Riflessioni per squarciare un vuoto (seconda parte)

di postaZ (Feltre)

A fine settembre, scrivevamo la prima parte delle Riflessioni per squarciare un vuoto. Ora che Fabio è stato scarcerato, ritorniamo su quelle parole.

Quando dalle casse parte per la quinta volta Stalingrado, le urla stonate di Fabio sembrano quasi chiudere il cerchio. Affacciandosi sulla stanza illuminata dalle luci strobo, tra gli altri che cantano e ballano nella penombra, sembrano pronti a partire i titoli di coda, come a dire «spegnete tutto, va bene così».
È stato scarcerato il 27 novembre dal carcere minorile di Hahnöfersand. È arrivato come sempre, stasera, col suo «Ciao compagn*» che dice sempre senza la e, coi capelli un po’ più corti ma di nuovo al vento e le tasche piene del tabacco che sparge sempre sul bancone. Sopra il frigo c’è ancora la sua scarpa da ginnastica, quella che ha dimenticato chissà quando, chissà come, e che fino all’altro ieri guardavamo con nostalgica perplessità. C’è chi lo solleva da terra, chi gli versa un altro bicchiere, chi lo abbraccia e basta. In realtà, sembra tutto come sempre, come se ci fossimo sempre abbracciati, scordando per lo spazio di una sera tutto il vuoto di un’assenza. Un vuoto che abbiamo vissuto, attraversato e cercato di squarciare in ogni modo, e che ora ritroviamo come qualcosa di nostro nella certezza istintiva di non essere mai stati veramente lontani. Qualcuno ha scritto che «se fare esperienza – che vuol dire anche possedere, conservare, trattenere, abitare una potenza – è possibile solo insieme ad altri, è pur vero che solo una forza composta da individui che sanno cosa vuol dire la solitudine, cioè l’essere solamente ciò che si è, che hanno un rapporto alla vita e alla morte e conoscono sia la felicità che la tristezza, sia la resistenza collettiva che quella individuale, può compiere una vera esperienza». Guardandoci, sentiamo tutti di aver compiuto, di compiere tuttora un’esperienza singolare e collettiva. Quel continuum che va dall’Io al Noi, quella singolare utopia plurale è stata nostra, l’avesse anche solo sfiorata uno di noi.


Mentre beviamo un’altra birra, un compagno dice che di quest’estate non ricorda che assemblee, presidi, manifestazioni, comunicati. Le attese, soprattutto. È vero. Abbiamo condiviso senza riserve il tempo della vita e lo spazio del possibile. L’8 luglio, sotto il cielo infame dell’estate, ci troviamo come una prima volta, non riuscendo a entrare al PostaZ e soffrendo come pazzi il caldo fuori. Quasi non ci salutiamo. Ci basta prendere una sedia. L’afa che immobilizza ognuno sulla soglia e che ci porta lì, come «affollate solitudini», è l’immagine concreta del transito che abitiamo.
Il 6, quando ci era arrivato un messaggio da Maria, ci avevamo riso sopra per sdrammatizzare. Ci rideva su anche lei. Avrebbero dormito in campeggio quella notte, ci stavano andando. Non sapevamo, allora, ciò che poteva succedere. Sapevamo solo ciò che era successo all’Antikap Protestcamp il 2 luglio. Ci dava già un’idea di quella che sarebbe potuta essere — e non è stata — la strategia repressiva della polizia. Fabio, in sottofondo, continuava a salutare.


