Pensare e agire lo sciopero infinito

di Silent

Articolo scritto in seguito ad un’appassionata lettura di “Verso lo sciopero infinito” sul blog Il Franti. Ricordiamo che nello scorso numero di Qui e Ora abbiamo parlato del Franti, pubblicando la presentazione del loro “Trattatello di anatomia ergonomico funzionale contemporanea”.

C’è stato un mondo in cui in tanti hanno creduto che col duro lavoro avrebbero fatto strada e si sarebbero realizzati, in cui ci si è illusi che il fallimento fosse qualcosa di personale dovuto alla mancanza di impegno e di convinzione. Si era convinti che piccoli momenti di felicità si potessero acquistare al centro commerciale durante la stagione dei saldi e che il segreto per una sana vita sociale fosse il culto del proprio corpo e della bellezza estetica.

Un mondo in cui, per risolvere le grandi questioni nazionali e internazionali, fedelmente riportate dai notiziari televisivi, bastava affidarsi al politico giusto, un mondo in cui non c’era disputa che non potesse risolversi dialogando democraticamente. Un mondo in cui contava il merito, in cui chi studiava i manuali poteva dirsi affidabile e sicuramente aveva la migliore soluzione a tutti i nostri problemi. Un mondo in cui ci si era spinti oltre il progresso, si conosceva tutto di ogni cosa e rimaneva ben poco da scoprire. La storia era finita, l’umanità aveva trionfato. Chi si lamentava erano solo degli idealisti, dei figli di papà viziati che avevano tutto e non riuscivano neanche ad apprezzarlo.
Poi ci siamo tutti svegliati e questo sogno si è infranto. Non abbiamo aperto gli occhi svegliandoci in un incubo. Semplicemente ci era impossibile credere con la stessa convinzione con cui credevamo prima. Il sogno liberale si è infranto. La tolleranza liberale ci ha regalato l’avanzata delle destre e l’assolutizzazione delle tecniche e della scienza ci ha lasciato nelle mani del pensiero tecnocratico, mentre il liberissimo mercato ci ha consegnato con Amazon una crisi finanziaria globale. L’atteggiamento che sembra essersi diffuso più ampiamente rispetto a questo stato di cose è quello nichilista: è come una diffusa quanto passiva presa di distanza dal mondo che ci circonda, come per dire che esso non ci rappresenta.

Ciò che accomuna i cosiddetti “millenials”, che con cinismo ridono amaramente di un mondo che si sgretola pian piano, pezzo per pezzo, e la generazione che li ha preceduti, la quale non capisce e si indigna davanti ai talk show e ai telegiornali, è un profondo sentimento di disillusione. L’Occidente capitalistico ha vinto e si è fatto totalità, ovunque si vive secondo le leggi del mercato e della burocrazia, eppure pare che quasi nessuno creda con tanta convinzione che il mondo in cui viviamo sia poi così soddisfacente. In questo quadro desolante Stato e fascisti si organizzano. Le istituzioni non possono più chiedere al popolo di avere fede nelle riforme? Allora, se serve buttare qualche dipendente pubblico in mezzo alla strada, far lavorare gratuitamente i giovani, far diventare la pensione un miraggio, ci vorranno più manganellate a chi protesta.

