Standing Rock: la storia di un’eroica resistenza

Il 23 febbraio 2017, dopo una resistenza durata oltre dieci mesi contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline, il campo di Standing Rock è stato infine sgomberato dalla polizia nordamericana con un modus operandi militare. Ad oggi non sappiamo quali sorti avrà questa esperienza, senza dubbio la sua eco continua a riverberare come ispirazione per altre lotte in tutto il mondo. In ogni caso abbiamo ritenuto interessante pubblicare questo articolo del 19 novembre 2016 per due ragioni principali. Da una parte, questo saggio ci racconta di come Standing Rock sia stata una delle maggiori lotte contro lo sviluppo infrastrutturale, l’elemento materiale su cui si basa il potere logistico del capitalismo contemporaneo. Dall’altra parte, esso riesce a illustrare con efficacia la profondità antropologica di ciò che appare a tutti gli effetti una “guerra tra mondi”, come uno scontro epocale tra la forma di vita imposta dal capitalismo e le forme di vita che entrano in secessione, le quali si mostrano in una costante tensione tra tradizioni e sperimentazione.

Da quasi sette mesi i protettori indigeni dell’acqua stanno conducendo un’eroica resistenza per impedire la costruzione del Dakota Access Pipeline.

L’occupazione di Standing Rock è un movimento basato sulla presenza. Sottraendo spazio e tempo all’Energy Transfer Partners, all’Army Corps of Engineers, alla contea di Morton, al Nord Dakota, agli Stati Uniti d’America, Standing Rock è divenuto il più grande episodio di resistenza negli Stati Uniti, almeno dai riot di Ferguson nel 2014.

Come Ferguson, e come in precedenza l’occupazione di Wounded Knee del 1973, il nome stesso del luogo è divenuto evocativo del movimento: “Standing Rock” fa subito venire in mente gli accampamenti, i lockdown, i blocchi, gli scontri con la polizia per impedire la costruzione del Dakota Access Pipeline lungo il fiume Missouri.

Una storia nuova

L’accampamento, il cui sviluppo è stato piuttosto graduale, è ora abitato da migliaia di persone, si estende a macchia d’olio ed ha saputo attirare l’attenzione di milioni di persone in tutto il mondo. Il primo aprile del 2016 è stato allestito dai giovani della riserva indiana di Standing Rock il campo Sacred Stone, come luogo di veglia religiosa per monitorare l’inizio dei lavori del Dakota Access Pipeline. Ma già due anni prima la tribù aveva promosso una causa legale contro la costruzione di questo oleodotto.
Questo primo campo si trova all’interno della riserva, vicino al punto di confluenza dei fiumi Missouri e Cannonball. L’incontro dei due fiumi era solito creare una sorta di vortice che forgiava una pietra dalla forma singolare, da cui proviene il nome del campo: Sacred Stone. Negli anni ’40 l’Army Corps of Engineers ha deviato il corso del fiume inondando una parte della riserva, facendo venire meno il vortice e, con esso, la pietra sacra. Durante la primavera e l’estate il campo Sacred Stone è servito sia come luogo di preghiera che come piattaforma di lancio per una serie di azioni simboliche finalizzate a scongiurare l’inizio dei lavori.
Verso fine luglio, quando i primi segni dei lavori erano divenuti visibili sul territorio, la tribù di Standing Rock ha invitato formalmente gli Oceti Sakowin – i sette council fires dei popoli Lakota, Dakota e Nakota – a unirsi a loro e, in particolare, i guerrieri del gruppo Oglala Lakota della riserva indiana di Pine Ridge. In molti, con le loro famiglie allargate, sono giunti a Standing Rock direttamente dalle annuali cerimonie della Danza del Sole. Prima di arrivare, dunque, erano già accampati da oltre un mese.
A questo punto la tribù di Standing Rock e gli Oceti Sakowin hanno lanciato un appello ad altre nazioni native e ad alleati non nativi a solidarizzare con loro e ad unirsi all’accampamento. Mentre i sostenitori iniziavano a riversarsi a Sacred Stone, lì vicino si è costituito il campo Rosebud, anch’esso all’interno della riserva ma molto vicino all’Highway 1806. Dal momento che continuava ad arrivare gente è stato allestito sull’altra sponda del fiume Cannonball un campo “di straripamento”, che presto sarebbe divenuto la casa di migliaia di persone, nonché il principale campo degli Oceti Sakowin. Quest’ultimo si colloca fuori dalla riserva, ufficialmente sulla terra dell’Army Corps of Engineers ed è quindi un’occupazione illegale e costituisce, di per sé, un’azione diretta. Questo accampamento è diventato una sfida aperta alle numerose violazioni dei trattati che hanno storicamente limitato la sovranità del popolo Lakota esclusivamente alle proprie riserve gestite a livello federale.
A questo punto le azioni dirette sono diventate un qualcosa di quotidiano: con lo scopo di interromperne i lavori i protettori dell’acqua, infatti, marciavano dal campo degli Oceti Sakowin verso le aree dei cantieri. Utilizzando tattiche ereditate dal movimento ambientalista i protettori dell’acqua hanno iniziato a praticare i cosiddetti lockdown, azioni che consistono nell’incatenarsi ai macchinari per prevenirne l’uso.

