circoli del proletariato giovanile fu invece una sorpresa perché invertì la tendenza in auge fino ad allora di avere una sede nel centro della città dalla quale poi andare a fare l’intervento politico nei quartieri della periferia o davanti alle fabbriche. I Circoli nascono invece dentro il territorio, nell’hinterland. La cintura metropolitana era formata da quartieri di costruzione relativamente nuova ossia erano stati fabbricati verso la fine degli anni Cinquanta. I giovani nati in quei quartieri hanno impiegato 15, 16 anni a recuperare un’identità territoriale, a rendersi amico il territorio e a pensare che loro, la vita liberata, la volevano non semplicemente nella sede politica centrale ma nel loro quartiere e senza interventi esterni. Da qui tutte quelle definizioni sul tipo Indiani metropolitani o simili: avere un circolo, infatti, voleva dire stare nelle riserve, esclusi dalla ricchezza del centro storico, fino alla domenica, giorno in cui raggiungere il territorio dell’uomo bianco e fare le autoriduzioni del prezzo del cinema o della discoteca. Anche i giornali che loro stampano nei quartieri non sono più così immediatamente politici come potevano essere Falce e Martello, Bandiera Rossa o simili. Loro li chiamano Felce e Mirtillo oppure si denominano a seconda delle riserve di appartenenza: così il giornale di Pero si chiama La Pera è matura, quello di Sesto San Giovanni Sesto senso e via di seguito. L’esperienza dei Circoli è difficile da definire: quello che è certo è che essi invertono il meccanismo di uso sociale della città e hanno meno cultura politica degli ormai dissolti militanti dei gruppi politici verticali in qualche modo riassorbiti dall’Autonomia.

Torniamo a parlare del 1976, anno che tu dici essere cruciale per le vicende politiche italiane e, in particolar modo, della sinistra italiana
Quello infatti è anche l’anno in cui si scioglie Lotta Continua con il Congresso di Rimini. La dissoluzione di LC ha l’effetto di lasciare senza direzione politica una massa molto elevata di militanti della città, soprattutto operai. Nel 1976 nasce poi Radio Popolare. La comunicazione fino a quel momento era fatta essenzialmente di riviste e di giornali, c’era già da circa un anno Canale 96, la prima radio della sinistra, la quale però faceva più riferimento ad Avanguardia Operaia ed era quindi espressione di un gruppo organizzato. Radio Popolare, allora era direttore Biagio Longo, ebbe però subito un grande successo perché trasmise in diretta tutta la nottata tremenda degli scontri del 7 dicembre di cui parlavo prima: le cariche della polizia, i feriti e, con quei mezzi di allora, significava dover ogni volta trovare un telefono, infilarsi da qualche parte per trasmettere le notizie. Insomma in quell’anno ci fu un clima di passaggio straordinario. Noi, come collettivo della libreria, lo avvertivamo però in maniera un po’ diverso da come lo sentivano tutti. Eravamo convinti che la scelta politica di investire nel Partito comunista si sarebbe risolta in una tragedia. In questo senso le posizioni politiche espresse dall’allora segretario Enrico Berlinguer o dai vertici sindacali erano inequivocabili. L’intenzione generale dei sindacati era quella ricondurre ai vertici la contrattazione esautorando i consigli di fabbrica e quindi la democrazia di base mentre il PCI di Berlinguer propugnava da tempo il compromesso storico e cioè l’accordo-patto con la Democrazia Cristiana e ciò indipendentemente dalla parziale propaganda per l’alternativa di sinistra che facevano alcuni suoi esponenti. D’altronde, tutta la vicenda del PCI dal dopoguerra in avanti era legata al patto di democrazia consociativa con la DC e il compromesso storico, magari reso più concreto dalle vicende cilene, non poteva che essere la conclusione logica delle vicende precedenti. Eravamo cioè convinti che nei momenti di transizione (e quello era uno di quelli), ma più in generale nella sua strategia complessiva, il Partito comunista aveva, e di conseguenza avrebbe di nuovo fatto così, sempre privilegiato il rapporto con i partiti dell’arco costituzionale piuttosto che il rapporto con la classe o i movimenti. In questa direzione la difficile situazione del capitalismo italiano e le difficoltà della Democrazia Cristiana di governarla avrebbe, secondo la nostra ipotesi, spinto il PCI a una rinnovata progettualità verso il compromesso storico piuttosto che nella direzione di un approfondimento del conflitto. E in effetti pensavamo che la DC e il padronato potevano uscire dalle proprie difficoltà (o almeno provarci) solo con l’aiuto del PCI e del sindacato cosa che, com’è noto, si sarebbe verificata a partire dall’anno successivo. Per cui quell’anno alla Festa dei Navigli, la festa del quartiere che si celebra il 2 Giugno le elezioni sarebbero state il 17 o il 15, non me lo ricordo bene come libreria partecipammo con un grande striscione che più o meno diceva: 15 giorni all’alba e poi termina definitivamente la libertà in Italia perché il Partito comunista farà il patto con la DC. Sostanzialmente, forzatura a parte, avevamo tragicamente indovinato e avevamo anche intuito che il trauma per il movimento sarebbe stato terribile. E in effetti, quando arrivarono i risultati elettorali in via Volturno dove c’era la federazione del Partito comunista, quella sera migliaia di persone ballarono e cantarono perché pensavano di avere vinto, in quanto la sinistra aveva raggiunto il suo massimo storico: oltre il 49%. Vedere l’entusiasmo e il carico di attese di tutta quella gente era esaltante ma al contempo angosciante perché io, Sabina, Renato (che è stato la vera punta di diamante della Punti Rossi) e parte della redazione di Primo Maggio (che era la rivista più importante che pubblicavo), eravamo convinti trattarsi di un colossale abbaglio di interpretazione politica. Sapevamo per esperienza e per bagaglio di analisi che quando il conflitto si allarga orizzontalmente a partire dalla fabbrica per investire tutto il resto della società il processo reale tende a uscire dal controllo della dialettica tra governo e opposizione. Questo diventa allora un pericolo mortale per il sistema di partiti e per la sua forma-Stato. Il PCI aveva colto questo passaggio e avrebbe sicuramente optato, per risolvere la crisi dello Stato e al fine di ricostruire un clima concorde con gli altri partiti, per un percorso di unità istituzionale. Il risultato non avrebbe potuto che essere il formarsi di una cupola di ferro sopra e contro i movimenti e l’autonomia dei bisogni della classe. Poco più tardi avremmo scritto che quando questo avviene il sistema politico diventa più rigido, più frontalmente contrapposto alla società civile, non recepisce più le spinte dal basso, ma controlla e reprime. Già nel corso del ’75 e del ’76, in ogni caso, si leggeva l’esistenza di un compromesso storico strisciante. Si intuiva il tentativo di abbandonare la pratica della strategia della tensione (inaugurata nel tragico ’69 con la strage di Stato), per passare a un meccanismo repressivo diverso, palese e gestito in prima persona dallo stato del sistema dei partiti. La legge Reale, per esempio, andava in questa direzione. Quindi quella sera in via Volturno avevamo anche noi le lacrime agli occhi, ma non per la felicità bensì per motivi esattamente opposti. D’altronde ci rendevamo ben conto delle grandi difficoltà politiche delle avanguardie operaie di fabbrica che erano investite dagli effetti violenti della ristrutturazione. Li sentivamo sempre più spesso affermare che non si poteva più esercitare il potere operaio, che bisognava alzare il livello dello scontro. Temevamo, fin da allora, una tendenziale clandestinizzazione dei nuclei duri in fabbrica e sul territorio, come dimostrava la cosiddetta uscita della corrente operaia dalla dissolta Lotta Continua Dall’osservatorio della libreria si poteva cogliere con chiarezza un rinnovato interesse per le pratiche armate e per le stesse Brigate Rosse. A fronte di questi processi c’era la grande novità dei circoli giovanili nati nei grandi hinterland metropolitani. C’era la grande diffusione di un giornale come A/traverso che, nato a Bologna, principalmente in ambito universitario, trovava negli studenti fuori sede un humus sociale di rivolta sorprendente, nel mentre i suoi contenuti e il linguaggio nuovo con cui erano comunicati venivano assunti da un intera fascia generazionale sparsa nelle diverse città d’Italia. Era sostanzialmente il primo movimento che vedeva insieme intellettuali colti e, per esempio a Roma, borgatari. Ragazzi di periferia e politici super-preparati in un rapporto estremamente flessibile e non autoritario. Tutto ciò portava anche a una cultura completamente diversa dalla precedente, quella basata sul concetto di militanza rigida e verticale che separava il politico dal personale o il privato dal sociale. Tutto questo invece nel movimento ’77 veniva a cambiare: il personale è politico espresso precedentemente dalle femministe voleva a quel punto diventare prassi collettiva e la critica della forma-partito diveniva così definitiva e irreversibile. Il lungo percorso della rivolta antiautoritaria iniziato con gli hippies e i giovani delle magliette a righe degli anni Sessanta e in qualche modo interrottosi con la stagione dei gruppi politici verticali, riprendeva di colpo rinnovato da più densi contenuti e da una nuova e diversa composizione di classe. In un breve periodo di tempo si assisteva così a una profonda modifica delle culture diffuse, dei comportamenti collettivi, degli immaginari di riferimento. Per esempio venne riscoperta interamente la letteratura che invece prima era stata sotterrata a favore della saggistica politica. Noi lo avvertivamo dal fatto che in libreria aumentavano vertiginosamente le richieste di poesia, fra tutti Rimbaud, ma anche di tutta la grande letteratura mitteleuropea, quella, per intenderci, della grande crisi dell’unità individuale dei soggetti e delle grandi domande sul presente e sul senso dell’esistenza. Sostanzialmente un’autentica rivoluzione culturale ed esistenziale in cerca di punti riferimento, di nutrimenti e di conferme. Il grande successo di un testo difficile come l’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, una specie di Bildungsroman generazionale, era l’indice più evidente delle modifiche in corso. Certamente ciò significava anche il tramonto della storica centralità operaia e cioè di quel motore centrale che aveva assicurato la riproduzione del conflitto e che aveva fatto sì che qui da noi, a differenza della Francia, il ’68 fosse durato un decennio di più. E in effetti gli operai in Italia hanno avuto un ruolo determinante. Probabilmente il nostro ’68 non ha mai avuto la radicalità e la profondità culturale di quello del maggio francese, ma lì, in Francia, nell’inverno di quell’anno il movimento era già finito con la svolta gollista e gli operai erano tornati silenziosi nelle fabbriche; mentre in Italia con l’autunno caldo la centralità della fabbrica era diventata l’asse portante di tutto il conflitto e la sua egemonia aveva investito tutta la società. Il movimento dei consigli di fabbrica è stato probabilmente la più complessa espressione della maturità operaia in Europa. Sostanzialmente ha rappresentato una vasta democrazia di base sorretta dai processi materiali che si assumeva il compito generale di rinnovare la società in direzione egualitaria. Basti pensare che nella piattaforma dei metalmeccanici (FLM) del ’74-75, tra le rivendicazioni, vennero contemplati il diritto allo studio, il diritto alla casa, il diritto alla salute, cioè i contenuti, gli obiettivi generali che in genere sono di un partito, come del resto la conquista delle 150 ore (ossia l’ottenimento del titolo di studio) durante l’orario di lavoro e quindi a spese del padrone. Si può dire che proprio questo grande ciclo di lotte assicurava al resto della società quegli spazi di libertà che consentivano ai movimenti sociali di riprodursi in continuazione.

