Leggendo Il treno contro la storia

Un contributo al dibattito sulla crisi della militanza

Innanzitutto una considerazione più generale, se il pamphlet di Gigi Roggero Il treno contro la storia (DeriveApprodi) ha un grande merito, è proprio quello di affrontare la crisi della militanza, riuscendo però a mettere in crisi il lettore- militante. Come il libro stesso dice, non si parla «dall’alto della soluzione ma dall’interno del problema», non si ha tanto la pretesa di proporre il proprio che fare? ovvero la propria idea strategico – politica come verità universale. Ma a partire dai limiti che si riscontrano nell’agire militante, ci si concentra piuttosto sui come fare, che troppo spesso trascuriamo nel tradurre in prassi il nostro che fare, cioè nel fare il nostro che fare. La forza di questo lavoro è data dal suo comporsi di una serie di verità scomode, scomode perché fanno riflettere e perché appunto mettono in discussione, imponendo una discussione in cui si richiede che venga affrontato «il problema dall’interno». Proprio per questo le riflessioni che seguono non possono non tenere in considerazione la nostra personale esperienza degli ultimi anni. Quanto segue, dunque, non è una recensione del libro, né un tentativo di sintesi di commento al pamphlet. Data la complessità e la molteplicità delle questioni sollevate, abbiamo scelto invece di contribuire al dibattito sulla crisi della militanza riproponendo qui alcuni interventi che hanno animato la discussione scaturita dalla lettura collettiva di questo testo.

M.

In diversi hanno sottolineato come il maggior pregio del testo di Gigi sia quello di porre in essere una discussione vera perché tocca alcune questioni fondamentali nella vita dei militanti o di coloro che in qualche maniera fanno, o credono di fare, della propria vita un’opera che è politica come prima determinazione. Ma una discussione, se è vera, richiede di mettere a giorno quelle questioni apparentemente chiare che invece celano in se stesse le aporie costitutive di ciò che si sta analizzando. E ovviamente il pensiero – non l’opinione – spesso diverge, cercando lo scioglimento di un problema. Ed è sempre più interessante parlare delle divergenze, che non delle cose sulle quali si è in accordo.

Mi soffermerò velocemente su due passaggi de Il treno contro la storia.

