Da espressione dell’Es a entità cosciente. Per un’analisi del black bloc

di Jacopo Bagatta

In diversi numeri ci è capitato di affrontare da più angolazioni la questione che viene riassunta, anche nel breve saggio che pubblichiamo questo mese, come quella del “Black Bloc”. Come redazione non condividiamo la credenza nella psicanalisi e nella dialettica del riconoscimento di matrice hegeliana, che vengono utilizzati metodicamente in questo scritto, e perciò non ci ritroviamo del tutto nelle sue conclusioni “politiche”, tuttavia ci pare uno scritto intelligente che permette di continuare l’esplorazione. QeO

Quando un discorso viene, dalla sua propria forza, trascinato in questo modo nella deriva dell’inattuale, espulso da ogni forma di gregarietà, non gli resta altro che essere il luogo, non importa quanto esiguo, di un’affermazione. Questa affermazione è in definitiva l’argomento del libro che ha qui inizio”.

Roland Barthes, prefazione a Frammenti di un discorso amoroso

Introduzione

Analizzare un fenomeno complesso come quello del cosiddetto black bloc, termine alquanto fumoso, che racchiude in sé diversi significati, che si manifesta in diversi contesti e che agisce in modi più o meno aderenti al momento e al luogo, non è facile. E non è facile riuscire a interpretarne le cause profonde, i motivi scatenanti, le pulsioni inconsce che ne determinano la manifestazione e le sue condizioni di possibilità. Tuttavia reputo sia necessario almeno tentare di tratteggiare un’analisi del fenomeno, che non pretenda affatto di essere esaustiva, mossa solo dalla constatazione che questo tentativo non è ancora stato fatto davvero, se non in modo abbozzato e frammentario. L’analisi resterà sul generale, sia per la difficoltà nell’addentrarsi nelle espressioni del fenomeno manifestatesi situazione concreta per situazione concreta, sia per provare a mettere in luce le caratteristiche di una manifestazione tipicamente contemporanea nelle sue generalità.

E’ stato detto che il black bloc non è nient’altro che una tattica. Una metodologia di azione in piazza, utile per ottenere determinati obbiettivi in determinati momenti, e questo è certamente vero. Tuttavia una tattica è tale, e soprattutto diventa efficace, nel momento in cui si trova inserita in un contesto che la giustifichi e la determini, che ne fornisca insomma le condizioni di possibilità, che la renda operativa in senso fattuale. Una tattica acquista senso solo se inserita in un contesto concreto. Ora, il fenomeno si è presentato ed ha mostrato tutta la sua ragion d’essere in un momento storico e culturale ben preciso, con le sue caratteristiche e i suoi particolari tipi di conflittualità, latenti e non, con le sue emergenze, i suoi miti, i suoi tabù, le sue paure e tutto un immaginario simbolico suo proprio. Ho deciso quindi, consapevole che possa essere ritenuta da alcuni un’operazione arbitraria, di considerare l’argomento non solo come tattica, più o meno utile ed efficacie momento per momento, ma come l’emergere di una metodologia d’azione che sul piano fenomenologico esprime diverse caratteristiche che si ripresentano, tratteggiabili e riconducibili nelle loro linee generali a diversi aspetti della società contemporanea nel suo insieme. Ho deciso quindi di trattarlo come fenomeno determinato in parte da ragioni di tipo sociale e culturale. Il primo problema da affrontare è che, così come il contesto che lo determina, ovvero il mondo occidentale contemporaneo, il black bloc sembra essere rimasto in buona parte incompreso. I detrattori all’interno del movimenti sociali sono molti. Le principali motivazioni sono piuttosto prevedibili, e possono essere ricondotte (semplificandone al massimo la diversità e l’eterogeneità) al minimo comune denominatore del danno d’ immagine: “non mi interessa se rovini una banca, ma cosa penserà la gente di noi?”. Questo tipo di critiche mettono l’accento sulla sostanziale miopia strategico/politica dei fautori del black bloc: uno sfogo momentaneo che non servirebbe a nulla, anzi dannoso, privo di orizzonte politico e di progettualità. L’atto, nei detrattori interni non viene percepito come in sé deprecabile, ma appunto considerato dannoso per via degli effetti negativi che produrrebbe, e viene specificamente paventato un danno sul livello della efficacia comunicativa, dell’immagine appunto. Alcuni (tra cui Pino Tripodi, se non ricordo male) hanno definito alcune espressioni del fenomeno come pre-politiche, anche per il mancare nella loro struttura di una strategia a lungo termine e di una consapevolezza “oggettivata” del proprio essere e del proprio agire. Questo, a mio avviso, può essere vero solo intendendo questo termine in senso molto stretto, essendo di per sé difficile, specie in tempi come i nostri, definire a chiari linee cosa sia “politico” e cosa non lo sia. Cercherò invece nel corso di questo breve lavoro di definirlo, con una terminologia lacaniana della quale mi servirò per tutto il corso dell’analisi, più che pre-politico, come pre-linguistico. Viene ad ogni modo da molti sentito come un danno enorme, creatore di una voragine comunicativa profonda tra noi e il “mondo esterno”, e questo per il fatto che la risposta dei più, ogni volta che il fenomeno si manifesta, sembra essere quella di un’indignazione forte, una reazione nevrotica, che mi chiama alla mente quella di un bambino che pesta i piedi per terra e piange in modo scomposto e ossessivo.

