Burn, baby, burn!

di Feraud77

Riot-the unbeatable high
Riot-shoots your nerves to the sky
Riot-playing into their hands
Tomorrow you’re homeless
Tonight it’s a blast

Riot, Dead Kennedys

Nell’immaginario odierno Detroit appare come l’emblema del fallimento del sogno americano: è la metropoli che nel 2013 è andata in default, che si è spopolata, che è diventata quasi una città fantasma, simbolo estremo, dall’inizio della crisi nel 2008, della catastrofe rappresentata oggi dall’occidente civilizzato. Prima della crisi, però, Detroit è anche stata la città delle fabbriche e del proletariato, una delle metropoli più nere degli Stati Uniti, la città della musica soul e della Motown records, ma anche la città dei riot del 1967. È questa la Detroit che Kathryn Bigelow racconta nel suo ultimo film.

Era il 23 Luglio 1967 e nella ultra “democratica” Detroit, cuore di quel nord degli USA industrializzato, meta privilegiata di migliaia di afroamericani transfughi dal sud rurale e razzista (ma da questi sarcasticamente soprannominato “Up-South”, cioè “il-Sud-al-Nord”), scoppiava quello che è passato alla storia come il 12th Street riot. Un riot che si protrasse per quattro giorni, dal 23 al 27 Luglio, e che ebbe inizio da un raid della polizia in un bar notturno privo di licenza, il Blind pig, situato proprio all’angolo tra la 12th Street e Clairmount Street, nella zona Near West Side, uno dei tanti ghetti neri della città.

È questo lo scenario ritratto dal decimo lungometraggio di Kathryn Bigelow, frutto della sua terza collaborazione consecutiva con lo sceneggiatore Mark Boal (The Hurt Locker e Zero Dark Thirty). Nella prima parte della pellicola Kathryn Bigelow tenta di dare allo spettatore uno sguardo generale su una Detroit devastata dalla rivolta, dagli incendi, dai saccheggi, presidiata dall’esercito e dalla polizia. Si descrive Detroit attraverso uno sguardo quasi entomologico, estremamente minuzioso nei dettagli, che ben rappresenta la condizione di “colonia interna” in cui versano i ghetti neri della città, come in tutte le altre città dell’Up-South, dove stato di eccezione e di polizia, segregazione ed isolamento mostrano il rovescio della medaglia della democrazia americana. Nella seconda parte del film, invece, viene raccontata la storia del motel Algiers, delle torture, dei pestaggi e degli omicidi perpetrati da tre poliziotti bianchi ai danni di alcuni ragazzi afroamericani e di due ragazze bianche, e del processo giudiziario che ne seguì di fronte alla Corte Suprema del Michigan.

Il film Detroit ha ricevuto una fin troppo tiepida accoglienza da parte del pubblico, e un trattamento ben più impietoso da parte della critica: si è parlato di un film, sì impeccabile tecnicamente, ma fondamentalmente freddo, troppo semplice ed esteticamente non all’altezza dei precedenti film della regista. È stato anche sottolineato come la ricostruzione storica dei riot del ’67 sia stata un’operazione riuscita solo a livello formale. Risultato: un vuoto sfoggio di tecnica incapace di comunicare col presente in cui scriviamo.

Ma chi scrive non è dello stesso avviso. Kathryn Bigelow riesce nell’intento di mettere insieme tutta una serie di elementi e di dettagli, spesso scabrosi, che concorrono a fornire un quadro ampio e complesso di una storia realmente accaduta nel passato, ma in cui evidentemente riecheggiano eventi decisamente più recenti e attuali della storia degli Stati Uniti. Ci si riferisce ai riot di Fergusson del 2014, quelli di Baltimora del 2015, quelli di Milwakee e di Charlotte del 2016, e non da ultimi, agli scontri che hanno avuto luogo in diverse città americane dopo l’insediamento alla casa bianca di Donald Trump. Del resto, la scelta di rappresentare i riot del ‘67 non può ritenersi solamente un caso. Dopo le rivolte di Watts e di Harlem del ‘64, in cui per la prima volta oltre ai saccheggi furono usate molotov e armi da fuoco dai rivoltosi nei ghetti, fu proprio il ‘67 a caratterizzarsi per una vera e propria esplosione di rivolte razziali e urbane che raggiunsero un’estensione e un’intensità mai conosciute prima, in cui si registrarono 164 episodi di rivolta in 128 località diverse e che provocarono più di 80 morti.

Il ‘67 fu l’anno in cui il popolo afroamericano prese veramente coscienza della propria condizione di colonia interna, e del fatto che da tale condizione non ci si sarebbe mai potuti emancipare attraverso l’approccio liberal e non-violento alle lotte proposto dai movimenti per i diritti civili. Occorreva organizzarsi per la rivoluzione dei ghetti neri. La prospettiva di una riconciliazione con l’America bianca era oramai svanita nel nulla, soppiantata dalla voglia di dare una risposta armata alle continue sopraffazioni e alle sempre più frequenti violenze ed omicidi della polizia contro la popolazione afroamericana. Non è un caso, che il decennio che segue immediatamente i riot del ‘67 sarà quello del Black Panther Party (BPP) e dell’autodifesa armata. Kathryn Bigelow, solitamente molto attenta ai dettagli e, occorre sottolinearlo, sono proprio questi a fare la differenza anche nell’ultimo film, in un brevissimo segmento riesce a tradurre in immagini l’urgenza e l’importanza di questo momento storico.

