Lunatico di Dicembre

di Bianca Bonavita

Per il mite dicembre ove l’erba
immune ridonda
offerta ultima sui vecchi balconi,
acque gentili a stimolare i tardi
campi, sussurro fervido di venti
felicemente giunti.
E’ dunque il fausto
pingue inizio,
sparisce la devastazione?
A. Zanzotto, Vocativo

Le foglie che dovevano cadere ormai sono cadute. Resistono solo, ancora per poco, aceri e querce.
La fatica allenta la sua morsa e la stufa lavora a pieno regime.
Il fuoco acceso dietro il vetro non è che un piccolo sole per le nostre ossa orfane dell’estate.


La legna scalda due volte, si dice: quando la tagli e quando la bruci. E quando la bruci, anche se non l’hai tagliata, non ti scalda solo la pelle o le ossa.
Nell’orto resistono solo le verdure con la pellaccia dura.
A volte verso mattina il latte di luna piena tracima dalla tazza della notte e nebbia si riversa sulle cose. Altre volte la notte gela e spesso i prati sono bianchi di brina e la crosta di terra ghiacciata.
Qui da noi non è più tempo di finocchi e se si vuole salvare i cavolfiori aperti dalle prime gelate non troppo cattive si possono strappare le foglie esterne più grosse e usarle come coperte.
Come reduci si stagliano nel campo i ciuffi del cavolo nero e i cardi piegati dalla prima neve e più nascoste tra le erbe le teste coronate pronte ad essere recise di cappucci e verze. Anche il sedano e i radicchi resistono ai primi freddi, ma temono più degli altri le grosse gelate. Qua e là spuntano i ricacci dei broccoletti, che fino a marzo inoltrato saranno una riserva preziosa di verde per i nostri piatti.
In cantina le patate stanno finendo e qui da noi senza frigoriferi non possono arrivare all’anno nuovo, è dunque bene cercare di finire le scorte prima che la polpa annerisca. Gli agli e le cipolle, se correttamente conservati, possono arrivare anche fino a marzo/aprile.
Per il resto l’orto è una distesa di rovine, una vecchia fatiscente costruzione che sta per essere inghiottita dalla vegetazione. Dove crescevano rigogliosi pomodori e melanzane ci sono solo scheletri anneriti, delle piante di zucchine non ci sono più nemmeno i cadaveri. Ovunque mozziconi di fusti recisi e foglie marce in putrefazione. L’incolto è ovunque di nuovo in agguato, una minaccia incombente o una via d’uscita, una speranza.
Si sopravvivrà all’inverno? Si avrà la forza di ricominciare tutto daccapo con la nuova primavera? Muovere la terra, seminare, sarchiare, raccogliere. Si resisterà ancora una volta alla tentazione di lasciar perdere, di lasciar andare, di fare che il selvatico faccia il suo corso?
Sarebbe poi così sbagliato desistere?
Di certo è sbagliato crescere oltremodo, eccedere dalla propria misura, da ciò che è proporzionato alle proprie forze, da ciò che è proporzionato alla propria gioia. Di certo è sbagliato trasformare l’economia di sussistenza in economia di mercato.


Allora non facciamoci risucchiare dal vortice della produzione continua, dalle serre, dai finanziamenti, dal bisogno di assumere dipendenti!
Stiamo fuori da tutto questo cari genuini clandestini!
Ben vengano nuovi mercatini contadini biologici, ma non ci sarà alcuna rivoluzione con la loro proliferazione. Il fine non è fornire alla megamacchina nuove nicchie di produzione e di consumo in cui il mercato può sviluppare il suo piano di social responsability e di green washing. Miriamo all’autosussistenza! Se ci è possibile trovare alternative abbandoniamo anche i mercatini, li hanno già fagocitati nei loro piani di gentrificazione, di pulizia dei quartieri e delle strade. Basta stipulare convenzioni con i comuni in cerca di meritevoli iniziative cittadiniste da usare nella lotta al degrado. Vendiamo solo a trame di amici e clandestinamente ciò che avanza della nostra sussistenza! Il suolo pubblico per cui i mercatini pagano la tassa di occupazione o è occupato o è buono solo per essere divelto e coltivato.
Dicembre è ancora tempo di seminare i bulbi di cipolla, nelle giornate in cui la terra non è troppo malata di freddo e di umido. E si può iniziare a pensare alla vigna, che ha perso le foglie e che richiede l’ordine delle forbici.
Dicembre è tempo di iniziare a fare ordine tra le cose, tra gli attrezzi, le stanze, le rimesse. È tempo di iniziare a pensare a cosa buttare, a cosa aggiustare, a cosa mancherebbe.
A fine mese si può fare un trattamento di rame nel frutteto, preventivo per le malattie fungine, e in un giorno senza vento di luna calante si può fare l’ultimo travaso del vino nuovo. Quindi noi versiamo due dita di olio enologico in damigiana e lasciamo riposare fino a marzo quando inizieremo a imbottigliare. Se tutto è andato bene sarà limpido e buono.
Dicembre peluria di grano sul freddo volto acerbo della terra.
Dicembre che ha la notte più lunga dell’anno e il giorno più bello dell’inverno in cui il sole cesserà di svanire nella notte ogni giorno di più e alzerà il capo e invertirà la rotta e dopo aver quasi toccato l’orizzonte inizierà a risalire verso il cielo per riguadagnare lo zenit e stendere così di nuovo su di noi la sua veste di luce. È questa promessa in fondo il Natale.

Ricetta del mese: Cucinare i cardi
I cardi sono uno dei doni dell’inverno.
Sono una di quelle verdure con la pellaccia dura, fatta apposta per proteggerli dal freddo e dalle miti gelate.
Abituati ai rigori inospitali e alle durezze del campo invernale, una volta portati a casa è necessario far loro sentire calore e cura e sono capaci allora di lasciarsi andare e donare imprevista e imprevedibile delizia al palato.
Per gustare al meglio il cardo, innanzitutto pulirlo bene. La pulizia è simile a quella necessaria per il sedano. Togli le foglie e la parte più alta del gambo. Togli dal gambo i filamenti e taglia quindi il gambo a pezzetti di 3-4 cm. Cuocerlo per circa 1-2 ore (o comunque fino a quando i cardi non risulteranno teneri, quindi dipende dalla tenerezza iniziale del cardo) in acqua a cui aggiungere una noce di burro, un cucchiaio di farina e del succo di limone.
Cuocere coperti ma attenzione a che l’acqua non debordi dalla pentola..fuoco lento.
Dopo questa cottura il cardo è buono anche così…altrimenti gratinarlo in forno con burro e parmigiano o passarlo in padella col pomodoro o in bianco con olio e prezzemolo.