La Catalogna come laboratorio politico

Sebbene questo articolo sia già stato pubblicato in Italia dai compagni di Commonware ne proponiamo una nostra traduzione, poiché crediamo che il punto di vista di Lopez Petit sia in questo momento, dall’interno della Catalogna, il più interessante o quantomeno quello al quale ci sentiamo più affini.

di Santiago López Petit

Pubblicato il 27/11/2017 su El Critic

Alla fine neanche stavolta il Regime del ‘78 è morto. Le lotte operaie autonome degli anni settanta furono sconfitte con i morti e per mezzo dei Patti della Moncloa firmati dagli stessi sindacati di classe. Il movimento del 15-M, che aveva elaborato una critica radicale della rappresentanza politica, è stato battuto utilizzando come armi efficaci la messa in ridicolo e l’isolamento. Anche la rivolta indipendentista catalana, che in un primo momento sembrava minare le fondamenta del Regime, è stata sconfitta. In realtà, questo terzo tentativo non ha avuto una eco in Spagna, dove invece ha predominato la perplessità quando non è stato totalmente incompreso. L’appello all’ordine con l’applicazione dell’articolo 155, ha interrotto ogni tentativo di cambiamento. Il presidente Rajoy lo ha ribadito con la sua notevole capacità di argomentare: “Lo Stato si difende dagli attacchi di coloro che lo vogliono distruggere”. E ha aggiunto una piccola puntualizzazione rispetto all’articolo 155, anche se un giorno non fosse più applicato, questo non smetterà mai di funzionare. Questo è ciò che si chiama “Applicare la Legge”. Il messaggio è univoco: la repressione e l’umiliazione contro una Catalogna che pretende di ribellarsi saranno enormi.

Raramente è stato così evidente come la difesa della Legge (con la maiuscola) presupponesse una dichiarazione di guerra. Questa è una cosa che i giuristi che amano le polemiche astruse, così presenti ora nei media, difficilmente possano riuscire a comprendere. La legge è un rapporto di forze. Foucault ha ottenuto una vittoria schiacciante su Habermas e compagnia cantante. Un amico giurista una volta mi ha detto: “ dato che le cose stanno così, possiamo già ritirarci”. Il potere è, sempre ed in ultima istanza, potere di uccidere; lo Stato di Diritto serve a nascondere questo dato di fatto. Normalmente, per affermare lo stesso principio anche se in maniera più sofisticata, si dice che lo Stato possiede il “monopolio della violenza fisica legittima”. Questa verità dello Stato di Diritto è quella in cui si sono imbattuti i membri del governo catalano, apparendo evidente quando uno di loro ha affermato che il Governo catalano non era preparato per costruire la Repubblica “fronteggiando uno Stato autoritario che è senza limiti nell’utilizzo della violenza”. Oppure quando il portavoce dei repubblicani ci dice che: “Di fronte alle prove chiare che questa violenza potrebbe prodursi, decidiamo di non oltrepassare la linea rossa” e conclude con una confessione sconvolgente: “Non vorremmo mai mettere a repentaglio i cittadini della Catalogna”. La risposta è: grazie mille. A nessuno piace morire. Ma qui c’è qualcosa che non torna. Detto in altre parole: I membri del Governo sono degli ingenui o degli inetti?

Spinoza scrive nella sua Etica una frase che è diventata molto nota: “Nessuno sa cosa può un corpo”. Sostituire “corpo” con “Stato” è utile per spiegare gli avvenimenti. Il governo non sa cosa può fare realmente uno Stato. Tuttavia il governo voleva costruire un proprio Stato, non è così? Non si può dire che non se ne sia fatta esperienza. Una persona addirittura ha perso un occhio a causa di un proiettile di gomma. Diciamolo chiaramente: quello che non si credeva possibile è che la repressione dello Stato spagnolo potesse arrivare a colpire quella che viene chiamata la “brava gente”. I radicali sì… ma le persone pacifiche e civili! È quello che il consigliere per la Sanità riconosce quando assicura che “il programma di Uniti per il Sì non aveva preso in considerazione la violenza dello Stato”. Effettivamente il governo catalano è finito per essere un governo postmoderno. Prigioniero del suo stesso apparato di comunicazione, creava la realtà, e la stessa realtà sovralimentava un apparato che vedeva così confermato il suo tentativo.

