La Milano di Primo Moroni

Tratto da «Milano.Istruzioni per l’uso», a cura di Dina Bara e Mimosa Burzio, CLUP, Milano, 1983, pp. 46-49

[Con questo primo contributo Qui e Ora comincia, in collaborazione con la Calusca/Archivio Primo Moroni/Cox 18, la pubblicazione di alcuni scritti e interventi di Primo Moroni. La diffusione di materiale inedito o di difficile reperimento crediamo sia, tra le iniziative in occasione del ventesimo anniversario delle scomparsa del più grande “organizzatore culturale” dei movimenti italiani dagli anni ‘60 ai ‘90, se non la più importante certamente la più significativa. Per quanto ci riguarda cercheremo di pubblicare quei testi e quei contributi che sentiamo vicini a quelli che sono i nostri interessi e sensibilità. Quindi materiali sulla modificazione della metropoli, sulle culture radicali e sulle forme di vita, a partire da quella che Primo Moroni stesso incarnò. E dunque non potevamo che iniziare da un articolo di Primo sulla “sua” Milano. L’articolo di Primo Moroni è preceduto da un’introduzione di Calusca/Archivio Primo Moroni/Cox 18]

VENTI

Il 30 marzo di vent’anni fa ci lasciava Primo Moroni, un compagno, un amico. Primo aveva attraversato anni intensi di lotte, insubordinazioni e rivolte, quel vasto processo sociale ch’egli chiamò, nel titolo di un suo giustamente famoso libro, “L’orda d’oro”, con una singolare intelligenza e sensibilità. Antropologo della città, libraio del movimento, crocevia delle più varie anime della rivolta, scientifico ballerino della vita, ha saputo unire diversità e percorsi singolari senza mai dimenticare l’obiettivo di un mondo che fosse per tutti migliore, costantemente impegnato in un’attività intesa a “socializzare saperi senza fondare poteri”. Nel 1992 Primo riapre la libreria Calusca all’interno del Centro Sociale Cox18, in via Conchetta 18 a Milano, a riprova della sua disponibilità a confrontarsi con culture e contro-culture anche generazionalmente distanti dalla sua. Di questa scelta disse “ho pensato che riaprire la libreria in un luogo giuridicamente insicuro come un Centro Sociale occupato e autogestito, fosse una risposta simbolica e soggettiva al razzismo politico e amministrativo del Comune”, o, aggiungiamo noi ora, di qualsiasi altra istituzione nazionale, “nei confronti di questi luoghi. I centri sociali sono malvisti? Allora io mi metto in quei luoghi, spendo la mia persona e il mio progetto proprio in questi luoghi e mentre faccio questo creo o voglio creare, un luogo di produzione e di ricerca culturale”. Da allora Primo ha partecipato attivamente all’assemblea di gestione del centro di cui si è preso cura insieme con noi, che con lui ci siamo confrontati, abbiamo discusso, ci siamo scambiati conoscenza, pratiche e memoria. Morendo Primo ci ha lasciato un patrimonio di libri, riviste, documenti di cui si fa carico, dal 2002, l’Archivio Primo Moroni, nei locali di quella che fu e continua a essere la Libreria Calusca City Lights. Benché lenti e incostanti, cerchiamo di rendere disponibile questo patrimonio a chi ne ha piacere, sicuri che un occhio rivolto con intelligenza al passato possa aiutare, e non poco, nelle lotte dell’ora che annunciano il poi.

I materiali che seguono fanno parte degli scritti di Primo che abbiamo in questi anni conservato insieme a quanto di più caro egli ci ha lasciato.

Non temiamo tribunali, poliziotti o malasorte. QUI SIAMO E QUI RESTEREMO

CSOA Cox18, Calusca City Lights, Archivio Primo Moroni

 

Primo Moroni, milanese, 47 anni, è il fondatore della libreria Calusca, uno dei luoghi di aggregazione e produzione della cultura politica di sinistra più attivi a Milano negli ultimi dieci anni. Editore di varie pubblicazioni che privilegiano la storia “orale” dei comportamenti collettivi (tra cui la rivista “Primo Maggio”), ha avuto la possibilità di attraversare la storia della città da un osservatorio esterno alle versioni ufficiali. E non tutti sanno che è anche un grande ballerino di rock’n’roll …

