Quando il cittadino si sente insicuro…

Riflessioni sulle misure di prevenzione

di Adsagsona e Skip Frye

«Bisogna accettare che la lotta, in questo mondo, è essenzialmente criminale,

poiché tutto è divenuto criminalizzabile»

Comité Invisible, Maintenant

Avviso orale, fogli di via obbligatori, divieto di soggiorno, obbligo di soggiorno, sorveglianza speciale. Chiunque negli ultimi anni abbia militato attivamente in un’organizzazione o collettivo politico o anche solo preso parte, con una certa continuità, a manifestazioni di piazza, picchetti antisfratto, antisgombero o di sciopero, a presidii solidali ecc., indipendentemente dalla natura più o meno conflittuale di questi momenti e soprattutto indipendentemente dalla sua condotta individuale, è stato destinatario di una o più misure di questa natura. Chiunque, negli ultimi anni, si sia avvicinato al territorio della Val di Susa o chiunque si sia recato in una qualunque città italiana in cui si svolgesse un corteo o il contro-summit di turno, anche a prescindere dal suo reale motivo di soggiorno, è stato, almeno una volta, rispedito a casa propria con un foglio di via con obbligo di rimpatrio. Tutti i militanti che potevano annoverare più di qualche precedente di polizia sono stati destinatari di un avviso orale del questore della loro provincia di dimora, che li ha invitati a tenere una condotta conforme alla legge. Chiunque ha piantato grane nella propria città ha rischiato il divieto di dimora mentre chi ha pensato di farlo altrove ha rischiato l’obbligo di soggiorno. Infine, i militanti che si sono meglio contraddistinti, o che sono semplicemente meglio conosciuti e riconosciuti dalla D.I.G.O.S. locale, sono destinati a diventare sorvegliati speciali. Sono questi i cd. strumenti amministrativi di controllo sociale e più specificamente le misure di prevenzione. Negli ultimi anni queste misure sono state dispensate con una frequenza ed in una quantità tale da poterci giocare a “ce l’ho, ce l’ho, mi manca”, come da piccoli facevamo con le figurine degli album Panini. Non che averne collezionata più d’una costituisca necessariamente un motivo di vanto… ma non è questa la sede per esprimere valutazioni di merito sulla validità e sull’efficacia delle pratiche del movimento.

Le misure di prevenzione, sono strumenti di natura amministrativa, pensati per prevenire la commissione di reati da parte di soggetti considerati socialmente pericolosi, attraverso la possibilità di porre in essere limitazioni più o meno profonde della libertà personale, nei confronti di soggetti formalmente non imputati né tantomeno condannati quali autori di reati. Il diritto della prevenzione, sorto a metà del XIX secolo quale sistema parallelo al diritto penale in senso stretto, è stato infatti correttamente definito quale vera e propria giustizia penale preventiva, fondata sul quanto mai vago concetto di pericolosità sociale del soggetto destinatario della misura. Da un punto di vista storico, tali misure vennero introdotte per la prima volta nell’ordinamento giuridico non appena si fu perfezionato il processo di instaurazione dello Stato moderno. Infatti l’introduzione delle misure di prevenzione corrisponde alla nascita del diritto penale moderno in cui, dai codici penali della metà dell’Ottocento, erano state espunte tutte le cd. “pene del sospetto”. La nuova concezione del diritto penale, arricchita dei suoi elementi di garantismo illuminato, restringeva le ipotesi di limitazione della libertà personale a quelle realizzabili solamente in seguito all’accertamento processuale di fatti precisamente inquadrabili in condotte di reato espressamente previste e definite dal legislatore. Ma ciò che fu dismesso dal diritto penale moderno fu riciclato dal diritto amministrativo. Infatti, con le misure di prevenzione, la compressione della libertà dell’individuo si verificava – e si verifica tutt’oggi – non a fronte di condotte contrarie alla legge, bensì in presenza di meri indicatori di pericolosità sociale del destinatario della misura: si è quindi in presenza di un giudizio non di responsabilità, ma di mera probabilità. Si venne quindi ad istituire un sistema di cd. doppio binario mediante il quale, accanto ad un diritto penale almeno formalmente impregnato dei principi e delle garanzie tipiche dell’illuminismo giuridico, veniva ad affiancarsi un diritto di polizia flessibile ed incisivo, idoneo a fronteggiare le diverse emergenze sociali consentendo inoltre allo Stato di mantenere sotto controllo le varie forme di pericolosità soggettiva prima etichettate come reato. Come conciliare quindi gli evidenti contrasti tra questa disciplina e le più basilari esigenze di garantismo, di cui gli attuali ordinamenti giuridici dovrebbero essere permeati?

Non sembra evidentemente possibile.

