Alce Nero parla

Il Messia

tratto da John G. Neihardt, Alce Nero parla, Adelphi Edizioni, Milano 1990

 

Nota al testo

a cura di Andrea Russo

Pubblichiamo questo breve capitolo delle memorie di Alce Nero perché riteniamo che le verità contenute nel racconto della sua vita siano state, per così dire, riattivate dalle lotte del 2016-2017 contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline1. Tra la primavera e l’estate del 2016, nei territori limitrofi alle riserve indiane di Standing Rock e Pine Ridge, le tribù Sioux hanno allestito diversi accampamenti per monitorare l’inizio dei lavori dell’oleodotto. Verso fine Luglio, quando i primi segni dei lavori erano divenuti visibili sui territori, è stato lanciato un appello in cui veniva richiesto di solidarizzare con loro, andando a vivere negli accampamenti. Nel giro di pochissimo tempo quasi trecento tribù hanno inviato delle delegazioni e dichiarato la solidarietà. Ma l’evento che passerà alla storia è che i Crows, come altre nazioni indigene tradizionalmente nemiche dei Sioux, sono arrivati in processione in segno di pace, per unirsi alla lotta contro l’oleodotto.

L’unità delle nazioni indiane, che nella guerra contro i bianchi è rimasta incompiuta nel passato, è stata realizzata dal movimento NODAPL. In un certo senso, l’occupazione di Standing Rock per mezzo degli accampamenti, sottraendo spazio e tempo al nemico, è riuscita a riportare un certo numero di cose passate verso l’oggi, non per ripetere ciò che ha già avuto luogo, bensì per realizzare nell’adesso ciò che è restato incompiuto nel passato. La lotta contro l’oleodotto ha dato la possibilità ad un determinato frammento temporale di continuare a vivere oltre la propria epoca, entrando a far parte di un momento storico ulteriore. Il 23 Febbraio 2017 il campo di Standing Rock è stato infine sgomberato dalla polizia nord americana. Dopo un’eroica resistenza durata dieci mesi, il movimento è finito. Ora, se è vero che tutti i movimenti sono destinati ad avere una durata limitata nel tempo, è però altrettanto vero che in ogni movimento capace di criticare teoricamente e materialmente la propria epoca, c’è un resto che è indistruttibile e che diviene senza fine. Se l’accampamento di Standing Rock costituisce l’immagine più intima del passato dei nativi delle pianure nord americane, è proprio perché è riuscito ad appropriarsi di quel resto. È però solo a partire dalla decisione di non volere la costruzione dell’oleodotto che tutto quel resto è ritornato ad essere non solo leggibile, ma pronto per l’uso. Gli accampamenti, le preghiere, i lockdown, i blocchi sull’Highway 1806, gli scontri con la polizia hanno configurato quell’attualizzazione dialettica che ha fatto “brillare” ancora una volta il materiale esplosivo riposto in ciò che è stato. La mistificazione politica più deplorevole che si potrebbe commettere nei confronti di Standing Rock, consisterebbe nel rubricare tale movimento sotto la voce lotta ambientalista, ecologista o peggio per i «beni comuni». Al contrario, noi siamo fermamente convinti che il movimento NODAPL sia in forte continuità con molti dei conflitti europei attualmente più significativi, come quelli della Val di Susa o di Notre-Dame-des-Landes, tutti diretti a contrastare l’imperialismo ambientale delle infrastrutture, il sostrato materiale su cui si basa il potere logistico del capitalismo contemporaneo. Con l’inizio della costruzione dell’oleodotto, è come se le tribù Sioux avessero percepito che stava per realizzarsi la conquista definitiva della propria terra, già iniziata con la realizzazione della strada ferrata dell’uomo bianco nel XIX secolo, ed abbiano agito di conseguenza. Quel che ha costituito la forza di Standing Rock nel rallentare l’avanzamento della grande opera, è stato il livello di autorganizzazione della vita comune negli accampamenti. Standing Rock a ben guardare è stata innanzitutto una “guerra tra mondi”.