Il primo è a pagina 43: “Quando le lotte non ci sono, ecco la fase più importante per il militante rivoluzionario. Quando ci sono, il militante arriva troppo tardi”. Mentre leggevo questa frase mi è tornato alla memoria un seminario di diversi anni or sono dove erano presenti, tra gli altri, Toni Negri, Mario Tronti e Giorgio Agamben. L’intervento di quest’ultimo – che, a differenza di tutti gli altri, non fu pubblicato per sua decisione, poiché riteneva di essere ancora all’inizio di una ricerca – verteva attorno alla nozione di “movimento” e si concludeva con un motto che suonava così: “il movimento è ciò che se è, è come se non fosse, manca a se stesso e se non è, è come se fosse, eccede se stesso”. Mi sembra superfluo sottolineare non la consonanza bensì la risonanza con la frase tratta dal testo di Gigi Roggero. Apparentemente l’uno e l’altro sono d’accordo, quanto meno sul fatto che il momento importante sia quello quando non ci sono lotte, ovvero non c’è movimento, mentre al contrario, quando ci sono lotte, e dunque movimento, vi è una mancanza, un difetto. Questo risiede, secondo Roggero, in uno scarto temporale, mentre per Agamben è invece qualcosa di ontologico. Nella versione di Agamben in realtà, infatti, non vi è un momento che prepara l’altro, non c’è progressione, e vedremo subito il perché. In quella di Roggero, posso sbagliare, ma a me sembra che nel momento “senza” si prepari il momento “con”, anche se mi pare altrettanto che vi sia coscienza che si “arriva tardi” proprio perché quando il movimento non è ed “eccede se stesso” è questa eccedenza a darci l’impressione del ritardo, mentre quando è, mancando a se stesso, pone il militante nella situazione di essere sostanzialmente inutile. Quindi, dove si collocherebbe al meglio l’esistenza del militante? Credo che dietro questo divergente accordo vi sia all’opera una diversa strategia. Secondo Agamben il problema che abbiamo con la nozione di movimento – e quindi di “lotte” – risiede nel fatto che da qualunque lato lo si sia preso nella modernità, tanto da destra che da sinistra, si è pensato che il movimento – o le “lotte” e la loro organizzazione – sia qualcosa di esterno all’elemento da politicizzare – popolo, moltitudine, classe, non importa – e che questo fatto sia dovuto a sua volta alla convinzione che il movimento sia qualcosa che debba condurre a un fine, ovvero che il suo fare produca qualcosa alla fine – una razza, uno stato, il socialismo o delle istituzioni del comune, non importa anche questo. Il militante, qui, diviene semplicemente un cacciatore di nemici. Da sterminare. Non è un caso d’altra parte che Gigi utilizzi una pesante metafora biologica per significare l’agire del militante, quella del bacillo della peste, poiché il movimento-lotte ha esattamente la funzione di politicizzare un elemento che evidentemente è ancora impolitico – “il nostro obiettivo è organizzare la nostra parte”, scrive – dove politicizzare significa far apparire contemporaneamente un soggetto che si definisce in base al suo contro-soggetto, che viene ricavato dal tessuto stesso della popolazione, ovvero un nemico da annientare che a sua volta dona il senso al fare politico. All’epoca Agamben segnalò che in questo concetto di movimento sta esattamente ciò che possiamo intendere con biopolitica. Allora se la massima di Roggero, alla luce di Agamben, ha un senso per noi, a me pare essere nell’assunzione né dell’una né dell’altra situazione, ma del punto di indistinzione tra l’una e l’altra, poiché in quel punto, quello dell’eccedenza che è anche ciò che resta ogni volta del movimento-lotte, e che in verità è precedente a ogni divisione, è contenuto qualcosa che ha il fine in se stesso e che non ha alcuna necessità perciò di lavorare per un’opera futura e tanto meno di politicizzare esternamente qualcosa, poiché vive in una dimensione dove ogni forma di vita è già di per sé, in quanto vivente, presa in un divenire-politico. Il militante, come già l’apostolo, vive veramente in quel mezzo, poiché in quel punto medio dimora la costituzione della potenza. Non c’è da scegliere tra atto e potenza, ma tenersi nel mezzo, poiché solo nel mezzo c’è puro divenire. È in questo mezzo, dentro questa indeterminatezza, che infatti sempre nasce la guerra civile che porterà il personale a divenire politico e il politico a divenire personale. È l’esistenza che ti porta a prendere partito. Se invece ci si ritira verso uno dei suoi poli, sempre solo in atto oppure sempre solo in potenza, inevitabilmente si scadrà o nell’impotenza o in quel volere la volontà di potenza che, apparentemente opposti, condividono lo stesso letto: un talamo matrimoniale che porta inciso sulla testiera il nome di nichilismo. L’altro passaggio è a pag. 64: “Quella tra i militanti è invece un’amicizia politica, è appunto ciò che hanno in comune quelli che sono contro”. Nelle righe precedenti Gigi aveva già fatto giustizia di un malinteso diffuso attorno a ciò che chiamiamo amicizia politica, ovvero che non è il fatto di andare a cena insieme, o persino di dormire sotto lo stesso tetto, che fa che esista qualcosa come un’amicizia (direi proprio amicizia in senso pieno, senza aggettivazione). Tuttavia quella definizione di amicizia politica, che lì si dà come quell’esistenza che è accomunata dal fatto di essere contro, non coincide del tutto con ciò che io e altri amici abbiamo provato ad elaborare negli ultimi anni. Innanzitutto è la politica stessa, o meglio ciò che noi concepiamo come tale, che è costituita da quell’esperienza esistenziale che è l’amicizia come con-divisione di una vita e perciò del nostro agire e del nostro pensare, mai viceversa, ovvero che sia il politico a produrre l’amicizia.

Nell’amicizia risiede il politico e non il contrario, insomma.