Infatti, il sistema punitivo-repressivo che caratterizza l’intera materia delle misure di prevenzione – in maniera specifica quella delle misure personali – continua a vedere, dalle sue prime forme di disciplina della metà Ottocento sino a quella attuale cristallizzata nel 2011 nel nuovo codice antimafia, quale suo fine ultimo il controllo di tutti quegli individui posti ai margini della società ufficiale, o che possano in qualche modo costituire una minaccia per il mantenimento della pace e dell’ordine sociale. D’altra parte, è la stessa formulazione della norma relativa ai soggetti nei cui confronti possono essere applicate le misure personali a far emergere un’evidente violazione del principio di legalità. Ad oggi, destinatari della misura, in quanto socialmente pericolosi, possono infatti essere:

a) coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi;
b) coloro che per la condotta ed il tenore di vita debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;
c) coloro che per il loro comportamento debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, comprese le reiterate violazioni del foglio di via obbligatorio nonché dei divieti di frequentazione di determinati luoghi previsti dalla normativa antimafia, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Si tratta palesemente di categorie amplissime, che tra l’altro vengono “accertate” (laddove si tratti di misure la cui applicazione ha carattere giurisdizionale, quali ad esempio la sorveglianza speciale con o senza obbligo di soggiorno) mediante un rito sommario davanti all’autorità giudiziaria in cui i margini di difesa sono notevolmente ridotti. Inoltre, tali nebulose fattispecie di pericolosità rendono palese un altro fine intrinseco del sistema prevenzionale, ulteriore ed accessorio rispetto al mero controllo preventivo di potenziali forme di devianza: vale a dire la repressione di reati non dimostrabili, e quindi soltanto sospetti. La legislazione in materia è formulata in maniera tale da risultare priva di qualunque contenuto prescrittivo allo scopo di potersi riempire di qualunque contenuto utile al compimento della strategia contro-insurrezionale in corso. Negli ultimi anni si è prepotentemente affermata (soprattutto ad opera di certi settori della magistratura) l’imprescindibilità di tale strumento preventivo-repressivo, spesso preferito ai dispositivi più propriamente penali, in quanto più veloce, certo ed efficace di quest’ultimi. Questo uso massivo delle misure di prevenzione avviene indiscriminatamente tanto per prevenire i crimini comuni quanto i comportamenti sovversivi, con l’evidente obiettivo di spoliticizzare e ridurre anche questi a fatti puramente delinquenziali. Il ricorso indiscriminato alle misure di prevenzione è tale che perfino l’attore della serie tv Suburra Adamo Dionisi è stato, in questi giorni, destinatario del foglio di via obbligatorio emesso dal Questore di Viterbo con divieto di far ritorno nel comune per un periodo di tre anni, a fronte di condotte di reato ancora tutte da dimostrare. Ma viene spontaneo chiedersi il perché di tanta prevenzione in un periodo in cui le stesse statistiche ministeriali registrano un progressivo e deciso calo dei reati comuni (perfino quelli più violenti quali omicidi e rapine) ed in una fase in cui i movimenti politici e le cd lotte sono perlopiù inesistenti e le organizzazioni ed i collettivi sono ridotti ai minimi termini. Per quanto attiene a quest’ultimo aspetto, ovvero all’uso delle misure preventive nei confronti di fatti politici contenuti in determinati comportamenti, la volontà sembra essere quella di bastonare il can che affoga approfittando dell’evidente stato di debolezza in cui versano soprattutto i compagni negli ultimi tempi. Ma quest’obiettivo sembra essere perseguito in maniera sottile e poco immediata. Anziché agire una strategia repressiva mediante le ordinarie misure penali con le quali ottenere condanne esemplari per far prendere le distanze della popolazione dai sovversivi, si opta per questa strategia preventiva che incide e progressivamente logora con tante piccole restrizioni tutti gli aspetti della vita quotidiana del militante socialmente pericoloso, allo scopo di costringerlo all’immobilismo, o peggio, a prendere le distanze del sé dal proprio sé e quindi dal sovversivo che cova dentro di lui. In questo senso, le misure preventive più che essere norme precettive sembrano essere norme performative, che creano ciò che nominano adempiendo alla loro missione di re-identificare, riclassificare, individualizzare ed infine neutralizzare tutto ciò che di politico resiste nella vita di ciascuno.