Alle infrastrutture che propagano una vita senza mondo, l’accampamento ha contrapposto una forma di vita che entra in secessione in una costante tensione fra tradizione e sperimentazione. Il messia, il breve capitolo estrapolato da Alce nero parla che state per leggere, è un esempio paradigmatico di questa tensione. In queste pagine, il vecchio sciamano della tribù Oglala dei Sioux racconta la sua esperienza nel momento in cui nella riserva di Pine Ridge si diffuse il culto della Ghost dance, movimento sincretistico in cui temi mitici tradizionali vengono reinterpretati in chiave messianica e di palingenesi cosmica. Secondo la profezia annunciata da Wovoka, maestro spirituale della tribù dei Paiute, un’era di liberazione stava per attuarsi: «un altro mondo sarebbe arrivato da ovest, in un grande turbine, e avrebbe distrutto tutto questo mondo che era vecchio e morente»; i morti e tutti i bisonti uccisi sarebbero tornati, mentre i bianchi sarebbero stati inghiottiti dagli abissi della terra. Il motivo per cui abbiamo ritenuto importante pubblicare questo testo non è legato ad un nostro particolare interesse per la tematica dei messianismi extra-biblici. In realtà, ciò che vorremmo far emergere è quella positività non sempre evidente, racchiusa nella figura dell’altro mondo, così ricorrente nella tradizione dell’utopia politica. L’altro mondo che arriva come un turbine contiene indubbiamente l’immagine della felicità futura, tuttavia ciò che è in realtà dirimente sono gli elementi del mondo presente che non compaiono più nel mondo utopico. L’immagine del mondo a venire non serve per proiettarsi nel futuro, ma per pensare cosa distruggere nel presente.

Il messia

C’era già la fame tra la mia gente, prima che io me ne andassi al di là dell’acqua grande, perché i Wasichu [I Bianchi] non ci davano tutte le provviste da mangiare che ci avevano promesso nel trattato dei Black Hills. Essi stessi avevano fatto quel trattato; il nostro popolo non lo voleva e non l’aveva fatto. Eppure i Wasichu che l’avevano fatto ci avevano dato meno della metà di quel che ci avevano promesso. E così la gente pativa la fame, anche prima della mia partenza. Ma quando ritornai era molto peggio. Faceva pietà vedere il mio popolo. C’era una grande siccità, e i fiumi grossi e piccoli sembrava dovessero morire. Nulla di ciò che la gente seminava cresceva, e i Wasichu mandavano ancor meno bestiame e altri cibi di quanti ne mandassero prima. I Wasichu avevano uccisi tutti i bisonti e ci avevano rinchiusi in recinti. Sembrava che noi tutti fossimo condannati a morire di fame. Non potevamo mangiare le menzogne, e non potevamo fare nulla. E adesso i Wasichu avevano fatto un altro trattato, per toglierci via circa la metà della terra che ci era rimasta. Il nostro popolo non voleva questo trattato, nemmeno, ma Tre Stelle2 venne e fece il trattato lo stesso, perché i Wasichu volevano la nostra terra, tra il Terra Fumosa e il fiume Buono. Così l’inondazione di Wasichu, sporchi di cattive azioni, si portò via la metà dell’isola che ci era rimasta. Quando Tre Stelle venne a ucciderci, presso il Rosebud, Cavallo Pazzo lo sbaragliò e lo rimandò indietro. Ma quando venne senza soldati, questa volta, lui ci sbaragliò e ci rimandò indietro. Eravamo chiusi e recintati e non potevamo fare nulla. Tutto il tempo che rimasi via di casa, di là dall’acqua grande, il mio potere era scomparso, e io ero come un morto che cammina, la maggior parte del tempo. Appena riuscivo a ricordare la mia visione, e quando la ricordavo, sembrava un sogno confuso. Poco dopo il mio ritorno, alcune persone mi chiesero di far guarire un malato, e io temevo che il potere non mi ritornasse; tuttavia ritornò. Così continuai ad aiutare i malati, e ce n’erano molti, perché il morbillo aveva colpito la mia gente, che era sempre debole per via della fame. Ci furono molti altri malati, quell’inverno, quando venne la pertosse e uccise i bambini piccoli che non avevano abbastanza da mangiare.

