Fine del lavoro, vita magica

[Si parla molto di questi tempi di lavoro, di forza lavoro, di sfruttamento, di economie alternative e molto poco di «come vivere». Per questo ci è sembrata una buona idea proporre la traduzione di un capitolo dell’ultima prova del Comitato Invisibile, dedicato appunto a questa dimensione della non-vita che è il lavoro e del perché bisogna “uscire dall’economia” per afferrare una vita magica. Come spiegava Giorgio Agamben nell’intervento su Tiqqun che abbiamo pubblicato il mese scorso, la questione che Tiqqun mette in rilievo è l’indistinzione tra dispositivi politici ed economici e soggettività nel mondo contemporaneo. Non si può criticare gli uni senza mettere in crisi l’altra. Anche perché, come dice lo stesso Agamben ne L’uso dei corpi: «Tutti gli esseri viventi sono in una forma di vita, ma non tutti sono (o non sempre sono) una forma-di-vita». A buon intenditore… Crediamo sia una buona chiave di comprensione del testo che oggi proponiamo. Buona lettura!]

Estratto da Comité invisible, Maintenant, la Fabrique, Paris 2017, pp.87-107

(trad. a cura di quieora international)

Durante il conflitto innescato dalla legge Lavoro, fu questione del governo, della democrazia, del 49-3, della costituzione, della violenza, dei migranti, del terrorismo, di tutto ciò che si vuole, ma si parlò appena del lavoro. In confronto, nel 1998, al tempo del «movimento dei disoccupati», non si parlò che di quello, fosse anche per rifiutarlo. Fino a non molto tempo fa, quando si incontrava qualcuno era ancora del tutto naturale domandargli: «E allora, che fate nella vita?». E la risposta veniva anch’essa naturalmente. Si riusciva ancora a dire che posizione si occupava nell’organizzazione della produzione. Poteva servire da biglietto da visita. Nel frattempo, la società salariale è talmente esplosa che si evita, ormai, di porre questo genere di domande che tendono a instaurare un certo imbarazzo. Tutti fanno cose, si sbattono, provano, biforcano, fanno una pausa, riprendono. Non è socialmente che il lavoro ha perduto il suo splendore e la sua centralità, bensì esistenzialmente.

Di generazione in generazione, siamo sempre di più ad essere in sovrannumero, ad essere «inutili al mondo» – al mondo, in ogni caso, dell’economia. Se già sessant’anni fa vi era gente come Wiener che profetizzava che l’automazione e la cibernetizzazione avrebbero «prodotto una disoccupazione in comparazione della quale le attuali difficoltà e la crisi economica degli anni 1939-36 appariranno come uno scherzo», prima o poi ci si sarebbe arrivati. Stando alle ultime notizie, Amazon medita di aprire negli Stati Uniti 2000 negozi integralmente automatizzati, senza casse e dunque senza cassieri, sotto controllo totale, con riconoscimento visuale dei clienti e analisi in tempo reale di ciascuno dei loro gesti. Entrando si fa bippare il proprio smartphone su di un dispositivo e poi ci si serve. Quello che prendete è automaticamente addebitato sul vostro conto Premium grazie a un’applicazione e quello che rimettete a posto riaccreditato. Questo si chiama Amazon Go. In questa distopia mercantile dell’avvenire, non esiste più denaro liquido, non ci sono più code, niente furti e quasi nessun impiegato. Si prevede che questo nuovo modello dovrebbe rivoluzionare tutto il campo della distribuzione, ovvero il più grande fornitore di lavoro degli Stati Uniti. A termine, sono i ¾ degli impieghi che dovrebbero sparire nel settore dei negozi di prossimità. Più generalmente, se stiamo alle previsioni della Banca mondiale, all’orizzonte del 2030, è il 40% della massa degli impieghi esistenti nei paesi ricchi che, sotto la spinta dell’«innovazione», saranno scomparsi. «Noi non lavoreremo mai» era una bravata di Rimbaud. Sta diventando la lucida constatazione di un’intera gioventù.