La scorsa estate si è connotata per una serie di eventi che passeranno alla storia. I Crows, come altre nazioni indigene tradizionalmente nemiche dei Lakota, sono arrivati in processione per offrire la pace e unirsi alla lotta contro l’oleodotto. Nel giro di poco tempo quasi trecento tribù riconosciute a livello federale avrebbero inviato delle delegazioni e dichiarato la loro solidarietà. Verso l’inizio di settembre la popolazione degli occupanti ha raggiunto il suo apice di circa cinquemila persone.
E’ stato a questo punto che le crescenti tensioni hanno finito per esplodere, imponendo Standing Rock alla ribalta dei media nazionali. Il DAPL ha assunto un’impresa di sicurezza privata per sorvegliare i lavori in corso ed evitarne l’interruzione. Quando la lunga causa legale volgeva finalmente verso la decisione della corte la tribù di Standing Rock ha presentato la documentazione inerente la presenza di siti archeologici, tra cui dei cimiteri ancestrali presenti lungo il percorso predisposto per l’oleodotto. Il giorno seguente, il 3 settembre, gli operai hanno demolito con delle ruspe un antico cimitero descritto in quegli atti processuali.
Quel pomeriggio centinaia di persone, mentre marciavano lungo l’autostrada per piantare simbolicamente le bandiere delle loro nazioni sul percorso dell’oleodotto, si sono improvvisamente imbattute in quel gesto profanatorio. Un gruppo di donne ha immediatamente divelto la recinzione che delimitava il cantiere e centinaia di persone si sono precipitate al suo interno per bloccare le ruspe. Mentre gli operai battevano in ritirata, i protettori dell’acqua si sono imbattuti nella forza di sicurezza privata che li ha attaccati con spray al peperoncino, presi a pugni, placcati e fatti mordere dai cani da guardia. Le immagini che iniziavano a circolare erano stranamente evocative del movimento per i diritti civili degli anni ’60 e delle guerre indiane del XIX secolo. Tutti gli occhi erano ora puntati su Standing Rock.

La settimana successiva il governatore del Nord Dakota ha dichiarato lo stato di emergenza e convocato la Guardia Nazionale che ha esordito facendo posizionare un presidio militare lungo l’autostrada che va dalla capitale Bismarck a Standing Rock. Un giudice si è finalmente pronunciato sulla causa legale che si trascinava da anni con una decisione contraria all’ingiunzione sospensiva della costruzione. Poche ore dopo diversi dipartimenti del governo federale, tra cui l’Army Corps of Engineers, rilasciavano un comunicato contenente una proposta, temporanea e volontaria di ingiunzione sospensiva della costruzione entro le 40 miglia dal fiume. Un più piccolo campo d’avanguardia, il Sacred Ground, è stato allestito per monitorare le squadre di operai e i cimiteri che sarebbero stati intaccati dall’oleodotto nello stesso luogo dove poco prima era avvenuto lo scontro, ovvero lungo entrambi i lati dell’Highway 1806.