E rispetto a tutto ciò, in cosa si differenziavano le richieste dei giovani dei Circoli del proletariato giovanile?
I giovani dei Circoli, ma più in generale il movimento del ’77, avevano un universo socioculturale diverso. Non credevano più nella fabbrica, facevano il possibile per non andarci (anche se più tardi molti di loro vi saranno costretti), diffidavano fortemente della politica e realizzavano preferibilmente i loro universi vitali all’interno delle compagnie di quartiere, dei piccoli gruppi in cui erano cresciuti e di cui si fidavano. Prima era un punto di onore andare in fabbrica: il massimo era l’essere laureati ma fare lavoro politico in fabbrica o addirittura andare a fare l’operaio. Tutte queste scelte tendono invece a cadere con il movimento del ’77. Non si deve però pensare che fosse esclusivamente un fatto culturale, in realtà, come ho detto prima, la fabbrica si stava disgregando sotto l’offensiva padronale della ristrutturazione dei cicli produttivi e questo processo era principalmente favorito dagli stessi vertici sindacali che progressivamente avrebbero delegittimato gli stessi consigli di fabbrica. In parallelo iniziava il grande ciclo del decentramento produttivo con la conseguente diffusione dell’economia sommersa e del lavoro nero, ed è proprio a questo comparto del mercato del lavoro che i giovani dei Circoli si sentivano destinati mentre la grande fabbrica veniva vissuta come un luogo del disciplinamento e del lavoro poco gratificante. Questo spiega l’importanza data dai Circoli alle ronde contro il lavoro nero, o ronde proletarie, e anche la tendenza o la scelta a radicarsi nel territorio di appartenenza (quartiere, rione o zona della città), proprio perché lavoro, quartiere, tempo vissuto e realizzazione di sé venivano a essere riterritorializzati e, in questo spazio, occorreva, o meglio era indispensabile, produrre il conflitto e l’autodeterminazione della propria esistenza. Questo spiega perché il movimento dell’autonomia diffusa ebbe tanto seguito. Assai meno ne ebbe quello dell’autonomia organizzata nonostante i continui tentativi di egemonizzare queste nuove soggettività. Nel caso milanese occorre dire che per ciò che riguarda l’area dell’autonomia non c’è mai stato un gruppo egemone come invece, per esempio, a Padova con i Collettivi Politici o a Roma con i Volsci; a Milano c’erano molte componenti diverse. C’era Rosso, il cui riferimento intellettuale (ma non l’unico) era Toni Negri, c’era Senza Tregua, formato essenzialmente dall’ex corrente operaia di Lotta Continua oramai autonomizzata. Poi c’era il Coordinamento Organismi Autonomi Zona Sud, che aveva sede nel CoCuLo, ovverosia del Comitato Comunista di Unità e di Lotta, che aveva grandi esponenti intellettuali come il mitico avvocato Giuliano Spazzali o Rudi Pallabazzer (che si firmava Paolo Frignano perché era nato nel paese omonimo vicino a Napoli). Nel frattempo si era anche sciolto Servire il Popolo e i suoi militanti avevano dato vita alla rivista La Voce Operaia, una sorta di autonomia marxista-leninista. Quindi c’erano almeno quattro componenti milanesi dell’autonomia che non andavano granché d’accordo tra di loro ma che erano comunque molto massicce nelle azioni di lotta. Orizzontarsi dentro questo puzzle milanese era quindi come muoversi in un labirinto. In questa situazione i Circoli si muovevano con molta circospezione e pur frequentando alcune sedi dell’autonomia (soprattutto Rosso e il CoCuLo) non sono mai stati riconosciuti completamente nella loro progettualità politica.