Era stato poi solo un freddo messaggio alle 20:56 del 7 luglio. «Hanno arrestato Fabio, hanno perso Maria».
E così ci troviamo il giorno dopo, né fuori né dentro ma lì. Il primo sentimento è quello dell’impotenza. Ora più che mai vale la pena riflettere sul significato della parola sapere. Nessuno di noi sa cosa succede, nessuno sa veramente come affrontare la situazione. Lo diciamo senza vergogne: come ogni prima volta, annaspiamo. Ma ognuno, in fondo a quell’immobilità, sa perché è lì dov’è — anche Fabio lo sa, e ce lo dirà poi. Tanto basta.
Ce l’hanno raccontato nelle lettere, più avanti, e quando poi è uscito il primo reportage sul «caso Fabio V.» l’abbiamo visto tutti, l’assalto all’alba. La registrazione della telecamera installata sopra il camioncino della Polizei di Amburgo parte alle 06:27:49. Tra l’arresto e la notizia sono passate dunque più di 14 ore. 14 ore di vuoto insondabile e segreto che qualcuno di noi, nei giorni seguenti, ha avvertito come lo spessore illusorio delle nostre certezze.
Sembra chiudersi il cerchio quando, nell’istante in cui parte Stalingrado, ogni cosa sembra come prima. Come una brutta storia giunta quasi al termine, a cui poi segue nuovamente la normalità. È senza dubbio un respiro, un peso che ci si leva dal cuore, sapere che Fabio è in giro, vederlo qui tra noi come in mille altre sere, a offrirci sigarette in pacchi da 30 e a vaneggiare su qualsiasi cosa. Eppure, nelle parole di chi ha salutato la sua uscita dalla galera e il suo ritorno a casa come la fine della storia c’è tutta l’incapacità di gettare lo sguardo oltre il muro delle proprie convinzioni. È il meccanismo automatico di difesa che fa rientrare situazioni come questa in categorie tranquillizzanti, quasi ad allontanare quegli spettri che potrebbero aprire squarci sulle nostre certezze. Quegli stessi squarci che hanno tormentato alcuni di noi, quelle crepe già aperte e pericolanti dalle quali però, nei mesi seguenti, è forse filtrato un sole mai visto. Da lì in poi, infatti, è stata solo confusione. Manifestazioni, ritrovi, striscioni, lettere, scritture, incontri, la solidarietà e tutto quell’organizzarsi che alla fine «non è mai stato altro che amarsi».
Cerchi così si chiudono solo come figure, come simulacri — e più precisamente, simulacri di un ripristino o di un ritorno a questa sedicente normalità.
Ripristino di che? Ritorno a cosa?
Non c’è dove ritornare. Non è per questo che Fabio, Maria, e tutte e tutti i nostri amici e amiche sono partiti per Amburgo. Non è per questo che hanno affrontato la prigionia, i fermi, le perquisizioni. Non è per questo che migliaia di persone erano lì, in quel preciso istante. Riconoscerlo è l’unico modo per evitare che i mesi trascorsi nella morsa — anche fisica — della repressione siano stati vani. Al di là delle immancabili soggettività prodotte in serie dalla grande macchina del Capitale (leggi: le merdacce) che hanno intasato la fogna di internet del loro odio un tanto al chilo (e vabbè, si tira lo sciacquone), abbiamo sofferto molto la retorica dell’emergenza a senso unico che questo evento ha assunto per una certa ortopedia democratica nella nostra città — per chi, cioè, pur mostrando la propria vicinanza alla vicenda, ha metabolizzato il panico provato nello scorgere a pochi passi da sé il vero volto del potere cedendo alla tentazione di dare ai fatti spiegazioni che non lo mettessero in alcun modo in discussione. In primo luogo per proteggere se stessi. Questo, ovviamente, dopo essersi cautamente accertati che fossero veramente «innocenti», che non avessero cioè valicato il limite del politicamente consentito tracciato dalle democrazie liberali. A senso unico, perché personalizzato nelle figure di Fabio, di Maria, riducendo così tutta la lotta sviluppatasi attorno al controvertice G20 a un fatto particolare, a un’ingiustizia nei confronti di singolarità determinate. A senso unico, perché ostinato a credere ciecamente nell’ipotesi di una sfortuna capitata a due ragazzi sprovveduti, buoni, inermi, vittime sacrificali designate «a espiare le colpe di un gruppo di incivili che ha distrutto una città» (sic). Come si mettono a tacere queste voci? Forse non si può. Ma proprio quando ciò che è lecito smette di essere necessariamente ciò che è giusto, la stessa distinzione operata tra «manifestante buono» e «manifestante cattivo» si dissolve, e con essa tutta la retorica che soggiace all’intera operazione repressiva in atto da parte della polizia tedesca. Che se ne accorgano o meno.


Ogni cerchio va squarciato, attraversato e oltrepassato.
Il nostro amico adesso è a casa, ma è una tregua di Natale gentilmente concessa dal cosiddetto Stato di diritto. Lo stesso che, tra le altre cose, ha arrestato, umiliato e imprigionato decine di nostri amici venuti da ogni dove per urlare in faccia ai padroni tutto lo schifo e lo sdegno per come il mondo è stato ridotto. Lo stesso che produce il razzismo, lo sfruttamento, i muri e i confini, le nocività, la gentrificazione, la guerra ai poveri e all’umanità e che difende esplicitamente tutto questo ogni volta che colpisce con i suoi sbirri sempre più giudici e i suoi tribunali sempre più sbirreschi chi afferma l’amore e il rispetto per la dignità umana nel gesto di piazza.
A capodanno Fabio torna in Germania con obbligo di firma, per proseguire la stanca e insulsa cantilena dei processi che presto toccherà seguire anche a Maria, ad altri duecento compagne e compagni. Ma ora è il 22 dicembre. Ora siamo qui, insieme, dentro uno spazio che, dopo i cinque mesi in cui Fabio è stato dentro, dopo il mese che si è fatta Maria, è diventato qualcos’altro. Come lei, come lui, come del resto tutti. Lo chiamavamo ridendo «più che un’area, un sottoscala». Ora, cos’è lui e cosa siamo noi lo può dire solo l’orsa bruna dipinta sullo striscione rosso sotto il quale stiamo, quello che abbiamo portato più volte a Billwerder, affisso lungo la grata che ingabbia la boscaglia, che nei presidi sotto il carcere ci separava da quel muro infame sotto il quale abbiamo urlato tutta la nostra vicinanza a chi stava dall’altra parte. Quell’orsa il cui ruggito echeggia insieme ai mille altri striscioni solidali e complici portati lì dai nostri amici, delimitando uno spazio concreto dell’altrove in quel non–luogo della repressione che è il Dweerlandweg.
Per ora va bene così.