Per non perdere slancio il campo ha saputo continuamente innovare le sue tattiche. Con i lavori ora molto più distanti dal campo sono iniziati i lockdown. Queste azioni, tuttavia, per via della loro distanza, organizzazione segreta e specificità delle competenze richieste, erano partecipate solamente da una piccola minoranza specializzata e non da tutti. A seguito di una di queste azioni, risoltasi in un arresto di massa, questo tipo di tattica ha rapidamente perso consensi provocando un momento di stallo durato circa quindici giorni. Per ritrovare una partecipazione di massa si è allora cominciato a organizzare carovane di dozzine di macchine, camion e bus che contavano sulla presenza di centinaia di persone ed il cui scopo era quello di andare a interrompere i lavori in corso situati anche a un’ora di viaggio dagli accampamenti.
Da fine settembre a fine ottobre, i blocchi con le carovane avvenivano quasi quotidianamente. Gli operai del DAPL abbandonavano il lavoro non appena arrivavano i manifestanti, se non addirittura prima. Queste proteste erano basate su cerimonie e preghiere che, ad esempio, contemplavano la semina del grano sacro e dei salici. Si trattava di eventi organizzati con determinazione, guidati formalmente dagli anziani delle tribù ma che contavano sulla piena partecipazione di giovani e vecchi, donne e uomini. Spesso i giovani erano i primi ad arrivare sulla scena, prima ancora che arrivassero gli anziani della tribù a celebrare la cerimonia e a volte hanno danneggiato e taggato i macchinari dei cantieri. Quando la polizia ha iniziato a rispondere in modo più muscolare e sono ricominciati gli arresti di massa le carovane hanno iniziato semplicemente a rallentare in prossimità del cantiere, costringendo comunque gli operai ad andarsene ma senza rischiare arresti.
Nonostante le costanti interruzioni dei lavori verso fine ottobre il cantiere del DAPL si stava nuovamente espandendo verso il fiume Missouri e la costruzione era quasi completa. Appellandosi ai trattati di Fort Laramie, gli Oceti Sakowin hanno dichiarato l’espropriazione per pubblica utilità e l’occupazione di un pezzo del percorso dell’oleodotto. Il campo Frontline, situato su quello che ufficialmente era proprietà del DAPL, si è trasformato da piccolo avamposto in un accampamento di centinaia di persone. Alcune barricate sono state erette sull’Highway 1806 e per almeno una settimana lo sgombero del campo Frontline sembrava imminente. Con il montare delle tensioni i protettori dell’acqua hanno accettato di rimuovere le barricate continuando però a mantenere un presidio lungo l’autostrada.

Il 27 ottobre il Dipartimento dello Sceriffo di Morton County, insieme con la Guardia Nazionale e i dipartimenti di polizia di cinque altri stati, si sono mossi per sgomberare il campo Frontline. Le forze dell’ordine hanno voluto mostrare i muscoli: si sono presentati con mezzi militari, un cannone sonoro LRAD e in equipaggiamento antisommossa. Per impedire l’entrata della polizia nel campo la gente ha abbandonato le proprie automobili in mezzo alla strada, squarciando i copertoni e rimuovendo le targhe. Altri si sono incatenati a un camion. Sull’Highway 1806 e sulla 134 sono state erette e date alle fiamme delle barricate. Infine, con lo sgombero del campo, altre barricate sono state messe all’incrocio tra le due autostrade e su un ponte più a sud. In mezzo a questo caos alcune attrezzature da lavoro e dei mezzi della polizia sono stati incendiati.
Nelle settimane seguenti, man mano che il cantiere si spostava verso il fiume, ci sono stati violenti scontri tra i protettori dell’acqua e la polizia antisommossa, che ha utilizzato sistematicamente lacrimogeni e proiettili di gomma.