In questo senso va letta la scena in cui, durante il secondo giorno dei riot, John Conyers, politico nero, democratico dell’ala liberal e membro della Camera dei Rappresentanti per lo Stato del Michigan dal 1965 al 2017, dal tetto di una macchina bianca tenta, con un comizio, di sedare la folla in rivolta con frasi del tipo: «Il cambiamento per la nostra gente sta arrivando, ma bisogna aspettare ed avere fiducia nelle istituzioni, perchè il cambiamento non arriva da un giorno ad un altro». Dalla folla viene invocato il nome di Stokely Carmichael (Port of Spain, 29 giugno 1941 – Conakry, 15 novembre 1998), in accompagnamento ad un fitto lancio di bottiglie che costringe Conyers a desistere dal suo intento. Carmichael è una figura chiave di quegli anni e non è un caso che venga menzionato proprio lui. Egli fu prima leader dello SNCC (Student National Cordinating Committee), poi membro della Lowndes County Freedom Organization, organizzazione che ispirò la fondazione nel 1966 del Black Panther Party da parte di Bobby Seale e Huey P. Newton, di cui lo stesso attivista trinidadiano-statunitense fu Primo Ministro ad honorem. È interessante notare come Carmichael, soprattutto dopo l’assassinio di Martin Luther King (4 Aprile 1968), si fosse dimostrato favorevole alle azioni spontanee dal basso e ai riot, motivo per cui entrò ben presto in disaccordo con la dirigenza delle Black Panthers. Infatti, il BPP «secondo le indicazioni di Newton, era però sempre stato contrario all’insurrezione spontanea, ai riot. Inoltre, secondo David Hilliard, la maggior parte delle pantere aveva criticato l’atteggiamento di Carmichael dopo l’assassinio di King. La televisione di Washington l’aveva ripreso mentre arringava la folla brandendo una pistola, e il suo intervento era stato giudicato avventurista»1.

L’insorgere di queste divisioni interne al movimento rivoluzionario dei sixties, unitamente ad altri fattori altrettanto determinanti quali la repressione e la sempre più massiva diffusione di sostanze stupefacenti nei quartieri neri, ne segnarono complessivamente la sconfitta. Fin troppo magre consolazioni sembrano essere i risultati conseguiti, quali la legittimazione accademica degli studi afroamericani e una maggiore partecipazione della middle-class nera alla vita politica ufficiale, se si pensa che la maggior parte delle problematiche contro cui lottò il BPP sono ancora ben radicate nel presente della società americana. Un’altra opzione registica per cui si distingue Kathryn Bigelow in questo film è la scelta e la costruzione dei personaggi. In un certo senso, il film può essere visto come una specie di rassegna dei personaggi più infimi che hanno infestato e infestano tuttora le comunità nere e che sembrano emergere ancora più infimamente quando la città diventa una zona di guerra. Ci si riferisce al poliziotto nero che dirige la retata al Blind Pig e al suo infiltrato dentro al locale, anche lui nero, o al sopracitato politicante John Conyers o ancora ai poliziotti sadici e razzisti che irrompono nel motel Algiers.

Ma tra tutti spicca la guardia privata interpretata da John Boyega (Dismukes). È lui la figura chiave del film, sebbene lo sia per contrarium. Operaio in fabbrica di giorno e guardiano anti-saccheggio per conto di un piccolo negoziante di notte, basterebbe già questo per definirne il personaggio. In lui l’ago della bilancia oscilla tra il potenziale rivoluzionario ed il lacchè del potere più spicciolo e becero incarnato nel cittadino qualunque, finendo per pendere fortemente verso quest’ultimo. La sua figura, e ancora di più la sua condotta, è la quintessenza dell’antirivoluzionario, incarna lo zio Tom par exellence. In un breve segmento, precedente alla sequenza del motel, Dismukes si premura di rifocillare alcuni soldati anti-cecchino appostati davanti al negozio da lui sorvegliato. Sono loro i veri paladini della civiltà e dello stato di eccezione che la città sta assaggiando, ma che in effetti già viveva prima dello scoppio dei riot. La sua funzione di personaggio chiave diviene manifesta durante la lunga sequenza del motel, nella quale egli assume la funzione di sostituto dello spettatore. Lui è lì che guarda la scena accadere come facciamo noi in poltrona, è il nostro avatar in un mondo in cui non vorremmo essere e, come noi spettatori, è sostanzialmente impotente. Sebbene gli unici veri primi piani che la regia gli riserva servano a raccontare la sua fatica nell’accettare quel che vede e, nonostante il suo tentativo di tenere sotto controllo la situazione con la discutibile arma dell’acquiescenza, Dismukes non risulta assolutamente meno responsabile dei poliziotti.

Felice anche la scelta di Kathryn Bigelow di affidare la parte del poliziotto tutto cattiveria e grugniti animaleschi al giovane volto dell’attore inglese Will Poulter, che, con le sue sopracciglia ultra squadrate, aggiunge una nota demoniaca alla sua interpretazione e a tutta la sequenza. Tuttavia, forse, tra il demonio e il nulla, il meno peggio resta il demonio.

Insomma, nel complesso Detroit, non sarà il film esteticamente più riuscito di Kathryn Bigelow, ma è sicuramente il più duro e il più implacabilmente politico. Un film che parlando del passato, ci racconta di un presente che sembra intonare: BURN BABY BURN!

1 Paolo Bertella Farnetti, Pantere Nere. Storia E Mito Del Black Panther Party, Shake, Milano, 1995