La libreria come vive quel periodo?
In questo clima, mentre si passa dal ’76 al ’77, la vita quotidiana della libreria registra trasformazioni considerevoli. I giovani del movimento ’77 si mischiano con i vecchi militanti, le componenti libertarie e situazioniste si rinnovano e si diffondono. A fianco poi c’è l’estensione generalizzata delle pratiche femministe che dopo e durante la sperimentazione dei gruppi di autocoscienza si dotano di giornali, riviste, sedi proprie. Certamente l’emergere delle tematiche femministe contribuisce a dare il colpo definitivo ai gruppi verticali. Molte militanti uscirono dalle organizzazioni e altre rimasero all’interno ma anche queste ultime con profonda e rinnovata autonomia. Tutto ciò che riguardava l’autorità maschile sia in politica che nel privato venne rimesso in discussione dalle fondamenta. La battaglia contro i ruoli produsse sfracelli sia in politica che tra le coppie dei compagni. Ci furono moltissime separazioni con conseguenze spesso drammatiche sulla vita dei militanti maschi. In realtà la gran parte della politica militante era stata fortemente caratterizzata da un maschilismo strisciante, o di contenuti, e la rivolta delle donne trovò gli uomini totalmente impreparati a fronteggiare queste nuove identità. Comincia così in Calusca una processione di compagni più o meno giovani che hanno in crisi la coppia e di conseguenza fanno un uso accelerato di psicoanalisi e di testi sulla sessualità per capire dove diavolo vanno a finire o meglio che cosa è successo alle loro esistenze private investite dal ciclone femminista. E’ un periodo, e durerà molto, di grande malessere per gli uomini. Il ’77 sarà dunque un anno assolutamente faticosissimo da vivere in libreria. Faticoso proprio nei rapporti interpersonali quotidiani anche se, come riscontro, vi è una grande ricchezza derivata dall’inquietudine e dalla ricerca di nuove vie e di nuove culture. In questo quadro ci sono i drammatici scontri di Bologna, la grande e violenta manifestazione di Roma e le prime sperimentazioni dei nuovi modelli repressivi prodotti dai governi di unità nazionale. Partono cioè i vari teoremi che fanno un tutt’uno della complessità del movimento, che tentano di appiattire le culture politiche sulla tematica del complotto unitario o del fiancheggiamento degli allora ultra-minoritari gruppi armati. In prima fila a soffiare sul fuoco o a gestire direttamente la repressione è, come avevamo previsto, il PCI, oramai nell’area governativa. Partono così le prime incriminazioni per associazione sovversiva a Bifo e agli altri di Bologna, viene chiusa manu militari Radio Alice e Toni Negri si rifugia una prima volta in Svizzera perché inquisito anche lui per una fantomatica associazione sovversiva. Il PCI usa tutta l’efficacia dei propri mezzi di comunicazione e tutta la forza che ha in fabbrica per criminalizzare qualsiasi cosa si muova alla sua sinistra. Famosi sono per esempio i questionari distribuiti dalle varie federazioni del PCI nelle fabbriche e nei quartieri. Il loro contenuto era un vero e proprio invito alla delazione, a denunciare cioè attraverso la cultura del sospetto chiunque non rientrasse nella linea di collaborazione con il PCI stesso. In questa direzione si può dire che più che la classe operaia che si fa stato di berlingueriana memoria, si determina piuttosto il PCI che si fa magistratura e forza di polizia. Nella pubblicistica ufficiale comunista e democristiana (ma anche degli altri partiti), il pentitismo e la delazione diventano categorie e valori morali. Le conseguenze, nel tempo, sul piano della cultura giuridica e in genere degli universi etici del paese saranno terribili e i suoi esiti sono fin troppo evidenti ancora oggi. Tornando a quegli anni, personaggi come Pecchioli e Violante sono i diretti ispiratori dei magistrati inquirenti e il sistema politico sembra voler delegare alla magistratura il ruolo vicario del parlamento mentre nelle aule dei tribunali si consumeranno qualche anno dopo autentiche infamie giuridiche. Avviene nei fatti il passaggio, intuito precedentemente, dalla strategia della tensione alla politica dell’emergenza. Tutto ciò che non rientra nella compatibilità del sistema viene sussunto dentro la categoria di emergenza per essere represso o intimidito. Vengono effettuate in continuazione moltissime perquisizioni in tutta Italia: a me smontano sette o otto volte la casa e la libreria. Perquisire la libreria era poi un problema perché ci volevano giorni interi di lavoro: c’era una montagna di carta da esaminare e quindi, regolarmente, arrivavano 10 carabinieri che per ore si mettevano a cercare documenti sovversivi.

E li trovavano?
Indubbiamente c’erano anche documenti sovversivi ma erano anni che circolavano. Per un periodo c’era stata sulla legge della stampa un’impunità conquistata nelle lotte e quindi anche i gruppi clandestini avevano l’abitudine di arrivare in libreria, soprattutto al sabato quando veniva moltissima gente, portando i loro comunicati che poi tu te li trovavi lì, in mezzo alle riviste, senza sapere chi te li avesse lasciati. E c’erano anche le risoluzioni strategiche con la stella delle BR. A questo proposito c’è da dire che, fino al ’76, questi gruppi erano in realtà minoranze assolute, non credo che ci fossero più di cento clandestini in tutta Italia. Per chiunque fosse dentro al movimento, un incontro con un brigatista o con un altro clandestino era sempre possibile. Due anni dopo sarebbe stato una tragedia, ma in quel momento non era così grave: qualcuno ti veniva a chiedere se volevi fare una riunione in un posto qualsiasi alla periferia di Milano o di Torino e capivi che lì ci trovavi anche i clandestini. Ma tutto ciò non era vissuto come una dimensione pericolosa, non c’erano ancora le leggi speciali e fino a quel punto c’erano stati solo due morti, due missini ammazzati a Padova, un evento che, tra l’altro, venne considerato un errore dalle Brigate Rosse, niente di più di questo. Qualche rapimento, Sossi per esempio, azioni dimostrative, la propaganda della lotta armata, gli incendi delle macchine dei caporeparto ma non ancora una vera e propria strategia di azioni di lotta armata. Il ’77 nel vissuto quotidiano ti costringeva così a un superlavoro straordinario per essere presente in cento luoghi diversi. A differenza degli anni precedenti, l’universo dei punti di riferimento era stato sostituito da una moltiplicazione della soggettività di massa talmente ricca che ti costringeva a un continuo aggiornamento nella tua vita quotidiana anche fuori dal lavoro della libreria. Ricordo di aver fatto in quell’anno, 80-90 viaggi in giro per l’Italia per le cose più diverse tra loro: convegni, seminari, conferenze, da quelli piccolissimi per addetti ai lavori a quelli grandi. Era in atto un grande laboratorio sociale e, conseguentemente le aspettative erano moltissime. Però, com’è noto, tutto finì malissimo: teoricamente quella grande elaborazione avrebbe dovuto confluire nell’assemblea del ’77 a Bologna ma, a fronte del tentativo dell’autonomia più dura di gestire politicamente questa soggettività, che in realtà non era gestibile secondo i criteri politici tradizionali, tutto finì in una disgregazione totale.

