Offlimits (un centone)

Offlimits è uno spettacolo di musica e danza flamenca che si accordano a dei testi di Günther Anders e che ha debuttato lo scorso 9 luglio a Siviglia nel contesto del Festival Internazionale di Danza di Itálica.

Hiroshima, 6 Agosto 1945

Quella mattina presto l’aereo di Claude Eatherly, comandante di un B-29 durante la Seconda Guerra Mondiale, fa parte dello squadrone incaricato di lanciare Little Boy, la prima bomba atomica. In particolare, la sua missione è perlustrare il terreno in anticipo per determinare dove sarà sganciata.

Il vento, le nuvole, la pura casualità decide per il suo passaggio su Hiroshima. Il cielo è coperto, ma la città si lascia vedere bene. Le condizioni meteorologiche sono ottimali.

Eatherly trasmette il messaggio:

“Stato del cielo:

– in Kokura coperto.

– in Nagasaki coperto.

– in Hiroshima coperto con luce “

Go ahead!

[…]

Dopo la guerra, Claude Eatherly abbandonò la carriera militare per reintegrarsi nella società civile. Ottennne un buon impeigo in una compagnia petrolifera, si sposò, diventò padre, iniziò a studiare Diritto…

Ma Eatherly non voleva o non poteva vivere il resto della sua vita come uno smiling hero perché “le immagini non scomparivano e la coscienza bruciava”.

Inizia un’esistenza erratica: comincia a bere e a prendere pillole. Ma le immagini sono sempre lì. Inizia a inviare a Hiroshima buste con denaro o lettere in cui chiede perdono ed altre in cui si dichiara colpevole. Nel 1950 tenta il suicidio con del sonnifero in un motel di New Orleans. Pochi giorni dopo entra volontariamente nell’ospedale psichiatrico militare di Waco, Texas. Venne dimesso senza alcun miglioramento. Cambia lavoro, da uno di ufficio ad uno fisico negli stabilimenti petroliferi. La stanchezza lo aiuta a conciliare il sonno, temporaneamente. Falsifica assegni per piccole quantità e invia i soldi alle vittime di Hiroshima. Nel 1953 è detenuto a New Orleans. Va in prigione. Viene rilasciato per buona condotta. Riappare a Dallas, dove rapina una banca con una pistola giocattolo. Ma non scappa con il bottino, aspetta che la polizia venga ad arrestarlo. Al processo viene dichiarato pazzo, non colpevole. Eatherly torna all’ospedale di Waco per il trattamento psichiatrico. Quattro mesi e una pensione di 132 dollari. Sei mesi come rappresentante di macchine da cucire. Nuovo tentativo di suicidio. Nuovo ingresso volontario a Waco. La terapia prevede shock di insulina quattro o cinque volte alla settimana. Sei mesi di trattamento. Viene liberato o scappa. Torna a casa. Divorzio. Giudici e Medici. La coscienza brucia. Ancora rapine e furti stupidi. Psicoterapia, tranquillanti…

Continua così fino alla primavera del 1959 – quando tutti avevano già dimenticato gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e il consumo di massa invitava ad abbandonarsi al solipsismo delle merci – quando lo ritroviamo nel tribunale di Fort Worth dove viene giudicato per rapina. Lì, un giornalista locale scrive un articolo su di lui che acquisisce una rilevanza nazionale. Il filosofo Günther Anders, in quel periodo coinvolto nel movimento antinucleare, legge l’articolo sul pilota di Hiroshima sul News Magazine e decide di contattarlo.

È così che questa story, più o meno commovente, si trasforma in uno scambio di lettere su di un nuovo paradigma.

Questo è anche il punto di partenza di una pièce di danza che ha i piedi immersi nel flamenco.

Al signor Claude R. Eatherly

ex maggiore della A.F.

Veterans Administration Hospital

Waco, Texas

3 giugno 1959

Caro signor Eatherly,

lei non conosce chi scrive queste righe. Mentre lei è noto a noi, ai miei amici e a me. Il modo in cui lei verrà (o non verrà) a capo della sua sventura, è seguito da tutti noi (che si viva a New York, a Tokio o a Vienna) col cuore in sospeso. E non per curiosità, o perché il suo caso ci interessi dal punto di vista medico o psicologico. Non siamo medici né psicologi. Ma perché ci sforziamo, con ansia e sollecitudine, di venire a capo dei problemi morali che, oggi, si pongono di fronte a tutti noi. La tecnicizzazione dell’esistenza: il fatto che, indirettamente e senza saperlo, come le rotelle di una macchina, possiamo essere inseriti in azioni di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne prevedessimo gli effetti, non potremmo approvare – questo fatto ha trasformato la situazione morale di tutti noi. La tecnica ha fatto si che si possa diventare « incolpevolmente colpevoli», in un modo che era ancora ignoto al mondo tecnicamente meno avanzato dei nostri padri.