In secondo luogo c’è una frase nell’ultimo testo pubblicato dal Comitato Invisibile dove è scritto: “organizzarsi non ha mai significato altro che amarsi”. Qui sono due le questioni da ritenere. La prima è l’organizzarsi e non l’organizzare: non c’è nessuno che organizza altri. La seconda è che l’affetto determinante nell’organizzarsi non è l’odio ma l’amore. È attraverso quella condivisione esistenziale che è l’amicizia che io entro in contatto con la potenza che mi è propria e solo insieme all’amico vivo il suo accrescimento. Ciò al quale io e i miei amici siamo posti “contro” è esattamente quello che mira a impedire questo accrescimento. In questo senso, ontologicamente parlando, l’amore è primo. Tutto il resto ne discende. È per questo che si è disposti anche a perderla, la vita. Se invece quell’affetto è assente, non riusciremo né ad organizzarci né a colpire il nemico lì dove bisogna colpirlo, ovvero non nella sua esistenza in quanto vivente, ma al centro della sua potenza di agire.

M.

Per agire collettivamente, viene detto nel libro, occorre organizzarsi a partire dalla ricerca di un giusto equilibrio tra spontaneità ed organizzazione. «Il massimo della rigidità strategica si deve combinare con il massimo della flessibilità tattica» perché «il piano tattico non può mai essere uguale a se stesso, pena diventare burocratica ortodossia». Organizzare le nostre tattiche significa allora rendere la nostra organizzazione permeabile alla spontaneità. Ma, a ben vedere, è anche la strategia a doversi rendere permeabile, affinché i processi che noi mettiamo in campo siano immediatamente interrompibili, deviabili, rovesciabili prima che diventino, per noi stessi, sabbie mobili dalle quali liberarsi è impossibile. Occorre allora ricercare la giusta alchimia tra organizzazione e spontaneità sia sul piano tattico che su quello strategico, essendo sempre pronti a rimettere in discussione le pratiche ed i concetti a cui tendiamo ad affezionarci. «Finché servono li utilizziamo, quando girano a vuoto dobbiamo modificarli, quando non servono più li buttiamo». Organizzarsi insieme consiste allora nello sviluppare «un metodo comune che sappia costruire risposte adeguate a situazioni differenti, in grado di modificare flessibilmente ipotesi e comportamenti a partire dalla rigidità dei fini collettivi». Per organizzarsi, allora, occorre stabilire una gerarchia degli obiettivi e delle priorità sulla base della quale si possa agire, sia collettivamente che individualmente, per conseguire il comune progetto rivoluzionario che si condivide. Ma una delle maggiori cause di fallimento è proprio la nostra incapacità di mantenerci in una giusta tensione tra spontaneità e organizzazione. Se ci si guarda bene intorno, in momenti di grande crisi come questo, a sopravvivere sono perlopiù le organizzazioni e le strutture che si limitano ad amministrare l’esistente, mentre le prime a crollare sono quelle ipotesi che rifiutano l’organizzazione confondendola con la mera gestione. Infatti nel libro si dice: «La giusta critica al feticcio dell’organizzazione non può divenire culto della spontaneità. Bisogna distinguere la spontaneità dallo spontaneismo che ne costituisce l’ideologia». Chi rifiuta l’Organizzazione con la “O” maiuscola troppo spesso finisce col promuovere il culto dello spontaneismo. Si rifiutano gerarchie e ruoli e si predica l’orizzontalità, come se tutti fossero uguali e come se tutti potessero sempre fare tutto, tutti insieme. Il fatto che non ci siano responsabili, commissioni, capi, ecc., automaticamente implica che le decisioni e gli impegni di tutti diventino le decisioni e gli impegni di nessuno: dietro quel tutti si cela una deresponsabilizzazione dei singoli. In nome di questa strana affezione democratica per l’orizzontalità si finisce o per rimanere immobili e incapaci di dare seguito alle molte discussioni programmatiche e ai grandi proclami di azione, perdendo in capacità di prendersi vicendevolmente sul serio oppure si scade nella dittatura della volontà e del volontarismo, o per dirla con Gigi «nel delirio di onnipotenza individuale», laddove nell’inconsistenza organizzativa e nella incapacità di comprendere chi debba fare cosa, a dare seguito alle decisioni collettive programmatiche siano volontaristicamente pochi singoli che finiscono per dettare i modi e i tempi di tutti. Rifiutando tanto l’organizzazione intesa come mera gestione quanto lo spontaneismo orizzontale, per organizzarsi bisogna assumere che: «Non siamo tutti uguali, questo è il punto di partenza del militante rivoluzionario. Da un lato perché questo sistema produce continuamente gerarchizzazione e ineguaglianza, dall’altro perché eguaglianza comunista non significa appiattimento burocratico e livellamento verso il basso. Pretendere da tutti le stesse cose sarebbe fraintendere il processo organizzativo. Le differenze non sono né belle né brutte ma un dato di fatto. Per renderle potenti o metterle in discussione dobbiamo farne strumenti adeguati al processo organizzativo del noi politico». Ciò significa che ognuno di noi ha le proprie capacità, abilità ed inclinazioni. Ad esempio, c’è chi sa scrivere meglio di altri e chi disegnare; chi leggere in maniera lucida le situazioni e chi elaborare le giuste tattiche di lotta; c’è chi sa organizzare