Lunatico di Novembre

di Bianca Bonavita

Molle clivo, dove traluce a raso
delle albe morte l’ora del mio cammino?
Dove la stella, il fragile novembre
precede e scioglie al rivo tutto il clivo?
Ed io vivo per te, per te m’aggiro
fuori e lungi dal mondo,
fuori sospiro.
Non è finito il mio destino
anche se mi si lascia qui a perire
con le distese dell’autunno
cui vanamente mi volli offrire.
Da “Vocativo” di A. Zanzotto, 1981

Se ad aprile rinasce la vita, a novembre rinasce la morte.
Le foglie si preparano ad essere humus, tempere nuove sulla tavolozza della terra.

La notte avanza con il suo canto di civetta, la stufa crepita i suoi nuovi alberi caduti, nei ceppi ardenti bruciano anche i frutti delle stagioni andate.
Novembre più di tutti è mese di sepolture.
Si seppellisce ancora il grano prima delle piogge. Chi l’ha seminato ad ottobre può già vedere i teneri capelli verdi e sottili fare capolino sulla testa della terra, guglie nuove per gettare ponti di ragnatele sull’infinito, antenne a far brillare la luce orizzontale del sole soccombente.
Da queste parti la tradizione vuole che dopo aver portato i fiori nei camposanti si seppelliscano i bulbi d’aglio: pianta magica, si semina coi morti e si raccoglie con le streghe. Trenta centimetri tra le file e quindici o venti sulla fila, così come i bulbi di scalogno e di cipolla. Meglio in luna calante.
A proposito di camposanti, le nostre colline sono disseminate di vecchi piccoli cimiteri quadrangolari in pietre e mattoni, per lo più sconsacrati, in cui è bello camminare e in cui si respira ancora il silenzio di quella che doveva essere una bella melodia tra la vita e la morte. Qua e là lapidi spaccate e scritte incise nella pietra che ogni stagione leviga verso l’oblio. Qualche ciclamino selvatico si è creato il suo ambiente a ridosso del muro di cinta. Ogni tanto qualcuno entra e rimuove il coperchio dell’ossario lasciando nudo al cielo un cumulo promiscuo di teschi e di ossa. Ce n’è uno che guarda proprio verso l’uscita e sembra chiederci: perché questa putrefazione individuale e questo sgretolamento collettivo?


Intanto Orione riconquista il cielo e in molte parti di novembre si corre al frantoio con le mani ancora macchiate di olive ché poi si inacidisce l’olio. Dopo tanta fatica a pettinare, a scuotere e a inseguire le olive rotolare sulle reti è immensa gioia vedere quel filo denso di verde e di sole riempire fusti e bottiglie.
Beati quello che mangiano una bruschetta d’aglio completamente autonoma!
Altrove marroni e castagne hanno smesso di cadere e certi mulini di montagna si riempiono di quell’odore indimenticabile che ha la farina di castagne appena macinata.
Un mastro ortolano ci ha insegnato a trapiantare a quinconce, a novembre inoltrato, lattughe in pieno campo, senza protezione e senza irrigazione. Il freddo imminente impedirà loro di crescere prima del gelo e in questo modo la pianta sopravviverà all’inverno e sarà pronta a metà aprile anticipando di almeno due o tre settimane la raccolta rispetto ai trapianti di lattughe primaverili. Il tutto senza l’uso di plastica per serre.
A novembre c’è anche chi inizia a potare la vigna. Di solito è chi coltiva solo la vigna.
Nell’orto è il regno indiscusso dei cavoli. I più fragili pedoni sono broccoli e cavolfiori, i primi sensibili ai soli tardivi che è tutta una rincorsa raccoglierli per impedire che le infiorescenze diventino fiori, i secondi con quel loro bianco niveo così esposto ai marciumi e alla golosità di bruchi e limacce, i primi resistenti al gelo, i secondi solamente se ancora chiusi. Solide torri invece i cappucci e le verze che si chiudono così fitti su se stessi fin quasi a diventare pietre di foglie, pronti persino a sfidare il gelo. Un alfiere il cavolo nero, anche lui pronto a sopravvivere al freddo quello vero.
I finocchi, invece, meglio tagliarli di questo mese perché quando arriva il gelo loro si cuociono come al forno. I sedani si iniziano a raccogliere, verdi, o bianchi per chi li ha legati. Così i cardi e i radicchi tutti.
Qui novembre è il canto del cigno dell’orto. C’è persino qualche melanzana di fioritura autunnale.
In cantina continuano i travasi mentre le patate iniziano a raggrinzire e qualche cipolla a germogliare.
A novembre più di tutto si inizia a seppellire la campagna andata, l’annata, le sue stagioni, i suoi flagelli e le sue gioie, i suoi raccolti e i suoi disastri. Si seppellisce la grandine passata, si seppellisce la pioggia che non è caduta, si seppellisce la fatica, si seppellisce l’attesa, con le mani piene di frutti raccolti si seppellisce la nostra resa.
Cimiteri di speranze pronti a germogliare saranno i campi d’inverno.
Si può iniziare a dire che anche per quest’anno ciò che andava fatto è stato fatto e che linea, cerchio o spirale abbiamo seguito la terra nella sua rivoluzione.

La ricetta del mese: Pasta con le barbe (dei finocchi)

Una donna un giorno venne al nostro banco al mercato e comprò dei finocchi, che portavamo interi, cioè con tutte i loro carnosi gambi e le loro sontuose foglie verdi a pennacchio proiettate verso il cielo.
Solitamente si trovano solo i finocchi decapitati del loro fogliame, così ha deciso qualcuno da qualche parte, togliendo una volta di più complessità al mondo e all’esistenza.
Ma quella donna non era affatto interessata al finocchio bianco, che accettava quasi come un inevitabile effetto collaterale, bensì proprio a quei suoi pennacchi colorati e morbidi, che i suoi occhi già trasformavano in squisite pietanze.
Ecco una di queste prelibatezze:
ci si procuri dei finocchi integri e non gambizzati; si prendano i loro gambi e le loro foglie, si taglino a pezzi piccoli, avendo cura di tagliare finemente soprattutto i gambetti più piccoli; si metta sul fuoco una pentola d’acqua salata e si pongano dentro quei gambi e foglie sminuzzati; si porti a bollore e si faccia bollire una mezz’oretta o fino a quando non si senta con una forchetta che è tutto bello morbido; in quell’acqua si butti la pasta (o il riso); mentre la pasta cuoce si faccia un soffritto di aglio e olio e quando la pasta è cotta si prenda su dalla pentola, con una ramina o simili, il misto di pasta e finocchi e si butti dentro il soffritto; se rimane un po’ d’acqua di cottura della pasta meglio perché insieme al soffritto fare cremina e legherà il tutto; si aggiunga peperoncino a piacere e/o, per chi vuole, formaggio grattato. Delizia!