Da Parigi ai nostri amici dispersi per il mondo

Pubblicato in lundimatin#135, il 26 febbraio 2018

Da qui, da questo paese in cui respiriamo male un’aria ogni giorno più rarefatta, dove ci sentiamo ogni giorno più estranei, non poteva che succederci questa usura che ci mangiava, a forza di vuoto, a forza d’impostura. In mancanza di meglio, ci pagavamo con le parole, l’avventura era letteraria, l’impegno platonico. La rivoluzione domani, la rivoluzione possibile, quanti tra di noi ci credono ancora?

Pierre Peuchmaurd, Plus vivants que jamais (1968)

La brace cova sotto la cenere dell’anestesia macroniana. Il governo lo sa. È per questo che fa attenzione a risparmiarsi ogni prova critica. È per questo che attacca solo i deboli, o quelli che si dichiarano vinti in anticipo. È la strategia della non-battaglia: una guerra la cui vittoria consiste nello schivare ogni prova di forza decisiva. Non c’è alcuna adesione alle manovre governamentali al di fuori delle sfere governamentali, esse stesse del tutto mediatiche. Vi è invece un’immensa indifferenza, una disaffezione, una stanchezza e una demoralizzazione, una demoralizzazione alla quale i proprietari dello spazio pubblico lavorano assiduamente, giorno dopo giorno, Ma dalla fine deludente del movimento contro la legge Lavoro, vi è anche un insieme di energie diffuse, un insieme di diserzioni impercettibili che tracciano discretamente il loro cammino. Vi è un elemento infiammabile in sospensione che attende solo un’occasione per riaggregarsi, un’occasione che non sia la ripetizione meccanica della tattica superata del «corteo di testa». A questo si aggiungono, malgrado la sapiente comunicazione governamentale, così prodiga in contro-piedi, in effetti sorpresa, in giochi virtuali e altre finzioni, i primi effetti della politica realmente esistente. Questi effetti reali suscitano uno scontento che non si lascia stordire facilmente da tutti questi artifici. Se tutto non è alla fine, il burn out generale non è così lontano. Allora perché non mettere tutto Fuori Servizio, prima di essere se stessi Fuori Servizio? Invece che attendere che il potere ci dia l’occasione, cosa che non farà mai, di fermare il treno del malessere sul quale ci trasporta, perché non farla precipitare noi stessi questa occasione? Perché non deciderla? E poiché, in fondo, tutte le ragioni di fare una rivoluzione sono riunite, perché non darsi delle date e concentrare le forze?

Sembra che vi sia chi nel prossimo maggio vuole commemorare il maggio 68. Noi, francamente, ce ne sbattiamo del maggio 68. Si è fatto di meglio. Le nostre scritte durante la primavera 2016 relegano quelle del 1968 alla categoria del «si può fare di meglio», in quantità come in qualità. Onestamente tra «nel sabotare c’è della bellezza» e «godere senza tempi morti, vivere senza ostacoli» non c’è partita. C’è tutta la distanza tra il frizzante e il laborioso. E i nostri scontri, non c’è che dire: meglio organizzati, meglio equipaggiati, senza bisogno di servizi d’ordine trotskisti o maoisti, senza necessità di assemblee generali interminabili, senza capi. Tutto in fluidità, in molteplicità, in intelligenza della situazione. Solo che per noi, siccome siamo ancora qui, non c’è nessuno per commemorarci. Certo, d’accordo, non abbiamo bloccato il paese. Le occupazioni non sono state questo. I sindacati hanno completamente mandato in vacca gli scioperi. Non eravamo milioni come nel 1968. E poi, si ha un grosso problema di prospettiva: prima era sufficiente riprendere il mondo tra le mani più o meno così come era, adesso da un lato il mondo è completamente fottuto e dall’altro è talmente orribile che spesso non ce ne si può far nulla, a parte mandarlo al macero. Insomma, prima bisognava giusto riappropriarsi di ciò che c’era, adesso in più bisogna distruggere e riparare. Senza contare che anche noi non siamo proprio in buone condizioni. Allora, tutto questo significa che c’è molto lavoro da fare, il quale richiede molta immaginazione, molta sensibilità e una sufficiente disposizione alla metamorfosi.

