una comune postesotica a valencia: keurgumak

keurgumak – casa grande. un esempio diversamente comunitario.

di ideadestroyingmuros

introduzione

l’idea di questo lavoro è quello di descrivere la nostra esperienza quotidiana. proporre, recuperare e intraprendere le pratiche comunitarie che viviamo ogni giorno.

durante gli anni della guerra fredda e in connessione con la storia recente degli stati-nazione occidentali, il termine “comunità” ha definito la vita delle minoranze. era un termine che implicava l’esistenza di una serie di sforzi contro la frammentazione della comunità e di forme di aiuto reciproco tra gli individui appartenenti alle minoranze. nel contesto europeo contemporaneo, il termine “comunità” [1] è diventato, nel corso del tempo, un’espressione che si riferisce direttamente all’unione europea la quale usa il termine “comunità” come simbolo della sua nuova configurazione politica. in ogni caso, l’esempio della ue non incorpora tutti gli sforzi comunitari storicamente e attualmente vissuti dalle minoranze straniere installati nel territorio comunitario.

dal momento che attualmente in europa convivono molte minoranze, noi crediamo che l’europa istituzionale non possa essere l’unico riferimento. pertanto, la sfida che ci siamo posti oggi, tra i soggetti della diaspora e i soggetti radicati, è quello di creare e disegnare forme di vita “diversamente comunitarie”.

nell’ambito di questa proposta useremo l’espressione “diversamente comunitario” per nominare processi comunitari diversi da quelli sostenuti e supportati dalle politiche comunitarie europee contemporanee. questa espressione, inoltre, qui definisce spazi e soggetti comunitari “altri” rispetto allo spazio e al soggetto comunitario europeo e che quindi non fanno parte di una tradizione tipicamente occidentale [2].

nella prima parte di questo testo faremo una traduzione della nostra esperienza quotidiana, in maniera da permetterci di sviluppare una posizione critica e autocritica del contesto europeo in cui ci incontriamo. nella seconda parte racconteremo diverse pratiche quotidiane che viviamo in keurgumak come esempio propositivo di un’ “altra” forma di relazione comunitaria.

1. la perdita come base

ci situiamo negli spostamenti che abbiamo fatto, alcune di noi, nel contesto europeo tra gli anni novanta e l’inizio del duemila. durante questo periodo è stato impostato, e ancora si profila, lo spazio comunitario europeo. una serie di eventi come la fine della guerra fredda, la disintegrazione dell’unione sovietica e della vicina ex jugoslavia e la rottura dei valori moderni prodotta dal postmodernismo, hanno portato le società occidentali (in particolare l’unione europea), a sentirsi tanto più “libere” quanto più ricche, giustificando uno sfruttamento sempre più globale basato sulla manipolazione della memoria storica, sull’eliminazione delle diverse particolarità locali e sull’aumento della precarietà sociale.

per alcune di noi che proveniamo dal nord-est italiano, la famiglia nucleare nazionale ha sostituito la famiglia allargata o patriarcale [3] ed ha coinciso con un modello di sviluppo industriale e capitalistico. questo esempio è l’unico modello comunitario vincitore da un punto di vista economico occidentale, in grado di trasmettere il patrimonio, sostenere crisi, creare i bambini. rispetto alle nostre genealogie, questo modello non ha avuto successo, è fallito in termini relazionali e, talvolta, anche in termini economici, attraversato da profonde rotture generazionali, segreti, bugie, solitudine e silenzio. contro questo modello, le nostre strade non corrispondono alle posizioni a cui aspira e che rappresenta la nazione. abbiamo scelto di mettere in discussione l’ideale di appartenenza ad essa e ad una famiglia determinata e, infine, determinante. quindi, valutando il senso di perdita, la nostra scelta è quella di puntare, sempre e in ogni caso, per un posizionamento transfrontaliero [4].

in questa posizione, le nostre esperienze sono state segnate da vari atti di coscienza, rinunce simboliche, spostamenti e proteste contro il criterio della nazionalità: come il monolinguismo imposto dalla lingua italiana e l’eterosessualità normativa che, tanto la cultura quanto la legislazione italiana, incoraggia.