E questo proprio mentre nel Paese avanzavano le leggi repressive
Nel ’78 il clima cambia un altra volta. La sconfitta del movimento ’77 lascia un grande vuoto. Molti pensano che non ci siano più spazi di agibilità possibili per agire alla luce del sole. Sostanzialmente inizia una lunga fase di clandestinizzazione del movimento. Inizia una nuova fase storica. Le leggi speciali cominciano a funzionare, l’offensiva del Partito comunista diventa sempre più dura: ci sono le schedature in fabbrica, ci sono i militanti del Partito comunista che svolgono un ruolo di cardine tra la magistratura e la polizia Quelli che provengono dalle precedenti esperienze di militanza, soprattutto gli ex di Lotta Continua, quelli della corrente di Senza Tregua, perdono potere in fabbrica perché l’azione del sindacato è quella di far fuori il consiglio di fabbrica dei delegati che era un po’ il luogo della democrazia di base della classe operaia. Facendo saltare quello, saltano automaticamente tutta una serie di agibilità politiche sul posto di lavoro ed era ciò che voleva il padronato. Per la ristrutturazione accelerata che avevano iniziato i padroni c’era bisogno di eliminare la rigidità operaia, c’era bisogno di eliminare le componenti sovversive interne, i gruppi che sostanzialmente tiravano a volata le lotte. Quindi si mette in atto un processo distruttivo che viene colto dai militanti, dagli operai politicizzati o dagli operai intellettualizzati del periodo precedente come una impossibilità nel proseguire la lotta con metodi legali. E così avviene un passaggio in massa alla clandestinità: dai 100 presunti clandestini del ’76 si passa ai 2-3 mila del ’78. Significa che in un anno e mezzo avviene una scelta di massa che coinvolge non solo gli ex operai di Lotta Continua, i militanti delle zone periferiche della città ma anche una parte rilevante dei collettivi autonomi o giovanili dell’hinterland metropolitano. Nel ’78 ci si ritrova ad avere, solo su Milano, almeno 150 o 160 sigle clandestine armate, le più famose erano Prima Linea, Brigate Rosse ma vi erano anche le FCC, le BCC, le Brigate Lo Muscio, con un’escalation di attentati dimostrativi molto forti e con una moltiplicazione, anche a livello nazionale, di omicidi. Tutto piomba dentro questo clima. Dopo la ventata creativa del ’77, nel 1978 avviene questo pesante giro di boa. In libreria tutto ciò viene avvertito molto bene. Si verifica una scissione. A fronte del disagio del vissuto quotidiano da parte di moltissimi compagni, c’è come un ritorno su se stessi, cui si accompagnano il consumo dell’alimentazione alternativa, della medicina alternativa, dell’interpretazione della vita stessa in termini alternativi. Una casa editrice come l’Astrolabio che pubblica psicoanalisi, esoterismo, discipline del corpo quali yoga, zen e quanto di collegato a essi esista, nella mia libreria, decuplica le vendite nel giro di un anno. Da un dato così tu capisci che è in corso una modificazione profonda dei soggetti, un disagio esistenziale drammatico. Il ’77 era apparso come l’ultima grande possibilità di ricomposizione tra sociale giovanile e progetto politico, tra rivolta esistenziale e modello operaio. L’accumulazione dei saperi prodotti nei cinque o sei anni precedenti aveva generato un soggetto che non diventava sovversivo quando entrava nel posto di lavoro ma vi arrivava già ribelle, sovversivo appunto. Ciò venne considerato intollerabile dagli analisti del Partito comunista ma anche dalle élite industriali e politiche. C’era, infatti, da parte di tutte queste forze un grande lavoro intorno a questi temi e la sintesi di questa ricerca fu il Rapporto della commissione Trilateral del 1976 dedicato all’Italia, in cui si sosteneva che la conflittualità operaia aveva conquistato un’estensione della democrazia cui bisognava porre limite sia nella fabbrica sia nel sociale e soprattutto nelle scuole dove era arrivata una generazione di professori e di insegnanti che, invece di contribuire a riprodurre le classi dirigenti e i cittadini che aderiscono allo sviluppo dell’economia e della democrazia borghesi, produceva ribelli. Vanno fatti fuori: questa sostanzialmente era l’indicazione che dava la commissione Trilateral, il grande potere sovranazionale delle tre aree più industrializzate del mondo. E alla commissione Trilateral, com’è ovvio, per l’Italia ci partecipavano gli Agnelli, i Pirelli, le élites industriali insieme ad élites militari dello Stato italiano. Tutta questa situazione mise in moto quel processo che provocò l’afflusso di massa nei gruppi armati e che, per quanto mi riguarda, ebbe come conseguenza un aumento dei controlli della polizia nella libreria e nell’abitazione mia e di mia moglie.

Qual era il clima che si era venuto a creare in libreria e tra i compagni a causa di questo processo di criminalizzazione?
Tra i compagni era iniziato un periodo che definirei del silenzio e degli sguardi, un periodo in cui non c’è più comunicazione politica perché una parte di compagni adopera il luogo-libreria per incontri e danno per scontato che tu sai che loro sanno che tu sai e viceversa, il che cambia tutto il clima intorno. Non sto facendo una critica, dico solo che si determina un clima molto difficile, che pretende grande attenzione e grande disponibilità. Da un altro lato invece, il processo repressivo dello Stato determina un ritorno fortissimo al privato dei soggetti sociali che hanno avuto le grandi esperienze nei gruppi politici organizzati e ai quali sono saltati una serie di strumenti interpretativi: non c’è più il riferimento operaio, le organizzazione sono dissolte, i nuovi soggetti metropolitani sono difficili da capire e in più c’è quell’elemento devastante dell’azione femminista che incide sulle loro vite. Quindi si produce una fortissima separazione tra tutte queste scelte. Ad aggiungersi a ciò vi è poi la diffusione, con una rapidità assolutamente straordinaria, dell’eroina nelle periferie. Una parte dei Circoli del proletariato giovanile si sfaldano proprio a causa dell’eroina. E’ come se ai giovani non venissero lasciate altre possibilità se non la lotta armata, l’omologazione e il ritorno a un ipotetico privato o l’eroina. In più vengono poste in campo leggi durissime che, per la prima volta nella storia del Paese-Italia, vedono concordi tutta la magistratura, salvo minoranze di Magistratura Democratica, tutte le forze di polizia e dei carabinieri e tutto il sistema dei partiti. L’intero sistema è schierato per far fuori il movimento. Non tanto per combattere il terrorismo che, come dicevo, in realtà quando nascono le leggi non è ancora di massa e, anzi, lo diventa proprio in conseguenza delle leggi repressive. In realtà l’obiettivo è ristrutturare le fabbriche, ristrutturare lo Stato con la partecipazione possibile o ipotetica del Partito comunista. E’ una fase che avrebbe richiesto da parte di tutti noi una grande intelligenza politica, una capacità di fare il punto come diceva Gianfranco Manfredi nella sua canzone Un tranquillo festival di paura: e siamo tutti insieme ma ognuno sta per sé / la ricomposizione si sogna ma non c’è / si sta sfasciando tutto persino la teoria / perché il nuovo soggetto pare che non ci sia / è tutta una gran merda / la colpa di chi è / lo Stato, il riformismo, i gruppi, non so che. La canzone è dedicata al festival del Parco Lambro del 1976. Un evento veramente drammatico: doveva essere una grande festa del nuovo proletariato giovanile e invece si trasformò in uno scontro tra vecchia composizione politica e nuovi soggetti giovanili. Il Parco Lambro segna in modo irreversibile un passaggio che Manfredi sintetizzò in modo splendido in quella canzone. C’è un enorme e straordinario disagio, un periodo veramente lungo e difficilissimo in cui si rompono le amicizie perché spariscono gli amici, perché gli armati ritengono di avere il diritto di adoperarti, un diritto politico intendo dire, sostengono che qualsiasi forma di critica che fai nei loro confronti potrebbe essere desolidarizzazione, come si usava dire al tempo. In effetti quel pericolo comunque c’era. I resti di Lotta Continua riuniti attorno al giornale scelgono, per esempio, una linea che non ho mai condiviso, quella del né con le BR né con lo Stato, che era una linea di neutralità quando invece proprio in quel momento occorreva una grande battaglia politica di riflessione su questo argomento. Era in atto, come scrivevamo noi della libreria sulla rivista Primo Maggio già alla fine del ’78, un processo distruttivo nei confronti dei movimenti che quasi sicuramente si sarebbe concretato a breve in una grande operazione repressiva. Non era possibile la neutralità né con gli uni né con gli altri. E fu per questo motivo che riprendemmo le pubblicazioni di CONTROinformazione, rivista sulla quale demmo spazio a tutti i comunicati dei gruppi armati: per noi significava farne un problema di comunicazione radicale. Si era rotta, però, quella che abbiamo sempre chiamato la comunità reale. La comunità reale voleva dire che tu sapevi esattamente con chi avevi a che fare: la lealtà della comunicazione pur nella differenza politica produceva un humus, un modo di stare nel mondo che generava affettività oltre che identità politica, iniziativa culturale o sociale. Tutto ciò si frantuma in moltissime parti. Non a caso è un periodo in cui vivevi in prima persona le storie di moltissimi suicidi. Solo per quanto riguarda l’area della libreria io ho conosciuto trentacinque persone che in quel periodo si sono tolte la vita. Per esempio ve n’è uno famoso, un ex di Avanguardia Operaia su cui è nato un libro della Feltrinelli. Tra i molti particolarmente drammatica e dolorosa è per noi la vicenda di Giancarlo Buonfino, uno dei nostri di Primo Maggio. Era forse uno dei più geniali grafici europei e aveva scelto di mettere i suoi saperi a disposizione del movimento invece di mercificarli nella professione o nella carriera. Era stato anche uno dei maestri di Zamarin, l’inventore di Gasparazzo, il personaggio operaio dei fumetti che pubblicava il quotidiano Lotta Continua (a sua volta morto mentre di notte faceva la distribuzione del giornale). E’ difficile persino spiegare l’enorme capacità creativa di Buonfino. Famoso, per esempio, è un suo film d’animazione intitolato Totem che realizzò praticamente da solo con una cinepresa a passo uno e decine di migliaia di disegni, o ancora una sua straordinaria ricerca sulla grafica e la propaganda operaia agli inizi del secolo che peraltro è rimasta per larga parte impubblicata. E così Zamarin che muore nella nebbia mentre svolge un compito militante o Buonfino che si interroga fino all’autodistruzione sul ruolo del lavoro intellettuale nella società del capitale, sono tutte espressioni della radicalità con cui ognuno doveva confrontarsi nel processo rivoluzionario. Distruggere il ruolo del tecnico o dello scienziato come forza ostile alla liberazione della classe e ricomporre il rapporto tra lavoro manuale e intellettuale assumevano in questa direzione valenze estreme. D’altronde il tragico esito delle esistenze di alcuni collaboratori di Frigidaire (e prima de Il Male) negli anni Ottanta dimostra quanto profondi fossero gli interrogativi sulla funzione del lavoro creativo e con quanta radicalità gli stessi venissero vissuti. Molti anni dopo ne parlai con Andrea Pazienza (geniale artista e autore di strip del movimento ’77 e anch’egli travolto dalla morte giovanissimo) e lui mi ha disegnato un volto carico di orgoglio, rabbia e forse pazzia con sotto scritto: Non sarà la paura della follia a costringerci a tenere a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione. Con questo voglio dire che era difficile capire fino in fondo questa frattura della comunità reale e soprattutto come starci dentro, con quali strumenti. Molti scappavano: dopo il ’79 poi la fuga era diventata di massa. D’altra parte, per parlare solo della mia esperienza, in un anno e mezzo, c’erano stati, solo tra quelli segnati nello schedario della libreria, 681 arrestati. Una parte di questi erano anche molto amici e compagni della mia vita. Se si mettono insieme questi amici agli amici morti, credo che risulti chiaro e comprensibile il perché per un certo periodo abbiamo rischiato un po’ tutti di stare sospesi tra la follia e la ragione. Anzi credo che non ci siamo mai ripresi del tutto da quel periodo. C’era mia figlia Maysa, allora aveva dieci anni, che vedeva alla televisione passare le immagini degli arrestati accompagnate dalle definizioni assassino, terrorista, e mi diceva: ma papà questi non sono nostri amici?, come per dire che cazzo succede, è mai possibile che i miei migliori amici siano così?. Molte volte ha anche pianto e Sabina che era addolorata e disorientata quanto lei, doveva trattenere a sua volta le lacrime e lo sconforto. Molti di questi compagni erano abituali frequentatori della nostra casa, con molti avevamo fatto le ferie insieme e Maysa li considerava come una grande collettività dolce e protettiva.