degli eventi e chi trovare i mezzi necessari. Ognuno di noi nell’organizzarsi deve saper mettere le proprie specifiche a disposizione della collettività e deve sapersi ricavare autonomamente un proprio ruolo in base a queste. È sulle capacità di ciascuno che una comunità militante dovrebbe calibrare e sviluppare la propria capacità di organizzarsi. Al tempo stesso, a seconda delle diverse circostanze, ognuno dovrebbe imparare ad affidarsi a chi dei suoi compagni dimostri di avere più esperienza, saperi e capacità, accettando il fatto che non sempre e in tutto si possono avere gli stessi ruoli o lo stesso peso. Per questi motivi, appare illusorio pensare di poter abolire del tutto nelle nostre collettività gerarchie e rapporti di potere, ma accettarle è possibile solo quando chi esercita una posizione di potere all’interno della sua comunità lo faccia mettendo al centro l’interesse collettivo e non quello personale. Accettare gerarchie e rapporti di potere non significa, infatti, riprodurre nella propria comunità quei rapporti economici basati sull’utilitaristico do ut des o quei rapporti di potere che mirano a nutrire i personalismi. Spesso infatti sono «le smanie di riconoscimento individuale» a diventare «motivo di rotture sedicenti politiche». Quando i rapporti gerarchici divengono immutabili e determinano ogni piano della vita collettiva logorano prima le relazioni singolari poi l’intera collettività. È per questo, allora, che nell’organizzarsi bisogna anche saper capire quando ha senso rimanere uniti e quando invece non sia il caso di separarsi temporaneamente o definitivamente. «Esisteranno rotture necessarie quando alcune nostre cellule diventano cancerogene: a quel punto vanno asportate per tempo, prima che contagino quelle sane. Ci può addirittura essere una produttività della rottura interna quando è frutto di una dinamica politica collettiva: non perché si tratta di differenze o peggio di competizioni personalistiche come spesso avviene, ma perché si tratta di inutilizzabilità o nocività rispetto allo stato di sviluppo del processo organizzativo». Infine, organizzarsi in una comunità militante non significa essere un gruppo di amici, «nel senso comune borghese del termine». Una comunità politica si compone sì di amicizie, ma in essa si è amici perché uniti da un comune progetto rivoluzionario. Il rischio di confondere una comunità militante con la propria comitiva porta a costituire comunità terribili, chiuse in se stesse, escludenti e pregne di meccanismi costrittivi. A furia di concentrarsi sulla propria piccola comunità, le sue dinamiche interne e le sue problematiche si finisce per perderne il senso. A furia di vedere il proprio centro nel proprio ombelico, e mai in una proiezione verso l’esterno, processi di astrazione e separazione ci portano ad essere prigionieri di una visione autoreferenziale dell’agire politico. Il termine di verifica del nostro agire si riduce alla nostra stessa comunità politica, mentre lo spazio di critica interno si riduce sempre più, essendo visto con sospetto, come qualcosa che mette in discussione la micro-identità del collettivo, i suoi meccanismi di riconoscimento e funzionamento, le nostre piccole ma soprattutto false certezze. Ci si limita a farsi amministratori del proprio esistente. Si smette di scommettere per paura di perdere la misera marginalità che si possiede. «Si finisce per ritrovare la propria soddisfazione nella dimensione individuale della propria comunità e del ruolo che si ricopre al suo interno. Ma proprio nel momento in cui il militante cessa di essere insoddisfatto e dunque cessa di fare ricerca, cessa di essere un militante». Ed è proprio così che la comunità cessa di essere militante e diventa una comitiva di amici. Ed è proprio questo equivoco che conduce anche a cattive interpretazioni del principio per cui il personale è politico, secondo le quali si finisce per riversare ognuno i propri problemi nella comunità, senza che ci siano degli adeguati strumenti collettivi per affrontarli, fino a quando la comunità-discarica esplode per incapacità di risolverli o per l’impossibilità di contenerli tutti. Non si vuole propagandare un’idea di comunità insensibile ed anaffettiva, che passa sopra ogni situazione e su ciascuno come un bulldozer, ma esprimere l’idea per cui una comunità è una cosa preziosa e delicata, come gli affetti che la compongono, motivo per il quale la si deve tutelare e rispettare sempre, a partire dal comune progetto rivoluzionario su cui essa si fonda. In una comunità politica l’amicizia deve essere politica. L’amicizia cioè si deve fondare sulla condivisione di una verità rivoluzionaria, che è una verità di minoranza, che ci unisce in un noi, che ci separa da alcuni ma che ci accomuna ad altri, che ci consente di sviluppare un’etica comune per una vita comune. «Quella tra militanti è un’amicizia politica, è ciò che hanno in comune quelli che sono contro. Proviamo allora a rovesciare lo slogan: il politico è personale. Ovvero la militanza è una forma totale di guardare al mondo e agire al suo interno che, sempre e ovunque, innerva il nostro comportamento e ci fa ragionare in modo costantemente rivoluzionario». In questo senso, allora, perché il personale possa essere politico occorre che il politico sia personale.

