Contro la normalizzazione gay – Intervista con Alain Naze

«La logica dell’inclusione finisce col volersi sedere alla tavola dei vincitori»

Pubblicato in lundimatin#120, il 30 ottobre 2017

La storia delle lotte omosessuali sembra ridursi da qualche anno a questa parte all’ottenimento di nuovi diritti, tra questi il matrimonio per tutti sarebbe il punto di compimento. Una storia lineare che, partendo da una situazione di esclusione, mirerebbe ad una integrazione sempre più forte al mondo eterosessuale. L’omosessuale abbandona allora il suo statuto di delinquente per divenire rispettabile. È questo processo che Alain Naze descrive e denuncia in un libro pubblicato in Francia dalle edizioni de La Fabrique, il Manifesto contro la normalizzazione gay. Intervista.

Lundimatin: Una delle tesi che tu sviluppi in questo libro è che l’ottenimento dei diritti non è necessariamente il passaggio obbligato verso l’emancipazione, in particolare sulla questione delle politiche sessuali. La tesi si lega all’idea secondo la quale, alla fine dei conti, la rivendicazione giuridica partecipa di un processo di normalizzazione. Potresti svilupparla?
Alain Naze : Innanzitutto non bisogna avere una lettura uniforme del diritto. Io non dico che ogni rivendicazione in termini di diritto è necessariamente dell’ordine della normalizzazione. Bisognerebbe distinguere tra un diritto di tipo negativo e un diritto prescrittivo. Il diritto negativo è, ad esempio, la depenalizzazione delle relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso, come fu il caso della lotta contro il paragrafo 175 in Germania. È una rivendicazione sul terreno giuridico che è emancipatrice. Invece vi sono delle rivendicazioni che contengono qualcosa di prescrittivo come è quella del matrimonio gay e lesbico. In questo caso si tratta di domandare l’estensione del campo di un’istituzione che già esiste sotto la forma del matrimonio eterosessuale e rivendicare questo significa rivendicare l’iscrizione in una modalità d’esistenza già effettiva nelle coppie eterosessuali. Questo vuol dire dunque iscriversi all’interno di una limitazione delle modalità d’esistenza; o in ogni caso è segno di una mancanza d’inventività. Ci si accontenta di riprendere un’istituzione esistente per fondersi al suo interno reclamandolo in quanto diritto, come se fosse indifferente che questo diritto sia ricalcato su quello della società eteronormata. Come se, ad esempio, fosse indifferente che la forma della coppia sia convalidata attraverso questo tipo di società. Quello che è fastidioso nella rivendicazione del matrimonio omosessuale è che spesso è presentato come il compimento di un processo di liberazione che sarebbe iniziato negli anni ‘70, come vi fosse un rapporto di continuità tra quei movimenti emancipatori degli anni ‘70 e la rivendicazione del matrimonio gay oggi. Si può dire al proposito che, al contrario, vi è una forma di rottura. Questa evoluzione non significa necessariamente che i gay si faranno ingoiare da questo crepa e adotteranno questo tipo di comportamento. Ma è interessante vedere che questa rivendicazione del matrimonio gay è stata sostenuta da un certo numero di associazioni gay, di movimenti gay. Vuol dire che in questi ambienti esiste questa domanda di normalizzazione.

LM: Come analizzi il ruolo delle associazioni LGBT in questo processo di rivendicazione e normalizzazione?
AN : Partendo da più lontano, si può dire che la domanda di un matrimonio gay risale al momento del PACS quando alcuni gay e lesbiche, certamente non molto numerosi, già reclamavano il matrimonio. Questo aveva allora un senso del tutto diverso, erano i tempi dell’AIDS. Ciò che mi sembra spieghi la normalizzazione, non è una ricerca della norma per la norma, è prima di tutto la volontà di essere integrato in una società, di non vedersi marginalizzati. E questo significa in fondo che ci si integra in una società senza contestarne la forma. È quando si vuol divenire omogenei a questa società che entra in gioco una potenza di normalizzazione, la quale prende la forma di una volontà di inclusione. Ma ciò comprende anche una forma di discorso normativo che emana da queste associazioni, attraverso la promozione che fanno dei motivi per cui militano.
LM: Potresti descrivere gli effetti negativi e distruttivi di questa normalizzazione?
AN: Questo processo ha degli effetti impoverenti per i modi d’esistenza, distrugge l’inventività, è distruttore dei modi d’esistenza ai margini. Con questa marcia imperturbabile del progresso, come pensava giustamente Walter Benjamin, si sradicano tutte le forme anteriori d’esistenza e si farà in modo da far considerare questa soppressione come positiva in quanto garanzia del progresso. Il discorso nel caso del matrimonio gay è stato un po’ questo: sarebbe l’apogeo della liberazione omosessuale. E allora tutte le forme anteriori sono considerate come forme incompiute, mancanti in rapporto a quello che si compie e si realizza nel matrimonio gay. Si ricalca nei movimenti d’emancipazione la Storia dei vincitori. La logica dell’inclusione finisce col volersi sedere alla tavola dei vincitori.