Dall’estrema sinistra all’estrema destra, non mancano gli imbonitori che ci promettono eternamente di «ristabilire il pieno impiego». Quelli che vogliono farci rimpiangere l’epoca d’oro del lavoro salariato classico, che siano marxisti o liberali, hanno costume di mentire sulla sua origine: pretendono che il lavoro salariato ci abbia affrancati dal servaggio, dalla schiavitù e dalle strutture tradizionali – che insomma avrebbe costituito un «progresso». Ogni studio storico minimamente serio dimostra che, al contrario, è nato come prolungamento e raddoppiamento dei rapporti di servitù anteriori. Fare di un uomo il «detentore della propria forza lavoro» e che sia disposto a «venderla», cioè far entrare nel costume la figura del Lavoratore, ha richiesto non poche spoliazioni, espulsioni, saccheggi e devastazioni, un bel po’ di terrore, di misure disciplinari e di morti. Non vedere che ciò che viene restituito dal lavoro non è tanto la produzione di merci ma la produzione di lavoratori – ovvero un certo rapporto a sé, al mondo e agli altri – vuol dire non capire niente del carattere politico dell’economia. Il lavoro salariato fu la forma di mantenimento di un certo ordine. La violenza fondamentale che contiene, quella che ci vien fatta dimenticare dal corpo spezzato dell’operaio alla catena, dal minore portato via da un esplosione di gas in miniera o dal burn out degli impiegati sotto pressione manageriale estrema, riguarda il senso della vita. Vendendo il suo tempo, il salariato pone il senso della sua esistenza tra le mani di quelli a cui è indifferente, cioè di quelli che hanno vocazione a calpestarla. Il lavoro salariato ha permesso a delle generazioni di uomini e donne di vivere eludendo la questione del senso della vita, «rendendosi utili», «facendo carriera», «servendo». È sempre stato possibile al salariato riportare tale questione a più tardi – diciamo: fino alla pensione – continuando a condurre un’onorevole vita sociale. E siccome è «troppo tardi», sembrerebbe, per porsela una volta pensionati, non resta che attendere pazientemente la morte. Si sarà riusciti così a passare una intera vita senza essere mai entrati nell’esistenza. È così che il lavoro salariato ci ha alleggerito dell’ingombrante questione del senso e della libertà umana. L’urlo di Munch non a caso indica, ancora oggi, il vero volto dell’umanità contemporanea. Quello che non trova sulla sua banchina, questo disperato, è la risposta alla domanda «come vivere?».

Per il capitale la disgregazione della società salariale è allo stesso tempo un’opportunità di riorganizzazione e un rischio politico. Il rischio è che gli umani facciano un uso imprevisto del loro tempo e della loro vita, cioè che prendano a cuore la questione del suo senso. Si è dunque fatto in modo che, fornendogli molte simpatiche distrazioni, non gli sia possibile usarla a loro piacimento. Tutto accade come se dovessimo lavorare sempre di più in quanto consumatori a misura che lavoriamo di meno in quanto produttori. Come se il consumo non significasse più una gratificazione, ma un obbligo sociale. L’apparecchiatura tecnologica del divertimento d’altra parte si apparenta sempre più a quella del lavoro. Mentre ognuno dei nostri click quando ci trasciniamo su Internet produce dei dati che i GAFA [Google-Apple-Facebook-Amazon] rivendono, vengono abbellite tutte le fasi del gioco introducendovi score, tappe, bonus e altri messaggi infantilizzanti. Invece di vedere nella fuga in avanti sicuritaria e nell’orgia di controllo attuali una risposta agli attentati dell’11 settembre, non sarebbe insensato vedervi una risposta al fatto economicamente stabilito che è proprio a partire dal 2000 che, per la prima volta, l’innovazione tecnologica ha provocato l’abbassamento del volume degli impieghi. È necessario ormai poter sorvegliare in massa ognuna delle nostre attività, ognuna delle nostre comunicazioni, ognuno dei nostri gesti, disporre telecamere e sensori in ogni luogo, perché la disciplina salariale non è più sufficiente a controllare la popolazione. È solamente ad una popolazione perfettamente sotto controllo che si può pensare di offrire un reddito universale.