[…]

Lei capisce il suo rapporto con tutto questo: poiché lei è uno dei primi che si è invischiato in questa colpa di nuovo tipo, una colpa in cui potrebbe incorrere – oggi o domani – ciascuno di noi. A lei è capitato ciò che potrebbe capitare domani a noi tutti. È per questo che lei ha per noi la funzione di un esempio tipico: la funzione di un precursore.

[…]

Abbraccio il suo senso di colpa (“chi per certe cose non perde la testa, è perché non ne ha da perdere”). In base al suo caso ho sviluppato il concetto di “scarto prometeico”. Lo scarto prometeico si riferisce agli effetti indiretti dell’azione diretta. La sua azione diretta fu, né più né meno, un evento metereologico; gli effetti indiretti, 200.000 morti.

Anders, fin da questa prima lettera, spiega il nucleo della sua riflessione: la tecnicizzazione dell’esistenza porta con sé la possibilità dell’ossimoro colpevole innocente. Se la Modernità e il suo correlato, il Progresso, si sono sempre guardati nello specchio dell’Utopia (intesa nella sua accezione più comune come “quello che siamo capaci di immaginare ma non di portare a termine”), sembra che il loro fedele riflesso corrisponda meglio ai contorni della Distopia, cioè “ciò che siamo capaci di portare a termine ma non di immaginare” (almeno per quanto riguarda le sue conseguenze).

Anders cerca in un altro testo di portare alla presenza queste conseguenze, evocandone i fantasmi:

Comandamenti dell’era atomica

Frankfurter Allgemeine Zeitung 13 luglio 1957

Il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: “Atomo”. Poiche’ non devi cominciare un solo giorno nell’illusione che quello che ti circonda sia un mondo stabile. Quello che ti circonda e’ qualcosa che domani potrebbe essere gia’ semplicemente “stato”; e noi, tu e io e tutti i nostri contemporanei, siamo piu’ “caduchi” di tutti quelli che finora sono stati considerati tali. Poiche’ la nostra caducita’ non significa solo il nostro essere “mortali”; e neppure che ciascuno di noi puo’ essere ucciso. Questo era vero anche in passato. Ma significa che possiamo essere uccisi in blocco, che possiamo essere uccisi come “umanità”. Dove “umanità” non e’ solo l’umanità attuale, quella che si estende e si distribuisce attraverso le regioni terrestri; ma e’ anche quella che si estende attraverso le regioni del tempo: poiche’, se l’umanità attuale sarà uccisa, si estinguerà con lei anche l’umanità passata, e anche quella futura. La porta davanti alla quale ci troviamo reca quindi la scritta: “Nulla sarà stato”, e sull’altro verso le parole: “Il tempo e’ stato solo un interludio”. (…)Ecco quindi la nuova, apocalittica forma di caducità che e’ la nostra, e accanto alla quale tutto ciò che ha avuto finora questo nome e’ diventato un’inezia. – E perché questo non ti sfugga, il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: “Atomo”.

Così, grazie alla bomba, un mondo metafisicamente annientato può già avere la sua traduzione sul piano fisico (almeno potenziale) allo stesso modo in cui, come risultato di quella stessa bomba, venne inaugurato un mondo ridotto a una dicotomia (i due blocchi della guerra fredda) che avrebbe avuto nel muro di Berlino la sua più perfetta incarnazione. È il risultato pratico, spaziale, tecnico, di un doppio movimento: il divenire mondo della metafisica ed il divenire metafisica del mondo.

15 Febbraio 2017

Notte in Eurasia

Lasciata Helsinki, sorvolato il Golfo di Finlandia per, poco dopo, lasciarsi dietro Pietroburgo. Si ripete per te, come una litania, quella premonizione (si tratta anche di una promessa) che attende ancora il suo compimento: Lerba sulle strade di Pietroburgo: i primi germi di una foresta vergine che ricoprirà le città moderne […] In verità Pietroburgo è la città più progredita del mondo. Non la metropolitana, non i grattacieli sono la misura di una contemporaneità lanciata in rapida corsa, ma l’erba giuliva che si fa largo tra le pietre della città. [Osip Mandel’štam]

A bordo, i display mostrano la mappa della rotta mentre là in basso si succedono insediamenti dai toponimi impronunciabili: Syktyvkar, Khanty Mansiysk, Irkutsk… Ricorda ora un altro volo , quello che, con un’altra rotta, portò il filosofo Günther Anders alla stesso destino: Giappone. Il suo racconto è contenuto nel Diario di Hiroshima e Nagasaki, diario di un viaggio nelle due città devastate, incluso nell’ Hiroshima ist überall (Hiroshima è ovunque), una raccolta di testi sulla “bomba”.