a partire da ciò, manteniamo uno sguardo scettico sulla politica economica sui corpi negli use (stati uniti d’europa) [5], dal momento che il processo verso l’ideale di un’europa unita genera una fortificazione militare delle sue frontiere esterne, mentre la separazione dei territori europei interni è caratterizzata principalmente dallo sfruttamento economico che riafferma la posizione subordinata dei sud-est rispetto ai nord-ovest6. il ritmo, sempre più frenetico, della vita imposto dalla logica liberale e capitalistica, ha portato alla cancellazione di ogni riferimento collettivo esistenziale in grado di durare nel tempo. con la conseguente scomparsa del senso di appartenenza ad un gruppo proprio e quindi l’integrazione al modello di identità europea basata sull’individualismo, la ricchezza economica e i privilegi della cittadinanza.

una delle strategie della politica europea si basa nel mostrare un’immagine assistenzialista verso i soggetti non occidentali. in keurgumak quest’immagine è invertita, in quanto pensiamo siano le storie radicate nel contesto dell’europa occidentale quelle che necessitano di aiuto nella ricerca di senso e di significati profondi. il riconoscimento, da parte delle maggioranze nazionali, della sensazione di disorientamento e perdita, permette di posizionarci nell’umiltà e nell’ignoranza, per poi ri-costruire noi stessi attraverso metodi di organizzazione comunitari e imparare valori di vita più rispettosi.

keurgumak, che in wolof significa casa grande, è lo spazio della diaspora della nostra vita quotidiana. il wolof è la lingua madre del popolo wolof dell’africa occidentale. si parla in senegal, gambia, mauritania e oggi è una delle lingue coinvolte nel processo relativo alla società senegalese post-coloniale. questo spazio diasporico è composto da tre case, condivise, che si trovano nel quartiere di ruzafa a valencia, in spagna e che occupano le porte 1, 2 e 3 dello stesso edificio. in questo spazio della politica-intima ha luogo ogni giorno l’incontro tra la diaspora italiana, la diaspora africana e, in particolare, del senegal, la diaspora dei paesi dell’europa orientale, la diaspora latino-americana e caraibica, e radicate e radicati spagnoli. una delle nostre maggiori sfide è quella di trasformare le dinamiche di potere che normalmente relazionano le minoranze etniche razzializzate alle maggioranze nazionali nello spazio comunitario europeo contemporaneo [7].

la divisione dello spazio, in europa occidentale, è una struttura sociale basata su un gran numero di separazioni. gli spazi privati ​​e pubblici occidentali sono i luoghi simbolo che dimostrano la disuguaglianza sociale tra i sessi, ma anche la separazione tra classi, razze ed etnie. lo spazio privato e della casa è diventato nell’immaginario popolare occidentale, la rappresentazione della sfera del femminile, vale a dire, uno spazio tradizionalmente mantenuto e vissuto dalla donna bianca in casa.

in una prospettiva diasporica gli spazi privati ​​diventano, per la minoranza e indipendentemente dal sesso, gli spazi del politico intimo reale e i luoghi di riunione della comunità. nel contesto occidentale, lo spazio privato è, nella maggior parte dei casi e a livello simbolico, corrispondente alla proprietà privata delle donne occidentali. il risultato è che, per le minoranze, la nozione di spazio privato non è necessariamente esclusiva. di conseguenza, in europa occidentale e nell’immaginario comune occidentale, i luoghi privati minoritari (della creazione, dell’intimità e del politico diversamente comunitario) rimangono ancora come luoghi femminizzati [8].

2. keurgumak – un esempio diversamente comunitario

in keurgumak quando c’è qualcuno che economicamente può, più di qualcun altro, compra da mangiare, qualcosa di buono e sano, perché ci sia ogni giorno cibo per tutte-i.

le ricette e le cene, più che i pranzi (perché durante il giorno molte-i sono impegnate-i o fuori casa), sono anche motivi per costruire una memoria comunitaria fatta spesso di sapori lontani, perciò le ricette servono in keurgumak per non dimenticare casa, gli sforzi delle madri e delle nonne fatti per non dimenticare, ma servono anche, d’altra parte, per immaginare un futuro altrove, migliore. il cibo segue le persone, se si sognano terre lontane è meglio sostenere delle amicizie che siano in grado di avvicinarle. l’attitudine neocolonizzatrice si propone oggi anche attraverso il fatto di mangiare qualcosa (considerato “etnico”), senza essere implicati personalmente nel creare una relazione buona e di rispetto reciproco con chi rappresenta un dato popolo o contesto.