Quando arrivano gli anni in cui non c’è più nulla, anche la Calusca scompare
Quando chiudiamo la libreria nel 1985 è proprio perché c’è molta stanchezza: Si sarebbe potuto andare avanti ma non c’erano più le energie soggettive per proseguire. Non era solo una questione di soldi: la Calusca era talmente nota che se avessi lanciato una sottoscrizione nazionale la si sarebbe salvata ugualmente. Non c’era proprio più la volontà. Posso anche assumerla soggettivamente come responsabilità: in tutto ciò, oltre al politico infatti, si è frantumato anche il privato, nel senso che il mio matrimonio con Sabina, che è stato un elemento determinante nella gestione dell’equilibrio di questo lungo percorso degli anni Settanta nell’esistenza della libreria, si è rotto. Per causa mia suppongo, nel senso che avevo iniziato una relazione con un’altra donna, a suo modo anche lei straordinaria. Questo saltare della struttura familiare, che ripeto, e stato un elemento di equilibrio e di ricchezza creativa che permetteva i ritmi da 10 ore al giorno passate in libreria con centinaia di persone che venivano e con un incrocio di 50 riviste e due circuiti di distribuzione, fa collassare tutto, interamente, e non a caso finisce tutto quanto insieme. Non è tanto l’aver incontrato in quel periodo un’altra donna, che potrebbe anche sembrare banale o normale, il fatto è che è proprio in quel periodo che avviene tutto: crisi della comunità reale, dissoluzione di un’esperienza politica e umana, crisi della libreria. Così sono andato anch’io fuori di testa. Tra il 1985 e il 1987 sono stato molto male: ero fuori casa, disperso nelle abitazioni della città che mi ospitavano, però non era la stessa cosa che avere il luogo con tutti i tuoi libri, tutte le tue riviste, il tuo mondo, la tua riflessione e la tua donna solidale e appassionata. Bevevo molto, una volta sono stato privo di memoria per due giorni a causa dell’alcool. Mi ero completamente sfatto di alcool o di tranquillanti perché non riuscivo a capire esattamente dove stavo andando.

Come ne sei uscito?
Dopo la crisi venne il momento di inventare una nuova situazione, senza però dimenticare tutto quanto era stato. Inventare un’altra situazione voleva dire dotarsi nuovamente di strumenti, di comunità reali più o meno inventate o accettate. Questo è stato il mio percorso degli ultimi anni: mettermi a lavorare come ricercatore una dimensione nella quale posso acquisire saperi dalle nuove élite mantenendo contemporaneamente i miei saperi andando a osservare come il livello alto della tecnologia, dell’innovazione tecnologica, delle nuove forze produttive abbia la sua ricaduta nel sociale con la frantumazione di migliaia di soggetti nell’eroina, nell’emarginazione o nell’omologazione.

Oltre a occuparti della Calusca oggi lavori dunque come ricercatore?
Sì, lo faccio da libero professionista per una società milanese, il Consorzio Aaster che lavora pressoché esclusivamente con le istituzioni ovverosia lavora con il CNEL, con il CENSIS, con la Regione Lombardia e altre realtà di questo tipo. Recentemente abbiamo fatto una ricerca per la CGIL sulla Lega Lombarda che è durata moltissimi mesi. L’anno scorso abbiamo invece realizzato una ricerca che ha portato alla prima conferenza nazionale sull’immigrazione. Non sono un dipendente di questa società, che peraltro è stata fondata da un mio amico e compagno, perché ritengo di essere soggettivamente troppo irregolare per identificarmi completamente in un progetto di ricerca che, comunque la si metta, richiede comunque qualcosa di più di una prestazione professionale, richiede, cioè, anche un’adesione più profonda. I rapporti amicali mi consentono invece di aderire alle ricerche più corrispondenti ai miei interessi e nelle quali posso a mia volta dare un risultato migliore di collaborazione. Questo lavoro oltre all’indubbia anche se limitata funzione economica, mi ha permesso di acquisire intelligenza e saperi per così dire sul campo. Molti pensano che lavorare con le istituzioni sia una forma di contaminazione e probabilmente in generale è abbastanza vero, ma io penso che uno in possesso di una sua relativa maturità, di identità e di saperi non debba temere questo confronto. Certamente è sempre una sfida perché non sai mai se fornisci più intelligenza tu a loro o se sei tu a prenderne. Però io penso che oggi sia indispensabile stare nel punto più alto della ricerca e contemporaneamente che sia indispensabile vivere anche nei luoghi dove più visibile è la ricaduta dei grandi processi di trasformazione o dove la mutazione del paradigma tecnologico accenna a dare delle risposte diverse dalla semplice integrazione-accettazione.