Il movimento

L’occupazione di Standing Rock è un movimento basato sulla presenza, che ha creato una nuova forma di vita comune sulle terre originarie degli Oceti Sakowin, rifiutando e sfidando il progresso storico lineare a cui siamo abituati: l’acquisto della Louisiana del 1803; la violazione dei trattati di Fort Laramie del 1851 e del 1868; l’annessione del territorio Dakota nel 1861; l’ammissione del Nord Dakota nell’unione nel 1889; e la formalizzazione di Standing Rock in quanto riserva separata dal resto della Grande Nazione Sioux.
Grazie all’occupazione e al movimento questa antica storia può finalmente entrare nuovamente nel presente e, cosa ancor più importante, può essere posta in discussione. Le lotte sulla sovranità di questa terra, infatti, rischiano di ridursi sempre a dispute giurisdizionali a cui di solito segue l’intervento dei vari dipartimenti delle contee, della polizia di stato, della guardia nazionale e delle società di sicurezza privata chiamate a difendere le proprietà, pubbliche o private che siano, affinché il DAPL possa essere costruito. Verso fine settembre Dave Archambault II, presidente di Standing Rock, ha portato la questione a Ginevra interpellando il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite circa gli abusi e le violazioni perpetrati sulle terre oggetto del trattato. Quest’insieme di misure e contro-misure è indicativo del complicato nesso tra forze locali, statali, federali, private e internazionali in cui si sono trovati invischiati i popoli indigeni nel corso delle controversie per la difesa della loro sovranità.

Se da una parte il movimento di Standing Rock definisce un suo proprio aggregato ed una sua particolare esperienza di lotta, dall’altra esso condivide anche molte caratteristiche delle recenti rivolte globali. La proliferazione delle infrastrutture è spesso diventata oggetto e al tempo stesso teatro del conflitto; l’accampamento e il blocco sono diventati le pratiche fondamentali nell’arsenale tattico dei movimenti. Gli antagonisti tendono a essere definiti quasi del tutto superflui alle esigenze del capitale, ma rimangono comunque dipendenti dal mercato per la loro riproduzione. L’accampamento e il blocco creano allora una rottura nell’esperienza normalizzata della vita quotidiana e l’esperienza di stare al campo diventa un laboratorio di nuove forme di vita collettiva.
I movimenti sociali del passato, indigeni e non, erano spesso radicati in una particolare comunità e territorio, ovvero in un tessuto sociale coeso, in cui ciascuno trascorreva tutta la sua vita, basato su un insieme di istituzioni culturali, spirituali, politiche e famigliari. Dunque erano in grado di mostrare un mondo coerente, dentro e contro il mondo a cui si opponevano. Questo permetteva di tramandare le tradizioni di lotta attraverso le generazioni creando una sorta di dovere morale alla partecipazione. Ciò ha anche prodotto una visione coerente di un’altra vita e di un mondo possibili oltre il capitalismo. La storia dell’ultimo cinquantennio è la storia della dismissione della possibilità di questi mondi. La forza dell’occupazione di Standing Rock, invece, sta proprio nella sua capacità di creare e ripensare questo potenziale di comunità in lotta.
Mentre le azioni di protesta contro l’oleodotto sono diventate sempre più visibili sui media, quello che appare meno visibile, invece, sono il contesto ed i legami generazionali, spirituali e territoriali che animano questo movimento. Sono la potenza della visione del mondo degli Oceti Sakowin ed i loro persistenti legami a costituire le fondamenta dell’esistenza stessa di Standing Rock ed è questo che permette all’occupazione di resistere da oltre sette mesi in questi termini di consistenza, durata e persistenza.
La politica praticata dentro l’occupazione di Standing Rock non è basata sulle decisioni, piuttosto sugli impegni che vengono assunti. Nella società liberale rappresentativa le decisioni sono prese da pochi ma riguardano molti e si legittimano con la tacita aspettativa che i loro effetti saranno accettati e rispettati. Gli impegni, diversamente, devono essere assunti da tutti. Un movimento come Standing Rock, basato sulla durata, dipende dalla dedizione di tutti i presenti nei giorni, nelle settimane, nei mesi. E’ questo a garantirne la forma collettiva: il movimento esiste se esiste tale dedizione, la quale trae la propria forza dagli intensi legami maturati negli accampamenti.
Diversamente da una mobilitazione politica, dove le persone sono chiamate semplicemente ad agire insieme, a Standing Rock i partecipanti devono anche vivere insieme. E non soltanto per alcuni giorni o settimane ma, ormai, da sette mesi. Nei diversi spazi degli accampamenti – Standing Rock è composta non da uno ma da molti mini-campi separati e autonomi – si sono dovuti trovare collettivamente i modi di vivere e lottare insieme. Inoltre la durata del movimento esige che l’organizzazione quotidiana, come mezzo della conservazione materiale e spirituale degli abitanti, informi il contenuto e la strategia della lotta stessa.