Come mai avviene questo?

La risposta più semplice potrebbe puntare sull’inefficacia della violenza come veicolo comunicativo. La violenza viene deprecata e suscita un forte moto di spavento e di indignazione morale nella popolazione. Ma per rispondere a questa domanda in modo più soddisfacente, e soprattutto per iniziare l’analisi in modo sistematico, bisognerebbe forse riflettere, con uno sguardo ravvicinato, sugli obbiettivi colpiti dal cosiddetto black bloc e il posto che occupano nell’immaginario collettivo della nostra società di capitalismo avanzato, che chiamerò, per fare economia di termini, neomoderna1.

Il Black Bloc come violatore di tabù sociali

Non è mia intenzione fare qui una genealogia del fenomeno black bloc così come si è manifestato concretamente in diversi luoghi e tempi, analizzandone la storia e le origini. È un’operazione complessa che in questa sede sarebbe troppo lungo affrontare. Proverò solo a notare che il fenomeno, nelle sue manifestazione e nella sua collocazione storica, sembra rientrare con pieno diritto di cittadinanza nell’orizzonte antropologico della società spettacolare contemporanea. Quella società strutturata economicamente sul terziario avanzato e l’economia finanziaria, e che basa buona parte del suo funzionamento sull’accumulo consumistico di immagini intercambiabili e sempre inconsistenti. Il black bloc sembra porsi come reazione spettacolare a una società basata sull’accumulo di spettacoli: una cultura a-storica, senza passato e senza futuro, che basa buona parte del suo funzionamento sul soddisfacimento immediato di impulsi di godimento consumistico, che verrebbero disturbati dalla presenza di una consapevolezza storico-sociale, di un legame profondo e radicato con l’ambiente e la comunità, dall’emergenza di un soggetto dotato di senso in un contesto dotato di senso2. Da qui l’astoricità, l’assoluta mancanza di consapevolezza di sé e della sua posizione nel divenire storico dell’uomo moderno in occidente. Noterò subito un’altra caratteristica del mondo neomoderno che reputo fondamentale per comprendere l’emergere del fenomeno black bloc: il suo essere totale, di non contemplare l’Altro come necessario e indispensabile al suo divenire. Di aver schiacciato ogni concreta possibilità fisica, culturale, simbolica, estetica di porsi in antitesi, di essere Altro, di emergere come Altro, con un proprio immaginario indipendente e un diverso orizzonte simbolico. Già Pasolini, a suo tempo, ci aveva visto bene3. Ci arriverò.

Proverò ora a descrivere il fenomeno nei tratti essenziali dei suoi obbiettivi.