E’ il pensare con il corpo di Vittorini
Sì, sostanzialmente sì: anche i cyberpunk dicono tenere i piedi in strada e la testa nelle tecnologie. Più o meno si tratta sempre di fare questo gioco ed è per questo motivo che la riapertura della Calusca serve, perché ci deve essere un’agenzia di riferimento che fa rete con la città come storicamente ha sempre fatto: luogo di movimenti non solo milanesi o nazionali ma, se riuscirà, internazionali. Non poteva essere così quattro anni fa: oggi sì, vuol dire probabilmente che fa parte dei nuovi segnali nell’aria.

Di tutta questa storia degli ultimi quindici anni, oggi che cosa resta?
Di tutto ciò restano delle minoranze sparse in giro per l’Italia che hanno salvato parti consistenti di identità, nonostante il carcere o i processi, che a loro volta pero hanno difficoltà a metabolizzare il nuovo moderno, cioè la nuova fase, che è globale, che è fatta di innovazione continua e che non permette più di avere come riferimento una figura forte come la classe operaia Queste sono minoranze sparse in tutta Italia che, a volte, si sono incrociate con nuove composizioni giovanili: è il caso dell’area padovana e in parte dell’area toscana. Nel caso di Milano la distruzione è stata veramente profonda, totale radicale, non si è salvato quasi nulla. A volte si fanno delle critiche ai giovani del centro sociale Leoncavallo: nessuno si rende conto però che non c’è stata città in Italia in cui le figure politiche di riferimento, gli organismi, le culture le riviste siano scomparse così totalmente come a Milano. A Milano ricostruire e molto più difficile: quelli del Leoncavallo possono essere apparentemente meno dialettici in rapporto ad altri centri sociali nazionali ma, in realtà, non è cosi: e una condizione obbligata per chi sta dentro, nel punto centrale nel cuore della ristrutturazione finanziaria, economica, produttiva, tecnologica che produce un nemico che forse è poco visibile ma che ti tritura quotidianamente. A Milano non hai spazi di socialità dati: città come Padova o Bologna ne hanno molti di più con l’effetto positivo di un maggior tempo per il soggetto di riflettere sul proprio ruolo nel mondo. Le risorse anche a Milano ci sono ma andrebbero socializzate. Nell’ultimo decennio non c’è stata la possibilità di trasmettere la memoria, che non è la mitizzazione delle lotte dei decenni scorsi, perché i cicli di lotte finiscono e il compito delle intellettualità e proprio quello di immaginarne altre (altrimenti è una regressione tipo quella che io vedo in Rifondazione Comunista che rischia di essere un tornare indietro per attestarsi su un’identità precedente, non tenendo conto che molti strumenti del passato sono spuntati in rapporto alle realtà di organizzazione dei poteri attuali) ma atterrebbe alla possibilità di offrire uno spettro di riferimento complessivo, di strumenti e di conoscenza che sono l’esatto opposto dell’omologazione dentro una formazione politica. E’ una soggettività critica dotata di una forte strumentazione interpretativa che è utile per modificare se s essi in rapporto al mondo, in rapporto al proprio privato, al rapporto uomo- donna, al rapporto follia-ragione, al rapporto con il denaro.

Prima hai citato i cyberpunk. Qual è il tuo giudizio su questa corrente che è andata affermandosi anche in Italia negli ultimi anni?
In qualche modo i cyberpunk italiani sono nati in Calusca a partire dalla saletta data in gestione ai punk nel 1985. Lì è nata la rivista Decoder che oggi rappresenta la punta più avanzata e sociale di questa tendenza. Dall’iniziale rivista e poi nata la Cooperativa editoriale Shake e la rete telematica autogestita Cybernet. Io credo che l’incontro di Gomma, Raf, Paoletta, Marina, Rosy, Philopat e Gianni con la Calusca fosse quasi un fatto scontato perché i luoghi metropolitani si attirano a vicenda per affinità, i messaggi lanciati da un luogo giusto si incrociano con i bisogni e la ricchezza soggettiva ne viene potenziata. Con i punk prima e con i cyberpunk dopo, lo scambio di intelligenze, saperi e progetto è stato paritario. E’ stato un arricchimento reciproco. Io credo che il cyberpunk sia la prima risposta, il primo sensore antagonista dell’epoca del postfordismo. Dopo la lunga teorizzazione punk che vedeva nell’espansione delle nuove tecnologie il realizzarsi della profezia orwelliana del Grande Fratello e quindi l’ipotesi di un mondo dominato dalla falsificazione mediatica, i cyberpunk rovesciano completamente questo vissuto angoscioso decidendo di confrontarsi con il nuovo paradigma tecnologico piegandolo a proprio vantaggio. L’uso sociale delle tecnologie diventa in questo modo la nuova frontiera del confronto antagonista con il nuovo assetto produttivo. A me questo sembra un percorso di grande e nuovo interesse anche se immerso nella tradizione rinnovata delle controculture. Nella mutata condizione storica i cyberpunk ripercorrono la strada dei grandi movimenti hippies e beat degli anni Cinquanta e Sessanta. Le controculture hanno proprio questa straordinaria funzione storica: quella di anticipare i successivi movimenti più politicizzati. In questa fase, del resto, io penso che non sia consentito avere speranza nella fuga o nell’esodo. Occorre, a mio giudizio e ancora una volta, stare dentro e contro.