Quelli che si sono incontrati

Tra i partecipanti all’occupazione di Standing Rock si possono distinguere tre categorie. Il nucleo principale è formato dai membri degli Oceti Sakowin, che comprende sia chi proviene direttamente dall’attuale riserva indiana di Standing Rock, sia chi proviene dalle riserve limitrofe che una volta componevano la Grande Nazione Sioux, formata da Cheyenne River, Pine Ridge, Rosebud, Crow Creek, Lower Brule, ecc. Per tutti loro la singolarità della terra, delle sue colline, caverne, vallate e fiumi è di primaria importanza e ciascuno di questi elementi incarna, storicamente e attualmente, specifici significati e scopi. Si dice che l’occupazione di Standing Rock sia il primo episodio di convergenza di tutte le comunità indigene dai tempi delle Guerre Sioux di oltre cent’anni fa.
Una seconda categoria di partecipanti solidali è costituita dai popoli indigeni di Turtle Island, o Nord America, che hanno inviato da tutto il continente delegazioni e rappresentanti per partecipare alla più grande occasione di incontro di tribù e popoli nativi dai tempi della colonizzazione. Questa concreta dimostrazione di solidarietà e impegno è un elemento essenziale dell’occupazione, rappresentato dal viale principale decorato da centinaia di bandiere delle nazioni tribali che lo hanno attraversato. Le bandiere sono utilizzate negli accampamenti per delimitare gli spazi, per rappresentare e omaggiare gli appartenenti a questa nuova comunità. Dal momento che, a fine settembre, le tattiche del movimento consistevano di azioni in carovana per bloccare i lavori, i partecipanti erano esortati a prendervi parte con le loro preghiere, tamburi e bandiere, alimentando così la solidarietà inter-tribale del movimento #NoDAPL. Ciò, di per sé, ha creato un piano di consistenza ed una forza tali che oggi travalicano l’occupazione e la specifica questione dell’oleodotto.
La terza tipologia di partecipanti si compone di tutti gli attivisti solidali non nativi che hanno viaggiato fino a Standing Rock per dare il proprio sostegno alla lotta. Questi sono soprattutto persone animate dalla volontà di opporsi all’oleodotto in difesa dell’ambiente, dai fricchettoni new age ai mediattivisti indipendenti, dagli hippy agli anarchici. Più in generale, a Standing Rock sono giunte persone dai luoghi più disparati, dall’Amazzonia all’Artico passando per la Palestina. Si dice che Standing Rock rappresenti il più grande incontro di sempre tra popoli indigeni e non, uniti in una causa comune. Il che, del resto, è anche una delle ragioni del successo e della longevità del movimento, che ha saputo fare della predisposizione all’incontro e della solidarietà i suoi capisaldi.
Ciò che è davvero notevole dell’occupazione di Standing Rock è che non si tratta di una tipica mobilitazione politica come quelle a New York, Washington DC o una qualche altra metropoli americana ad alta densità demografica. Tutto ciò sta avendo luogo nel quarto stato americano meno densamente popolato, a un’ora di viaggio dalla capitale, Bismarck, la cui popolazione peraltro conta appena 61.000 abitanti. Standing Rock si trova a 900 miglia da Chicago, 1500 da Los Angeles, e 1.600 miglia da New York City, equivalenti a 30 ore di macchina. Ciò significa che le migliaia di persone passate per l’occupazione in questi ultimi mesi hanno probabilmente fatto dei viaggi molto lunghi e dispendiosi per unirsi al movimento.

