«Il rivoluzionario è sempre stato un viandante»

di Marcello Tarì

Su Fragmenter le monde di Josep Rafanell i Orra (éd. Divergences, Paris 2018)

Questo articolo è apparso, in francese, su Lundi Matin del 29 gennaio 2018

Questo di Josep Rafanell i Orra è un libro di avventure, un portolano, un invito a gettare via il superfluo ed a mettersi in viaggio, uno per il quale non importa tanto la meta finale quanto ciò che accade durante il cammino. Ma se è vero che l’origine è la meta, allora, che si percorrano mari, terre, cieli, autostrade o carceri, la riuscita si giocherà sempre all’incrocio di quell’itinerario che saremo capaci di fare dentro noi stessi con quello compiuto con Altri: una fuga in me stesso e le armi che raccoglierò nella fuga non saranno altro che gli incontri felici che farò in una vita.

Il contrario di una situazione rivoluzionaria è quando tutto viene considerato «già fatto» e il tempo come «compiuto», cioè quando non c’è più passato e non c’è più divenire e quindi non si vedono più vie d’uscita dal presente dominante.

In altri termini, potremmo dire anche: quando non c’è più mistero. Non c’è più mistero come gesto che salva e non c’è più mistero come linguaggio «imaginale».

Ma se, come ci invita a fare Josep Rafanell i Orra, pensiamo al mondo come un insieme di mondi, o meglio, al mondo in frantumi, allora questo mondo e questo stesso presente prendono la forma di un labirinto dentro il quale errare tra i frammenti è la principale attività del rivoluzionario, il movimento proprio della sua misteriosa praxis.

Come sappiamo dalla notte dei tempi, l’origine del labirinto ne è allo stesso tempo il centro e l’uscita. Il suo scioglimento, che è verticale, può essere raggiunto solamente affidandosi orizzontalmente ad una deriva irta di incontri, tanto pericolosi che salvifici.

Il rivoluzionario erra perché deve battere molte strade, per la maggior parte ignote, ma anche perché è una creatura che assume su di sé il rischio di sbagliare, di fallire, poiché sa che in quella possibilità, contenuta nella duplice significazione dell’errare, consiste la vera libertà: la sua e quella del suo mondo. La libertà dell’esperienza è possibile solamente a questo prezzo, anche se di questi tempi è più facile ci si faccia una polizza assicurativa che ci si arrischi nel labirinto, cioè in quel mondo «diffratto», per usare un termine caro a Rafanell i Orra, nel quale ci si avventura al solo scopo di perdersi.

È uno dei motivi del perché i rivoluzionari sono sempre una minoranza della minoranza, come si intende bene nelle parole della prefazione a Fragmenter le monde, quando il buon Moses ci dice che ogni divenire rivoluzionario comincia con lo sputare sulla totalità esteriore, sull’universalità, sul Tutto, che è sempre quello del comando, assumendo fino in fondo la propria parzialità, facendo il possibile perché questa si diffonda, ma non aspettando mai che tutti condividano la medesima percezione, lo stesso punto di vista, o «punto di vita» come viene detto nel libro. Fu già l’urlo dell’operaismo degli anni ‘60, cioè di quella prima corrente italiana del pensiero negativo che intraprese un conflitto politico sostenendo che solo assumendo radicalmente il punto di vista di parte, della mia parte, posso distruggere la totalità nemica: Marx + Nietzsche = dieci anni di insurrezione.

Ma l’errare, l’essere in itinere, ci ricorda Rafanell i Orra, è importante anche perché: «Al contrario dei tragitti in uno spazio che ci lasciano intatti, le deambulazioni tra dei luoghi trasformano coloro che vi si avventurano». Senza trasformazione di sé, senza porre a rischio la propria esistenza a contatto col mondo, non solo non esiste alcuna esperienza rivoluzionaria, ma non esiste alcuna esperienza in assoluto.