Per quanto ci riguarda, quello che riprendiamo dal maggio 1968 sono 4 cose: 1- c’erano già dei «teppisti» all’epoca, ma quando si è tanti teppisti non si è più dei teppisti si è un evento; 2- non si arriva a nulla se non si perviene a bloccare il paese; 3- il livello di devastazione della Terra, la perdita di senso di tutto, la zombificazione della gente, l’aberrazione dell’ordine sociale, il trionfo della tecnocrazia e l’estensione del malessere, il capitalismo si è applicato a realizzare tutto quello che si diceva di lui nel maggio 1968; 4- poiché nel 68, organizzando l’abbondanza il potere ha raccolto la rivolta, si è detto che organizzando la penuria avrebbe forse avuto la calma. Non è sicuro che abbia avuto la calma, ma la penuria, si sa, non c’è dubbio che vi si sprofonda tranquillamente. Dunque, noi, ce ne fottiamo del maggio 68. Che Cohn-Bendit sia amico di Macron e Debord alla Bibliothèque Nationale non ci fa né caldo né freddo. E soprattutto non sono buone ragioni per non darsi appuntamento al prossimo maggio, vista la situazione. Non si lascerà che Macron svolga i suoi piani tranquillamente per i prossimi dieci anni. Non lasceremo che marcino sulle nostre teste recitando Moliére. Noi vogliamo distruggere il disastro.

Si potrebbe dunque fare così: invece che commemorare il 1968, cercare di organizzare un bel mese di maggio 2018. Far montare dolcemente la pressione attorno alla manifestazione dei ferrovieri & Co. del 22 marzo (quale sarebbe una strategia che metta fine alla maniera in cui la prefettura ha messo fine al «corteo di testa»? Perché non chiamare quella sera a una grande discussione aperta a tutti su quello che si potrebbe fare a maggio?). Tessere dei legami con quelli che vorrebbero far qualcosa ma che vedono anche che le «potenti centrali sindacali» non sono più «uno strumento di lotta adeguato», per dirla educatamente.

Tra il 22 marzo e il 31, far qualcosa per far comprendere al governo che sgomberi=scontri, che sia per la ZAD, i migranti o i luoghi occupati.

In aprile, restare presenti, tenere gli occhi aperti, ma soprattutto preparare un Primo maggio rivoluzionario a Parigi – gli ultimi due non sono stati male, malgrado la crescente ferocia delle tattiche poliziesche. In più, sicuramente, vista la data, vi saranno un sacco di greci, di italiani, di americani, di inglesi, di belgi, di tedeschi un po’ intrippati sul maggio 68 o su quello che è successo in Francia negli ultimi anni. Evidentemente bisognerà pensare a invitarli esplicitamente a venire per questa occasione, invitarli anche a restare e dunque accoglierli e fargli sentire che sono i benvenuti. Per il resto, tutto è da costruire – occupazioni, blocchi, scioperi, start-up da mandare all’aria, notti passate a discutere, manifestazioni selvagge come non si osa più farne, manifestazioni, una bordelizzazione del centro yuppificato di Parigi, non sono certo i bersagli né le occasioni che mancheranno in questo maggio 2018. Per questo bisogna cominciare da subito a captare le componenti disponibili di ogni orizzonte.

In poche parole: far crescere il nostro vantaggio (che cosa? voi celebrate il 68 e la rivolta sarebbe illegittima, l’occupazione illegale, il collasso del potere inimmaginabile, la rivoluzione impossibile e la felicità vietata??!!)

Far crescere il nostro vantaggio fino al punto di rottura.

A presto per discuterne in privato!

Niente è finito, tutto comincia.