Gli anni ’60 sono segnati da una grande svolta nel clima politico nazionale, e i cambiamenti si avvertono maggiormente in una grande città come Milano. Nel luglio 1960, quando la Dc tentò di fare il governo Tambroni con i fascisti, i giovani di tutta Italia scesero in piazza per protestare. Erano la nuova leva, i giovani dalle magliette a righe, che mal sopportavano la disciplina dei partiti, ormai insofferenti al clima un po’ immobile degli anni ’50. Sicuramente la maggior parte erano figli di proletari, ma anche di artigiani e della piccola borghesia. Facciamo un piccolo passo indietro: negli anni ’50 Milano aveva una classe operaia molto forte ma molto chiusa nelle fabbriche, e una borghesia altrettanto compatta. Esistevano degli straordinari luoghi di aggregazione: l’Isola, la Bovisa, il Giambellino, il Ticinese, la Trecca, ecc., lo stesso centro storico che, a differenza di adesso, era un grande quartiere popolare. In questi “territori” si erano formate delle grandi compagnie di giovani, vere e proprie bande basate su una forte solidarietà fra i maschi.

Nello stesso tempo la speculazione edilizia spingeva la popolazione dal centro verso la periferia, i quartieri ghetto come Quarto Oggiaro o Gratosoglio si ingrandivano a dismisura, e piccoli paesi come Cologno Monzese si trasformavano da borgo contadino di 8/9000 abitanti in grandi quartieri dormitorio con 80.000 abitanti. Tutto questo provocava una forte alterazione del tessuto sociale dei quartieri, e uno degli effetti fu proprio la disgregazione delle bande di cui parlavo, che non potevano sopravvivere alla distruzione delle case e delle strade in cui questi giovani erano nati e cresciuti tutti insieme. I ventenni degli anni ’60 si distinguono dalla generazione precedente perché sono meno condizionati da valori politici morali, e cominciano a produrre comportamenti nuovi. Prima, ad esempio, le relazioni fra ragazzi e ragazze erano molto rigide, i rapporti sessuali rarissimi, mentre questi giovani sono molto più spregiudicati. In particolare nella sfera del tempo libero avviene un fatto che un po’ ironicamente potrei definire “antiproletario”: le vecchie sale da ballo, in cui da un lato stavano le donne e dall’altro gli uomini, tendono a sparire, ed anche la grande stagione delle sale “esistenzialiste”, dove si ballavano il rock e il boogie-woogie, lentamente comincia a spegnersi. Sorge un nuovo tipo di locale, l”’whisky-a-gogo”, in cui si entra già in coppia. Chiaro che ne era avvantaggiato chi andava a scuola, e poteva fare amicizia al di fuori della vita di strada di tutti i giorni. Gli altri, per forza di cose, ricadevano sulle ragazze che abitavano nella loro stessa strada, le quali, essendo quasi tutte sorelle di amici, obbligavano ad un comportamento più regolare. La reazione fu un incredibile fiorire di feste private, l’antidoto al ”’whisky-a-gogo” per poter continuare a conoscere delle ragazze. Il fatto ebbe anche un riflesso sulle gare di ballo moderno, visto che uno degli scopi era di far notare la propria abilità alle donne, e in locali in cui si andava già in coppia diventavano esibizioni senza senso.