Il b.b. nel suo modo di manifestarsi è di certo irrazionale, caotico, magmatico, eterogeneo e tentacolare. Ma lungi dall’essere espressione di una furia cieca e incontrollata, come viene faziosamente descritto, salta subito all’occhio come gli obbiettivi di quel mare nero siano tutt’altro che sconclusionati e privi di soggiacente consequenzialità logica: negozi e automobili di lusso, filiali di banche, teleschermi, cartelloni, totem e stand pubblicitari, telecamere e giornalisti: durante i disordini del primo maggio di Milano del 2015 si potevano vedere una Mercedes e un Discovery bruciare in mezzo una Fiat 500 perfettamente intatta. Vorrei partire rivolgendo uno sguardo proprio agli effetti che produce la presa di mira di questi obbiettivi sulla sensibilità collettiva. Dicevo che, più che un normale moto di indignazione morale di fronte alla violazione di un precetto etico, la reazione dei più quando il black bloc si manifesta e attacca in modo spettacolare i suoi obbiettivi assomiglia a quella di un nevrotico quando si vede scoperchiato un interdetto psichico che si era inconsciamente posto. Egli piange, strilla, batte i piedi per terra se un desiderio inconscio che non può accettare e che ha bloccato nel profondo del suo essere, investendo energie psichiche molto consistenti, viene scoperchiato e portato alla luce. Egli tenta di ricacciarlo giù con una reazione violenta e inconsulta. Assomiglia, per dirla in altri termini, alla reazione suscitata nella storia degli uomini dalla violazione di un tabù. Freud è stato il primo a mettere in evidenza come, su un piano psicologico, i tabù storici e culturali siano per lo più caratterizzati da una forte ambivalenza emotiva da parte di coloro che vi sottostanno. Dal binomio generale attrazione-repulsione, dove uno dei due termini, a livello pulsionale, è inconscio, ma entrambi convivono all’interno della stessa dimensione psichica. Ognuno porta dunque in egual misura, nei confronti del tabù, rispetto e timore “sacro” e forte desiderio di trasgressione. Anzi, senza questo impulso negativo inconscio il tabù non avrebbe senso di esistere: se non si manifestasse nessun desiderio di compiere una determinata azione, non ci sarebbe infatti nessuna necessità di impedirla con una costrizione sociale. Ora, questo tipo di ambivalenza è tipicamente legato nella storia dei popoli al campo semantico della sacralità. Il tabù si collocherebbe quindi sulla relazione che si instaura nel soggetto sociale tra riverenza, “terrore sacro” per dirla con Freud, e desiderio di violazione e distruzione, dove uno dei due poli è dominante su un livello razionale, l’altro, il secondo, confinato nell’inconscio collettivo. Il tabù, per Freud, è quindi caratterizzato dall’interdizione sociale di uno dei due termini dell’ambivalenza emotiva, quello inconscio, l’impulso di violazione e di distruzione, attraverso il meccanismo del “terrore sacro”.

Citerò direttamente un passo che mi sembra esemplificativo di ciò che voglio arrivare a dire:

«È altrettanto chiaro perché la violazione di determinati tabù costituisce un pericolo sociale che deve essere punito o espiato da tutti i membri della società, se si vuole evitare che rechi un danno a tutti. Questo pericolo esiste davvero se ai moti coscienti sostituiamo le voglie inconsce. Esso consiste nella possibilità di imitazione, in seguito alla quale la società cadrebbe presto in preda alla dissoluzione. Se gli altri non punissero la trasgressione, dovrebbero rendersi conto che desiderano compiere le stesse cose compiute dal trasgressore»4.

Esiste quindi, nella reazione collettiva alla violazione di un determinato tabù, una fobia del contagio. Si può dire quindi che la violazione costituisca, sempre per dirla con Freud, un’esperienza perturbante, un ritorno del rimosso o di ciò che si credeva superato, che crea tempesta nel nostro ordine psicoemotivo e ci costringe a dover ricollocare e ricostruire delle mattonelle del nostro appartamento mentale ed emozionale che vengono scombussolate. «Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare». All’emergere, quindi, al ritorno in superficie di ciò che abbiamo rimosso e credevamo superato, che si ripresenta in modo violento e inaspettato e crea delle interferenze con il nostro ordine psicoemotivo, con la nostra fortezza di sicurezze che lentamente abbiamo costruito mattoncino su mattoncino. Ora, da Marx a Pasolini, a De Martino, a Lacan e i lacaniani, al Situazionismo e la Critica Radicale, c’è un’immensa letteratura che mostra, nella società occidentale moderna e neomoderna, come il posto del sacro sia passato ad essere occupato dall’immaginario religioso tradizionale al feticismo dell’oggetto, della merce e dello spettacolo. L’oggetto di consumo è stato inconsciamente rivestito di sacralità. Il simbolico è sempre stato l’espressione significante del sacro. Il sacro parla attraverso il simbolo, il simbolo a sua volta diviene portatore di sacro e l’ambivalenza emotiva si riversa nell’orizzonte simbolico: sputare su un lenzuolo chiuso in una teca sul tavolo di casa mia susciterebbe per lo più qualche reazione di schifo, o di straniamento; sputare su un lenzuolo chiuso in una teca sotto la cappella del Guarini a Torino susciterebbe un grosso moto di indignazione della sensibilità collettiva dei credenti.

Quali sono dunque i simboli “sacri” della cultura neomoderna?

