Ferrovia Sotterranea

Mappe informali della libertà per la fuga dal dispositivo piantagione

di Il Duka

Se lo schiavo africano è semplicemente uno che è stato trasportato qui contro la propria volontà, lo schiavo nato in America rappresenta qualcosa di assai più complesso.I primi africani nati in America conoscevano l’Africa solo attraverso i racconti, le storie, gli indovinelli e i canti dei loro parenti più anziani. Di norma però questi bambini venivano separati dai loro genitori africani. Nessuna madre era sicura di vedere suo figlio dopo lo svezzamento. I bambini africani nati in America avevano una buona quotazione sul mercato, e i padroni dovevano prestare attenzione che le madri non se ne sbarazzassero per sottrarli all’orrore della schiavitù. (Molte donne africane soffocavano i loro primi figli nati in America; i proprietari pensavano che questo fosse il risultato della trascuratezza o della mancanza di cuore, tipiche dei “selvaggi”.) Anche questi bambini dovettero imparare a conoscere la schiavitù, ma per loro non c’erano tradizioni secolari da dimenticare, né consuetudini da abolire. Le sole condizioni di vita che conoscevano erano quelle della detestabile casa nella quale erano nati.”

Amiri Baraka (LeRoi Jones) da Il Popolo del Blues (Shake Edizioni Underground)

Brevi nozioni – sulla storia sepolta – della Underground Railroad

La Underground Railroad è il nome con cui era chiamata la rete informale di itinerari segreti e luoghi sicuri (chiamati in gergo: Stazioni) utilizzati dalla fine del Settecento dagli schiavi neri negli Stati Uniti per scappare dal sud del paese e arrivare nel Canada e negli stati del nord, dove la schiavitù era già stata abolita. Underground Railroad era anche una organizzazione, non gerarchica, abolizionista composta da militanti e simpatizzanti bianchi (sopratutto Quaccheri e Metodisti) e afroamericani del nord. Lo scopo era aiutare e supportare i fuggiaschi nello sfuggire dall’inseguimento dei cacciatori di schiavi e delle loro mute di cani per raggiungere le stazioni di arrivo – la “libertà” – situate in Ohio, Pennsylvania, New Jersey, New York e Canada. La Ferrovia Sotterranea toccò il suo apice tra il 1810 e il 1850, con oltre 30.000 fuggitivi che tentarono, attraverso questa rete, di lasciarsi alle spalle la piantagione e la frusta dei loro padroni bianchi. Secondo i dati dell’US Census solo 6000 schiavi riuscirono nell’impresa di raggiungere il traguardo finale: il nord del paese. Ma l’afroamericano affrancato – anche nelle regioni della nazione dove la schiavismo era stato bandito – restava sempre in una condizione di separazione. Negli Stati Uniti i neri, esclusi anche dai ranghi più bassi della società, non avevano cittadinanza. Dal 1793 per gli afroamericani arrivare nel nord del paese non significò più raggiungere la salvezza. In quell’anno, infatti, fu approvata una legge dal Congresso, su pressione dei deputati eletti negli stati del sud, che imponeva alle autorità, anche negli stati abolizionisti, la restituzione dei fuggitivi al legittimo proprietario.

La forza lavoro agricola fornita dagli schiavi – a cui non era nemmeno concessa l’appartenenza al genere umano – era oggetto di dominio come la terra, gli attrezzi, la casa e gli animali del padrone della piantagione. Nel 1850, al momento di massimo sviluppo della Ferrovia Sotterranea, venne approvata una legislazione ancora più stringente: la Fugitive Slave Law. Ai cacciatori di schiavi venne concessa la libertà totale di catturare i sospetti fuggitivi e riportarli nelle piantagioni da dove erano scappati nel sud. Tutto quello che era richiesto al cacciatore era un giuramento, in cambio del quale riceveva, dalle autorità competenti, un documento che certificava che la persona da lui catturata era una proprietà che andava restituita al legittimo proprietario. Al prigioniero non era concesso nemmeno di testimoniare in sua difesa. Questa legislazione incrementò i rapimenti di afroamericani affrancati, rivenduti in seguito come schiavi nei mercati del sud.

L’operazione Underground Railroad era ben pianificata. Una volta evasi dalla piantagione, coloro che decidevano di fuggire, sapevano di potere contare su una rete di individui pronti a condurli attraverso strade sconosciute e piste poco battute, verso stazioni sicure, dove potersi nascondere e riposare in attesa della prossima tappa della loro corsa per la libertà. Solo in seguito ricevevano indicazioni dettagliate riguardo le modalità del piano. Per uno schiavo scappare era possibile solo con il favore delle tenebre, quando il buio della notte nascondeva agli occhi vigili dei sorveglianti bianchi, il nero fuggiasco. Vitale obiettivo: allontanarsi il più velocemente possibile dai confini della proprietà, prima che scattasse l’allarme e iniziasse la battuta di caccia al “negro”. Per uno schiavo oltrepassare i paletti che recintavano la terra del suo padrone significava forzare i limiti imposti dal dispositivo piantagione e comportava abbandonare la sola forma di vita che avesse vissuto. L’unico territorio conosciuto e attraversato dai neri del sud era il sentiero che portava dalle baracche dormitorio al cotone da raccogliere. Uno spazio delimitato da cui non era permesso ai neri di uscire. Un mondo perimetrato come un cortile. Evadere dal campo di lavoro per lo schiavo assumeva la dimensione di un viaggio verso l’ignoto. Un ruolo fondamentale nello schema era assunto dalle canzoni. Il loro scopo era di avvisare gli schiavi, tramite indicazioni nascoste nei versi, dell’arrivo di una guida – uno scout più che un Mosè – che li avrebbe portati in salvo attraverso sentieri nascosti. Esistevano ballads consolatorie per chi non ce l’avesse fatta a scappare. Alcune songs allertavano lo schiavo lungo la strada, di stare in campana al passaggio in determinati punti della via di fuga. Altre canzoni come Follow the Drinkin’ – che suggeriva di filarsela seguendo l’Orsa Maggiore – avevano la funzione di una mappa.