Hai fatto un riferimento critico alla teoria dell’esodo che negli ultimi tempi è stata avanzata da alcuni settori intellettualizzati dell’area dell’ex autonomia operaia Per molti, però, quella teoria ha solo il senso della provocazione
Sì, in un certo senso è anche una provocazione che però ha una sua solida base teorica e ha radici nella difficoltà di immaginare una sinistra oggi. Noi stiamo vivendo in effetti una transizione epocale da un sistema produttivo a un altro. Alcuni dicono che questa è la seconda rivoluzione industriale, altri la terza, ma tutti concordano nel considerare l’epoca attuale come una fase di passaggio strategica dei modi di produzione e del conseguente assetto della società. Per dirla con Marshal Berman che ha scritto uno dei più bei libri degli anni Ottanta: L’esperienza della modernità essere moderni vuol dire essere parte di un universo in cui, come ha affermato Marx, tutto ciò che sembrava solido e conosciuto si dissolve nell’aria in un tempo brevissimo. Tutto questo produce spaesamento, angoscia, senso di perdita e non è sufficiente il ricorso alla memoria o alla tradizione delle lotte precedenti per superare questa condizione. In questo senso se è indubbiamente comprensibile che molti compagni del movimento siano entrati in Rifondazione Comunista per continuare ad avere magari una bandiera di riferimento, ciò nondimeno non credo che la soluzione sia quella. Il capitale, la borghesia, vecchia o nuova che sia, sono forze rivoluzionarie che storicamente sono costrette a rivoluzionare continuamente i mezzi e rapporti di produzione e con essi l’intera gamma dei rapporto sociali. Compito degli antagonisti è attuare un’eguale e rovesciata rivoluzione delle proprie forme di lotta. Qualsiasi nostalgia del passato, per quanto straordinario esso possa essere stato, rischia di essere una scelta regressiva e frustrante anche se concordo dialetticamente con l’affermazione che la lotta degli uomini contro il potere è anche la lotta della memoria contro l’oblio. E’ vero peraltro che vi sono fasi intermedie in cui gli oppositori hanno bisogno di rileggere le trasformazioni intervenute, ovvero di rifondare il proprio progetto rivoluzionario per ricomporre le file del movimento. Il concetto di esodo deriva in parte da questa necessità. Il riferimento metaforico è, come ovvio, quello degli ebrei che abbandonano l’Egitto della repressione per andare in cerca della terra promessa, ma nel corso dell’esodo si fermano appunto vicino al monte Sinai per dotarsi delle Tavole della Legge, delle nuove leggi e regole. Ora io penso che l’esodo rimanendo dentro sia un mezzo per raccogliere le tribù sparse del movimento per creare un luogo dove darsi nuove leggi e nuovi strumenti di comunità per poi tornare all’attacco dell’ordine costituito. Un ipotesi di questo genere ha un suo fascino e prevede un’idea di res publica dal basso, composta di minoranze che non hanno nessuna intenzione di diventare maggioranza ma che si riconoscono in una nazione virtuale, è l’arcobaleno delle differenze che diventa progetto e ricchezza In questa direzione e nei primi mesi della riapertura della libreria mi sembra che i segnali siano molti e positivi. Sono nate due nuove riviste come Altreragioni e DeriveApprodi mentre una rivista preesistente, Balena bianca, è stata in parte rifondata e Decoder ha quasi raddoppiato la tiratura. Del resto gli stessi compagni di Luogo Comune che hanno introdotto la tematica dell’esodo, dopo un lungo periodo di silenzio torneranno a breve a uscire con regolarità. Più in generale vi è un grande fermento di piccoli gruppi nelle università e in molti luoghi sociali mentre il panorama politico istituzionale è letteralmente sconvolto da tempeste interne che sono anche l’espressione dell’invecchiamento del ceto politico. Io credo che in questo vuoto si aprano spazi di sperimentazione non statuale. Ciò sarà tanto più possibile a misura che sarà arrivata a maturazione la riflessione e la comprensione della rivoluzione in atto nelle società del capitalismo maturo e questo senza fermarsi a gratificarsi più che tanto sulla dissoluzione miserrima del sistema dei partiti. La colossale sbrinatura del sistema politico italiano richiede una nuova e profonda progettualità magari abbandonando le illusioni di incontaminata purezza creativa delle opposizioni giovanili degli anni Ottanta. In ogni caso mi piace pensare che i movimenti non siano mai scomparsi ma che stiano semplicemente dormendo.

Di fronte a un’affermazione come quella che fa Franco Piperno ovverosia che il comunismo in realtà non bisogna aspettarlo esso è già tra noi, latente, qual è la tua posizione?
Ne sono sempre stato convinto, anche quando ai tempi di Potere Operaio Piperno diceva cose diverse. E’ indubbio che il movimento che chiamiamo genericamente comunista, è un processo storico che non ha un inizio e una fine con la presa del potere. L’ideologia della presa del potere è dei gruppi verticali organizzati degli anni Settanta che hanno elaborato questa interpretazione un po’ spuria del concetto leninista di potere secondo le tappe classiche, cioè sciopero generale, insurrezione, disintegrazione dei poteri, dell’esercito e della polizia. In realtà un uso più flessibile di questo concetto ti fa interpretare il comunismo come un movimento tendenziale che avviene attraverso un procedimento semplice: tu nasci in una società del capitale nella quale sei costretto o ad aderire o a inventarti un’altra strada. Per inventare un’altra strada devi però contrapporre un’elevata capacità di produrre saperi e di proporre un modo diverso di vivere dentro la società del capitale. Questo è il processo comunista che parte dalla trasformazione del soggetto per diventare movimento collettivo, per diventare cioè comunità e intelligenza collettiva. Credo che la cosa più drammatica per l’élite economica e politica degli anni Settanta sia stata non tanto l’azione dei gruppi politici verticali organizzati quanto il processo reale complessivo dei soggetti. Sono convinto che la gran parte delle centinaia di migliaia di operai che facevano il sindacato dei consigli non avessero poi nemmeno talmente chiaro uno schema ideologico di riferimento. Avevano però una condizione di classe che, tramite un humus complessivo che li circondava e grazie alla soggettività di cui erano portatori dentro il degrado del processo produttivo, l’hanno rovesciata, proponendo una critica quotidiana del fordismo attraverso il comportamento dentro la fabbrica, nella produzione e nell’autorganizzazione politica. Altrettanto hanno fatto le parti più intelligenti dei movimenti sociali. Quello che è stato, quindi, è un processo che difficilmente avrebbe potuto non lasciare tracce profonde. Credo che decine di migliaia di soggetti siano segnati inesorabilmente da tutto ciò e che nel loro corso quotidiano continuino a produrre uno scambio comunicativo che fornisce questo tipo di indicazioni. E’ una filigrana interna alla società.