Questa inclinazione a trasformarsi, la capacità di metamorfosi del rivoluzionario, viene proprio dal fatto che egli, per essere tale e non solo un avventuriero, impara dalle sconfitte, le pone in una dimensione strategica e il suo più grande talento, infatti, è quello di fare in modo che nel suo errare non vi siano due sconfitte uguali, ognuna viene resa singolare e finita. Ma è proprio in questo che si rivela la sua forza: la coscienza della potenza dimora esattamente lì dove non è questione di volontà, di onore e di gloria ma dove sperimentiamo la nostra debolezza, la nostra finitezza, la nostra comicità persino. Solamente chi è disposto a questo, riesce a passare attraverso gli ostacoli senza che la potenza ne risulti indebolita: al contrario, ogni volta ne viene accresciuta. La virtù del rivoluzionario riposa nella sua perseveranza.

L’errare nello spazio e nel tempo, nel corpo e nello spirito, è ciò che ci consegna alla prima esperienza della frammentazione: poiché al mondo non esistono e non esisteranno mai né due corpi né due luoghi né due tempi né due anime che siano uguali. Lo splendore del mondo è nelle sue discontinuità.

Difatti, nonostante la forsennata finzione alla quale il capitalismo cerca di costringerci – collettivi di uguali ovunque, un tempo nella fabbrica e oggi nei Mac Do, negli aeroporti, nei palazzi, nelle start-up, negli ospedali, nelle aule scolastiche e, ovviamente, in Internet – basta poco per infrangerla: una bella martellata su di un vetro, una ragazza che inizia inopinatamente a cantare, un bambino che con le dita disegna nell’aria i segni della ribellione, un attacco hacker di precisione, sono gesti sufficienti a far andare in frammenti ogni somiglianza. D’altra parte, lo diceva già il vecchio Lévi-Strauss che sono solo le differenze a somigliarsi. Ma non di differenze che rimandino ad una identità si tratta, ma di frammenti, ciascuno perfetto esattamente nella sua non-identità a sé. Proprio come perfetta è ogni forma-di-vita. Poiché ogni frammento ha potenza di apparire come forma.

Dio non è morto: è andato anche lui in frantumi. Il cosiddetto fondamentalismo non è che la rabbiosa reazione a questa verità, mentre il presunto politeismo dei postmoderni si deve a una ingannevole percezione dello stato del mondo. Dove vi sono frammenti, vedono solo confusione.

I rivoluzionari sono perciò degli instancabili sperimentatori di forme. Ma, trattandosi di forme prive di un telos esterno, è sempre della disponibilità a un viaggio interiore quello di cui si tratta, per breve o lunga sia la distanza percorsa, o che avvenga nell’immobilità. Un viaggio attraverso i propri frammenti e che si ripete, diacronicamente e sincronicamente, da un’interiorità a un’altra interiorità, e non solo di umane fattezze: oggetti, piante, paesaggi, spiriti che affollano le contrade. E voci senza soggetto, come ci racconta Josep. Scoprendo ogni volta che ciascun frammento è in cerca della sua propria totalità, del suo proprio mondo.

Questi mondi entrano in un divenire rivoluzionario non solo per il fatto di essere eterogenei a quello dominante, ma poiché anch’essi trovano il loro possibile nella non-identità a sé. Che la perfezione sia nel frammento e non nel Tutto, infatti, è una di quelle verità che fanno tremare i polsi ai tenutari della Legge. Non la confusione dei frammenti, ma il loro entrare in risonanza in quanto tali è l’ora della destituzione.

Come fare? Uno dei mezzi avventurosi di cui ci parla questo libro è l’inchiesta, «une politique de l’enquête» attraverso cui costruire amicizie, localmente, da singolarità a singolarità, per abitare ed errare insieme in questo luogo che è nel mezzo, nelle fenditure tra frammento e frammento. Una politica dell’inchiesta è dunque una politica dell’incontro, ci viene detto, ed è strano pensare a quanto fosse stata importante nella genealogia dell’autonomia italiana la presenza di un nuovo modello di inchiesta operaia, la conricerca cioè, una politica dell’inchiesta che il suo “inventore”, tra gli anni ‘50 e ‘60, parliamo di Romano Alquati naturalmente, racconta che fu veramente usata in modo massiccio solo negli anni ‘70. Questo spiega molte cose, a mio avviso.

