Vergänglich: passeggero, effimero, caduco, transitorio, fugace (1983)

di Mario Tronti

(tratto da Cenni Di Castella, Cadmo, Fiesole 2001)

Vergänglich: passeggero, effimero, caduco, transitorio, fugace. È la condizione nostra contemporanea, di uomini del tempo, figli del giorno, privati di memoria e senza futuro. E pur tuttavia, malgrado tutto, combattenti per la causa, organizzatori del popolo, risoluti a fare i conti, qui e ora, se necessario «alla plebea», direbbe Marx, con l’avversario di classe. Non adieu, ma «arrivederci» al proletariato. Marx sapeva ridere. Ci ha insegnato a ridere. Amava e odiava: una condizione umana normale, ma felice. Usava il paradosso come una clava che si abbatte sul buonsenso. I contorni della realtà gli apparivano netti. Il pensiero che guardava e che cambiava doveva farsi acuto. Ombre e luci: in mezzo nulla. Una volta aveva chiamato questo nulla: «l’indifferenza in materia politica». Una cosa impossibile, inconcepibile, deprecabile. Disprezzo e ironia c’erano in quell’immagine del «codino da filisteo», che Marx vedeva spuntare dalle teste più diverse, sotto le corone dei monarchi come sotto le parrucche dei filosofi. Hegel aveva scritto: quando la filosofia comincia a dipingere a chiaroscuro, allora una parte della vita è già invecchiata. E infatti. Colore preferito da Marx: il rosso. Così non ci si poteva sbagliare. Il suo pensare non era la nottola di Minerva, non era nemmeno il canto del gallo, era il volo festoso di uno stormo di uccelli migratori nella luce del meriggio, gli oppressi, liberi e poveri, che si innalzavano sopra la terra dei loro padroni e imparavano ridendo a dominarla. Marx sa ridere del mondo, perché è libero da esso e gli si pone contro e lo fustiga con la frusta del pensiero. La sua è una «gaia scienza»: critica della «triste scienza» degli economisti.