Mappare la zona

Lungo l’Highway 1806 ci sono quattro diversi campi che compongono l’occupazione: Sacred Stone, Rosebud, Oceti Sakowin e Sacred Ground. Questi campi hanno accolto dalle mille alle tremila persone, arrivando ad ospitarne fino a cinquemila ad inizio settembre.
Oceti Sakowin, il campo principale e finora anche il più grande, assomiglia ad una piccola città, con il suo reticolato di strade polverose, piccoli quartieri e rudimentali infrastrutture. La strada principale, quella che porta dall’autostrada al campo, è delineata dalle bandiere delle quasi trecento nazioni tribali che sono venute qui ad esprimere la loro solidarietà. Nel cuore del campo c’è il falò sacro, il luogo che ospita un incessante susseguirsi di cerimonie, danze, performance, dibattiti e comizi, nonché l’enorme cucina collettiva che distribuisce i pasti quotidiani.

Ora il campo ospita anche una scuola elementare, una stazione radio pirata, un media center indipendente, una postazione a energia solare per ricaricare telefoni e altre attrezzature, una forza di sicurezza volontaria organizzata dal Movimento degli Indiani Americani, un ospedale da campo, delle tende in cui si offrono massaggi, prodotti officinali e infusi alle erbe, un campo da lacrosse [uno sport di squadra, una sorta di hockey sull’erba n.d.t.] diverse dozzine di tende che distribuiscono cibo, attrezzatura da campeggio, vestiti e dozzine di bagni a secco, cassonetti per l’immondizia e taniche d’acqua. Nel campo ci sono anche una dozzina di saune e una mezza dozzina di stalle per cavalli. Questo perché esiste un sistema di comunicazione che usa i cavalli e, ad un certo punto, è stato perfino costruito un ippodromo. Nel campo c’è anche un gruppo di doula per i parti naturali che sinora ha assistito almeno una nascita. C’è un sistema di camion che distribuisce nei campi più piccoli la legna da ardere, i prodotti agricoli e altre provviste. Infine c’è anche una piccola flotta di motoscafi e canoe.

Il campo Oceti Sakowin è composto, a sua volta, da dozzine di piccoli accampamenti, che possono essere costituiti su base tribale, famigliare o di affinità, ciascuno costruito intorno a un falò e a una cucina. Questi campi-dentro-il-campo sono autonomi e autosufficienti e gli stessi accampamenti sono arrivati a ricreare la nuda essenza dell’insediamento umano. Di fatto potrebbero indistintamente apparire come case o piccoli villaggi interni all’accampamento più grande: si potrebbero interpretare le tende come le singole stanze e il falò come lo spazio comune di un’ipotetica casa; oppure le tende come case e allora il falò diventerebbe la piazza di un piccolo villaggio.
Il campo Red Warrior, famoso per la partecipazione attiva e l’organizzazione di molte delle azioni dirette del movimento, è un campo interno all’Oceti Sakowin, situato in fondo, lungo il fiume Cannonball. E’ delimitato da una recinzione, con la sua propria forza di sicurezza, il suo falò, le sue tende-magazzino, la sua cucina collettiva per i pasti quotidiani, grandi tende di tipo militare adibite a sale comuni dove incontrarsi e mangiare, una biblioteca, un laboratorio di serigrafia, macchine da cucire e una tenda-scout che monitora e mappa i lavori dell’oleodotto. Adiacente al Red Warrior c’è il mini-campo Haudenosaunee, per i popoli della Confederazione delle Sei Nazioni provenienti dai così chiamati stati del Quebec, Ontario e New York, con i propri falò, pasti e provviste, ecc. Vicino c’è anche il campo Two Spirits. Del resto, il proliferare di questi mini-campi in tutta Oceti Sakowin e Standing Rock attesta la pluralità di questo movimento.
In termini spaziali e organizzativi, dentro l’occupazione Standing Rock non c’è quindi un unico campo, un’unica assemblea, un unico falò, un unico rancio, oppure un unico corpo decisionale o amministrativo. E questo dovrebbe essere considerato uno dei suoi punti di forza. L’incontro storico e senza precedenti dei popoli che compongono Standing Rock ha trovato un modo di vivere e lottare insieme, riconoscendo e rispettando le differenze e i bisogni che ciascuno esprime.