è così che in keurgumak i bianchi di cultura occidentale hanno smesso di “mangiarci sopra”.

a keurgumak si mangia su vassoi. il fatto di utilizzarli per riporre il cibo serve a due cose: per mangiare tutti insieme dallo stesso piatto, come avviene in africa, ogni giorno, e anche per avere meno piatti da lavare.

la cultura africana spesso ci offre un sistema migliore in quanto alla condivisione e più umano, cioè che ci serve, ovunque, per vivere meglio.

mangiare con la mano destra, tenere con le dita della mano sinistra la teglia perché non si muova (che è il compito in senegal destinato alle-i bambine-i), significa permettere agli altri di approfittare della fortuna di cui godiamo insieme e responsabilizzarsi perché la propria presenza non rechi danno. nella cultura senegalese la mano destra è la mano più pulita, che serve a mangiare, mentre la mano sinistra è quella che serve a lavarsi. per una questione igienica in senegal anche i mancini imparano a mangiare con la mano destra, dove le condizioni di salute sono precarie, si tratta essenzialmente di rispetto per gli altri.

la condivisione, perciò, responsabilizza ognuna-o verso le-gli altre-i, cioè verso l’esistenza reale di una comunità di riferimento che è (in termini concreti) pronta a condividere e che non merita, perciò, di essere messa in pericolo.

cercando di essere osservatrici autocritiche e realiste, invece di conservatrici e perbeniste, notiamo che: i-le giovani-e di cultura bianca, specie legati-e ad ambienti considerati “rivoluzionari”, sono spesso portati all’assunzione di droghe, all’autodistruzione e a mal curarsi di sé stesse-i o ad avere a che fare con gli-le altri-e in contesti spesso superficiali in cui la libertà (etero)sessuale (ma anche, sempre più, solo sessuale, in generale) è quasi l’unico valore condiviso.

perciò in termini abbastanza concreti, nell’incontro oggi in spagna tra le diverse diaspore, dobbiamo prendere in considerazione queste differenze rispetto alle diverse culture di provenienza.

chi si sente male o è raffreddato, chi ha la febbre e chi ha l’hiv, si prende la sua porzione e mangia in un piatto separato. queste pratiche derivano dal aver vissuto con persone che fanno del consumismo sessuale e della irresponsabilità una questione identitaria. in una comunità mista come quella di keurgumak la mediazione tra le varie culture diventa una questione complessa. significa discutere insieme per una miglior cura tanto di se stessi come degli altri per creare fiducia. queste pratiche ci servono anche ad evitare che, quando ci sono bambine-i, i genitori di cultura bianca occidentale temano per i-le propri-e figli-e che in un ambiente diverso da quello “ordinario” siano in pericolo.

rispetto al lavoro in keurgumak funziona, a volte, così: quando c’è qualcuno che ha un lavoro, si cerca di usare il proprio “ruolo” per poter offrire lavoro anche alle-gli altre-i. In keurgumak cerchiamo di facilitare situazioni di lavoro con prospettiva femminista e postcoloniale. significa garantire, ma anche rischiare, infine assumersi la responsabilità e fare di tutto perché tutto vada bene, (cioè perché ci sia, per ogni parte, un “guadagno”, anche se in termini diversi, reale… se per noi si tratta di soldi, spesso, per chi lavoria, si tratta di di messa in comune di energia positiva).

in keurgumak la cura degli spazi comunitari come la sala, la cucina, la terrazza, il bagno ecc., ci fa sentire bene e serve a sostenere il passaggio di tutti, perciò ognuna-o è chiamata-o ad assumere questa responsabilità.

gli spazi intimi dipendono principalmente dai sogni di ognuna-o, qui, la sessualità serve a creare genealogia e a creare fiducia.