Se serve che i flussi di merci e uomini-merce non si blocchino, che le persone continuino a far compere nei negozi e considerino la proprietà privata sacra, ci vorranno più telecamere di sicurezza e l’esercito a pattugliare le strade. Ciò che non si può ottenere col consenso della maggioranza silenziosa, lo si può ottenere con la paura e il controllo. Così, diventa tutto sommato facile sentire l’ansia e il vuoto dentro di sé e continuare a seguire le mode del momento, facendo compere da Zara e da Foot Locker, o manifestare un non ben specificato disagio esistenziale ascoltando prima la Trash e poi la Dark Polo Gang o scrivere un commento su Facebook per far vedere a tutto il mondo di essere un cinquantenne molto arrabbiato, con la speranza che qualcosa cambi.
Diventa altrettanto facile per il lavoratore umiliato e vessato quotidianamente, quando arriva la crisi, cercare un capro espiatorio nell’immigrato che cerca riparo dalla miseria e dalla guerra. Quando il responsabile della tua miseria appare troppo forte rispetto a te, diventa più facile cercare il nemico in chi è debole almeno quanto te. Il migrante, in questo mondo allo sfacelo, è sul nostro stesso piano: non è responsabile del nostro inferno, ma non è certo un poverino, un soggetto passivo bisognoso di tutta la nostra pietà. Se il migrante accetta di lavorare senza contratto, senza diritti e sottopagato, non lo fa certo per ferirci, ma allo stesso tempo non possiamo vederlo semplicemente come un poveraccio illetterato che non sa cosa fare. Accontentarsi e accettare una paga da fame diventa molto più facile quando pensi che, tutto sommato, col cambio di valuta puoi dare una mano ai tuoi cari rimasti a casa. E quindi? Cosa ci sarebbe di eticamente scorretto in questo? Chi non si comporterebbe nello stesso modo nella stessa situazione? Il migrante è debole quanto noi, nel senso che prova a modo suo a svoltare una situazione infame, seguendo le regole del gioco dal momento che cambiarle sembra impossibile.
Ciò che sembra mancare, in questo scenario desolato e desolante, è una prospettiva di lotta e riscatto contro un esistente che non ha più nulla di buono da offrire. Sembra mancare e, almeno in Italia, effettivamente manca. Non che non ci siano occasioni di lotta: lottano i facchini, lottano le donne, lottano gli studenti, lottano gli occupanti di case. Il punto, però, è che in tutti questi casi ci si limita a lottare per stare un po’ meglio in un mondo che, per come funziona, non ispira alcuna fiducia. Le soggettività rivoluzionarie pure non mancano. Purtroppo però, queste si confinano in spazi minoritari e si arrendono all’autoreferenzialità, non uscendo dalle proprie sedi, non parlando se non fra militanti e sviluppando, in tal modo, un linguaggio politico esoterico per i soli militanti. La propaganda del nemico li ha convinti che non si possa fare in altro modo e questa è stata per loro la più grande sconfitta.
Rispetto al deserto che ci circonda, alla miseria con cui dobbiamo fare i conti in merito ai nostri bisogni materiali, affettivi e intellettuali, c’è chi si indigna e chi si organizza. C’è chi rivendica qualche briciola per provare a sentire un po’ più propria un’esistenza che gli è del tutto estranea e chi, invece, costruisce pezzo per pezzo un mondo per cui valga la pensa darsi da fare, un mondo in cui credere. Del resto, la storia è sempre stata fatta da chi si è organizzato e ha costruito.