Oggi, che contenuti e che obiettivi può avere una possibile opposizione?
I luoghi oggi sono determinanti, nel senso che fuori vi è un processo di sussunzione complessiva della vita e delle economie, della cultura: tutto è merce. Poi ci sono dei luoghi, invece, dove questo viene rifiutato. Io credo che questa sia una fase in cui chi ha la capacità, la credibilità, la soggettività di avere luoghi, può non tanto fare progetto politico, a mio modo di vedere, almeno in questa fase, quanto invece fare un’altra cosa che è strategica e indispensabile: trasformare quei luoghi in centri di ricerca, o per lo meno una parte della loro attività destinarla alla formazione e alla ricerca. Se il sapere è diventato una merce produttiva, direttamente in quanto tale, o inglobato nella macchina, nella tecnologia o nell’informazione, che è la sua estensione più grande, si devono fare di nuovo scelte esistenziali ma se la scelta esistenziale non è nutrita da una cultura sofisticata e complessa, cioè di continua produzione e autoproduzione, la scelta si limiterà a produrre solo disagio esistenziale Dalla rivolta esistenziale all’autoproduzione del soggetto c’è un passaggio strategico che è la capacità di impadronirsi di strumenti di conoscenza diversi che permettano di decodificare, di destrutturare, di far saltare lo schema avversario: altrimenti senza questa fase di accumulazione primitiva culturale di saperi non ne viene nulla. Dicevo prima che i dieci anni antecedenti il ’68 sono stati dieci anni di accumulazione enorme di saperi con comportamenti quotidiani apparentemente normali, se si esclude la visibilità degli hippies e dei beat, però era in corso un laboratorio sociale di accumulazione di saperi che metteva in discussione tutto. Ciò era avvenuto anche negli anni Venti stava avvenendo nel ’77, quindi è un’esigenza che appartiene al processo storico determinato di una formazione economica e politica, che è quella del capitale con le risposte a essa dei vari soggetti. Io ho la sensazione che stia avvenendo anche oggi qualche cosa di simile: se non sbaglio nell’ultimo anno ho fatto almeno cento dibattiti in ottanta luoghi diversi in Italia, da Vasto a Napoli, da Roma a Padova, da Badia Polesine a Bologna, a Genova e mi rendo conto che, pur essendo minoranze quelle che incontri, la modificazione avvenuta è forse sostanziale. Fino a qualche anno fa tra il pubblico trovavo due terzi di persone conosciute, ovverosia che conoscevo da almeno dieci anni, adesso verifico che c e una gran parte di giovani sconosciuti che chiedono una quantità enorme di informazioni e di riferimenti, superiori, per esempio alle mia personale capacità di dare risposte. Ciò significa che è in corso qualcosa. Faccio un esempio riferendomi ancora ai cyberpunk. In una prima fase la tentazione di sabotare il terrorismo mediatico è stata molto forte e in parte alcune componenti la pensano ancora così. Si andava dal semplice sabotaggio alle cabine telefoniche al mito di Chomski che va in galera perché sabota un calcolatore Poi, successivamente, mi sembra che si sia cominciato a riflettere sul come mettere effettivamente il bastone tra le ruote negli ingranaggi così perfettamente oliati delle macchine comunicative moderne. La risposta non poteva che essere la necessità di conoscere in profondità la nuova e mostruosa macchina comunicativa. Ed è nel corso di questo processo di riappropriazione di competenze che si scopre la possibilità di usarla per fini diversi e nel contempo si scopre anche la fragilità complessiva delle nuove tecnologie Ciò significa che mentre acquisisco conoscenza mi rendo conto che posso pure gestire le mie conoscenze in maniera diversa. Non è che la cosa sia nuova nella storia dei comportamenti collettivi: è noto che una parte rilevante del movimento operaio all’inizio dell’Ottocento era luddista, sabotatore, perché pensava che con le macchine utensili si era affermato definitivamente il potere del capitale, dell’ascesa del capitale sull’uomo e quindi bisognava sabotarle. Da lì si forma la figura moderna dell’antagonismo che, dentro al processo complessivo capitalistico produrrà il conflitto. Ora, credo che il percorso fatto da coloro che sono ancora identificabili nell’area della controcultura radicale, come i cyberpunk per intenderci, abbiano messo in moto lo stesso meccanismo: hanno scoperto che un uso sociale delle tecnologie poteva essere rovesciato addosso al potere. Allora questo è uno dei tanti sensori di un avvenuta metabolizzazione della distruzione, della lunga fase distruttiva degli anni Ottanta: c’è, ma nessuno glielo ha insegnato, è avvenuto come percezione soggettiva ed è nutrita di tante culture che precedentemente erano frammentarie e che in quell’elaborazione hanno trovato sintesi. E’ particolarmente rilevante quanto avviene in questo modo perché è un percorso che si snoda contemporaneamente nel mondo occidentale: senza che si siano mai conosciuti hanno pensato la stessa cosa contemporaneamente a Londra, nel Texas, ad Amburgo o a Milano. Il che vuol dire che nei cicli storici sostanzialmente c’è un periodo distruttivo che frantuma e macera i soggetti, poi c’è però anche una ricomposizione che rimette in moto delle intelligenze, parziali, minoritarie, collettive, ma che sono i sensori della trasformazione in atto. E’ una trasformazione che si vede anche in altri ambiti: il movimento degli studenti, la Pantera e poi ancora la gente che ricomincia a fare controinformazione autogestendo l’informazione. E’ un processo unico, anche se diversificato, che magari avrà teoricamente una sua possibile disarmonica sintesi tra qualche anno, ma è un processo in atto. Sono ricominciati larghi frammenti di laboratorio sociale che ancora non possono essere progetto politico. L’unica cosa che si può dire è che si sta attivando una stimolazione delle intelligenze che porta a considerare i saperi un elemento determinante del piacere di stare al mondo, un nutrimento complessivo della soggettività quotidiana. Questa trasformazione sta avvenendo nei fatti, per percorsi che sono paralleli, in una somma di microstrutture e di comportamenti la cui unitarietà è data dai fatti reali, ed è un elemento di risposta esistenziale in atto nell’età della tecnologia flessibile nella quale si incrociano l’ira di dio di riferimenti, dai situazionisti agli operaisti agli storici della Resistenza. Come ci si sia arrivati fa parte dei processi reali, non è che cl sia una spiegazione sociologica: fa parte di tanti frammenti che prima rimanevano separati e che invece lentamente si fondano nel soggetto creando la sua identità. Questo è un processo in atto che richiede, nella sua fase intermedia, un continuo afflusso e una stimolazione di saperi e di informazioni: altrimenti si neofondamentalizza nel punto raggiunto, crede che quello sia un punto di arrivo che gli ha permesso di confrontarsi, invece è semplicemente il tempo storico necessario alla formazione del soggetto perché dia la risposta alle modificazioni della forza innovatrice e rivoluzionaria del capitale. Chi fa oggi un progetto politico complessivo in realtà opera una sola determinazione: mischiarsi col mondo in tutte le componenti, socializzando al massimo tutti i saperi di cui si è portatori. Quando lavoravo negli anni Settanta in Calusca, tutti pensavano che ero più intelligente perché sapevo un sacco di cose: in realtà io ero semplicemente il collettore di oltre duecento intelligenze che frequentavano la libreria: così, quando parlavo, ne sapevo di più, ma perché erano tante cose separate che continuavo a elaborare lungo coordinate comuni. Oggi continuo praticamente più o meno a fare questo: ormai è quasi un automatismo, forse non potrei vivere se non facendo così, è la mia condizione vera, esistenziale, irriducibile.

Non a caso dopo anni hai riaperto la Calusca
Sì, anche se oggi sono convinto che andrebbe realizzata una cosa molto più complessa della Calusca, occorrerebbe una libreria vera, completa, in grado di creare confronto con un archivio gestito intelligentemente, un posto dove stare, una via di mezzo tra un club, un circolo, una libreria, un bar, un luogo di socialità aperto, che faccia trasversalità con questa città, che ricostruisca reti di comunicazione anche con le strutture professionali di questa città. La grande intelligenza degli anni Settanta era che noi avevamo avvocati che hanno cambiato la loro cultura giuridica, hanno usato i saperi acquisiti nell’ambito delle università rovesciandoli contro, non svolgendo semplicemente il ruolo di garante del processo, ma il ruolo di distruttore del significato del processo, così come anche abbiamo avuto scienziati o medici (si pensi a tutta l’esperienza di Medicina Democratica o di Psichiatria Democratica). In tutti i campi ancor oggi questa capacità di stabilire reti e relazioni, di riconoscersi nella differenza è fondamentale: solo così, infatti, a un certo punto, le culture si mischiano producendo intelligenza reciproca. Per questo motivo, se potessi fare una libreria vera, avendone la forza economica e l’energia che non ho in questo momento, quella sarebbe un luogo di incrocio delle differenze, tra i democratici, tra i rivoluzionari, tra i teppisti di periferia e quant’altro esiste sulla piazza.

Come mai hai deciso di aprirla all’interno di un centro sociale?
E’ stata nel contempo una scelta soggettiva e un incrocio territoriale perché abito in questa parte della città praticamente da sempre. Ma questo non è il solo motivo. Oltre alla simpatia umana e sociale per coloro che hanno dato vita al Centro Sociale di via Conchetta, il Cox 18, ho pensato che riaprire la libreria in un luogo giuridicamente insicuro come un Centro Sociale occupato e autogestito, fosse una risposta simbolica e soggettiva al razzismo politico e amministrativo del Comune nei confronti di questi luoghi. I centri sociali sono malvisti? Allora io mi metto in quei luoghi, spendo la mia persona e il mio progetto proprio in questi luoghi e mentre faccio questo creo o voglio creare, un luogo di produzione e di ricerca culturale. Un piccolo spazio dentro un centro sociale occupato e quindi insicuro come pare inevitabile oggi. Un luogo che inizialmente sarà solo parzialmente libreria se lo diventerà sarà il prodotto delle richieste, dei bisogni e della partecipazione dei suoi fruitori ma tenterà di essere uno spazio di socializzazione di saperi, in una società sovraccarica di dati ma povera di informazione reale. Ciò senza nessuna illusione illuministica e, come abbiamo sempre fatto, evitando qualsiasi equivoco con i portatori di coscienza che troppo spesso si rivelano cialtroni o possibili nuovi padroni. Un gesto quindi per contribuire a riempire un vuoto utilizzando solidarietà e partecipazione delle culture creative del ghetto metropolitano. Contro la città fasulla dell’eccellenza e alla ricerca di nuove e possibili comunità . E’, in piccolo, una situazione-cuscinetto, un’agorà tendenziale perché qui arriva tantissima gente dalla città, dagli hinterland e da molti altri luoghi nazionali ed esteri. La gran parte non è forse mai stata in un centro sociale, ma è proprio per questo che si cominciano a creare quegli incroci, quel conoscersi e comunicare nella differenza di cui parlavo.