la mobilità quotidiana funziona in bici. i viaggi comunitari sono sostenuti da un’idea comune che lo spostamento serve ad imparare. dove dormire dipende dalle reti diasporiche, di amicizie e progettualità di ognuna-o. keurgumak a sua volta diventa un altrove, un appoggio dove avvengono passaggi e incontri implicati nella convivenza e nell’imparare.

l’uso che keurgumak fa del web, serve anche per mantenere vive nel quotidiano relazioni con persone che hanno attraversato questa casa grande ma che ora si incontrano geograficamente distanti. Serve per sentirci più vicini, per darci sostegno e forza anche quando siamo distanti, per ricordarci che siamo sempre in tanti anche quando ci sembra di sentirci soli, per trasmettere esperienze, condividere soddisfazioni, informazioni utili a tutti, tanto culturali quanto pratiche e per organizzarci.

in keurgumak l’immaginario postesotico [9] è possibile a partire dall’incontro e dalla condivisione quotidiana tra soggetti diasporici e soggetti radicati. è basato nello sforzo per smontare l’immaginario esotico generato attraverso lo sfruttamento colonialista del territorio, fondato anche sull’estetica e attraverso uno sguardo orientalista [10] verso l’esterno. per questo motivo, uno degli obiettivi della coscienza postesotica è ri-equilibrare la storia e le ingiustizie attraverso l’onestà e il non sfruttamento; e poter creare un’immagine più cosciente e complessa nel suo insieme [11].

creare cultura diasporica, situata nell’europa occidentale contemporanea e attraversata da rivendicazioni postcoloniali e postesotiche, implica valorizzae quali pratiche (tra le pratiche quotidiane che sorgono nella diaspora, cioè quando esiste una comunità di riferimento che non è radicata) sono anche pratiche in grado di sostenere un processo artistico.

l’installazione arcipelaghi in lotta: le isole postesotiche [12], realizzata a parigi, ci ha permesso di tradurre l’idea di arcipelago. l’immaginario delle isole rappresentano la geografia delle nostre relazioni e riguardano delle storie di riferimento prima di tutto reali, ma anche immaginarie. ogni storia ed ogni pratica precoloniale è come un’isola. senza creare memoria dell’origine perciò è improponibile la nostra idea (reale e immaginaria) di arcipelago.

questa installazione è il risultato della messa in comune di una pratica quotidiana come il cucito [13] (che serve anche quotidianamente di supporto a rivendicazioni postcoloniali e femministe, varie).

qualunque pratica quotidiana sviluppata con gli stessi obiettivi (artistico-culturali) farà arcipelago.

in keurgumak attraverso la musica, la documentazione visuale e la necessità di ognuna-o di creare, generiamo insieme nuovi immaginari postesotici che ci aiutano a recuperare valori comunitari come l’amicizia, la fiducia e la sincerità.

si tratta di cose molto pratiche che comunque, a livello quotidiano, creano l’identità di ognuna-o. quando si trovano a confronto due diaspore, come quella italiana e quella senegalese, ad esempio, si tratta di un confronto che serve a capire quanto è occidentale o meno la propria costruzione identitaria e, a sua volta, la propria integrazione.

abbiamo individuato, negli anni, che l’ironia e la risa sono prima di tutto quello che manca negli ambienti che si dedicano alla militanza politica nell’unione europea. ed è anche quello di cui hanno bisogno quelli che sono/siamo sommerse-i dalle preoccupazioni che riguardano la diaspora, l’economia, lo stare al mondo con un senso, la propria utilità ecc… . inoltre è indispensabile per affrontare il quotidiano con un’attitudine positiva non-occidentale.

keurgumak è un immenso spazio sia immaginario che reale, né privato né pubblico, perché diasporico, ma in ogni sua forma intimo e politico.

è per ora un arcipelago formato da una ventina di isole e persone che ogni tanto si perdono di vista e che, dopo ogni tempesta, si conoscono meglio.

Note

1.rivendichiamo lo spazio delle minuscole e scommettiamo sulla costruzione intera della storia sulle minuscole come segno di un divenire minoritario possibile, che inizia dall’estetica della frase.