Temporalità e DAPL

Uno dei tratti distintivi dell’occupazione di Standing Rock è la sua base famigliare ed i legami intergenerazionali che compongono gli accampamenti e il movimento stesso. Non è per niente strano, per esempio, vedere un piccolo campo basato sulla figura di una matriarca sui sessantanni, spesso con esperienza diretta del Movimento degli Indiani Americani degli anni ’70. Insieme a lei, i suoi figli di quarant’anni, il corrispettivo nativo americano dei “cuccioli” delle Black Panther, cresciuti in un ambiente domestico radicale, abituati ad organizzarsi politicamente per rivendicare le forme di vita e di educazione tradizionali.
Questa generazione, quella dei nati tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, è quella dei leader più rispettati del movimento, mentre i loro figli e nipoti ventenni, sono gli intraprendenti guerrieri arruolati nelle prime file delle proteste. I loro figli o nipoti più piccoli giocano e corrono nei campi e adesso possono anche frequentare la scuola, istituita per quelli che si sono trasferiti nel campo con i propri figli a tempo pieno. Ciò significa quattro generazioni e, di conseguenza, che dentro ciascuno di questi campi vi sono famiglie allargate con i relativi legami di parentela, tiospaye in lingua Lakota, i quali, con rispetto e intimità, si relazionano tra loro come sorelle, cugini, zii o nonni. Questi legami familiari s’inseriscono in una più complessa percezione che l’individuo ha di sé e del suo rapporto con la società, in particolare in relazione alle strutture sociali dei clan, delle comunità e delle nazioni. Questo per dire che nella cultura dell’occupazione di Standing Rock esistono paradigmi di relazione e dovere estranei alla logica conformante della cittadinanza, diventata sinonimo di una vuota eguaglianza tra individui privi di legami profondi, responsabilità o esperienze condivise.
I Lakota parlano spesso delle “sette generazioni,” intendendo una struttura concettuale in base alla quale ci si concepisce come continuum tra quelli che sono venuti prima e quelli che verranno. Potresti essere tu, le tre generazioni precedenti e le tre generazioni successive alla tua. Oppure tu ed i nipoti dei tuoi nipoti, cioè coloro che per forza di cose non conoscerai mai. Così, ogni decisione o azione intrapresa da te, dal tiospaye o dalla nazione deve essere ponderata non soltanto considerando se stessi ed il presente, come avviene nella società liberale, ma contemplando anche tutte queste generazioni. Quando si pratica, in un territorio, una visione del mondo così profondamente etica e diacronica, la questione non può ridursi unicamente alla difesa attuale della Grande Nazione Sioux o del fiume Missouri, ma occorre pensare a ciò che consentirebbe di mantenerne inalterate le potenzialità per le sette generazioni, per i nipoti dei tuoi nipoti.
I Lakota parlavano spesso della profezia del serpente nero, secondo cui un giorno verrà un grande serpente recando con sé un’inspiegabile distruzione. In anni più recenti la profezia è stata associata alla proposta di costruzione della Keystone Pipeline, il cui progetto interessava anche il territorio di Oceti Sakowin, fino a che, nel novembre 2015, un ampio movimento ha costretto Obama a bocciarne la fase finale di costruzione. Da allora la profezia è stata associata alla proposta o alla realizzazione di diversi oleodotti, e, in agosto, il guerriero Iyuskin, l’American Horse di Standing Rock, ha scritto sul The Guardian:

I nostri avi ci hanno detto che se la zuzeca sape, il serpente nero, giunge nelle nostre terre, il nostro mondo finirà. Zuzeca è venuto – nelle vesti del Dakota Access Pipeline – e così devo combattere… Non siamo manifestanti. Siamo protettori. Stiamo difendendo la nostra terra e le nostre forme di vita in modo pacifico. Preghiamo insieme e lottiamo per ciò che è giusto. Qui stiamo facendo la storia. Vi invitiamo a unirvi a noi contro il serpente nero.

