Lunatico di Gennaio

di Bianca Bonavita

La terra stanca sotto la neve

dorme il silenzio di un sonno greve

l’inverno raccoglie la sua fatica

di mille secoli da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?

Un altro inverno tornerà domani

cadrà altra neve a consolare i campi

cadrà altra neve sui camposanti.

Inverno di Fabrizio De Andrè,

(Tutti morimmo a stento, 1968)

Gennaio la terra riposa. E noi con lei.

Certo, di lavori ce n’è sempre in campagna, ma mai come ora ci si può occupare del proprio non fare. Tempo di studio e di letture, tempo di camminare per le colline e di accorgersi che dopo essere state gentrificate da impiegati di alto rango, come quartieri verdi della metropoli, ora vengono resortizzate per offrire alle jeune-filles una “meta di charme per il week-end”. Ci sono resort più popolari dallo stile pacchiano, con ombrelloni modello atollo del Pacifico e scivoli a colorare di plastica blu i pendii delle colline, e resort più chic e un po’ meno abbordabili presso dimore d’epoca, che magari organizzano anche prestigiosi festival jazz per le sere d’estate. Accade così che uno dopo l’altro vecchi casolari un tempo abitati da contadini vengano inglobati da questi orribili centri benessere bagnati da false acque termali. E così accade che la collina si trasformi in un residence diffuso, popolato da spettri in mano a una qualche holding le cui tracce svaniscono in un ufficio di Milano. Accade che il resort diventi anche latifondo e si accaparri tutte le terre circostanti piantumando ulivi alternati a bandierine da golf. Accade che laddove un tempo c’era solo il buio della notte ora ci siano le violente luci della più spettrale delle città invisibili.

L’accerchiamento è completo, si è costretti a sperare che i pochi agricoltori rimasti, pur se della chimica e della monocoltura, non cedano le loro terre. Gennaio è tempo di fare legna. Si abbatte il secco e si dirada il vecchio. Da noi è l’acacia a farla da padrona. È anche ora di scavare le buche (almeno sessanta centimetri di profondità così da poter interrare letame fresco e da creare spazio per le radici) per i nuovi alberi da frutto che sarà bene mettere a dimora prima delle esplosioni di primavera. Per risparmiare è consigliabile scegliere piante a radice nuda. In questo caso è necessario interrarle il prima possibile dopo averle prese al vivaio.

Gennaio è anche tempo di pensare alle potature: della vite e degli alberi da frutta. Se il tempo è mite si può iniziare con calma a decidere quali rami saranno portatori dei nuovi frutti e quali diventeranno bacchetti per la stufa. Ma è comunque meglio non avere troppa fretta, le gelate non fanno bene alle ferite da potatura. Un tempo, di questi tempi, la civiltà contadina si dedicava alla riparazione degli attrezzi e alla manutenzione della propria casa, delle stalle e delle rimesse. Sapiente è chi sa mettere le mani dappertutto per chiudere le falle che il tempo inevitabilmente procura alle cose. Nell’orto i cavoli sopravvissuti assumono sempre più le fattezze di reduci e iniziano a sembrare quasi incongrui in mezzo alla desolazione dell’orto passato, che chiede soltanto di essere seppellito con una bella vangata. È tempo di iniziare a fare ordine, a togliere le canne dei pomodori, a sollevare i tubi dell’irrigazione, a preparare la terra per la stesa del letame e il passaggio del trattore. Nel fragolaio si possono togliere le erbacce e ripulire le piante dalle vecchie foglie lasciando solo il cuore con i nuovi germogli. In cantina c’è poco da fare, i travasi sono finiti ed è ancora presto per imbottigliare il vino nuovo. Così anche lì si cerca di fare un po’ d’ordine tra le cose. Marzo non è lontano; non ci si è ancora completamente abituati alla morte che il suo arrivo promesso ci costringe, anche se non sempre lo si vorrebbe, a pensare di nuovo alla vita e alle sue semine. Così chi non ha modo di conservare le patate al meglio per riseminarle è tempo che pensi a come procurarsele, così come tutti i semi che vorrà seminare tra marzo e aprile. Gennaio a volte, nonostante la morte, ad ascoltare bene si sente, seppur ancora chiuso in una gemma, il brusio trionfante del sole.

La ricetta del mese: Verza al forno

La verza è indiscutibilmente, in quell’anarchica monarchia dell’orto, regina dell’inverno. E’ lei che domina e che presidia anche nel periodo più buio, più freddo. Non ha la pelle dura eppure resiste, grazie alle sue millefoglie con le vene gonfie, abbarbicate e strette le une alle altre per difendere il suo tenero cuore dai rigori del mondo invernale. E’ dolce e deliziosa e per gustarla i modi sono tanti. Per esempio, fatta a striscioline sottili e messa in forno. Con l’aggiunta di olio d’oliva, (abbondante) aglio schiacciato, sale e pepe. A chi piace cumino. Condita bene con queste cose e messa in forno ben caldo per circa 40 minuti/1 ora. Mescolandola a metà cottura. Chi ne ha voglia, aggiunge negli ultimi 10 minuti una grattugiata di parmigiano o di pecorino o pezzetti di un qualsiasi formaggio che si abbia in casa.

E’ buona anche senza formaggio!

Con la verza si possono fare mille piatti: involtini ripieni di riso o patate; polpettine vegetali aiutandosi sempre con purè di patate o riso; vellutate unendola ai fagioli. Oppure se non si ha tempo o voglia o entrambi, si tira semplicemente in padella con la cipolla! Insomma, anche se dopo mesi di suo quasi incontrastato regno, siamo tentati di digiunare, rendiamo comunque grazia alla verza!