L’umanità non può sopravvivere. I replicanti sono il futuro della specie.

La cinematografia contemporanea appare spesso e volentieri caratterizzato dal proliferare di inquietanti presenze: cyborg, doppi perfezionati dell’uomo ed automi. Esse configurano un’ (im)perfetta fusione tra l’orizzonte dell’artificiale e quello del biologico senza tuttavia cancellare il dato umano, bensì riscrivendolo in forme altre, integrato all’universo delle nuove tecnologie e del digitale. Contestualmente contribuiscono a mettere in crisi la visione classica, sia positivista che idealista, dell’uomo, della sua realtà e della sua identità, correndo forsennatamente nella direzione del post-human. Soggetto e mondo esterno appaiono secondo paradigmi sempre più illusori e potenziali. Matrix, Total Recall o Minority Report, solo per fare alcuni nomi, sono tutti film in cui tali tracce sono facilmente riscontrabili. Una delle prime pellicole in cui siano rintracciabili tali elementi di radicale riflessione e che abbia fatto quasi da apripista ad una cinematografia costituita da questi elementi è Blade Runner di Ridley Scott.

 

Un film cult in cerca di autore

Blade Runner non apparve sugli schermi così come Scott l’aveva immaginato ma venne sostanzialmente addomesticato con l’inserimento della voce fuoricampo del protagonista che commentava tutto il film, spiegandone i passaggi più oscuri e dava a tutto il film una rassicurante atmosfera noir in stile classico, con un finale posticcio ottenuto “appiccicando” letteralmente inquadrature non utilizzate da Kubrick per Shining. Il film, oltretutto, uscì in due versioni: la Domestic solo per il mercato USA, scevra di alcune delle scene più violente, e la International per tutti gli altri mercati con quei momenti reintegrati.

La pellicola costò parecchio, sia in termini di soldi spesi, sia di fatica in fase di lavorazione. Quando Blade Runner uscì al cinema non andò bene. Scarsi gli incassi e venne semplicemente ignorato dal grande pubblico.
La critica e una cerchia ristretta di appassionati, invece, lo adorarono e la pellicola, lentamente, divenne un film di culto. Con la sua uscita in VHS e il conseguente successo, tutti si accorsero che negli anni era cresciuto, diventando un classico amato da milioni di spettatori.
 Sfruttando l’occasione, Blade Runner tornò in sala in un’edizione definita Director’s Cut.
Per questa edizione permisero a Scott di apportare alcune modifiche sostanziali: venne eliminata la didascalica voce off e la scena finale, quindi integrata una scena inedita, un sogno in cui Deckard vedeva un unicorno (la sequenza non era stata girata per il film, ma erano delle riprese non utilizzate di Legend, pellicola sempre firmata da Ridley Scott successiva a Blade Runner) gettando così una luce assolutamente diversa sul protagonista, chiarendo senza ombra di dubbio come anche Deckard fosse un replicante. Versione definitiva? Neanche per sogno.


Nel 2007, Scott riaprì ancora il film, rimasterizzando l’immagine e il suono, cambiando alcune transizioni, ripulendo vari dettagli, e consegnando al mondo la prima versione della pellicola totalmente figlia della sua direzione, senza nessuna ingerenza esterna.

Nasceva dunque Blade Runner. The final cut.
In sostanza, dal 1981 (data di inizio della riprese) alla sua versione definitiva, ci sono voluti ventisei anni per vedere davvero Blade Runner. Se poi si conta da quando si è iniziato a parlare di trarre un film dal romanzo di Dick, di anni ce ne sono voluti trentanove.

Nel frattempo, per anni si è chiacchierato di un possibile sequel finché non è scesa in campo la Alcon Entertainment che nel giro di sei anni (all’incirca dal 2011) è riuscita, coinvolgendo la Scott Free Productions, la Columbia Pictures e la Thunderbird Films, ad acquistare i diritti e a racimolare il budget necessario da mettere a disposizione del regista canadese Denis Villeneuve (Sicario, Arrival). Riesumare e continuare uno dei film più importanti degli ultimi quarant’anni, che anno dopo anno e decennio dopo decennio, attraverso un susseguirsi di rielaborazioni e nuove versioni, si è guadagnato lo status di pietra miliare della settima arte, si deve essere presentata, al cospetto del regista canadese, come un’impresa decisamente ardua e rischiosa.

Blade runner 2049

Nella notte in cui riuscì ad eliminare il gruppo di replicanti ribelli guidati dal carismatico Roy Batty (Rutger Hauer), Rick Deckard (Harrison Ford) ex poliziotto del LAPD (Los Angeles Police Departement) tenta di far perdere le proprie tracce portando con sé un replicante di ultima generazione, Rachel (Sean Young) con cui ha stretto un rapporto sentimentale. Lo stesso Eldon Tyrell, suo creatore e fondatore della compagnia che produce i replicanti, gli aveva confidato di come la donna-androide fosse un modello di ultima generazione e che, differentemente dai normali replicanti, non sia costretta a quattro soli anni di durata, bensì godrebbe di un tempo di vita incerto come un essere umano “normale”. Così termina il primo Blade Runner; l’inizio del nuovo film ci catapulta, trent’anni dopo gli eventi del primo film, nel mezzo di una tranquilla azione di caccia. L’agente K (Ryan Gosling) è un replicante di nuova generazione incaricato di ritirare i vecchi modelli ancora in circolazione. Rintraccia ed elimina il suo obiettivo, Sapper Morton (Dave Bautista), in un impianto per le colture proteiche fuori città. Ma prima di rientrare alla base K scopre per caso una cassa seppellita tra le radici di un albero e, incisa nel legno dell’albero stesso, una data che gli ricorda qualcosa: 10 giugno 2021. La cassa travata da K cela un segreto inconfessabile, quello che per Sapper è un vero e proprio miracolo, mentre per Madame (Robin Wright), il capo di K, si tratta di una terribile verità che potrebbe letteralmente «spaccare il mondo a metà» e che per questo va cancellata. Impossibile dire altro senza rovinare lo spettacolo a quanti ancora non dovessero aver visto il film.