Ma non è questo l’essenziale. Bisogna soprattutto mantenere il regno dell’economia al di là dell’estinzione del lavoro salariato. Questo passa per il fatto che, se c’è sempre meno lavoro, tutto venga mediato dal denaro, fosse anche in quantità infime. In mancanza del lavoro, bisogna mantenere la necessità di guadagnare del denaro per sopravvivere. E anche se un giorno il reddito universale sarà instaurato, come raccomandano molti economisti liberali, sarà necessario che il suo ammontare sia sufficiente appena per non morire di fame, ma assolutamente insufficiente per vivere, anche poveramente. Stiamo assistendo a un passaggio di regno in seno dell’economia. Alla maestosa figura del Lavoratore succede quella, rachitica, del Pezzente – perché il denaro e il controllo possano infiltrarsi ovunque è necessario che ovunque manchi del denaro. Tutto, ormai, dev’essere occasione di generare un po’ di moneta, un po’ di valore, di fare «un piccolo affare». L’offensiva tecnologica in corso deve essere compresa anche in quanto maniera di occupare e valorizzare quelli che il lavoro salariato non permette più di sfruttare. Ciò che è troppo rapidamente descritto come uberizzazione del mondo si dispiega in due maniere molto diverse. Da un lato, Uber, Deliveroo e consorti dunque, questa offerta di lavoro non qualificato non necessita di altro capitale che il proprio vecchio motorino. Ogni conduttore è libero di autosfruttarsi quanto vuole, sapendo che dovrà correre almeno cinquanta ore alla settimana se vuole raggiungere l’equivalente del salario minimo. Poi vi sono Airbnb, Blablacar, i siti per gli incontri, il «co-working» o il «co-stoccaggio» e tutte queste applicazioni che permettono di estendere all’infinito la sfera del valorizzabile. Ciò che si gioca nell’«economia collaborativa», con le sue infinite possibilità di valorizzazione, non è solo una mutazione della vita – è una mutazione del possibile, una mutazione della norma. Prima di Airbnb, una camera libera in un appartamento era una «camera per gli amici» o una camera libera per un nuovo uso, oramai è un vuoto da riempire per guadagnare. Prima di Blablacar, un tragitto da soli nella propria vettura era un’occasione per fantasticare o di prendere su un autostoppista, o che ne so, ormai è un’occasione per fare un po’ di soldi in nero e dunque economicamente parlando uno scandalo. Bisogna che incessantemente e da ogni punto di vista noi non la smettiamo mai di contare. Che la paura di «perdere un’opportunità» sia il pungolo della vita. L’importante non è lavorare per un euro all’ora o guadagnare qualche centesimo scannerizzando per Amazon Mechanical Turk, ma ciò a cui potrebbe un giorno portare questa partecipazione. Tutto deve ormai entrare nella sfera della messa a profitto. Tutto diventa valorizzabile nella vita, anche i propri rifiuti. E noi stessi diventiamo dei pezzenti, dei rifiuti. Se una parte sempre più grande della popolazione è destinata ad essere esclusa dal lavoro salariato, non è per abbandonarli alla caccia ai pokemon al mattino e a pescare nel pomeriggio. L’invenzione dei nuovi mercati lì dove l’anno precedente non li si immaginava, illustra questo fatto così difficile da far comprendere a un marxista: il capitalismo non consiste tanto nel vendere ciò che viene prodotto quanto nel rendere contabilizzabile quello che non lo è ancora, a rendere valutabile ciò che la sera prima sembrava ancora essere assolutamente senza prezzo, a creare dei nuovi mercati: è questa la sua riserva oceanica d’accumulazione. Il capitalismo è l’estensione universale della misura.