2“comunitario, ria. 1. agg. f. -a; pl.m. -ri, f. -rie

1. della comunità; conforme ai fini di una comunità: spirito comunitario

2. di, relativo alla comunità economica europea; di, relativo all’unione europea”. garzanti, http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=comunitario. [consulta: 10 ottobre 2015]. “l’ue è stata creata all’indomani della seconda guerra mondiale con l’obiettivo di promuovere innanzitutto la cooperazione economica partendo dal principio che il commercio produce un’interdipendenza tra i paesi che riduce i rischi di conflitti. nel 1958 è stata così creata la comunità economica europea (cee), che ha intensificato la collaborazione economica tra sei paesi: belgio, germania, francia, italia, lussemburgo e paesi bassi. da allora, è stato creato un grande mercato unico, che continua a svilupparsi per realizzare appieno le sue potenzialità”. pagina web ufficiale dell’unione europea, https://europa.eu/european-union/about-eu/eu-in-brief_it. [consulta: 10 ottobre 2015].

3 canova, j., (2015). corps de traduction. déplacements géopolitico-sexuels et artistico-géopolitiques. analyse de trois pratiques quotidiennes, autrement communautaires et diasporiques dans le contexte européen contemporain. pp. 84-85. parigi.

4 modello di famiglie relazionate al mondo contadino, dove convivono diverse generazioni organizzate gerarchicamente in base all’età e al genere: nonne-i, figlie-i, nipoti; altri famigliari come zie-i, o altri formati diversi: famiglie che convivono in uno spazio condiviso per lavorare le terre di uno stesso padrone appartenente ad un’altra classe sociale.

5 sut, m. (2013). “prácticas de atravesamiento: (over)flow” en solá, m., urko e. transfeminismos. epistemes, fricciones y flujos. tafalla: txalaparta p. 143.

6 termine che usiamo per rimarcare la vicinanza, sempre più grande, di europa agli usa (stati uniti d’america).

7 sut, m. op. cit., p. 145.

8 canova, j. op. cit., p. 84

9 ibidem, p. 131.

10 postesotico è un termine coniato da antonine volodine pseudonimo che utilizza uno scrittore francese negli anni novanta. volodine afferma di non aver trattato il termine in profondità e propone di considerarlo come un’espressione vuota, destinata ad acquisire senso ogni volta che si riempe di esperienze. questo termine è stato utilizzato dall’antropologo americano james clifford. si veda: cliffors, j., strade. viaggio e traduzione alla fine del secolo XX. bollati boringhieri. torino 2008.

11 said, e., (2007). orientalismo. barcelona: debolsillo.

12 consultare: www.postesotica.blogspot.it

13 installazione realizzata dal 5 al 28 maggio 2014 nel centre d’études féminine et études de genre, paris8, bâtiment b2. l’arcipelago postesotico è la forma geografica delle nostre relazioni, una rappresentazione delle vite anticapitaliste nelle quali siamo impegnate. e’ il passaggio dall’abbandono e dalla solitudine di essere «isola» all’appartenenza e alla ricollocazione geopolitica nel diventare arcipelago.

www.ideadestroyingmuros.info/expo/les-iles-postexotiques.

14 “il cucito è per una di noi una tecnica ereditata che ha a che vedere con la storia diasporica di sua nonna istriana. se, tra le altre cose, la lotta femminista implica che le energie vitali si possano trasmettere attraverso le generazioni fino a diventare capaci di trasformare le vite delle/i sconosciute/i, la messa in comune di questa pratica per noi si inscrive in questa lotta”. canova, j. op. cit., p. 153.

3. bibliowebgrafia

-http://www.ideadestroyingmuros.info/textual-projects/keurgumak–casa-grande/

-canova, j. (2015). corps de traduction. déplacements géopolitico-sexuels et artistico-géopolitiques. analyse de trois pratiques quotidiennes, autrement communautaires et diasporiques dans le contexte européen contemporain. tesis doctoral. paris: centre d’études féminine et études de genre.

-clifford, j. (2008). strade. viaggio e traduzione alla fine del secolo XX. torino: bollati boringhieri.

-said, e., (2007). orientalismo. barcelona: debolsillo.

-sut, m. (2013). “prácticas de atravesamiento: (over)flow” en solá, m., urko, e. transfeminismos. epistemes, fricciones y flujos. tafalla: txalaparta.

-livia alga. www.postesotica.blogspot.it