In una frase come questa: «L’inchiesta è forzatamente un affare collettivo. Il ritorno d’esperienza al quale è condotto colui che fa l’inchiesta, la trasmissione, impegna delle comunità che si trasformano riorientando le situazioni che abitano (…) Essa è l’attualizzazione dei divenire contenuti nelle situazioni del presente», risuona la parola divertita di Alquati quando disse, riferendosi alla violenta rivolta di Piazza Statuto del 1962 che diede avvio all’insurrezione italiana: «noi non ce l’aspettavamo, ma l’abbiamo organizzata». Eccolo il mistero dei rivoluzionari.

Un’altra dichiarazione di metodo – da intendersi sempre nel suo significato etimologico, di riflessione dopo un cammino – di Rafanell i Orra è che «non c’è un mondo comune, ma solamente delle forme di comunizzazione». Non solo non esiste un mondo comune in quanto astratta totalità globale, ma non esiste nemmeno il comune. Non c’è né come volontà di un nuovo arché, come pretendono i nuovi sociologi del vecchio gauchisme, né, come vorrebbero i postoperaisti, è qualcosa di sinteticamente identificabile nel presente modo di produzione, per cui si tratterebbe giusto di cambiare gestore per instaurare il comunismo. Si tratta in entrambi i casi di una cattiva metafisica che non può che produrre una cattiva politica. Se è possibile fare una Rivoluzione tramite un colpo di Stato, il comunismo è davvero su di un altro piano di realtà. Persino Lenin ne era consapevole.

Se ciò che esiste sono solo le forme di comunizzazione, ovvero il movimento che destituisce lo stato di cose presenti, allora invece che ad una Rivoluzione una – la quale è tra i principi da destituire – dobbiamo pensare a una molteplicità selvaggia di mondi-frammento che entrano in un divenire rivoluzionario che condividano la stessa nostra irrequietezza nell’errare senza fine. Come si dice più volte in questo testo, non c’è una guerra sociale o una guerra di classe, ma una guerra tra ambienti che, superata una certa soglia d’intensità, diviene guerra tra mondi – e nei mondi, potremmo aggiungere – e la sola possibilità di spuntarla, per i rivoluzionari, è infatti rifiutare la loro unificazione o, come scrive Rafanell i Orra, rinunciare al Grande Altro. Il grido di battaglia che il Comitato Invisibile lanciò qualche anno fa, «Fare delle comuni, ovunque!», credo andasse in questo senso e che non volesse essere un appello a trovarsi dei “collocatari” tra i disperati della metropoli.

«Infine bisogna osare alterare l’umanità del militante politico», ci viene ancora detto. È stato tentato già altre volte, ma se questa alterazione viene intesa in senso piattamente umanistico o anche antiumanistico il risultato sarà sempre lo stesso, ovvero la Rivoluzione come ineguagliabile macchina di produzione di nemici, di nemici interni soprattutto. L’amicizia, la fraternità, la sorellanza, l’amore come potente dinamica non umana – o superumana se vogliamo dirla con Nietzsche, ma è la stessa cosa – della loro organizzazione, è il rimosso di tutte le Rivoluzioni. La vera alterazione procede solamente da questo affetto, ed è per questo che a Marx e Nietzsche dovremmo aggiungere qualche altro personaggio, come ad esempio: il Giordano Bruno del De vinculis in genere, lo spietato amore di Joe Bousquet o l’erotica insurrezionale di Giorgio Cesarano, giusto per restare in Occidente. La cura dei legami, ci dice Rafanell i Orra, di quelle intensità attraverso le quali i frammenti si legano e comunicano tra loro e divengono così sempre più potenti, è la chiave di ogni divenire rivoluzionario. Ma è una chiave inoperosa: non esiste alcuna porta da aprire, nessuna cassaforte da scassinare, nessuna Legge da rispettare o da tradire. Finire di credere nel loro essere, mandare in frantumi la credenza nell’architettura metafisica di questo mondo, è il primo esercizio spirituale dell’Introduzione ad una vita rivoluzionaria. La sua scrittura, discontinua ed errante, è la chiave. Questo di Josep Rafanell i Orra ne è un frammento.