La partecipazione di massa in così tante occasioni non lasciava alcun dubbio e il cammino verso l’indipendenza sembrava aperto. Finché la crudeltà ed il sadismo della macchina giuridico-repressiva dello Stato spagnolo non ha affogato nelle lacrime il desiderio di libertà di alcuni e ha fatto nascere una rabbia immensa in molti altri. Doccia fredda? Dipende per chi. Per il governo catalano, certamente. Dentro la sua bolla auto-compiacente non poteva comprendere l’assalto che si stava mettendo in moto e lo sconcerto cominciò a sopraffarlo. Sono stati incapaci di reagire di fronte a due fatti fondamentali: la fuga delle imprese, che è una delle espressioni attuali della guerra tra classi, e la presenza di un’altra Catalogna che anch’essa esprime la lotta di classe anche se spesso in maniera perversa. È stato però lo strano proclama della DUI (Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza), l’evento che ha finito per convertire il governo catalano in un autentico governo postmoderno, obbligato ad utilizzare un linguaggio teologico per potersi salvare. Per questo motivo la DUI ha avuto un carattere ineffabile: realtà o finzione?

Lasciamo da parte le peripezie concrete (sotterfugi, proroghe, abolizione del governo, etc.). Dal momento in cui compare la repressione brutale dello Stato spagnolo, l’unico obiettivo dei partiti indipendentisti si è ridotto a pensare l’azione politica esclusivamente in funzione dei suoi effetti penali. Sicuramente è giusto agire in questo modo. Non vogliamo martiri e bisogna evitare la prigione quando è possibile. Nonostante tutto, sorge un’ombra di dubbio. Quando una convinzione, ovvero una verità politica, non viene difesa fino alle estreme conseguenze per una qualche ragione, questa verità viene in qualche modo inficiata? Faccio un esempio. Quando Galileo giura di fronte ai suoi giudici e ammette che la Terra non gira intorno al Sole, la verità scientifica non viene assolutamente inficiata dalla sua decisione. Al contrario, se la presidente del Parlamento catalano non va alla manifestazione per la libertà dei suoi compagni – perché così le ha consigliato il suo avvocato – nonostante non esista nessun presupposto giuridico esplicito, la sua ritirata ha lo stesso effetto del caso precedente? Si potrebbero tirare fuori altri esempi di questa strategia “preventiva”, che va dall’accettare di pagare multe elevatissime fino a rifugiarsi in frasi ambigue. Il problema è fino a che punto una strategia di questo tipo non comprometta alla fine il discorso stesso e lo indebolisca, diffondendo una sensazione di confusione. Il governo spagnolo e i suoi sottoposti hanno colto l’occasione in seguito per parlare di codardia e di inganno. Il governo catalano avrebbe ingannato tutti i catalani e tutte le catalane.

Non perdiamo tempo nel denunciare il cinismo disgustoso di chi attacca e dopo rimprovera all’attaccato la mancanza di audacia. Andiamo al dunque. No. Non siamo stati ingannati. È il governo, al contrario, che si inganna da solo. Ha creduto nella politica. Si è ostinato a giocare nel vedere a chi è più democratico, quando la democrazia non esiste. Esiste ciò che è democratico. Ciò che è democratico è la forma in cui oggi il potere esercita il suo dominio. Ha due facce: stato-guerra e fascismo postmoderno, eteronomia e autonomia, controllo e autocontrollo. Il dialogo e la tolleranza rimandano ad una dimensione orizzontale. L’esistenza di un nemico interno/esterno da eliminare, rimanda ad una dimensione verticale. “Ciò che è democratico” svuota lo spazio pubblico dalla conflittualità, lo neutralizza politicamente e militarmente. Democratica è questa Europa, un autentico club di stati assassini, che esteriorizzano le frontiere per non vedere l’orrore. Non c’è stato un fallimento della politica, come piace dire ai benpensanti adesso. La politica democratica consiste nel far tacere e reprimere le dissonanze che potrebbero minacciare l’ordine. Il governo catalano incapace di capire il funzionamento reale del potere democratico, si è trovato in un cammino pieno di incoerenze. Per questo bisogna apprezzare l’onestà di Clara Ponsatì quando dall’esilio ha trovato il coraggio per dire: “Non siamo preparati per dare continuità politica a quello che ha fatto il popolo della Catalogna il giorno 1 Ottobre”. Per questo è stata fortemente attaccata, ma ha affermato una verità inevitabile: il Governo non ha potuto essere all’altezza del coraggio e della dignità della gente che ha usato i propri corpi per difendere uno spazio di libertà. Certo è evidente, senza sacralizzare le urne, che quello che è successo quel giorno segna un prima e un dopo. Ma che cosa è successo esattamente?