24 giugno 1958

24 giugno, ora imprecisata, perché il giorno non finisce mai.

A seimila metri sul circolo polare.

Paesaggio? No, non direi. Come sono lontani i «paesaggi»! A che remoto passato appartengono! Poiché ciò che gli Hobbema e i Ruisdeal, i Rousseau e i Monet ci hanno mostrato fino a ieri: pianure e montagne, mare e cielo, tempo e stagioni – dal nostro punto di vista e dalla nostra prospettiva, come ciò che ci attornia, che è stato colonizzato e lavorato da noi, o che ci domina e ci sovrasta – tutto ciò ha perso la sua validità. Qui non ci sono più centri abitati né stagioni: e ciò che ci dominava e sovrastava è dominato e sovrastato da noi. Hobbema o Monet – sono stati tutti vinti dal motore: mentre alcuni pittori di cui abbiamo sottovalutato la grandezza (còme l’Altdorfer della Battaglia di Alessandro, che dipingeva le montagne come se le avesse viste di quassu) acquistano di colpo la statura di profeti. Si può ben dire che ha « pre-visto ». Perché non ha dipinto paesaggi, ma terra, « crosta terrestre ». E di « crosta terrestre » si dovrebbe parlare anche qui.

Sopra l’isola di Ellesmere, il punto abitato più vicino al polo.

Si, paesaggio terrestre. Poiché questo è la terra senza di noi. Da parecchie ore – e non ho sospeso la ricerca nemmeno per un attimo – non ho potuto scoprire una sola traccia che mi svelasse o confermasse la nostra presenza.

15 Febbraio 2017

Notte in Eurasia (continuazione)

Che cosa direbbe lui, critico della tecnica e del suo inferno, se sapesse che il permafrost siberiano, cioè la terra che stiamo sorvolando qui – ora – là sotto, sta cominciando a sciogliersi a causa del riscaldamento globale, liberando così enormi quantità di gas e provocando l’effetto serra? [Sì, lo ricordi, fu proprio in quel momento che, sopraffatto dall’enormità della catastrofe in corso, hai abbandonato la lettura del secondo volume di En la espiral de la energía, di Ramón Fernández Durán e Luis González Reyes]. Cosa direbbe lui, insisti, se avesse saputo che il Giappone ha recentemente subito un terzo disastro nucleare, in questo caso civile, a Fukushima? […]

L’Humanité, 28 Agosto 2013

Non penso che noi siamo ancora nel postmoderno. Noi siamo in un “post-post”, cioè in un “pre-”. Siamo “prima” o all’inizio di un cambiamento senza dubbio altrettanto profondo e considerevole della fine di Roma o del Rinascimento. La catastrofe di Fukushima rappresenta un momento decisivo perché è avvenuta in un tempo in cui tutto era pronto per dargli un senso che non avrebbe avuto vent’anni prima. Lo stato del capitalismo in surriscaldamento finanziario di fronte all’irresponsabilità di un’impresa produttrice di energia, gli spostamenti dei rapporti geo-economici e politici, la crescente evidenza dell’assenza di riflessione sul lungo e medio termine, sia ecologico che tecnologico, sociologico e di civiltà. Tutto questo ha fatto di Fukushima un simbolo forte, appesantito dalla memoria di Hiroshima. In sostanza, è stato la chiusura di un periodo: quello che con Hiroshima e Nagasaki era potuto rimanere ambiguo si è dimostrato univoco. È chiaro che noi non sappiamo, né vogliamo sapere cosa facciamo, così come quello che vogliamo, né senza dubbio possiamo sapere quello che bisognerebbe fare. Che fare? Non è più davvero questa la nostra domanda. Ma piuttosto e innanzitutto: “Quale fare?” Di che si vuol parlare?

[…]

Voglio dire che dopo delle lunghe e potenti costruzioni, seguite da altrettanto lunghe e massicce distruzioni, attraverso delle decostruzioni che hanno aperto la via a degli smontaggi e delle messe in sospeso, è venuto il tempo per considerare la o le struction (s), cioè, secondo il latino, l’ammasso, il mucchio, gli elementi incostruiti, senza archi-tettura, gli insiemi an-archici, ovvero l’an-archia come la verità della nostra situazione. Bisogna pensare qui dentro. Questo non è costruito, non è edificato, né edificante. È an-archico. Cosa ci dice tutto questo di noi stessi?