In economia la teoria del Pezzente si chiama «teoria del capitale umano». È più presentabile. L’OCDE la definisce ancora oggi come «l’insieme delle conoscenze, qualifiche, competenze e caratteristiche individuali che facilitano la creazione del benessere personale, sociale ed economico». Joseph Stiglitz, l’economista-di-sinistra, stima che il «capitale umano» rappresenti oggi tra i 2/3 e i ¾ del capitale totale; di che dare ragione al titolo senza ironia del libro di Stalin: L’uomo, il capitale più prezioso. A partire da Locke l’uomo era «il proprietario della sua persona. Nessun altro se non egli stesso possiede un diritto su di essa, il lavoro del suo corpo e l’opera delle sue mani gli appartengono in proprio» (Trattato del governo civile), cosa che non escludeva secondo lui né la servitù né la colonizzazione. Marx ne fece il proprietario della sua «forza lavoro» – un’entità metafisica abbastanza misteriosa, a dire il vero. Ma, nei due casi, l’uomo era proprietario di qualcosa che poteva alienare restando comunque intatto. Egli era formalmente altra cosa da ciò che vendeva. Con la teoria del capitale umano, l’uomo è meno il detentore di un’aggregazione indefinita di capitali – culturale, relazionale, professionale, finanziario, simbolico, sessuale, medico – di quanto non sia egli stesso questa aggregazione. Lui è capitale. Arbitra in permanenza tra l’accrescimento di ciò che è in quanto capitale e il fatto di monetizzarlo su questo o quel mercato. È inseparabilmente il produttore, il prodotto e il venditore del prodotto. I calciatori, gli attori, le star, gli youtuber di successo sono logicamente gli eroi dell’epoca del capitale umano, coloro il cui valore coincide integralmente con quello che sono. La microeconomia diviene allora la scienza generale dei comportamenti, che sia nell’impresa, in chiesa o in amore. Ovvero ciascuno diviene un’impresa vitale di auto-promozione. L’uomo diviene per essenza la creatura ottimizzatrice – il Pezzente.

Il regno del Pezzente è un aspetto di quello che la rivista Invariance chiamò, negli anni ‘60, l’antropomorfosi del capitale. A misura che il capitale «realizza nel presente, sull’intero pianeta, come sull’intera specie, come sull’intera vita di ciascun uomo, i modi di una colonizzazione integrale dell’esistente che si connota nei termini di un dominio reale […], l’Io-capitale è la nuova forma che il valore vuole assumere, inseguito dalla svalorizzazione. In ciascuno di noi il capitale chiama al lavoro la forza viva (Cesarano, Apocalisse e rivoluzione). Questo movimento è quello attraverso cui il capitale si appropria di tutti gli attributi umani e per il quale gli umani si fanno supporto neutro della valorizzazione capitalista. Il capitale non determina solamente le forme delle città, il contenuto del lavoro e dei divertimenti, l’immaginario delle folle, il linguaggio della vita reale e quello dell’intimità, le maniere d’essere alla moda, i bisogni e la loro soddisfazione, produce anche il proprio popolo. Genera la propria umanità ottimizzatrice. Qui, tutte le cantilene sulla teoria del valore fanno la loro entrata al museo delle cere. Prendiamo il caso contemporaneo del dance-floor di una discoteca: nessuno è lì per i soldi, ma per divertirsi. Nessuno è costretto ad andarci come si va al lavoro. Non c’è uno sfruttamento manifesto, non c’è circolazione visibile di denaro tra i futuri partner che stanno ancora ballando. E tuttavia tutto, qui, non è altro che valutazione, valorizzazione, autovalorizzazione, preferenze individuali, strategie, appropriazione ideale, sotto la costrizione dell’ottimizzazione, di un’offerta e di una domanda, in breve: puro mercato neoclassico e capitale umano. La logica del valore coincide ormai con la vita organizzata. L’economia in quanto rapporto al mondo eccede da molto tempo l’economia come sfera. La follia della valutazione domina evidentemente ogni aspetto del lavoro contemporaneo, ma è anche la signora che regna su tutto ciò che gli sfugge. Essa determina fino al rapporto a sé del jogger solitario il quale, per migliorare le sue performance, deve già conoscerle. La misura è diventata il modo di essere obbligato di tutto quello che intende esistere socialmente. I media sociali indicano del tutto logicamente l’avvenire della valutazione onnilaterale che ci è promessa. Su questo punto, ci si può affidare alle profezie di Black Mirror come a quelle di un entusiasta analista dei mercati contemporanei: «Immaginate che domani, a ogni piccola parola postata sulla rete, per qualsiasi chiacchiera, scambio, incontro, transazione, condivisione o comportamento online, dovrete prendere in considerazione l’impatto che questo avrà sulla vostra reputazione. Considerate poi che la vostra reputazione non sarà più una sorta di fragranza immateriale che alcuni potranno sondare presso i vostri amici e partner professionali, ma un vero certificato di affidabilità universale stabilito da degli algoritmi complessi fondati sull’incrocio delle mille e una informazione che vi concernono che circolano in rete… dati che a loro volta vengono incrociati con la reputazione delle persone che avrete frequentato! Benvenuti nel futuro imminente, dove la vostra “reputazione” sarà concretamente schedata, universale e accessibile a tutti: un sesamo relazionale, professionale, commerciale, capace di aprirvi o di chiudervi le porte di una candidatura all’auto-condivisione su Mobizen o Deways, di un incontro amoroso su Meetic o Attractive World, di una vendita su e-bay o Amazon… di più, questa volta nel mondo ben tangibile: un incontro professionale, una transazione immobiliare o un credito bancario… Ormai e in maniera crescente, le nostre manifestazioni in rete vanno a costituire il fondamento della nostra reputazione. Di più ancora: il nostro valore sociale diventerà un indicatore del nostro valore economico».