In molti nell’occupazione di Standing Rock, in particolare nel campo del Red Warrior, hanno deciso di darsi come soprannome Black Snake Killas, imprimendo con degli stencil questo slogan sulle loro giacche mimetiche e facendone un ricorrente grido di battaglia del movimento.

“Porta le tue preghiere”: la preghiera come pratica di lotta

L’idea di preghiera come modo dell’essere è una caratteristica fondamentale dell’occupazione e della comunità che si è venuta a creare. Vic Camp, un nativo Oglala Lakota di Pine Ridge, leader delle proteste, ha spiegato la differenza tra vivere in una tenda tipi o in un’abitazione privata. Quando vivi in una casa privata, in una “lattina”, come l’ha definita, puoi comportarti in modo orribile, egoista e distruttivo, ma se vivi in una comunità, circondato da bambini, anziani e altri, allora sei obbligato a comportarti diversamente, a tenere un comportamento migliore per te stesso e per gli altri. E’ ciò, dunque, che rende Standing Rock al contempo precursore di un nuovo modo dell’essere e capace di preservare la forma di vita tradizionale che i Lakota hanno custodito vivendo da nomadi, in famiglie allargate e con altre famiglie, in estesi insediamenti di tende tipi precedenti alla colonizzazione.
Un’idea simile è stata espressa dal co-fondatore del Movimento degli Indiani Americani, Clyde Bellecourt, il quale, in una notte passata attorno al principale falò dell’Oceti Sakowin, ha detto che il campo non era semplicemente un ritrovo di attivisti e manifestanti ma, al contrario, una modalità di preghiera e la preghiera stessa è a sua volta un modo dell’essere. Nell’ambiente dei nativi americani, che è sfortunatamente divenuto noto per il suo alto tasso di alcolismo, abuso di droghe, suicidi e violenza domestica, il fatto di riunire insieme migliaia di persone per creare una zona di preghiera e resistenza, senza alcool né droghe, sicura, autonoma e auto-organizzata, costituisce uno dei contributi più potenti in termini politici di Standing Rock.
Nell’occupazione la preghiera diventa un modo di scandire il tempo, riflettendo costantemente sulle proprie azioni e sui propri gesti con una certa dose di consapevolezza. Come si è osservato nel campo, “se vuoi fumare una sigaretta, non fumarla semplicemente e non tirare a terra la cicca che qualcun altro dovrà raccogliere, ma immagina ciascuna sigaretta come un’offerta di tabacco, come se fosse un qualcosa di sacro, come una preghiera”. A Standing Rock una delle indicazioni rivolte agli addetti stampa è di non scattare fotografie quando hanno luogo le cerimonie, ma la stessa idea di preghiera che si ha qui mette a dura prova l’immediata identificabilità e riconoscibilità di questi momenti rituali posto che ogni gesto, incontro, conversazione potrebbe essere invocato con questo scopo e intenzione tanto da diventare impercettibile.
Al momento della scrittura di questo testo, la costruzione del Dakota Access Pipeline nel Nord Dakota è pressoché completa, fatta eccezione per la parte da realizzare sotto il fiume Missouri. Gli accampamenti e gli avamposti vengono mantenuti mentre l’Army Corps of Engineers ed il Presidente Obama procrastinano le operazioni e le decisioni in merito.

Dedicato a Clark Fitzgerald [giovane militante di New York, morto in un incidente stradale mentre si recava a Standing Rock]
di #IndianWinter

Matt Peterson e Malek Rasamny sono curatori di The Native and the Refugee, un progetto multimediale che studia gli spazi delle riserve indiane e dei campi-profughi palestinesi. Shyam Khanna è un ricercatore indipendente, scrittore e bike-messenger di Brooklyn, New York. Vanessa Teran è un’artista multimediale dell’Ecuador, attualmente vive a Brooklin, New York. Tramite la fotografia e la scultura, la sua opera indaga i conflitti di frontiera, l’identità e l’appartenenza.

Articolo del 19 novembre 2016, tratto da Roar Magazine.