Così stavano le cose. Il nostro popolo era ridotto alla disperazione, in uno stato pietoso.

Ma proprio agli inizi di quell’estate, quando tornai dalla terra di là dell’acqua grande (1889), erano arrivate notizie strane da ovest, e la gente ne parlava e ne parlava. Ne stavano già parlando quando arrivai a casa, e per me era tutto una novità. La notizia raggiunse gli Oglala prima di tutti, e sentii dire che ci era stata trasmessa dai Shoshone e dai Nuvole Azzurre (Arapahoe). Alcuni ci credevano e altri non ci credevano. Era difficile da credere; e quando me ne parlarono per la prima volta, pensai che fossero soltanto chiacchiere sciocche messe in giro da qualcuno. Queste notizie dicevano che laggiù, lontano nell’ovest, in un luogo vicino alle grandi montagne (le Sierras) che sorgono prima di arrivare all’acqua grande, c’era uno stregone, tra i Paiute, il quale aveva parlato con il Grande Spirito in una visione, e il Grande Spirito gli aveva detto come fare per salvare i popoli indiani, per fare scomparire i Wasichu e far ritornare tutti i bisonti e tutte le persone che erano morte, e come ci sarebbe stata una nuova terra. Prima del mio ritorno, la gente si era radunata per parlare di questo, e aveva mandato tre uomini, Tuono Buono, Orso Coraggioso e Petto Giallo, perché vedessero quello stregone con i propri occhi e accertassero se quel che dicevano di lui era vero. Così questi tre uomini avevano fatto il lungo viaggio verso ovest, e l’autunno dopo il mio ritorno a casa, ritornarono anche loro con notizie meravigliose per gli Oglala.

Ci fu un grande raduno presso le sorgenti del torrente White Clay, non lontano da Pine Ridge, quando i tre ritornarono; ma io non ci andai, perché ancora non ci credevo. Pensavo che era forse la disperazione, ciò che spingeva la gente a credere, così come un uomo che muore di fame sogna a volte che ci sono tante cose buone da mangiare. Io non andai al raduno, ma mi raccontarono tutto quello che c’era da raccontare. I tre uomini dissero la stessa cosa, ed erano uomini buoni. Dissero che erano andati lontano lontano e infine erano giunti a una grande vallata pianeggiante3 vicino alle ultime grosse montagne, prima di arrivare all’acqua grande, e lì avevano visto il Wanekia4, il quale era figlio del Grande Spirito, e avevano parlato con lui. I Wasichu lo chiamavano Jack Wilson, ma il suo nome era Wovoka. Wovoka disse loro che stava per arrivare un altro mondo, proprio come una nuvola. Sarebbe arrivato da ovest, in un grosso turbine, e avrebbe distrutto tutto questo mondo, che era vecchio e morente. In quell’altro mondo c’era abbondanza di cibo, come nei tempi andati; in quel mondo tutti gli indiani morti erano vivi, e tutti i bisonti che erano stati uccisi, correvano di nuovo per le praterie. Questo stregone diede un poco di pittura rossa sacra e due penne d’aquila a Tuono Buono. La gente doveva tingersi la faccia con quella pittura e doveva ballare una danza degli spiriti che lo stregone aveva insegnato a Tuono Buono, Petto Giallo e Orso Coraggioso. Se così facevano, avrebbero potuto salire su quell’altro mondo, quando fosse arrivato, e i Wasichu, invece, non sarebbero riusciti a salirci sopra, e perciò sarebbero scomparsi. Quando diede le due penne d’aquila a Tuono Buono, lo stregone disse: «Ricevi queste penne d’aquila e guardale, perché mio padre farà in modo che esse gli riportino il tuo popolo».

