Cronache al capolinea della modernità

La meticolosa e ossessiva autopsia di una società nei romanzi di uno scrittore dalle incerte fortune editoriali. [«il manifesto», mercoledì 18 dicembre 1996, pp.22-23]

di Primo Moroni

La polemica e lo scandalo sull’uscita del film Crash rischia di mettere il bavaglio anche a James G. Ballard, autore del romanzo omonimo uscito in Italia nel 1990, con grande ritardo rispetto al mercato inglese (l’edizione originale è addirittura del 1973) e che al tempo ebbe in sorte di finire sugli scaffali dei remainder.
Ballard è considerato nei paesi di lingua anglosassone uno dei più grandi scrittori contemporanei e una delle firme più prestigiose di The Guardian, ma in Italia è uno scrittore che vende poco e per lo più in edicola. Ma quali sono i temi centrali della sua scrittura e perché egli stesso viene talvolta censurato (come accaduto tra gli altri per La mostra delle atrocità, che nella sua prima edizione americana del 1970, fu totalmente distrutta dall’editore Doubleday, preoccupato per le possibili conseguenze legali di uno dei testi compresi nel libro: «Ecco perché voglio fottere Ronald Reagan»)? La radicalità di Ballard sta nel fatto che lo scrittore americano estremizza la modernità, una modernità che diventa mitologia – e proprio per questo condivisa dai giovani – portando alle più radicali conseguenze situazioni già esistenti nel nostro quotidiano.

LIVORI METROPOLITANI


In
Condominium un megaresidence diventa teatro, a causa di una serie di eventi straordinari, di una lotta post-moderna di bande di coinquilini coalizzati sulla base del piano del proprio appartamento (quasi a evocare con largo anticipo, estremizzandoli, i livori metropolitani legati alle esistenze perimetrate, alle difese dei microterritori urbani, ai localismi dei comitati dei cittadini).

In Isola di cemento un banale incidente proietta l’autista in una sorta di terra di nessuno, contornata da grandi autostrade che ne impediscono ogni via di uscita.
Ma è soprattutto nei quattro magistrali racconti (Vento dal nulla, Deserto d’acqua, Terra bruciata e Foresta di cristallo) che la metafora della modernità dispiegata e i suoi pericoli raggiungono tonalità quasi apocalittiche e primordiali. Le foreste di simboli che vi si sovrappongono diventano un’evidente archeologia del presente e del recente passato, e nella loro immediata simbiosi fondono le memorie «genetiche» dei tempi e delle ere scolpiti nelle tracce dell’inconscio collettivo.

I protagonisti dei racconti sono infatti posti di fronte a repentini, sconvolgenti eventi che modificano la loro relativa tranquillità quotidiana e sono quindi «costretti» a dare risposte. Risposte drammatiche che ricercano dentro di loro e nelle immense risorse del proprio bagaglio di conoscenze e dei propri universi vitali. E se è vero che acqua, sabbia, cemento e cristallo sono elementi che si incontrano in tutta l’opera di Ballard – e che gli stessi hanno molteplici significati simbolici all’interno dei quali l’estetica ballardiana costruisce questo inno alle «infinite possibilità del presente» – altrettanto chiara risulta l’ambivalenza delle scelte legate ai dilemmi delle modernità ininterrotte di questo secolo morente. E qui siamo in tutta evidenza agli scritti di Marshal Berman, quando lo studioso americano reinterpreta Marx, considerandolo un teorico della rivoluzione ininterrotta di sé e del rapporto mortale e vitale tra uomo, natura e tecnica, tra epistème e technè. Spesso, riconosce Berman, «il prezzo di una modernità in via di sviluppo e in espansione è la distruzione non solo di situazioni e ambienti tradizionali e premoderni, ma – e qui è la vera tragedia – anche di tutto quanto vi è di più bello e vitale nello stesso mondo moderno». I personaggi di Ballard sono costantemente posti di fronte a questi dilemmi, costretti a sfidare forze materiali, economiche e tecnologiche spaventose. Uomini e donne che vedono morire e rinascere le proprie appartenenze – etniche, di genere, di classe – e convinzioni, come le figure dipinte da Picasso in Guernica, che lottano per tenersi in vita, proprio mentre urlano la loro morte.
C’è poi la scrittura e lo scavo dei personaggi e delle loro psicologie. Qui tutta la storia personale di Ballard (basti pensare all’Impero del sole) risulta nella sua complessità. Ma ciò che poteva essere rimosso come in incubo, un trauma originario, diventa invece materia vitale di una scrittura tesa a trasformare l’autore stesso in un raffinato psicologo delle situazioni estreme. Si comprendono quindi le difficoltà di comprensione di queste universi estetici. È un segno dei tempi e della staticità di molte soggettività, come è accaduto negli Stati uniti dove il film di Cronenberg non ha ancora trovato un distributore. Osservava Nietzsche: «C’è in giro una moltitudine di ‘piccoli suonatori di corno’, la cui soluzione al caso e alla difficoltà’ del moderno è cercare di ‘non vivere’ affatto: per loro ‘divenire mediocri’ è ormai l’unica morale che produce senso».

ANGOSCIA CONTEMPORANEA


Qui sta la grandezza di Ballard e delle sue sfide contro le quali l’uomo cerca una nuova difficoltosa e avventurosa via per «ricollocarsi» in un tempo interiore che spesso si dilata nell’allucinazione. E che la ricerca sia difficile lo testimonia, più di tutto, il suo stile che ricrea l’angoscia contemporanea del vivere (sbaglia totalmente Tullio Ketzich sul Corriere della Sera a definire involuta la scrittura di Ballard). Ballard è sempre stato uno scrittore ripetitivo e ossessivo e, proprio in
Crash, lo è come non mai. Qui, infatti, la franchezza sessuale e le lunghe descrizioni di ferite e mutilazioni e l’unione tra carne e macchina (che Cronenberg riproduce in maniera moderata) si esplicitano in una scrittura che è più medico-scientifica che letteraria, perfetta immagine di rapporti sociali totalmente disgregati e vissuti senza alcun sentimento: un incubo ad aria condizionata, qual è la nostra epoca.