Quello che vi è di nuovo nell’attuale fase del capitale è che dispone oggi dei mezzi tecnologici per una valutazione generalizzata, in tempo reale, di tutti gli aspetti degli esseri. La passione per i voti è fuggita dalle aule scolastiche, dalla Borsa e dai registri dei capireparto per invadere tutti i campi della vita. Se si ammette la nozione paradossale di «valore d’uso» per designare «il corpo stesso della merce […], le sue proprietà naturali […] un complesso di molte qualità» (Marx), il campo del valore si è raffinato a tal punto che arriva ad afferrare da molto vicino questo famoso «valore d’uso», le caratteristiche degli esseri, dei luoghi e delle cose: aderisce oramai ai corpi fino a coincidere con loro come fosse una seconda pelle. È quello che un economista-sociologo, Lucien Karpik, chiama «l’economia delle singolarità». Il valore delle cose non si distingue più, in tendenza, dalla loro esistenza concreta. Un finanziere franco-libanese, Bernard Mourad, ne ha fatto un romanzo: Les Actifs corporels. Può essere utile sapere che l’autore è passato dalla banca d’affari Morgan Stanley alla presidenza d’Altice Media Group, il ramo della holding di Patrick Drahi che controlla notoriamente Libération, L’Express e i24 News, prima di divenire il consigliere speciale di Emmanuel Macron durante la sua campagna elettorale. In questo romanzo immagina l’entrata in Borsa di una persona, un banchiere chiaramente, che porta con sé un bilancio psicanalitico, professionale e un check-up biologico. Questo racconto dell’introduzione su di una piazza di mercato di una «società-persona» nel quadro di una «Nuova Economia Individuale» era al tempo della sua pubblicazione, nel 2006, un’anticipazione. È ormai il Medef che propone di porre un numero SIRET a ogni francese che nasce [il SIRET è il numero identificativo delle imprese]. Il valore degli esseri diviene l’insieme delle loro «caratteristiche individuali» – la loro salute, il loro humour, la loro bellezza, il loro savoir-faire, le loro relazioni, il loro «saper-essere», la loro immaginazione, la loro «creatività», etc. E’ questa la teoria, e la realtà, del «capitale umano». Il campo del valore si è annesso così tante dimensioni da divenire uno spazio complesso. È divenuto l’insieme del dicibile, del leggibile, del visibile, socialmente. Il valore che era formalmente sociale, lo è divenuto realmente. A misura che il denaro ha perduto il suo carattere d’impersonalità, di anonimato, d’indifferenza per divenire informazione tracciabile, localizzata, personalizzata, la moneta, anch’essa, è diventata vivente. «Il mondo moderno, scriveva Peguy, non è universalmente prostituzionale per lussuria. Ne è del tutto incapace. È universalmente prostituzionale perché è universalmente interscambiabile». Qualcosa di prostituzionale entra dovunque regna il nostro «valore sociale», ovunque si scambia una parte di noi contro la più piccola retribuzione, che sia finanziaria, simbolica, politica, affettiva o sessuale. I siti d’incontro contemporanei formano un notevole caso di prostituzione fun e reciproca, ma è dovunque e sempre ormai che ci si vende. Chi può dire, ai nostri giorni in cui ogni capitale reputazionale è così facilmente convertibile in plusvalore sessuale, che non siamo in una «fase industriale in cui i produttori hanno i mezzi d’esigere, a titolo di pagamento, degli oggetti sensibili da parte dei consumatori, essendo questi oggetti degli esseri viventi […] In quanto mercato parallelo alla moneta inerte, la moneta vivente al contrario [è] suscettibile di sostituirsi al valore aureo, impiantarsi nelle abitudini e istituirsi nelle norme economiche» (Pierre Klossowski, La Monnaie vivante).