A organizzarsi in tal senso per ora sono stati, soprattutto in Italia, i fascisti. I fascisti stanno costruendo il loro mondo città per città, Nazione per Nazione, con risposte chiare a problemi evidenti che vengono largamente vissuti nei quartieri; opponendo al nichilismo imperante la ripresa di vecchi valori, di una propria mitologia; agendo politicamente su una consapevolezza ampiamente diffusa che individua nella globalizzazione e nell’apertura delle frontiere – per merci e uomini-merce – la causa dei mali di oggi e che ha nostalgia per ciò che vi era prima. E noi? Il noi a cui mi riferisco non riguarda i militanti. Anzi, riguarda i militanti, ma non in quanto militanti. Tutti in ordine, ciascuno nella propria casella: il centro sociale organizza le serate, il sindacato indice lo sciopero (se poi è davvero radicale lo sciopero lo indice per 24h), il collettivo autonomo convoca compagni da tutta Italia per fare a botte con gli sbirri davanti a questo o quel luogo-simbolo, il collettivo disobbediente stessa cosa, “ma vestiamoci colorati, che nero fa brutto”, gli anarchici fanno azioni dirette, mentre i marxisti-leninisti “organizzano”, fanno analisi, puntano tutto sulla convocazione di manifestazioni oceaniche che, ad oggi, non sono ancora mai pervenute. Nessuna sorpresa per i militanti, nessuna sorpresa per i tutori dell’ordine, tutto perfettamente previsto dagli annuali dossier prodotti dal Ministero dell’Interno. No, la categoria del militante ha perso tutto il suo fascino dal momento che questa militanza, con tutte le sue divisioni e le lotte fra micro-fronti per la conquista dell’egemonia, non sembra avere senso. Quindi parlo di tutti noi, militanti e non: noi che non crediamo ad un mondo illuminato dai poster pubblicitari, noi che di fronte alle vetrine dei negozi sappiamo quanto sia insensato rammaricarsi per il “volere ma non poter…”, noi che ficcheremmo volentieri la testa del nostro insegnante/padrone nel cesso alla prima occasione, noi che non vogliamo produrre, noi che non crediamo nell’ordine. Noi che non ne possiamo più dell’associazione di idee “star bene = divertimento”. Noi che vorremmo dire basta a questi legami effimeri basati sul passare piacevolmente il tempo in compagnia, mentre si custodisce gelosamente l’intimità. Noi che riconosciamo quotidianamente la miseria economica, affettiva e intellettuale del presente. Noi che non crediamo in questo mondo, noi che siamo sì disillusi, ma che ancora non ci siamo arresi. NOI. Cosa facciamo NOI? Tutti al corteo, cori e canti (magari qualche mazzata) fra i fumogeni, una passeggiata adrenalinica di un paio d’ore e poi ognuno per la sua strada. Si sciopera un giorno e poi il giorno dopo si torna a lavoro. Ricomincia tutto da capo: la produzione, lo stordimento/divertimento, la miseria. E allora leggo Il Franti – “Verso lo sciopero infinito”- e penso che parlare di sciopero infinito non sia solo retorica e poesia. Basta! Pensare e agire lo sciopero infinito! Questo non vuol essere uno sfogo, né tanto meno uno spunto per i buoni propositi da farsi il prossimo capodanno. Questa vuol essere una riflessione pratica per il qui e l’ora. Andare al primo corteo che scatena in ciascuno di NOI un senso di affinità e complicità, arrivare al traguardo fissato con la Questura e, invece di tornare a casa, mantenere la posizione, non arrendersi. Quanto può essere difficile? Quanto può essere difficile stampare autonomamente dei volantini in cui si spiega perché non si ha intenzione di far ricominciare l’indomani il giro degli ingranaggi della macchina infernale, in cui si invita chi ha una stessa sensibilità a restare, a prendere posizione? Quanto può essere difficile prendere parola, per una volta, per confrontarsi su ciò che ci tocca nell’intimità? Decine, centinaia, migliaia di volantini che esprimono altrettante inconfutabili verità, più interessanti di qualsiasi stantia assemblea di movimento.

Un’immagine che vuole descrivere un momento, il momento in cui finalmente parleremo e ci uniremo per essere partigiani non più di una fede, ma di un’insoddisfazione incontestabile. Daremo finalmente un volto al nemico, lo riconosceremo in chiunque trarrà vantaggio dalla messa in competizione degli individui e dalla messa in sicurezza delle città e dei quartieri. E daremo finalmente anche un corpo al nemico, un corpo su cui agire perché tanto più lui sarà debole e inerte, tanto più noi potremo sentirci forti. Consapevoli che la soggettività è un campo di battaglia, riconosceremo il nemico anche in noi stessi, in quella parte di noi che desidera in fondo un po’ di pace sociale per tornare a casa a guardare la propria serie Netflix preferita, fare qualche soldo, metter su famiglia. Sapremo riconoscere in noi stessi il nemico perché finalmente non saremo più soli. Sapremo che questo mondo non ci basta. Uniti nella diversità, sapremo però riconoscere i nostri amici solo in coloro che saranno al nostro fianco per non tornare più indietro. E prenderemo posizione per non fermarci, ragionando non più di pratiche che definiscano chi siamo (perché chi siamo ci sarà più chiaro che mai), ma dei mezzi con cui fare salti in avanti e sentirci più vivi. Non c’è fase da aspettare, perché un discorso tale può essere agito in qualsiasi momento in cui si abbia al tempo stesso la coscienza di vivere male e il coraggio di voler vivere bene. Quindi agiamo qui e ora. Qui, nel momento in cui inizia lo sciopero infinito, inizia la fine del mantenimento dell’ordine.