Non c’entrerà un cazzo, con il resto dell’articolo, ma voglio scriverlo lo stesso.

La funzione centrale delle canzoni, nella tradizione dell’altra America, la ritroviamo anche nelle lotte operaie all’inizio del XX secolo. I canti del movimento anarchico e operaio giungevano nei luoghi di lavoro e sfruttamento prima degli agitatori Wobbly, come a volerne annunciare l’arrivo. E ancora prima che il sindacato I.W.W. (Industrial Workers of the World) proclamasse lo sciopero dando inizio al picchettaggio davanti ai cancelli per impedire l’entrata ai crumiri.

La Ferrovia Sotterranea

Il nuovo lavoro dello scrittore afroamericano Colson Whitehead

Ajarry morì in mezzo al cotone. Ultima sopravvissuta del suo villaggio, si accasciò tra le file di piante. Non che potesse morire in qualche altro posto. La libertà era riservata ad altre persone. Dalla notte in cui era stata rapita, era stata oggetto di continue valutazioni e perizie, svegliandosi ogni giorno sul piatto di una nuova bilancia. Se sai qual è il tuo valore, sai qual’ è il tuo posto nel sistema. Sfuggire ai confini della piantagione era come sfuggire ai principi basilari della tua esistenza: impossibile.”

Colson Whitehead da La Ferrovia Sotterranea (edito da SUR)

L’ultimo romanzo di Colson Whitehead La Ferrovia Sotterranea nel 2017 ha sbancato negli Stati Uniti i maggiori premi letterari. Lo scrittore afroamericano ha realizzato il triplete aggiudicandosi il Premio Pulitzer, il National Book Award e – anche se non è un romanzo di fantascienza – l’Arthur C. Clarke per la science fiction. Colson Whitehead nato a New York il 6/11/1969 (il suo cognome sembra una presa per il culo per un nero che porta i dreadlocks) con La Ferrovia Sotterranea – romanzo che Barack Obama ha detto pubblicamente di avere letto in vacanza questa estate – ha riacceso l’interesse per la storia, quella non insegnata, della rete segreta Underground Railroad. Era dall’uscita nel lontano 1852, del libro La capanna dello Zio Tom di Harriet Beecher Stowe, che la Ferrovia Sotterranea non ritornava all’attenzione dei lettori americani. Il merito di questa riscoperta non è legato solo al libro di Whitehead ma anche alla serie tv Underground prodotta dal network televisivo WGN – non vi parlerò di questa serie in quanto ho visto le prime due puntate in stato catatonico intorno alle sei del mattino del primo gennaio – e al videogioco di fantascienza Fallout IV in cui il giocatore, dopo essersi associato a un gruppo denominato The Railroad, aiuta dei robot perseguitati dagli umani a fuggire da questi. Whitehead nel suo ultimo romanzo, contrariamente al suo precedente lavoro Zona Uno (Stile Libero Big Einaudi) che racconta di una pandemia che colpisce il pianeta trasformando gli umani in zombie, tratta la violenza senza enfasi. In una storia che narra della schiavitù non ha ritenuto necessario rendere più crude o esagerate le scene di brutalità. All’autore è bastato basarsi sulle testimonianze degli ex schiavi, raccolte con un duro lavoro in biblioteche e archivi, per stampare la fotografia della violenza subita da Cora, la protagonista del romanzo, in una piantagione della Georgia. Colson nel libro si prende più di una licenza storica. Una di queste libertà gli è valsa la vittoria al premio letterario Arthur C. Clarke per la science fiction. Nella sua narrazione la Underground Railroad è realmente una rete ferroviaria sotterranea con tanto di binari, treni a vapore, banchine e stazioni segrete. In una intervista Whitehead dice: “Quando ero piccolo, come molti bambini, anche io ascoltavo le storie sulla mitica Ferrovia Sotterranea e, probabilmente come tutti gli altri bambini, me la immaginavo come una vera ferrovia e non come un semplice nome attribuito alla rete che aiutava gli schiavi a liberarsi. Prima di mettermi a scrivere avevo in mente quello, non personaggi specifici, e nemmeno un plot. Volevo semplicemente trasformare il mio immaginario da bambino in realtà. Solo dopo sono venuti i personaggi, prima di tutto Cora.” La ricetta vincente di La Ferrovia Sotterranea è stata, da un lato, quella di avere raccontato la violenza dei bianchi attraverso l’oggettivo racconto di chi l’aveva subita. Dall’altro, la capacità di non limitarsi a narrare realisticamente la situazione degli schiavi d’America nell’Ottocento, per riuscire ad instaurare un dialogo proficuo con la storia. Perché inserire nelle pagine un elemento fantastico e surreale permette a La Ferrovia Sotterranea di essere qualcosa in più di un libro di storia

Senza la genialata della “fuga in metropolitana” questo romanzo non sarebbe stato nulla. Non avrebbe fatto centro come una freccetta sul tabellone dell’immaginario collettivo.