La vertigine del denaro si deve al suo carattere di pura potenza. L’accumulazione monetaria è il rinvio di ogni godimento effettivo in quanto il denaro mette in equivalenza come possibili l’insieme di quello che permette di comprare. Ogni spesa, ogni acquisto è innanzitutto perdita, rispetto a quello che il denaro può. Ogni godimento determinato che permette di acquistare è prima di tutto negazione dell’insieme degli altri godimenti potenziali che contiene in sé. All’epoca del capitale umano e della moneta vivente è ciascun istante della vita, ogni relazione effettiva ad essere ormai avvolti dall’insieme dei possibili equivalenti che li pregiudica. Essere qui è innanzitutto un insopportabile rinuncia ad essere altrove, lì dove la vita è apparentemente più intensa come si incarica di informarci il nostro smartphone. Essere con questa persona è un insostenibile sacrificio dell’insieme delle altre persone con cui si potrebbe essere. Ogni amore è annientato immediatamente dall’insieme degli amori possibili. E quindi impossibilità di essere qui, incapacità di essere insieme. E dunque malessere universale. Tortura dei possibili. Malattia mortale. «Disperazione», avrebbe diagnosticato Kierkegaard.

L’economia non è solamente quello da cui dobbiamo uscire per smettere di essere dei pezzenti. È semplicemente quello da cui bisogna uscire per vivere, per essere presenti al mondo. Ogni cosa, ogni essere, ogni luogo è incommensurabile in quanto è qui. Si potrà misurare una cosa quanto si vuole, sotto tutti i suoi aspetti e dimensioni, la sua esistenza sensibile sfugge eternamente a ogni misura. Ogni essere è irriducibilmente singolare, non fosse altro per esserlo qui e ora. Il reale ne è l’ultima, incalcolabile, ingestibile, istanza. È per questo che c’è bisogno di tante misure di polizia per preservare un falso ordine, d’uniformità, d’equivalenza. «La stupenda realtà delle cose/è la mia scoperta di tutti i giorni./Ogni cosa è quel che è/e è difficile spiegare quanto questo mi rallegri,quanto questo mi basti./Basta esistere per esser completo» (Alberto Caeiro). L’economia, è il suo principio, ci fa correre come dei topi, così che non ci troviamo mai qui, in modo da non poter scoprire l’altarino della sua usurpazione: la presenza.

Uscire dall’economia significa far emergere il piano di realtà che essa ricopre. Lo scambio mercantile e tutto quello che comporta d’aspra negoziazione, di sospetto, di imbroglio, di wabu wabu, come dicono i Melanesiani, non è una specificità occidentale. Lì dove si sa vivere, si praticano questo tipo di rapporti solo con gli stranieri, cioè con delle persone con le quali non si ha alcun legame, che sono abbastanza lontani perché un imbroglio non possa finire in una conflagrazione generale. Pagare, in latino, viene da pacare, «soddisfare, calmare», ad esempio distribuendo denaro ai soldati perché possano comprarsi del sale, un salario dunque. Si paga per avere la pace. Tutto il vocabolario dell’economia è in fondo un vocabolario della guerra evitata. «C’è un legame, una continuità, tra le relazioni ostili e la fornitura reciproca di prestazioni: gli scambi sono delle guerre risolte pacificamente, le guerre sono il risultato di transazioni sfortunate» (Lévi-Strauss). Il vizio dell’economia è di ridurre tutte le possibili relazioni ai rapporti ostili, tutte le distanze all’estraneità. Quello che in questo modo occulta è tutta la gamma, la gradazione, tutta l’eterogeneità tra le diverse relazioni esistenti e immaginabili. A seconda del grado di prossimità tra gli esseri, vi è comunità dei beni, condivisione di certe cose, scambio a reciprocità equilibrata, scambio mercantile, assenza totale di scambio. E ogni forma di vita ha il suo linguaggio e le sue concezioni per dire questa molteplicità di regimi. Far pagare i bastardi è giusto. Chi ama non conta. Lì dove il denaro vale qualcosa, la parola non vale niente. Uscire dall’economia, vuol dire essere in grado di distinguere nettamente tra le condivisioni possibili, dispiegare da dove si è tutta un’arte delle distanze. È respingere il più lontano possibile i rapporti ostili e la sfera del denaro, della contabilità, della misura, della valutazione. Significa spingere ai margini della vita ciò che oggi ne è la norma, il cuore e la condizione.