Riccardo d’Este ci vede giusto: il supermercato, la filiale di una banca, l’automobile di lusso, l’oggetto di consumo, le telecamere, l’apparato pubblicitario e il sistema mass-mediatico nel suo insieme5. E sono questi gli obbiettivi più comuni del black bloc, quelli che saltano subito all’occhio. E gli obbiettivi “sacri” colpiti sono talmente chiari e semplici da interpretare, che per mistificare di nuovo il tutto, per cicatrizzare questa ferita simbolica, servono settimane di bombardamento mediatico, reazioni di indignazione profonda, serve mobilitare tutto l’armamentario disponibile per ricostruire l’immaginario simbolico insidiato pericolosamente da questa esperienza perturbante. Secondo Freud, per poter ricostituire la calma dopo la violazione di un tabù, almeno per un certo periodo il violatore deve essere annullato, distrutto fisicamente o simbolicamente, in ogni caso reso innocuo e inoffensivo; bisogna tramutare il desiderio di emulazione inconscio in rabbia da riversare sul trasgressore, che consenta di espiare il desiderio di imitazione stesso e riportare l’equilibrio sociale. Sarebbe troppo ingenuo credere che giorni e giorni di prime pagine, talk-show, telegiornali, presentatori televisivi ossessionati dall’argomento ogni santa volta che il black bloc si manifesta, anche in episodi di minima rilevanza concreta, siano dovuti semplicemente all’esplosione di un’indignazione di tipo morale. Servono invece a ricostituire l’orizzonte simbolico violato, a espiare e reprimere il desiderio di imitazione suscitato dal tabù infranto. Servono a ricreare e rafforzare l’interdizione. Ecco perché anche certi eventi tutto sommato insignificanti, per nulla realmente pericolosi per l’ordine sociale (mi sovviene che ad esempio, nel famigerato primo maggio 2015 a Milano, le macchine bruciate si contassero sulle dita di una mano, qualcosa come due o tre al massimo), suscitano tutto questo tram-tram mediatico. E’ una questione di sensibilità collettiva, è il simbolico che viene chiamato in causa. Il black bloc attacca i simboli sacri della società neomoderna. E la società neomoderna reagisce e si difende con una forte e aggressiva stigmatizzazione del trasgressore, del soggetto deviante.

Il black bloc come discorso dell’Altro che si esprime nell’inconscio

Lacan ha definito l’inconscio come «quel discorso dell’Altro in cui il soggetto riceve, nella forma invertita che conviene alla promessa, il proprio messaggio dimenticato»6. Il senso del capitale divenuto totale, è che ha schiacciato completamente ogni reale discorso dell’Altro, ogni riconoscimento dell’Altro come qualcosa di indipendente dal soggetto. Quello che caratterizza il capitale contemporaneo è un rapporto autoreferenziale con l’altro piccolo, nell’algebra di Lacan definito come a, l’altro come espressione biunivoca dell’immagine del proprio io, prodotto dell’io e dalla quale a sua volta l’io viene prodotto, in cui lo stesso si riflette e si riconosce. L’Altro autonomamente dotato di senso non esiste, per il capitale non può esistere: tutto ciò che quest’ultimo colloca nel suo immaginario e nel suo orizzonte simbolico è qualcosa di direttamente legato all’ideale che ha di sé, alla sua ideologia. L’Altro non trova posto. L’Altro ne è escluso. Credo che da questo nascano buona parte delle nevrosi e delle depressioni, delle sindromi narcisistiche e individualistiche che si manifestano nel mondo contemporaneo. Quel minchione di Steve Jobs ha involontariamente mostrato come l’ideologia capitalistica post-duemila si basi perlopiù sul rifiuto dell’Altro. Il mito impossibile del soggetto che si fa da solo. Ora, ci si può dimenticare che l’Altro ci sia, fare di tutto per escluderlo in modo nevrotico dal proprio orizzonte simbolico e referenziale, ma non si può cancellarlo, impedire che esso esista. L’Altro ritorna sempre, appunto, come discorso dell’inconscio. Il messaggio del b.b. può essere quindi considerato una sorta di messaggio dall’al di là del discorso dell’Altro. In un mondo che ha dedicato la massima parte delle sue energie per schiacciare l’Altro nei meandri oscuri della propria costituzione inconscia, di renderlo innocuo laggiù, l’Altro si manifesta sotto forma di crisi di nervi.