Altre notizie non ci furono, quell’inverno.

Quando sentii dire questo della pittura rossa e delle penne d’aquila e di far ritornare il popolo al Grande Spirito, la cosa mi mise molto in pensiero. Avevo avuto una grande visione, che doveva servire a riportare il popolo entro il cerchio della nazione, e forse quello stregone aveva avuto la stessa visione, e questa si sarebbe avverata, e il popolo sarebbe potuto ritornare sulla strada rossa. Forse non era detto che dovessi fare questo io di persona; ma se collaboravo, con il potere che mi era stato dato, forse l’albero sarebbe fiorito di nuovo e il popolo avrebbe ritrovato la prosperità. Questo ebbi in mente, tutto quell’inverno ma non sapevo quale visione avesse vista lo stregone lontano, e desideravo di poter parlare con lui per saperlo. Questo pensiero diventava sempre più forte nella mia mente, ogni giorno, e fu un inverno cattivissimo, con molta fame e malattia. Mio padre morì agli inizi dell’inverno, della brutta malattia che colpiva tanti di noi. Questo mi rattristò molto. Tutto ciò che era buono sembrava dovesse scomparire. Mio fratello e mia sorella più giovani erano morti, prima del mio ritorno, e adesso ero rimasto orfano in questo mondo. Ma mi restava ancora mia madre. Io lavoravo in uno spaccio per i Wasichu, perché lei avesse qualcosa da mangiare, e continuai a lavorare lì e a riflettere su ciò che avevano detto Tuono Buono, Petto Giallo e Orso Coraggioso; ma ancora non mi sentivo sicuro. Nel corso di quell’inverno molti vollero sapere qualcosa di più, su quello stregone, e il nuovo mondo che sarebbe arrivato: di conseguenza mandarono altri uomini per saperne tutto quel si poteva sapere. Da Pine Ridge partirono Tuono Buono e Petto Giallo con due compagni. Altri andarono con loro, dalle altre riserve indiane, e due di questi erano Orso che Scalcia e Toro Piccolo. Questi uomini mandavano notizie, a mano a mano che viaggiavano verso ovest, e sembrava che dappertutto la gente credesse tutto ciò che ci avevano raccontato e anche di più. Così ci dicevano nelle lettere che arrivavano. Io seguitavo a lavorare nello spaccio e ad aiutare i malati con il mio potere.

Poi arrivò la primavera (1890) e sentii dire che quegli uomini erano tutti ritornati e che dicevano che era tutto vero. Io non andai nemmeno a questo raduno, ma sentivo le chiacchiere, che erano su tutte le bocche, e la gente diceva che era veramente il figlio del Grande Spirito, quello laggiù; quando era sceso tra i Wasichu, moltissimi anni prima, l’avevano ucciso; ma questa volta era venuto tra gli indiani, e non ci sarebbero stati Wasichu nel nuovo mondo che doveva arrivare come una nuvola in un turbine e distruggere la vecchia terra che moriva. Dicevano che questo sarebbe successo alla fine dell’inverno, non appena fosse riapparsa l’erba (1891). Sentii raccontare molte cose meravigliose sul Wanekia che questi uomini avevano visto e udito, ed erano uomini eccellenti. Poteva far parlare gli animali, e una volta, mentre loro stavano con lui, aveva evocato una visione di spiriti, e tutti l’avevano vista. Avevano visto un’acqua grande, e al di là dell’acqua grande c’era una bella terra verde dove tutti gli indiani che erano mai vissuti e tutti i bisonti e gli altri animali tornavano a vivere tutti insieme. Poi il Wanekia, dissero, aveva fatto sparire la visione, perché non era ancora arrivato il momento. La cosa doveva succedere soltanto dopo l’inverno, quando fosse riapparsa l’erba. E una volta, dissero, il Wanekia si tolse il cappello e disse loro di guardarci dentro; e quando guardarono, tutti, tranne uno, videro dentro il cappello il mondo intero, e tutto ciò che è meraviglioso. Ma quell’altro ci vedeva soltanto l’interno del cappello, raccontarono.