Ma in un’ottica più generale l’abuso delle misure di prevenzione si può giustificare in quanto risposta che un po’ marzullianamente i governi offrono al generalizzato e dilagante bisogno di sicurezza indotto da loro stessi nei cittadini. Infatti, paventando continuamente a livello politico e mediatico emergenze a cui far fronte, pericoli da prevenire, attentati da sventare e territori da difendere, si alimentano nei cittadini paure ed insicurezze che inducono a domandare maggiore sicurezza. Ed è proprio in nome di questo inedito bisogno di sicurezza che, a nostro parere, si giustifica questo sfrenato ricorso alle misure preventive. Come si diceva prima infatti, le misure di prevenzione sono dispositivi veloci, certi ed efficaci ed il loro utilizzo consente di rendere apparentemente più solerte e proficuo l’operato di forze di polizia e magistratura, e dunque di fornire anche una risposta della Politica al bisogno di sicurezza indotto. Infatti, questo continuo ricorrere alle misure di prevenzione è del tutto funzionale alla compilazione delle relazioni e delle statistiche ministeriali sulla prevenzione e sulla riduzione dei crimini, che poi possono essere esibite orgogliosamente come trofei ai cittadini, a scopo di propaganda elettorale o di rafforzare il consenso nel governo di turno. Ma l’abuso di queste misure non è solo quantitativo ma anche qualitativo, nel senso che si registra un’assoluta trasversalità dei destinatari delle misure di prevenzione. Ad essere raggiunti da questi provvedimenti, come si diceva, non sono solo i militanti delle strutture politiche ma anche chiunque, eccedendo in qualsiasi modo dal consentito, sia riducibile a forma di vita criminale, e quindi qualificabile come socialmente pericoloso. Sulla base di questa trasversalità dei destinatari si potrebbe fondare un’illusione frontista di lotta contro le misure di prevenzione dal titolo all criminals are united, che faccia uscire noi militanti dalla condizione di minoranza minoritaria. Ma ci sembra che oggi, per uscire dal minoritarismo e divenire minoranza rivoluzionaria, perché come scriveva qualcuno un rivoluzionario è sempre minoranza, quando cessa di essere minoranza cessa di essere rivoluzionario, ci voglia ben altro. Per iniziare dovremmo liberarci, noi, di tutti questi orpelli giudiziari che logorano il nostro quotidiano costringendoci all’ immobilismo, perché mirano a spezzare quei legami che ci rendono una forza, rendendo impossibile gli spostamenti e le comunicazioni tra i focolai di cospirazione. Un foglio di via, un obbligo di dimora, un divieto di dimora e peggio ancora la sorveglianza speciale, infatti, impediscono, o meglio rendono assai complicato, non solo frequentare determinati luoghi o determinati soggetti ma anche andare a trovare dei compagni per farsi raccontare le loro iniziative, conoscere altre esperienze e apprendere nuove tecniche.

Occorre dunque liberarsi di queste misure e la domanda è una e una sola: Come fare?

Contro queste misure non si può certo fare affidamento sugli strumenti di tutela che l’ordinamento ci riserva a garanzia dei nostri diritti. Che esiti può dare, infatti, un ricorso al prefetto contro una misura adottata dal questore? Non sono questi organi coordinati ed in fondo uno alle dipendenze dell’altro? Si potrebbe allora ricorrere ad organi indipendenti come il T.A.R. o il Capo dello Stato sperando che venga fatta giustizia, ma questo solo se ciascun destinatario di una misura di prevenzione avesse oltre 600 euro da regalare per l’istruzione di ciascun ricorso… Si dovrebbero allora disertare i comportamenti imposti dalle misure di prevenzione di cui ciascuno è destinatario, ma perché questa diserzione risulti una pratica realmente efficace, e non ulteriormente gravosa per il singolo, ci sarebbe bisogno di un sostegno materiale, politico e affettivo che sicuramente nè i singoli gruppuscoli, ma neanche le strutture politiche più grandi, nella loro solitudine ed isolamento, sono in grado di offrire, così come non si sono dimostrati in grado neppure i ‘grandi movimenti’ in occasione delle campagne per il processo di Genova 2001 o del 15 ottobre 2011. In questa fase più che mai occorre limitare i danni e non immolarsi in nome di una qualche controproducente fede ideologica. Si dovrebbe allora pensare ad una forma di resistenza che si basi su pratiche articolate, diffuse e di lungo periodo in grado di ribaltare a nostro favore il rapporto di forza. Non è un caso, che i soli capaci di resistere e di violare le misure di prevenzione in Italia siano stati i No-Tav in Val di Susa, che pur colpiti individualmente, hanno saputo porre in essere una difesa coordinata e collettiva, articolando la lotta fuori e dentro i tribunali, sostenuti da una ampia mobilitazione politica anche capace di fare breccia nell’opinione pubblica, rendendo così le misure preventive a loro carico del tutto inefficaci. Assumendo ancora una volta la Val di Susa ad esempio, deduciamo che la vittoria contro la polizia e le sue misure preventive non può essere militare ma politica. Infatti, come suggeriva già qualcuno, non si può pretendere di battere una forza armata in un corpo a corpo. Per vincere la polizia ed il suo diritto, come non bastano i nostri corpi per strada contro le cariche dei loro reparti celere, non basteranno nei tribunali i ricorsi contro le misure di prevenzione. Occorre rendere queste misure inefficaci politicamente e dunque privarle di legittimità, al fine di riguadagnare una giusta distanza dalle forme di controllo e recuperare dei più ampi margini di manovra. Per fare questo non possiamo che mettere in campo la nostra unica forza. Noi rivoluzionari non siamo uniti da alcun vincolo di obbedienza ma siamo uniti ad altri compagni, ad amici, ad una forza, ad un ambiente, a dei complici e a degli alleati. E se questa è la nostra forza, è questa che va fatta pesare contro gli interventi, le operazioni e le misure di polizia che mirano a stabilire e mantenere un determinato ordine, provocando per reazione un disordine ingestibile. Contro le misure di prevenzione, che mirano a risolvere un problema di ordine pubblico, l’unica risposta possibile è renderle fonte di un problema di ordine pubblico più grosso. Solo allora le renderemo inefficaci.