Mutuo soccorso”, concetto chiave su cui si è basata una tradizione pluricentenaria di teoria e pratica rivoluzionaria, scritto sul muro di una banca in fiamme con l’inchiostro colante e nero di una bomboletta spray durante i disordini del 1 maggio 2015 di Milano: l’Altro negato che rivendica il suo diritto di esistere. In questo senso il black bloc, come discorso dell’Altro che viene direttamente dall’al di là dell’inconscio, è pre-linguistico, è puro Es. Non parla, si mostra per immagini e per impulsi significanti, non è castrato, non è soggetto. E’ L’Altro che emerge, si mostra, sconvolge tutto il nostro orizzonte simbolico e immaginativo e scopare. E’ il fantasma del padre di Amleto che gli indica una verità inconscia che non vuole sentire. E’ il fallo lacaniano che si mostra nella sua essenza. Il b.b. è una piccola crisi di nervi del sistema sociale dello spettacolo che agisce, si muove, utilizza i mezzi propri della società dello spettacolo stessa. Il suo essere spettacolare non è un difetto, è un tratto imprescindibile della sua struttura e della sua costituzione. Il b.b. acquista tutto il suo senso, tutto il suo valore, tutto il suo potenziale e anche tutto il suo interesse dall’essere indissolubilmente legato alla società dello spettacolo da cui proviene e di cui sconvolge l’immaginario con un atto perturbante.

E si è detto che da qui nasce tutta la reazione di indignazione e repulsione della comunità sociale, amplificata dal sistema mediatico in senso difensivo. Tutto ciò, lo si è detto, è provato dal fatto che gli obbiettivi del blocco sono talmente facili da individuare e da interpretare, talmente parlanti, che per mistificarli si mobilita tutto l’apparato mediatico e culturale. I danni che il b.b. si lascia alle spalle sono, se paragonati alla risonanza mediatica, tutto sommato modesti: le banche ed i supermercati sono assicurati, e con ogni probabilità i proprietari dei Discovery e dei Mercedes incendiati anche. Le vie “devastate” di solito si limitano a qualche crocevia del centro o di aree già comunque fortemente delimitate e presidiate dall’apparato poliziesco, i limiti del quale raramente il b.b. riesce ad infrangere. E qui casca un’altra cantilena sentita e risentita, l’inefficacia strategica: il black bloc non infrange quasi mai il confine-limite imposto dalla pianificazione poliziesca non solo per un impedimento oggettivo, per uno squilibrio nel rapporto di forze tra lui e l’apparato difensivo che il neomoderno mette in campo, ma anche e soprattutto perché non è questo il suo obbiettivo profondo. Il suo obbiettivo non è vincere una battaglia, tenere una piazza, mettere in fuga cordoni di celere, sfondare barriere e limiti imposti. Questi sono tutti mezzi. Il fine profondo, ultimo, sostanziale, è quello di sconvolgere con un atto violento l’orizzonte simbolico della società dello spettacolo, di lanciare un messaggio totale e perturbante dall’ al di là dell’Altro, dal mondo dell’Altro, che costringa l’avversario a ricostituire il suo sistema significante. L’obbiettivo fondamentale è quello di creare una perturbazione, di aprire uno squarcio, una voragine temporanea (per il fatto di non essere abbastanza forte e reiterato da riuscire a crearla permanente) tra il sistema significante del capitale e il sistema significante dell’Altro riemerso. Questo è il suo scopo fondamentale.

Il meccanismo di difesa del neomoderno

Da tutto ciò ovviamente il neomoderno deve difendersi. I metodi per fare ciò cambiano di epoca in epoca. Uno di questi, semplicissimo, è rimasto immutato dalla notte dei tempi: la squalifica del ridicolo. Chi ha seguito da vicino i fatti del 1° maggio 2015 di Milano ricorderà certamente la figura di Mattia Sangermano, quel povero ragazzo che la macelleria mediatica, quella davvero violenta e senza scrupoli, se non ha portato a un passo dal suicidio è stato solo per un caso fortuito e forse per la sua personale forza interiore. Questo poveretto non ha fatto altro che esprimere di fronte alle telecamere la cosa più semplice, più cristallina e più coerente che si potesse dichiarare in quel contesto, ha reso esplicito quello che tutti stavano implicitamente dicendo: in un mondo così, se non bruci una banca sei un coglione. Il suo dramma è stato solo quello di significare, di rendere linguaggio, di oggettivare, di portare al di qua del muro del linguaggio qualcosa che, per potersi esprimere pienamente, per poter essere, necessita in modo imprescindibile di manifestarsi come pre-linguistico, al di là del linguaggio. Nel momento in cui diventa linguaggio, in cui diventa significante, in cui si oggettiva, cessa di essere totale, deve riconoscere l’Altro, torna ad essere dialogico e parziale, torna ad essere conflitto e cessa di essere violenza, e di nuovo viene schiacciato perché storicamente troppo debole. Tia Sangermano ha oggettivato, ha reso linguaggio, ha significato, ciò che doveva restare espressione pura dell’Es collettivo, che doveva restare immagine e simbolo. Questa è stata la sua croce. Ed è forse questa necessità che volevano esprimere alcuni ambienti radicali con i loro appelli al silenzio dopo i fatti del 1 maggio 2015, a mio avviso un po’ grossolani e fastidiosamente misticheggianti, che avevano tutta l’aria di riprodurre in senso positivo quel freudiano “terrore sacro” del tabù violato. Ricordo, in questo senso, una trasmissione di Radiocane7. Ma è comunque interessante come questi appelli chiamassero in causa, più o meno consapevolmente, la necessità di non snaturare il senso di ciò che era avvenuto, di non rendere linguaggio ciò che doveva significarsi per altre vie. Di non far divenire parziale e opinabile ciò che doveva, per poter esistere, rimanere totale, rimanere Es. E, tornando al discorso, prima di Tia Sangermano qualcuno che ormai ha passato i venticinque anni ricorderà il romano “Er Pelliccia”. Questi poveri ragazzi, vere e proprie vittime sacrificali, vengono pescati regolarmente dall’ingegneria mediatica e gettati nel ridicolo a scopo espiatorio e auto-difensivo: “guardateli, sono tutti come lui, sono quattro deficienti, quattro figli di papà viziati che si annoiano, che vadano a lavorare”. “Ah! meno male! Fiuuu, e io che stavo per pensare fossero pericolosi, o che addirittura stessero facendo qualcosa che, in fondo, io che lavoro in ufficio per quaranta ore alla settimana con un capo nevrotico e una moglie depressa, vorrei fare”.