Per qualche istante la politica con il suo gioco di maggioranze, con i suoi rapporti di forza, etc. è rimasta da parte, e quello che ha avuto luogo è stata un’autentica sfida collettiva. Una sfida che si è prolungata nell’impressionante manifestazione del 3 ottobre contro la repressione. È difficile analizzare la forza politica immensa e allo stesso tempo nascosta presente in quella manifestazione. Li si è cominciato a formare un soggetto collettivo che tracimava il paralizzante “un solo popolo”. Come possiamo chiamare questo soggetto politico? Erano delle singolarità che, avendo lasciato la paura a casa, non erano disposte a cedere facilmente. Un popolo fatto da mille teste capaci di espellere i fascisti infiltrati con una raffinata violenza. Il timore più forte del governo, non è tanto rispetto all’azione dello Stato spagnolo, quanto rispetto a cosa questa gente un giorno avrebbe potuto fare. Questa gente era una miscela tra l’irriducibile consistenza del catalanismo popolare e il malessere sociale esistente. Per questo, risultano stucchevoli i tanti appelli al senso civico, alla brava gente e ai sorrisi nei momenti di repressione sfrenata. Mi dispiace. Quando sento la parola “civiltà” penso automaticamente alle norme civiche che servono per ripulire lo spazio pubblico dai residui sociali di ogni tipo.

Sorprende, dopo tutto quello che è successo, la facilità con cui i partiti politici indipendentisti hanno accettato una indizione di elezioni chiaramente imposta.
Sorprende questo rapido adattamento ad un nuovo scenario, nonostante i prigionieri politici. La strategia è abbastanza velleitaria: le elezioni sono illegittime, ma con la nostra elevata partecipazione le legittimeremmo (e, quindi, ci legittimeremmo davanti al mondo). Il discorso indipendentista o diventa necessariamente auto-contraddittorio, oppure deve accettare esplicitamente una rinuncia all’indipendenza. “Saremo indipendenti se siamo perseveranti e otteniamo la maggioranza. Quando? Non lo sappiamo. Prima di essere indipendentisti siamo democratici. E prima di essere democratici, siamo brava gente”, assicura un importante politico repubblicano.

E se provassimo, per una volta, ad essere cattivi e, invece di aspirare ad essere un paese normale con il suo piccolo stato, desiderassimo di essere una anomalia che non quadra? Liberare la Catalogna da questo orizzonte indipendentista che finisce sempre per soffocarla -posto che ogni orizzonte t’incatena- forse potrebbe aprire un cammino inedito. Una anomalia verso tutto quello che il catalanismo egemonico nasconde. Dalla forza del dolore della Catalogna interna povera, fino ai silenzi delle periferie. Ci vogliono presentabili di fronte ad un’Europa che peraltro guarda da un’altra parte. Perché imporsi di essere presentabili? I partiti politici di qualsiasi colore corrono velocemente verso le sovvenzioni. Tuttavia, davanti a queste elezioni imposte c’è la possibilità di sabotarle con un’astensione di massa e organizzata. Cominciare a sgomberare lo Stato spagnolo ed estendere l’ingovernabilità dell’autorganizzazione. Anche in Spagna? La Catalogna come un’anomalia irriducibile che fugge, e che nella sua fuga sperimenta altre forme di vita.

Il laboratorio politico “Catalogna” momentaneamente si chiude. Questo è chiaro. Quanto è difficile cambiare qualcosa quando ciò che è democratico diventa la cornice del pensabile in cui è permesso di vivere! Partendo da una logica di Stato (e di desiderio di Stato) non si potrà mai cambiare la società. Ma quello che è stato vissuto, l’audacia di trasgredire insieme, la forza collettiva di un paese che nessuno può rappresentare e la gioia di resistere… non si dimenticano mai. La dignità e la coerenza non si negoziano.