Sempre in quegli anni nei quartieri periferici nasce un nuovo fenomeno: le bande di “teddy boys”. Giovani “arrabbiati”, che andavano in cerca della rissa, i primi a reagire all’emarginazione con la violenza, calando dalla periferia nel centro della città. Le bande degli anni precedenti si confrontavano tra loro, tra quartieri diversi, non avevano il problema di chi fosse emarginato e chi no, semmai il problema era di avere un’identità di gruppo. I “teddy boys” no, loro giravano di notte. Bisogna tener presente che allora la vita notturna milanese era molto molto intensa. C’erano un mucchio di locali che aprivano alle quattro del mattino e chiudevano a mezzogiorno; nel cuore della notte piazza del Duomo era sempre piena. L’introduzione di una “variabile” violenta come fu quella dei “teddy boys”, provocò tremendi scontri, anche a botte, con gli altri nottambuli milanesi, e suscitò una certa incomprensione. Ci furono perfino convegni alla Casa della Cultura, alla Fondazione Cini. In capo a un paio d’anni, però, vennero come riassorbiti da quel grande movimento che cominciava a nascere proprio allora. Dall’hinterland confluivano in tutte le grandi città i beats, giovani che rifiutavano il lavoro, vivevano in comune, erano pacifisti, diffondevano a migliaia i manifestini per la marcia della pace di Bertrand Russel. Ci furono delle grandi marce per la pace, in concomitanza con la questione di Cuba e dei missili sovietici. Durante una di queste storiche manifestazioni, a cui partecipò anche il PCI nonostante non fosse autorizzata, morì Ardizzone ucciso dalla polizia. Lentamente, intanto, i giovani si staccavano dalla militanza nei partiti, e cominciavano a cercare nei comportamenti quotidiani la realizzazione di certi bisogni, accompagnati da una profonda, tenace, ostilità della vecchia generazione, compresa quella operaia che era stata più generosa, ad esempio negli anni ’50, nei confronti dei diversi. La situazione non era certo semplice. Chi, come me, allora aveva poco meno di trent’anni, faceva sforzi tremendi per capire a fondo quello che succedeva. Credo che molte persone della mia generazione, ad esempio, siano uscite dal Pci non tanto perché fossero in disaccordo sulla linea generale, quanto perché cercavano di dare una risposta più immediata ai loro bisogni nella vita quotidiana. Basta pensare al rifiuto dei giovani verso la famiglia, o all’opposizione di una borghesia rozza e volgare come era quella del boom economico. La società italiana si stava trasformando: c’erano il centro sinistra, il boom, l’arricchimento improvviso, ma anche le grandi e drammatiche svolte all’interno dei partiti. Fu allora che nacquero “Quaderni Rossi”, “Quaderni piacentini”, e risale a quei giorni l’episodio di piazza Statuto, cioè la ribellione degli operai contro il sindacato. E da qui che ha origine quel lungo percorso sotterraneo che sicuramente può essere definito il “presessantotto”, un percorso difficile, fatto di modelli diversi che si opponevano decisamente a tutto ciò che di vecchio continuava ad esistere nei partiti e nella società. Il disagio toccava un numero sempre maggiore di giovani, anche perché la scolarizzazione di massa faceva affluire ai gradi superiori dell’istruzione molti che fino a quel momento ne erano stati esclusi. Erano anni veramente difficili, di grandi trasformazioni e di grande tristezza: ci si sentiva un po’ senza sbocchi, non si poteva ancora immaginare che tutto sarebbe sfociato nelle grandi manifestazioni di massa del ’68.

Intanto la città si trasformava rapidamente, e imbruttiva anche. I beats “occuparono” Brera, ed è normale perché, come i quartieri popolari, i quartieri degli artisti sono quelli che accettano più facilmente i diversi. Si diffuse l’uso delle droghe leggere; ci fu la sorpresa di vedere questi ragazzi produrre giornali propri come “Mondo beat” o “Il Grido beat”.

Fra il ’65 e il ’66 ricordo il tentativo di creare un grande accampamento della gioventù in fondo a via Ripamonti: “Barbonia City”, questa era la definizione che ne davano i giornali borghesi. Un giorno venne attaccato dalla polizia e bruciato con i lanciafiamme. Gran parte delle “culture” parallele che sono poi rimaste parallele al ’68, l’underground, le filosofie orientali, il pacifismo, la sperimentazione delle droghe leggere, nascono proprio ora all’interno di questi primi movimenti. I quali, del resto, hanno introdotto nella società nuovi gusti musicali, nuove tendenze letterarie, nuove forme di lettura che, all’inizio minoritarie, diventavano sempre più diffuse.

La città subiva l’immissione di queste lingue diverse con difficoltà, ma poi l’integrazione è stata abbastanza rapida. Drammatica era, invece, la distruzione dei quartieri popolari di cui parlavo prima. Se si sventra un quartiere la cultura che vi è nata si disintegra; ognuno va per la propria strada, in altre zone, e diventa un’entità isolata incapace di riaggregarsi. Proprio a Porta Genova, in quegli anni, venne demolito l’albergo popolare di via Marco d’Oggiono: aveva 200 stanze, e si pagavano 200 lire per notte; anche un disgraziato poteva andarci se non aveva un posto per dormire. E non è l’unico episodio del genere: la zona che in assoluto ha subito più trasformazioni, ad esempio, è quella intorno all’Università Statale. Era un grande quartiere popolare, che noi oggi non possiamo immaginare vedendo i palazzi con gli uffici.

Altri frammenti, intorno al ’67. L’occupazione dell’Hotel Commercio; “Lettera a una professoressa” di Don Milani, il primo importante episodio di contestazione della scuola; la censura di “Rocco e i suoi fratelli” perché mostra scene di violenza sessuale … Ecco, gli anni ’60 a Milano sono essenzialmente questo: un blocco di potere che si oppone al nuovo negandolo rigidamente, diffamandolo; mentre diverse generazioni si sovrappongono nel tentativo di trovare un tessuto comune, un modo di comunicare che si evolve lentamente nella pratica quotidiana, senza interiorizzazioni. E poi esplode di colpo, dando vita a un’altra storia.