W.P.

Il Radicamento Territoriale! Quando leggo o ascolto questo termine, immagino sempre una nave che affonda e una tavola di legno galleggiante a cui aggrapparsi per non andare giù. L’ultimo appiglio ma anche il primo obiettivo, infatti il termine radicamento, come il termine territorio, sono concetti utilizzati per esprimere ciò che è alla base della esperienza di ogni progetto politico, che lo sostiene e lo mantiene in vita. Ma quando diventano slogan, obiettivo di per sé, motore della lotta, evidentemente risultano insufficienti. Il radicamento territoriale, come spiega Gigi nel suo pamphlet, è una concezione da mercato al dettaglio, che da una parte ha come obiettivo quello di trovare più clienti possibili, e dall’altra di fare concorrenza, anche sul piano militare con l’occupazione di un territorio, agli altri, che siano altri collettivi, o gli stessi fascisti. In questa dinamica si viene attaccati da altre strutture politiche, per concorrenza sleale, e nel frattempo si crea uno scontro simmetrico con le organizzazioni fasciste che operano nello stesso territorio, sugli stessi campi, spesso con le stesse parole d’ordine e utilizzando lo stesso marketing e le stesse armi. L’obiettivo di un progetto politico non dovrebbe essere quello di conquistare un territorio, né tanto meno difenderlo e basta; o peggio ancora mobilitarlo in nome di un radicamento inteso in senso botanico, ovvero dopo aver piantato militanti in un luogo con lo scopo di educare i suoi abitanti alla coscienza di classe. Tutti questi automatismi, che siano nascosti o fatti alla luce del sole, portano ad un cortocircuito di autoreferenzialità, che resta interno alla comunità politica, non venendo compreso all’esterno. In questo modo la coscienza non si sviluppa e non si diffonde, perché attraverso l’opera pedagogica astratta gli individui non diventano più forti e in grado di reagire. Creare un territorio in resistenza è cosa ben diversa, comprende ogni aspetto della vita di un quartiere e si porta avanti attraverso dinamiche sociali e lotte. Ogni militante ha sperimentato sulla sua pelle vari tipi di esperienze negative: gelosia, risentimento, attacco, silenzio, dissociazione, infamia, repressione, ma sempre come dice Gigi, a radicarsi non è una struttura ma un progetto, un metodo, un processo complessivo di contro-soggetivazione. Abitando un luogo si determina una trasformazione di entrambi i termini, cioè delle figure che lo popolano e delle forme di vita rivoluzionarie che vi crescono. Distruggere la propria identità, senza abbracciarne un’altra. Il radicamento, quindi, va inteso nella sua dimensione relazionale, che va oltre le strutture, va oltre i momenti di bassa, le fasi delle lotte, puntando a mantenere vivi i legami tra le forme di vita e i luoghi. Mantenere le amicizie politiche quando non c’è un movimento, quando il panorama politico è schiacciato sulle campagne elettorali, è la cosa più difficile ma anche la più importante. Quello che è stato vissuto, l’audacia di trasgredire insieme, la forza collettiva che nessuno può rappresentare e la gioia di resistere… non si dimenticano mai.

