Se io fossi un capitalista

di John Holloway

Intervento di chiusura, tenuto il 14 marzo 2018, al seminario di studio “Consiglio Indigeno di Governo. Resistenza ed organizzazione dal basso, a sinistra, anticapitalista ed antipatriarcale” organizzato dalla cattedra Jorge Alonso della Università di Guadalajara, Jalisco, Messico.

[Traduzione a cura di Vittorio Sergi]

 

Un sogno, un incubo.

Se io fossi un capitalista o se io fossi un politico cioè un servitore del capitale, sarei abbastanza seccato. Prima di tutto perché non mi hanno invitato in qualità di capitalista, non hanno incluso un rappresentante del capitale tra gli invitati. Però sarei seccato anche con me stesso. Che cosa sto facendo qui, parlando con un mucchio di insubordinati o peggio ancora di insubordinate? E voi? Cosa state facendo qui? E’ mercoledì, perché state qua ad esibire la vostra insubordinazione? Perché non siete al lavoro o a cercarlo? Basta pensare tutto il tempo partendo dal basso! Bisogna anche pensare iniziando dall’alto. Bisogna pensare ai poveri capitalisti ed ai loro servitori politici. Bisogna pensare che la vita non è facile per noi capitalisti. Diamo ordini su come deve andare il mondo e la gente non ci ascolta. Dicono di no. Noi diciamo che si deve aprire una miniera a cielo aperto là in quel villaggio e la gente si alza e inizia a dire che no, che non la vuole. Noi diciamo che costruiremo una diga e no, non vogliono nemmeno questa. Diciamo che i maestri devono capire che l’unico obiettivo di un buon sistema educativo è che gli studenti imparino ad aiutare noi capitalisti a guadagnare più soldi e no, non ci ascoltano. Peggio ancora, organizzano eventi di protesta come questo.

Noi vogliamo delle vittime, della gente che soffra senza fare niente, gente che capisca che l’unica felicità e l’unica giustizia possibili le troveranno sicuramente dopo la morte. Noi vogliamo della gente normale in grado di lavorare per noi e invece arrivo qua stamattina e vi trovo a parlare di disabilità mettendo in discussione il concetto di normalità! Se siete genitori forse mi capirete. Come genitori diciamo ai nostri figli di fare qualcosa e loro non lo fanno. Se pensate che sia difficile essere padri, allora capirete che è difficile anche essere un capitalista. Dovete capire che noi siamo gente molto semplice, che abbiamo anche una nostra purezza. Vogliamo una cosa sola nella vita: essere più ricchi, espandere il nostro capitale, avere ancora più soldi. E’ la nostra unica motivazione ed imprime una logica molto semplice in tutto quello che facciamo, una dinamica molto facile da capire. Se vogliamo aprire una miniera e distruggere il vostro villaggio, non c’è niente di personale, è semplicemente che ci vediamo una possibilità di ricavare un guadagno. Se vogliamo imporre una riforma del sistema educativo è per la stessa ragione: il nostro guadagno alla fine dei conti deriva dallo sfruttamento di lavoratori disciplinati e con le abilità che ci servono. Se inquiniamo i fiumi non è perché vogliamo che i bambini soffrano di cancro ma è semplicemente per tagliare i costi che potrebbero ridurre i nostri guadagni. La nostra logica è molto semplice: è la logica del denaro che cerca la propria espansione, è la logica del capitale. E mi fa molto piacere potere informarvi che questa logica ha fatto grandi passi negli ultimi trent’anni. E’ andata penetrando tutti gli aspetti della vita quotidiana: l’educazione, la salute, la terra, la vita dei bambini, le relazioni sessuali, le disabilità, la giustizia, tutti i temi che abbiamo discusso in questi ultimi giorni.

Ma non voglio che pensiate che non abbiamo problemi. In realtà per noi le cose vanno male. E’ proprio quello di cui sto parlando con voi in questo momento: vorrei farvi capire che le cose non vanno bene per noi. La verità è che da molti anni non stiamo ricavando il guadagno (o il plusvalore direste voi) di cui abbiamo bisogno per continuare a crescere. Siamo in crisi e alla fine è colpa vostra. Voi siete la nostra crisi, voi siete la crisi del capitale. Stiamo facendo tutto il possibile per farvi produrre direttamente o indirettamente maggiore plusvalore, abbiamo introdotto nuove tecnologie, abbiamo abbassato i salari, abbiamo creato zone economiche speciali dove tutti i diritti dei lavoratori sono stati cancellati, abbiamo represso con più ferocia quando vi siete opposti ai nostri piani, abbiamo introdotto delle leggi per promuovere la convenienza di certi settori come quello delle droghe ma non è stato sufficiente. Per questo vi dico che dovete cercare di capire la gravità della situazione. Da circa quarant’anni abbiamo dovuto inventare del denaro per mantenere la nostra espansione. L’accumulazione di capitale è sempre più fittizia. E’ basata su un’enorme espansione del credito, cioè sulla creazione di un mondo di promesse che non corrispondono a nessun valore prodotto, a nessuna ricchezza reale. Immaginatevi la nostra disperazione, la nostra fragilità. Voi ci vedete tanto forti, ma dietro questa immagine di forza ci sono una debolezza e una fragilità terribili. Questa nostra disperazione si esprime sotto forma di violenza. Se la competizione capitalista è sempre come il gioco delle sedie musicali, adesso è diventata una cosa da pazzi, la musica ha raggiunto un ritmo frenetico. Noi capitalisti abbiamo esaurito la tolleranza, non possiamo più spendere i nostri soldi in cose che non contribuiscano all’espansione dei nostri guadagni, adesso non possiamo più accettare che gli Stati, tutti gli Stati, non importa il colore del loro governo, non si sottomettano totalmente alle necessità del capitale. (Si possono ancora realizzare dei cambiamenti all’interno del capitalismo, ma la situazione non è più quella di cinquant’anni fa) Abbiamo cercato di risolvere la situazione a livello mondiale nel 2008, ma non abbiamo potuto farlo bene, per colpa vostra alla fine. La prossima volta ce la faremo. Per questo, dovete cercare di capire i nostri problemi, abbandonate l’insubordinazione!

(applausi)

Gli zapatisti capiscono davvero tutto quello che vi ho descritto e gli hanno dato un nome: la Tormenta.