Perché il mondo dei borghesi, l’universo delle merci, la produzione di capitale, hanno messo insieme la prima forma di società che rappresenta se stessa in modo opposto a quello che è. Qui, in questa necessità moderna dell’apparenza ideologica, in questo verbo marxiano erscheinen, che la classe operaia eredita dalla filosofia classica tedesca, in questo rappresentarsi/comparire/apparire c’è la radice storica del comico come legge di movimento del capitalismo. Ci devono ancora spiegare come lacrime e sangue dell’accumulazione hanno prodotto, e riprodotto, liberté, égalité, fraternité. Marx l’aveva capito. Rileggiamo il carattere feticcio della merce e il suo arcano. «A prima vista la merce risulta che è una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici». Possiamo trasformare la forma del legno e farne un tavolo. Il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Osserviamolo appena diventa merce. Non si trasforma, si trasfigura: non sta più coi piedi per terra, si mette a testa in giù e comincia spontaneamente a ballare. È una comica, che solo l’effimero del cinema muto può per un attimo fermare. Marx non era marxista. I fratelli Marx lo erano. Il Capitale: monumentum aere perennis. In realtà, fu scritto in fretta, in una condizione di vita quotidianamente provvisoria, tra debiti, malattie, sventure, entusiasmi e depressioni. Un libro strappato alla vita. Ed era solo il primo libro. Il resto del Capitale, più i Grundrisse, più gli altri manoscritti sono una massa di appunti, di lavori preparatori, intuizioni, illuminazioni, calcoli, riassunti, programmi. Marx leggeva, divorava, trascriveva, commentava, malediva. Si è parlato del British Museum come il suo luogo di pace, una sorta di naturale approdo definitivo dopo la casualità e la caducità dei tentativi di azione. «La lotta è il mio elemento» diventava così il solito contributo al sapere positivo dell’umanità. Ma per Marx di nient’altro si trattava che dello spostamento del terreno della lotta. La ricerca era la guerra. I libri campi di quotidiane battaglie. Marx dava al proletariato la scienza come un’arma. O si vinceva anche con quella, o si perdeva tutto. Non abbiamo vinto neanche con quella, ma abbiamo imparato a giocare. Abbiamo strappato qualche territorio al nemico. Poi l’abbiamo di nuovo perso. E questo non è che l’inizio. La scienza come lotta è un sapere effimero. Dura per il tempo che serve. Devi sentire che stai gettando un boccone di cibo ad un lupo affamato. Questa è una condizione felice del pensiero: quando sai che c’è una parte, e solo una parte, del mondo che ti fa una domanda. Uno stato d’eccezione in cui pensare è la forza che decide. Adesso o mai più. Solo nel buio di un carcere, si può pensare für ewig. Nel mondo grande e terribile, no: la realtà consuma pensieri come il mattino dissolve sogni. Che cosa del resto lasciare al dopo? E per chi? Un rivoluzionario non può essere postumo. Il Moro è di nuovo su d’umore, scriveva Jenny, gli è tornata tutta l’antica allegria. E questo ogni volta che le lotte ripartivano e magari disperate insurrezioni scuotevano la vecchia Europa. Marx non sarebbe Marx senza il ‘48. La vera critica dell’economia politica, cioè la critica del capitalismo, nasce sulle barricate di giugno. Capita spesso che le vie della teoria si aprano sulle sconfitte della pratica. Non è questo il caso. Qui l’esplosione della rivolta, e il suo rapido trascorrere, dettano un modello all’opera, al commento, al giudizio. Le cosiddette opere storiche di Marx sono di fatto dei testi di politica militante, degli interventi sulla realtà, dei momenti di agitazione e di organizzazione. Non c’è una teoria marxista dello Stato perché non può esserci: perché al suo posto c’è una teoria della politica come luogo dello scontro tra forze opposte, in movimento e in mutamento. Aver fissato queste forze una volta per tutte in una durata senza tempo è stata la grande illusione dei marxisti. Le classi, al loro interno, nella loro natura e composizione e forma, sono così diverse tra un’epoca e l’altra della storia politica moderna, che non le riconosci più come le stesse, e allora dici che sono sparite e con loro la maledetta lotta di classe. Ma le idee-forza non si lasciano abolire per decreto.

Il giovane studente Marx che, ubriaco, tirava sassate ai lampioni, non si è mai smentito nella costruzione della sua opera. Questo vuol dire essere giovani: buttarsi alle spalle il proprio futuro. Marx non amava le ricette per la cucina dell’avvenire. Era ghiotto della cucina del presente. La potenza dell’avversario lo affascinava: perché lo stringeva nella necessità di pensare alla sua altezza per contrastarlo. Era festa grande ogni volta che scoccava la scintilla di un’idea con cui sparare su una postazione nemica. Il giorno dopo, un mese dopo, o l’anno dopo, era tutto diverso, ci volevano altre idee su una diversa linea del fuoco. Marx parte quasi ogni volta da «errori» per arrivare sempre a «salti». Gli altri, o l’hanno imbalsamato in un manuale, o l’hanno relegato in un ghetto. Marx che amava e odiava, è amato o odiato. Il vero pensiero si riconosce da questo: che divide. Ti costringe a scegliere, a prendere posizione, a entrare in campo. È la stessa cosa per i grandi fatti, che sono poi sempre grandi azioni. La cosa straordinaria è che spesso sono pensieri e azioni dalla vita breve. La Comune, il più effimero degli Stati operai, è finora il meglio riuscito. Il piccolo Lenin, il più improvvisato tra gli uomini di Stato, ha detto le maggiori verità sul potere. E il vecchio Marx, il più approssimativo dei filosofi, ci ha lasciato la felicità della lotta in questo sporco mondo.