Possiamo dire che il contrario di euforia non è depressione, ma capacità di pensiero autonomo.

A.R.

Lo spirito del tempo dice che non c’è bisogno di teoria. La parola teoria, come è noto, proviene dal termine greco theorein, che significa vedere, intravedere, o meglio: vedere oltre l’apparenza ciò che c’è di vero nel reale. L’esercizio del theorein ci fa insomma scoprire che dietro le cose c’è sempre tutt’altra cosa. È proprio questo che viene a mancare oggi. La teoria vigente non è più theorein, ma commento senza fine, discorso sul discorso, critica alle critiche. È il postmodernismo che ha eletto l’ermeneutica a filosofia prima. Il problema è che questa inflazione di discorsi sui discorsi ti impedisce di arrivare alla «cosa stessa», così come il commento senza fine scolora il significato originario dei contenuti dei testi. Mario Tronti, nel suo ABeCedario, definisce la teoria come «un campo culturale chiuso in sé, dominato da un primato bizantino del discorso secondario». Questa definizione molto ironica ben si presta a mettere nella giusta luce le produzioni discorsive di movimento che vanno dal postmodernismo al post-operaismo. In queste vacue riflessioni, infatti, non è contemplato alcun agire contro il tempo, né è prefigurato un tempo a-venire. In questa letteratura, il pensiero coincide troppo perfettamente con l’epoca. Qui il pensiero più che attaccare il presente, lo accetta. La tipologia di intellettuale militante presa di mira da Gigi è in fondo quella del commentatore. Quello che lui chiama militante del post è un’opinionista fallito. Il suo vero obbiettivo è diventare giornalista mainstream oppure entrare all’università. Ma per raggiungere questi fini, la teoria non serve. Per raggiungere questi fini devi produrre delle interpretazioni che rimangano dentro i limiti dell’esistente. Delle opinioni, per l’appunto. Nell’attuale ideologia democratica, il criterio del politico è dato da una coppia non oppositiva, la coppia amico/avversario. Oggi il nemico politico è un avversario con opinioni diverse con cui si deve discutere. Questo tipo di nemico è l’esatta trasposizione di ciò che in economia è il concorrente dal punto di vista commerciale. Oggi non bisogna più utilizzare la parola nemico perché la forma sociale democratica si fonda su rapporti improntati al dialogo, alla coesistenza, allo scambio e mai alla contrapposizione. Il militante che esprime di continuo la sua opinione su qualsiasi cosa, sommergendo di tonnellate di nulla i social network e i siti di movimento è parte integrante di questo orizzonte desolante. Come muoversi, allora? Il militante più che esprimere inutili opinioni che non mordono il reale dovrebbe ri-tornare a concepire la scrittura e il pensiero come una forma di guerra. Dal suo abecdario dovrebbe, insomma depennare le teorie postmoderne dell’agire comunicativo, per lasciar spazio all’ontologia e al pensiero politico polemologico di Eraclito e Carl Schmitt. Se nel contemporaneo pensiero democratico niente è più temuto di una forte contrapposizione frontale, allora lo streben del militante rivoluzionario deve consistere nella capacità di capire in quali settori della realtà si dà la possibilità che la diade amico/nemico ritorni ad imprimere intensità al rapporto politico. Il punto di vista della tendenza a cui si riferisce Gigi significa, perciò, la capacita di individuare, tanto nella vita che nei territori, dove entra in gioco l’intensità del rapporto amico/nemico oppure no. Il pensiero politico rivoluzionario deve, in sostanza, intravedere, a partire da ciò che già c’è, dove si dà l’intensità per contrapporre le forze.