LM: Tu ti riferisci spesso agli anni ‘70. Che legame fai tra la formulazione teorica di quegli anni e una critica del presente?
AN: Questo ci riporta nuovamente a Walter Benjamin! È una maniera di andare a cercare nel passato qualcosa di vivo e in questi eventi del passato ritrovare la parte di virtuale non-realizzato. Quello che mi interessa è di andare verso il passato, non per restaurarlo, ma in vista di riportarne un certo numero di cose verso l’oggi, che non furono attualizzate nel passato, per realizzarle nel presente. Riuscire ad operare questo gesto intempestivo attraverso il quale si fa sorgere un blocco di passato, che non ripeta ciò che ha già avuto luogo, ma che realizzi quello che è restato incompiuto nel passato.
LM: E potresti darcene un esempio?
AN: Foucault disse in un’intervista che lui non era contrario a qualsiasi forma d’istituzionalizzazione delle relazioni gay ma che, quando lo si facesse, accettare il matrimonio gay sarebbe stata la cosa peggiore, perché sarebbe l’accettazione della forma d’esistenza più povera. Piuttosto che queste forme d’istituzione che implicano un certo tipo di comportamento, ciò che Foucault preconizzava era l’idea di una sovversione della nozione d’istituzione. Un’istituzione che partirebbe dai modi d’esistenza così come sono (mobili, cangianti, diversi…); e provare a pensare una forma istituzionale a partire da questo. Ecco qualcosa che nascerebbe dall’inventività degli anni ‘70 (questa inventività delle forme d’esistenza), ma che si effettuerebbe sotto la forma di un tipo molto particolare d’istituzione – e questo non è stato mai realizzato in quegli anni, ma era una possibilità già presente, a titolo di una virtualità.

LM: Tu rifletti anche sulla questione della comunità gay e dell’identità omosessuale. C’è in particolare questo passaggio che ci interessa nel capitolo “La globalizzazione gay”, nel quale tu opponi il “noi siamo tutti gli stessi” di certe associazioni LGBT al “noi siamo tutti uguali” di una politica emancipatrice…
AN: Il problema di questa identità gay, pensata attraverso il prisma LGBT mondializzato, è che  finisce nella creazione di un individuo gay che sarebbe quasi universale. Non ci sarebbe dunque un’omosessualità di qui, un’omosessualità di lì, dove per altro forse non è nemmeno pensata in questi termini, ma ci sarebbe un’omosessualità unica. Si ha a che fare con un movimento d’uniformizzazione, mentre l’eguaglianza non ha mai significato l’identità. È qui che si rivela il senso della nozione di comunità che prevale nei movimenti LGBT: è una comunità d’appartenenza, legata ad una identità. È qualcosa che personalmente trovo poco interessante, perché non possono emergere in questo modo che delle rivendicazioni. Se si fa esplodere questa nozione d’identità si potrebbe avere a che fare con una comunità che sarebbe veramente politica. Invece oggi siamo di fronte ad uno schiacciamento delle singolarità, di fronte a delle rivendicazioni uniche che si vogliono planetarie.
LM: Un’ultima domanda. Tu vivi a Mayotte da qualche anno e non si sa niente della situazione mahorese sulla questione omosessuale. Che cosa puoi raccontarcene?
AN : Per risituare le cose, bisogna sapere che Mayotte è diventata un dipartimento francese d’oltre mare ufficialmente nel 2011. Si è avuta così la creazione di un’identità fantasmatica, puramente artificiale, che è l’identità mahorese. Questa identità mahorese ha fatto sì che Mayotte si sia separata dalle altre isole dell’arcipelago delle Comore. Alcuni Mahori, a partire da questa “identità mahorese” – creazione tuttavia molto recente -, considerano che gli abitanti di queste altre isole che arrivano a Mayotte siano dei “clandestini”, degli stranieri. Si assiste d’altronde regolarmente a delle cacce ai Comoriani a Mayotte, a delle espulsioni [décasage è la parola usata a Mayotte, in quanto la case indicherebbe l’abitazione tradizionale mahori n.d.t.]. Dal punto di vista delle relazioni omosessuali c’è stato un matrimonio che ha avuto luogo poco tempo prima che io arrivassi lì, nel 2013 se non ricordo male, ma era un matrimonio tra un metropolitano e qualcuno che veniva da Cuba. In ogni caso, è una cosa che non sembra possibile per dei Mahori o dei Comoriani in generale. Innanzitutto perché il coming out non è molto diffuso, né il vivere apertamente una forma di relazione omosessuale. Marginalmente, ciò comincia un po’ ad esistere a Mamoudzou, che è il capoluogo, ma quelli che lo fanno devono essere psichicamente abbastanza solidi per poter assumerlo, poiché porta spesso un certo isolamento. È qualcosa che non si dice, né si mostra. Ma succedono comunque molte cose dal punto di vista delle relazioni tra persone dello stesso sesso. Solo che non sono visibili. Non vi sono luoghi d’incontro specifici, ad esempio. In un certo modo, questo fa sì che si sfugga largamente alla questione detta dell’“orientamento sessuale”. Degli incontri possono farsi senza che se ne sappia nulla del supposto “orientamento sessuale” dell’altro. Può portare a qualcosa o no. E anche quando non porta a niente, la maggior parte delle volte è di una grande dolcezza, accade senza drammi – almeno, io immagino, quando il gruppo non è testimone della proposta. Vi sono cose che si realizzano, ma tutto si gioca in maniera discreta. Io trovo che questo produca una grande libertà perché nello stesso tempo non si è obbligati ad assumere pubblicamente una relazione, se non si ha voglia di parlarne. Certi diranno “non si ha la libertà di parlarne in pubblico”. D’accordo. Ma se i Mahori e/o i Comoriani hanno voglia di qualcos’altro, spetterà a loro di esprimerne il desiderio, alla loro maniera, ma per il momento non è il caso – e questa assenza effettiva di coming out, qui, non mi pare per nulla sinonimo di un’assenza di libertà reale.