Ho scritto altrove che questa totalità del capitale con i suoi effetti di isolamento, solitudine, ansia, depressione, nevrosi, produce malessere che si manifesta per lo più in modo irrazionale, e irrazionale, di pancia, non può che essere la risposta8. Mi sembra che il sintomo del b.b. sia esemplificativo di questa tendenza: l’ambivalenza emotiva nei confronti di questo “sacro”, nei confronti degli idoli postmoderni che non fanno altro che produrre isolamento e alienazione, è molto forte, e il desiderio latente di rigetto molto diffuso e pericoloso. La necessità di tutelarsi da questo rischio è per il neomoderno molto sentita. Ecco quindi lo Stigma, la reazione insulsa e nevrotica a scopo autodifensivo. E’ proprio del nevrotico l’investimento di immense energie mentali per reprimere dei moti pulsionali inconsci che rischiano di esplodere, per questo motivo, in modo patologico. «Noi non sappiamo se la prossima rivoluzione avrà la forma di una crisi di pianto collettiva»9 ha scritto il Comitato Invisibile con una calzante espressione. Una crisi di nervi ci salverà? A ogni modo la denigrazione, nella storia dei popoli, è sempre stato uno dei mezzi più usati per annullare questa ambivalenza emotiva, per espiare desideri inconsci di imitare qualche trasgressore, o per rendere innocuo l’ Altro percepito come minaccioso. Questi personaggi, narrati come grossolani, stolti, stereotipati e ridicolizzati al livello di giullari nel baraccone dello spettacolo, hanno esattamente questa funzione: espiare i desideri di imitazione e renderli innocui, ricostruire l’ordine psicoemotivo scombussolato da questa esperienza perturbante. In questo senso hanno il ruolo di vittime sacrificali. Elemento di interesse in questo senso è che questi personaggi, quasi sempre, alla fine si pentono. La storiella del pentito che si redime pubblicamente ed espia le sue colpe, seguito da un generale moto affettuoso e paternalistico di perdono da parte della comunità oltraggiata è un altro grande evergreen. Anche questo è un classico della storia dei popoli, l’esempio più conosciuto ha fondato una religione bimillenaria: proietto sul redentore-colpevole tutti i miei impulsi di morte, direbbe Freud, i miei desideri inconsci di imitazione, e una volta che ha pagato ed espiato le sue colpe, e soprattutto le mie, e una volta che è tornato ad essere innocuo, lo reintegro nella comunità oltraggiata con gran piacere e un gran senso di gratitudine per aver pagato anche per me. Le lacrime di Er Pelliccia al telegiornale, le scuse pubbliche e commosse di Tia Sangermano, la comunità buona che perdona e riaccoglie con commozione e comprensione le sue pecorelle smarrite, dopo averli denigrati, bistrattati, ridicolizzati e umiliati per giorni davanti a milioni di persone, su tutti i telegiornali del paese (c’è gente che, ripeto, si toglie la vita per molto meno), è un altro fattore altamente esemplificativo: in fondo ragazzi buoni ma deboli, deviati da dei teppisti. E poi ancora le meno interessanti invettive: teppisti, vagabondi, barboni, violenti, criminali, drogati. O le più subdole detrazioni sul piano della legittimità sociale: figli di papà, borghesi, mantenuti, nullafacenti. Il sistema culturale, insomma, distrugge e annulla il violatore del tabù per poter ripristinare la serenità e l’equilibrio, e lo riassorbe dentro di sé con un atto cannibalico dopo averlo distrutto, lo cannibalizza per espiare i propri desideri inconsci10.