[Estratto da un’intervista a Jean Luc Nancy]

Fukushima mon amour

Due giorni prima di partire per il Giappone ti hanno confermato che potrai mettere in scena Off limits, la pièce di flamenco basata sullo scambio epistolare tra il filosofo Günther Anders e Claude Eatherly. Poiché la pièce non è il motivo del tuo viaggio (la verità è che andrai a visitare la tua amata amante) cerchi di estrarre un presagio da questa pura casualità, una conferma segreta della sua opportunità: dopo tanti anni di incertezza è precisamente ora l’occasio di questo progetto lungamente concepito (la Fortuna, quindi, annuisce e dà il suo consenso … o è quello che vuoi credere).

Metropoli HIJ, 6 Marzo 2017

Il viaggio in autobus da Kobe ti darà l’opportunità di scartare l’ipotesi che stavi considerando: il Giappone sarà completamente urbanizzato?! Non ci sarà nemmeno una parte dell’isola senza asfalto? La finestra te ne dà la smentita, offrendoti un paesaggio agricolo.

Sei già a Hiroshima, camminerai dalla stazione al vicino Parco commemorativo della Pace e, una volta passato questo vecchio tram che ti ostacola la vista, avrai davanti a te le rovinare del Genbaku Dōmu, l’edificio emblema della devastazione il cui fantasma abita da molto tempo il tuo immaginario [il resto della città antica, costruita in legno, è stata quasi completamente volatilizzata dal soffio dell’esplosione]. Procederai attraverso il parco verso il Museo della Pace fino a che ascolterai le voci di un mellifluo coro femminile. Capirai, senza comprendere una parola, che cantano un mondo piatto, senza gravità e senza attrito, alieno da ogni conflitto: zuppa tiepida del cuore, (im)politica dei buoni sentimenti.

All’uscita del museo, asfissiato dall’atmosfera di un pacifismo vacuo, farai memoria del felice détournement di quella sintesi dell’altermondialismo benpensante [no alla guerra, un altro mondo è possibile (come ai tempi delle mobilitazioni contro la guerra in Iraq)] e lo scriverai nel guestbook: No a questo mondo, un’altra guerra è possibile!

[l’ex abrupto, comunque, non alleggerirà il senso di oppressione che senti alla bocca dello stomaco]

Stato di necessità e leggittima difesa. 1987

Possiamo farci un’idea di ciò che penserebbe Anders riguardo Fukushima leggendo un breve testo d’intervento il cui titolo è già abbastanza eloquente: Stato di necessità e legittima difesa. Violenza sí o no. Basterebbe leggere Fukushima dove lui dice Chernobyl. In questo testo, una volta dimostrata l’inutilità delle manifestazioni pacifiche, delle azioni simboliche e performative, Anders giustificava l’uso della violenza contro i responsabili di un possibile olocausto nucleare (emblema, qui, di ogni tipo di devastazione di carattere antropico).

Sebbene io molto spesso venga considerato un pacifista, sono giunto alla convinzione che con la nonviolenza non si possa ottenere più nulla.

[…]

Da Chernobyl in poi tutto si è fatto più chiaro. Proprio in questi tempi sto scrivendo un libro che s’intitola “Stato di necessità e legittima difesa. In effetti ci troviamo in una situazione – e nessuno può veramente contestarlo – che giuridicamente può, anzi deve essere considerata come “stato di necessità”. […] Siamo minacciati di morte, non da gente che desidera uccidere persone direttamente, bensì da gente che ne accetta il rischio, e che riesce a pensare solo in termini tecnici e quantitativi… economici e affaristici. Insomma noi ci troviamo in una situazione che, giuridicamente parlando, è uno “stato di necessità”.

In tutti i codici, compreso quello di Diritto Canonico, in una situazione di stato di necessità la violenza non solo è permessa, ma è raccomandata […] non è possibile opporre una resistenza efficace attraverso metodi affettuosi come la consegna di mazzetti di nontiscordardimé, che i poliziotti non possono neppure prendere perché tengono in mano i manganelli […] Tutte queste cose sono veramente soltanto “happenings”. Oggi le nostre pretese azioni politiche sono infatti spaventosamente simili a quelle azioni-apparenza che andavano di moda negli anni ‘6o. Anche quelle indugiavano già (o ancora) tra il sembrare e l’essere, e certamente quelli che conducevano tali azioni credevano di aver oltrepassato il limite della pura teoria, ma in verità restavano “actores” soltanto nel senso di “attori”. Facevano solamente teatro. E in verità perché essi avevano paura del vero agire. Effettivamente non suscitavano nessuna esplosione, ma solamente uno choc che doveva essere perfino goduto. Il teatro e la nonviolenza sono parenti stretti.