Più in generale si può affermare che il tentativo spesso fallimentare del sequel è pienamente riuscito. È riuscito innanzitutto perché non risulta essere né una copia né tanto meno un qualcosa di completamente differente dal predecessore, ma, quasi smascherando in Villeneuve e soci degli appassionati al film culto del 1982, in qualche modo contribuisce ad approfondire ed accrescere la trama preesistente, e ciò fin dall’inizio e in ogni minimo particolare (nel testo filmico sono presenti sia citazioni che diverse inquadrature della vecchia pellicola). Non a caso della sceneggiatura se ne è occupato Hampton Fancher, sceneggiatore anche del primo, ma questa volta affiancato da Micheal Green; a entrambi va riconosciuto il merito di aver saputo unire la logica evoluzione dei nodi drammatici del precursore con l’inevitabile rinnovamento estetico richiesto più di trent’anni dopo.

Sebbene fosse impossibile rimpiazzare i formidabili collaboratori del Ridley Scott dell’82, Villeneuve è stato affiancato da una serie di eccellenze nei singoli settori: da Joe Walker al montaggio (Blackhat, Arrival), alla Dennis Gassner (recentemente al servizio del nuovo corso di 007) e soprattutto Roger Deakins (alla o ripetute collaborazioni con i fratelli Coen, già al fianco di Villeneuve per Prisoners e Sicario). Dalla gestione del ritmo che alterna con cura e perizia momenti di distensione e fasi più sincopate, assecondando lo sviluppo del plot che si fa via via più caustico e serrato mentre l’indagine entra nel vivo; e d’altro canto il dosaggio delle luci, a tratti scure e buie, a tratti luci fredde e invernali; la scelta delle diverse dominanti cromatiche per caratterizzare l’atmosfera; le panoramiche maestose del caos urbano e delle megastrutture che vi incombono. Tutti questi elementi conferiscono alla pellicola una cifra estetica che non ha davvero niente da invidiare a Blade Runner.

Nell’attesa della visione vanno assolutamente visti tre corti commissionati dallo stesso Villeneuve ad alcuni registi come lancio del film. Nel primo, Black out:2022, di Shinichiro Watanabe (l’autore di Cowboy Bebop), si racconta di come un’organizzazione di replicanti ribelli provocò il collasso tecnologico su scala globale al quale si allude più volte nel film. In 2036: Nexus Dawn, diretto da Luke Scott, viene presentato il personaggio del magnate Niander Wallace (Jared Leto) colui che grazie alla sua compagnia, proprietaria di alcuni brevetti di bioingegneria, riuscì prima salvare l’umanità ridotta alla fame, poi a riprendere la creazione dei replicanti, vietata a partire dal blackout del 2022. Sempre ad opera di Luke Scott è il terzo corto, 2048: Nowhere to Run, in cui viene presentato il personaggio di Sapper.

La fotografia che ci restituisce questo film, raccontando un futuro post-apocalittico, è evidentemente la fotografia della nostra epoca, un’epoca che non lascia più spazio alle forme di vita: solo l’extra-mondo può accoglierle, sempre che esista veramente. Il film tenta continuamente di confondere lo spettatore su cosa sia reale o no: K: “Is it real? Deckard: I don’t know, ask him! Su chi sia replica e chi sia umano, su ciò che è virtuale e ciò che è vero. La guerra che si combatte è una guerra per la sopravvivenza della specie, delle specie, ma è impossibile scegliere da che parte stare a priori. L’unica certezza è la natura, una natura devastata, messa al bando, ma che è ancora in grado di creare la vita, le api, e allo stesso modo di uccidere, l’Oceano; inoltre riesce ancora ad affascinare come fenomeno in sé: la neve, la pioggia, la luce, la sabbia sono gli elementi che riescono a risvegliare una coscienza anche in chi non ne ha una programmata ed impiantata.

È un film fortemente spirituale perché nasconde un disegno prestabilito, un disegno ultimo, creato da uomini e macchine insieme il cui unico motore è la fede, a ciascuno la sua fede, il suo dio e suo figlio. Potremmo concludere che si tratta di un film messianico in quanto non c’è via di uscita da questo presente senza una svolta spirituale, ma anche senza una riappropriazione della tecnica per intervenire sul determinismo. Scienza e Natura sono fuse perché le forma di vita hanno bisogno di entrambe!

Allora, umani o replicanti che siate, non resta che augurarvi buona visione!