Considerazioni conclusive

«Una volta sfuggito al disgusto e ignorata la nausea

e dominate quelle fobie che hanno acquistato la forza del tabù,

c’è ancora tantissima vita da accogliere dentro di sé».

Philip Roth, Patrimonio, una storia vera

Ho provato prima a ipotizzare che se lo squarcio che la pratica del black bloc apre nell’immaginario simbolico collettivo tardo-capitalistico fosse mantenuto a lungo e reiterato, e se buona parte del mondo antagonista smettesse di scappare via con la coda tra le gambe ogni volta che il fenomeno si manifesta, mostrando lo stesso identico “terrore sacro” del resto della comunità, ma rispondesse in modo compatto e aggressivo a sua volta, si potrebbe ricreare un immaginario perduto rivoluzionario, che adesso è legato a feticci privi di significato alcuno, attraverso lo sviluppo di una polarizzazione di due nuove istanze tra loro in conflitto. Un fenomeno rappresentativo di questo processo è quello della riabilitazione semantica. Termini inizialmente nati in ambienti avversi a un determinato movimento sociale o culturale spesso nella storia sono stati riabilitati positivamente dai fautori del movimento stesso in senso provocatorio. “Barocco”, “giacobini”, “Dada”, “sanculotti”, lo stesso termine “socialisti” e così via. Certo per farlo è necessario polarizzare due istanze antagonistiche in modo che una rifletta nell’altra il riconoscimento di sé, del proprio essere e del proprio divenire.

Il b.b., invece che restare violenza sporadica e totale, deve farsi, come pratica, veicolo di conflitto11, deve tornare ad essere linguaggio, deve, dopo aver creato una crisi perturbante in superficie, dal mondo del simbolico e dell’Es, oggettivarsi in linguaggio, mutarsi da in sé a per sé, divenire discorso, desiderio cosciente, affermarsi come immaginario significante. Attraverso l’esperienza perturbante reiterata, la reiterazione dell’apertura dello squarcio nel mondo simbolico capitalistico e della crisi di nervi, deve riuscire a costruire, attraverso questo stesso squarcio, un proprio ordine significante e desiderativo che si costituisca e si riconosca come Altro dal capitale, che si ponga come polo coscientemente opposto alla società neomoderna dello spettacolo e con essa in conflitto. Solo così si potrà, a mio avviso, cominciare a risanare la tanto paventata crisi dell’immaginario antagonista. Per farlo deve, però, non aver paura di accettare la castrazione, di riconoscere l’Altro come soggetto e come interlocutore implicito, farsi punto di contatto tra Es e io, tra moti sociali spontanei e desideri coscienti di cambiamento radicale. E’ stato detto che si tratta di una semplice tattica, di una strategia. Ora, ripeto, può il b.b. come pratica, come tattica, almeno a livello potenziale, farsi veicolo di tutto ciò, porsi questo obbiettivo? Può, con un forte colpo di schioppo o con un’azione di interferenza reiterata, ricollocarsi semanticamente su un polo conflittuale riconosciuto dall’Altro e poter dire: “sì, siamo teppisti, siamo barboni, siamo vagabondi, siamo tutti black bloc, e ci costituiamo come polarità in conflitto con voi, e voi siete costretti a riconoscerci, volenti o nolenti, come tale”?12. Gli sforzi che sono stati fatti di far accettare la pratica violenta, dalla Valsusa ai movimenti urbani, non sono stati altro che tentativi di oggettivare il fenomeno, di renderlo parte integrante del sistema immaginario e significante della mobilitazione stessa, di renderlo linguaggio. Per questo siamo tutti black bloc: il fantasma del padre di Amleto che, umanizzandosi, smetta di parlare per immagini e simboli e si riappropri del linguaggio cosciente. Oggi, per noi, questi riferimenti simbolici antagonisti sono per lo più parole vuote, e il nostro immaginario è povero di sostanza, in putrefazione, buono solo per chi abbia voglia di mettersi addosso qualche abito mentale e comportamentale codificato e rassicurante. E’ ovvio però che per poter ricreare un immaginario altro, ogni volta che il fenomeno si manifesta, la risposta del mondo antagonista deve essere compatta, forte e chiara. Chi inneggia al danno d’immagine, alla catastrofe comunicativa, non fa altro che scappare al suo orticello per paura di prendersi la responsabilità collettiva di quello che avviene in piazza. Mostra solo, in altri termini, tutta la debolezza e la paura di confrontarsi con l’Altro del capitale e dello spettacolo neomoderno, perché percepito come troppo forte. Si comporta come un bambino che scappa in camera e ci si chiude per paura di essere sculacciato dal padre-padrone, che ha provocato e che ora è in preda all’ira. É, ripeto, lo stesso senso di terrore sacro, di colpa per il tabù violato, e anche lo stesso desiderio di autopunizione e autoassolvimento, che si manifesta in tutti gli altri membri della comunità, nulla di diverso.