Tuono Buono stesso mi disse che, grazie al potere del Wanekia, era andato in una tenda di pelli di bisonte, dove suo figlio, morto da molti anni, viveva con la moglie, e avevano fatto una lunga chiacchierata insieme. Questo non era come la mia grande visione, e io continuavo semplicemente a lavorare nello spaccio. Non sapevo davvero che cosa pensare. Dopo un poco di tempo sentii dire che a nord di Pine Ridge, presso la sorgente del torrente Cheyenne, Orso che Scalcia aveva celebrato la prima danza degli spiriti, e che quelli che avevano danzato avevano visto i loro parenti morti e avevano parlato con loro. Poco dopo sentii dire che danzavano presso il Wounded Knee, proprio sotto Manderson. Io non ci credevo ancora, ma volevo scoprire come stavano le cose, perché tutta questa storia mi stava sempre più a cuore, da quando mio padre era morto. Qualcosa sembrava dirmi di andare a vedere. Riuscii a trattenermi per un po’ di tempo, ma alla fine non mi trattenni più. E così presi il mio cavallo e andai a questa danza degli spiriti presso il Wounded Knee, sotto Manderson. Ne fui sorpreso, e quasi non potevo credere a quello che vedevo; perché c’erano in quella danza tante cose che mi ricordavano la mia visione. I danzatori, uomini e donne, si tenevano per mano in un grande circolo, e nel centro del circolo avevano messo un albero dipinto di rosso, con la maggior parte dei rami tagliati e alcune foglie morte che pendevano. Questo era esattamente come quella parte della mia visione dove l’albero sacro stava morendo, e il circolo degli uomini e delle donne che si tenevano per mano era come il cerchio sacro che dovrebbe avere il potere di far rifiorire l’albero. Vidi anche che gli oggetti sacri che la gente offriva erano di colore rosso scarlatto, come nella mia visione, e tutte le loro facce erano dipinte di rosso. Inoltre si servivano della pipa e delle penne d’aquila. Rimasi lì seduto a guardare afflitto. Tutto sembrava appartenere in qualche modo alla mia grande visione, e io non avevo fatto ancora nulla perché fiorisse l’albero. Poi, improvvisamente, sentii una grande felicità che mi invadeva, e tutto si impossessò di me all’istante. Quello che vedevo era lì per ricordarmi che dovevo subito mettermi all’opera e aiutare a riportare il mio popolo entro il cerchio sacro, perché i miei potessero di nuovo percorrere la strada rossa in maniera sacra e piacevole ai Poteri dell’Universo, che sono un Unico Potere. Ricordai che gli spiriti mi avevano portato al centro della terra e mi avevano mostrato le cose buone, e come infine il mio popolo sarebbe diventato prospero. Ricordai che i Sei Avi mi avevano detto che grazie al loro potere avrei fatto vivere il mio popolo, e l’albero sacro sarebbe rifiorito. Pensai che la mia visione si avverava finalmente, ed ero pieno di felicità.

Ero andato a vedere quella danza, soltanto per vedere e sapere che cosa credeva la gente; ma ero deciso a rimanere e a servirmi del potere che mi era stato dato. La danza era finita, ma si sarebbe ripetuta il giorno dopo, e io ero deciso a danzare con loro.

2 Il generale Crook capeggiava la commissione che negoziò il trattato del 1889.

3 Mason Valley, nel Nevada.

4“Uno che fa vivere”, salvatore.