Il militante del post è l’erede dell’ideologia controrivoluzionaria postmoderna, che nasce come risposta alle lotte degli anni Sessanta e Settanta. Nella sua versione filosofica, il postmodernismo in Italia ha preso il nome di pensiero debole. In questa corrente di pensiero Nietszche, Heidegger, Benjamin sono stati utilizzati per ogni sorta di impasti e di miscele che, tuttavia, convergono in un unico punto: il ripudio di ogni theorein, cioè il ripudio di ogni pensiero teorico capace di conquista e identificazione della verità. La debolezza del pensiero qui in questione è glorificazione dei simulacri e, quindi, apologia indiretta dell’ordine di cose esistenti: filosofia senza redenzione. C’è qualcosa di più profondo però che ci deve far pensare. Un militante intelligente può odiare il suo tempo, ma sa in ogni caso di appartenergli irrevocabilmente, sa di non potergli sfuggire. Allo spirito del tempo che decreta l’inutilità della teoria non ci si può opporre semplicemente con un rifiuto. Se viviamo l’epoca della notte del pensiero è perché c’è stata una sconfitta dei tentativi di rovesciamento dell’ordine costituito. Così come è fallita la costruzione comunista del socialismo, così è fallita la teoria rivoluzionaria che sostanziava quel progetto. I militanti che oggi continuano ad utilizzare l’armamentario concettuale del marxismo-leninismo saranno pure gente di buona volontà, ma fanno delle proposte teoriche francamente insulse. Ciò che non va bene è il volontarismo identitario. Restare affezionati a quei concetti costituisce più un limite che una possibilità. Come scrive Gigi, i concetti, le categorie sono strumenti: «Finché servono li utilizziamo, quando girano a vuoto dobbiamo modificarli, quando non servono più li buttiamo». Le teorie rivoluzionarie passate e sconfitte esigono rispetto, ma l’eredità ideologica del militante non deve costituire un ostacolo per l’interpretazione del reale. Il militante deve continuamente sottoporre le teorie, le tradizioni e le posizioni rivoluzionarie al banco di prova dell’attualità. Se non persegue questo metodo è destinato ad usare delle armi spuntate.

Come muoversi, allora, in questo presente disperato?

La migliore cosa da fare è partire dallo scartare tutti quei pensieri che risultano inservibili per forzare la porta blindata del presente. In tal senso, ciò di cui oggi non abbiamo veramente più bisogno è il pensiero sistematico, in quanto la realtà non è più costituita da parti omogenee che si legano razionalmente tra loro. Pensare ancora il potere sotto forma di Stato, di Sovranità, di Nazione, di Legge, di Istituzione, di Società è sbagliato. La verità sulla natura odierna del potere è che esso risiede ormai nelle infrastrutture di questo mondo. Chiunque voglia intraprendere qualcosa contro il mondo esistente deve partire da questa evidenza. Pensare sistematicamente oggi non ha più la sua ragion d’essere, ma il problema vero è che la notte del pensiero che caratterizza il nostro tempo è un qualcosa che sta anche al fondo dell’essere militante. Il militante travet, il militante fuoco fatuo, il militante del post, cioè le tre tipologie medie di militanza schematizzate da Gigi sono accomunate dall’assenza di pensiero. Oggi sono pochi i militanti che sono convinti che un pensiero non è solo un pensiero, ma anche un atto di trasformazione rivoluzionaria. Negli ambienti militanti si teme il pensiero come si teme un nemico. La crisi della militanza consiste nel non essere più una forma di vita. Ma la forma di vita è sempre un modo di essere, di stare al mondo, ma soprattutto di pensare. È solo il pensiero che in ogni situazione riesce a distinguere la linea di accrescimento della potenza e ti dispone a seguirla. È solo procedendo su questa china di pensiero che la forma di vita si tramuta in forza. È per questo che, scriveva Tiqqun, ogni pensiero è strategico.