Bisogna avere la forza e il coraggio di utilizzare invece questa frattura per costituirsi come alterità cosciente, smettere di avere paura della punizione del Grande Altro, del padre adirato. Chi non tenta di farlo in un modo o nell’altro, non aiuta questo difficile e lungo processo. Non fa altro invece che trovarsi a suo agio nel suo immaginario simbolico putrefatto e inoffensivo, perché lì ha trovato il suo tiepido posticino dell’io e dell’idea che ha di sé, il suo appartamento mentale e i suoi codificati, conosciuti e rassicuranti codici comportamentali e relazionali, come un impiegato stanco e stressato che non cambia vita per paura di perdere le sue due o tre comodità alle quali è ormai abituato, delle quali non può più fare a meno, pena la perdita della bussola.

E’ possibile, in ultima analisi, fare tutto ciò?

Ribadisco per l’ultima volta: sono domande aperte, e forse devono rimanere tali. Ma, oltre alla necessità di un’analisi sistematica di un fenomeno così interessante e rappresentativo dei tempi contemporanei, che ha mio avviso doveva essere abbozzata, porsi la domanda di come ricostituire in modo efficace e dotato di senso un sistema d’immaginario e un orizzonte di desiderio legato all’antagonismo politico dei tempi moderni deve restare un problema imprescindibile a chiunque voglia approcciarsi seriamente alla critica radicale del mondo capitalista contemporaneo.

1 Utilizzerò il termine neomoderno, coniato da Riccardo d’Este, per provare a esprimere il complesso economico, etico, culturale, antropologico, psicologico della società post-industriale basata economicamente sul terziario avanzato e sull’accumulazione di spettacoli, da altri definita post-moderna, tardocapitalista, ipermoderna, liquida, spettacolare. Si prendano in questa sede tutti questi termini come pressoché sinonimi, nonostante tutti i possibili e legittimi distinguo e precisazioni.

2 Vedi Guy Debord, La società dello spettacolo (1967), traduzione e cura di Pasquale Stanziale, massari editore, 2008, Bolsena.

3 Vedi ad esempio Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari, Garzanti, 1995, Milano.

4 Sigmund Freud, Totem e tabù, concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici (1912-13), Bollati Boringhieri, 2011, Torino, p. 59. Corsivo mio.

5 Riccardo d’Este, Qualcosa, alcune tesi sulla società capitalista neomoderna, Porfido, Torino.

6 J.Lacan, La psicoanalisi e il suo insegnamento, in Seminario, p. 431. Citato da Joël Dor in «Che vuoi?» Esegesi del grafo del desiderio di Lacan, p.36. http://www.lacan-con-freud.it/1/upload/joel_dor_grafo_del_desiderio.pdf

7 http://www.radiocane.info/segreto-condiviso/

8 Vedi Strumenticritici.blogspot, L’importanza del tornello, http://strumenticritici.blogspot.it/2017/02/limportanza-del-tornello.html

9 Comitato invisibile, Ai nostri amici.

10 Rimando per l’approfondimento al grande classico dell’argomento: Sigmund Freud, Totem e tabù, concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici, cit.

11 Recalcati, seguendo Lacan, distingue il conflitto dalla violenza nel senso in cui il primo è riconoscimento dell’Altro, anche se antagonista, come parte integrante e inscindibile del proprio essere e del proprio divenire, la seconda è invece mancanza di riconoscimento, rottura del rapporto, assenza di dialogicità, rifiuto quindi della lingua e del discorso in conseguenza al rifiuto dell’Altro.

12 Non ho avuto il tempo di approfondire, in questa trattazione, la situazione concreta della Val di Susa. Ma è ovvio che, sulla scia di quanto detto finora, costituisce un fenomeno da questo punto di vista interessantissimo.