Anders si riferisce qui alla resistenza efficiente, all’azione politica, criticando giustamente l’inflazione di performances e altre azioni simboliche (obsolete e inefficaci gia nel 1987, ridicole e fossilizzate oggi). Tuttavia, anche se siamo d’accordo con lui per quanto riguarda questa critica politica (si tratta, infatti, di una realtà eclatante), la riflessione di Anders si basa su diverse ipotesi non pensate e che dovrebbero essere oggetto di critica, come la relazione soggiacente tra mezzi e fini e il vincolo, non esposto né problematizzato, tra teoria e azione-prassi. Fermo restando di sottomettere anche la pièce di flamenco al severo esame di questo posizionamento per interrogare la sua condizione di (im)possibilità [sinceramente, non siamo sicuri che superi questa prova (e manteniamo il dubbio…)] Agamben ha pensato (sta pensando ) questi fondamenti del pensiero occidentale dalla prospettiva di una medialità senza fine, l’inoperosità, il gesto, usando come esempio paradigmatico tra gli altri, precisamente, la danza.

La Repubblica, 27 Agosto 2017

Nel libro la critica del fine è inseparabile da quella dell’azione.Uno dei presupposti che siamo abituati a dare per scontati è che ogni azione sia rivolta a un fine e che questo fine sia il bene che l’agente ogni volta necessariamente si propone. In questo modo, poiché il fine è concepito come qualcosa di trascendente o comunque di esterno, il bene viene separato dall’uomo. Come mi sembra più convincente l’idea epicurea secondo la quale nessun organo del corpo umano è stato creato in vista di un fine e ogni cosa che nasce genera nell’uso il suo bene! A furia di gesticolare, la mano trova la sua delizia e il suo uso, l’occhio a furia di guardare si innamora della visione e le gambe, piegandosi a tentoni, inventano la passeggiata. Del resto è quel che vediamo avvenire nei bambini ed è quello che ci suggeriscono le arti come la danza, che non hanno altro fine che la pura esibizione di un gesto, di ciò che un corpo può fare. Per questo ho cercato di sostituire al paradigma dell’azione rivolta a un fine quella del gesto sottratto a ogni finalità 1.

O questo altro frammento del suo recente libro, Karman. Breve trattato sull’azione, la colpa e il gesto:

E come, pur nella sua assenza di intenzione, la danza è la perfetta esibizione della pura potenza del corpo umano, così si direbbe che, nel gesto, ciascun membro, una volta liberato dalla sua relazione funzionale a un fine – organico o sociale -, possa per la prima volta esplorare, sondare e mostrare senza mai esaurirle tutte le possibilità di cui è capace.

Infine, con il rischio di essere eccessivo, non volevo concludere senza caratterizzare (quasi caricaturizzare) il flamenco, anche se molto brevemente. Piuttosto che tentare una descrizione, incompleta e infruttuosa, mi limiterò ad apportare una nota sulla possibile etimologia (sempre discussa e inconclusa) del termine, cercando di portare un po’ di luce per i neofiti. Del resto (chiaramente) chi scrive, non vive come un flamenco, si limita a occasionali incursioni nel suo territorio.

Alcuni, quasi tutti, hanno cercato di trovare una sorta di relazione (più che dubbia) tra le diverse accezioni del termine in castigliano dove, oltre alla musica a cui ci riferiamo, indica anche un uccello (fenicottero) e la lingua e gli abitanti delle Fiandre (fiammingo). Altri hanno creduto di trovare l’etimologia del termine in improbabili origini arabe [sarebbe fellah-mangu, che significa a quanto pare “Le canzoni dei contadini” (erranti o espropriati)]. In tutti questi casi si tratta di forzare l’origine per ottenere un’adaeguatio tra l’oggetto di studio e la sua definizione, una mera descrizione del dato. Da parte nostra preferiamo, su tutte le altre, l’intuizione che svela una possibile costellazione di significato facendo derivare flamenco da flamancia, parola che deriva da “fiamma” e che nel gergo si riferisce al temperamento focoso. Così il flamenco sarebbe quella musica-danza che sorge da una forma di vita che pretende (e invita a), per dirla con Carlo Michelstaedter, fare di se stesso fiamma.