C’è un sacco di gente, ai nostri giorni, che tenta di sfuggire al regno dell’economia. Diventano panettieri piuttosto che consulenti. Si mettono in disoccupazione appena possono. Fanno delle cooperative, cercano di «lavorare diversamente». Ma l’economia è così ben fatta che ha ormai un settore, quello dell’«economia sociale e solidale», che funziona grazie all’energia di quelli che cercano di sfuggirgli. Un settore che ha diritto a un ministero particolare e che pesa per il 10% del PIL francese. Si sono disposte tutta una serie di reti, di discorsi, di strutture giuridiche, per raccogliere i fuggiaschi. Questi si danno il più sinceramente possibile a quello che sognano di fare, ma la loro attività è ricodificata socialmente e questa codificazione finisce per imporsi su quello che fanno. Si prende in carico collettivamente la manutenzione delle fonti d’acqua del proprio villaggio e un giorno ci si ritrova a «gestire i beni comuni». Pochi settori hanno sviluppato un amore così fanatico della contabilità, per cura della legalità, della trasparenza o dell’esemplarità, quanto quello dell’economia sociale e solidale. In confronto qualsiasi PMI è un lupanare contabile. Abbiamo centocinquanta anni d’esperienza di cooperative per sapere che queste non hanno mai minimamente minacciato il capitalismo. Quelle che sopravvivono finiscono, presto o tardi, per divenire delle imprese come le altre. Non esiste «un’altra economia», ciò che esiste è un altro rapporto all’economia. Un rapporto di distanza e di ostilità, giustamente. Il torto dell’economia sociale e solidale è di credere alle strutture di cui si dota. Significa volere che quello che vi accade dentro coincida con gli status, con il funzionamento ufficiale. Il solo rapporto che si può avere con le strutture delle quali ci si dota è di utilizzarle come paraventi al fine di fare tutt’altra cosa di quello che autorizza l’economia. Significa dunque essere complici di questo uso e di questa distanza. Una tipografia commerciale tenuta da un amico metterà a disposizione le sue macchine nel weekend, quando non sono ufficialmente in funzione, e la carta sarà pagata al nero perché niente compaia. Una banda di amici falegnami utilizzano tutto il materiale al quale hanno accesso nella loro bottega per costruire una capanna per la ZAD. Noi possiamo ricorrere a delle strutture «economiche» solo a condizione di bucarle.

In quanto struttura economica, nessuna impresa ha senso. Essa è, tutto qui, ma non è niente. Il suo senso non può arrivare che da un elemento estraneo all’economia. Generalmente è compito della «comunicazione» rivestire la struttura economica del senso che gli fa difetto – bisogna d’altra parte considerare le ragioni d’essere e il significato morale esemplare che volentieri si danno le entità dell’economia sociale e solidale come una banale forma di «comunicazione» diretta tanto verso l’esterno che al proprio interno. Questo fa di alcune di loro delle nicchie che si permettono, da un lato, di praticare dei prezzi incredibilmente alti e, dall’altro, di sfruttare in modo altrettanto «vergognoso» perché è «per la causa». La struttura bucata, invece, prende il suo senso non da ciò che comunica, ma da quello che mantiene segreto: la sua partecipazione clandestina a un disegno politico molto più vasto di essa, il suo uso a dei fini economicamente neutri o insensati ma politicamente giudiziosi, i mezzi che in quanto struttura economica ha vocazione ad accumulare senza fine. Organizzarsi in maniera rivoluzionaria sotto la copertura di un maquis di strutture legali che fanno scambi tra di loro è possibile, ma rischioso. Potrebbe fornire tra le altre cose una copertura ideale a delle relazioni cospirative internazionali. Nondimeno la minaccia resta sempre quella di ricadere nella routine economica, di perdere il filo di ciò che si fa, di non percepire più il senso della congiura. Rimane il fatto che bisogna organizzarsi, organizzarsi a partire da quello che amiamo fare e darsene i mezzi.

La sola misura dello stato di crisi del capitalismo è il grado di organizzazione delle forze che vogliono distruggerlo.